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Archive for febbraio, 2012

Sharon Van Etten – Tramp

Data di Uscita: 07/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando eri bambina passavi le ore di notte a guardare attraverso la finestra i treni correre veloce.
Il ponte della ferrovia s’eleva maestoso sovrastando il grande fiume del nord. La meraviglia nei tuoi occhi riflessa tra le gocce di pioggia e la luce lunare sul vetro e ora, vent’anni dopo, il tuo viso si confonde sui finestrini mentre vede scorrere città nervose avvolte in luci artificiali e le visioni dei saggi che impotenti affogano nell’acqua.

Hai deciso di andartene da casa in un giorno di primavera sotto un sole accecante.
Neanche un arrivederci alla stazione, non l’avresti sopportato. Ti ha visto allontanarti di spalle con un biglietto già stropicciato nella mano. Il quartiere sfilava estraneo alla tua corsa. Non si vedeva niente ed entrambi portavate occhiali scuri. Come i tuoi occhi grandi, come notti tempestose.
Anni dopo in una camera d’albergo sei seduta sul letto e le corde della tua chitarra appoggiata in un angolo tremano di passati molto prossimi e atti d’amore perduti. Gli specchi corrosi dalla polvere non ti mettono più tristezza come al tempo dei primi spostamenti. Un vaso ricamato con fiori selvatici ti riporta alla memoria la tua infanzia. Una volta i tuoi capelli erano neri e lunghissimi come l’inchiostro con cui ora scrivi frasi per una nuova strofa. Scosti una manica troppo larga del maglione di lana, prendi una matita e cerchi un foglio. Annoti una parola che ti ronza da ore nella testa. Ispirazioni trovate tra palpiti di vecchi blues, preghiere alla notte, sotterranei labirintici delle città d’America. Hai cercato di sedurre i fantasmi per poi annientarli nella voce, hai creato esplosioni per ritrovare infine candore. Vorresti che ogni canzone potesse incominciare a diventare aria, posarsi su visi qualsiasi, confondere i suoi nomi in continuazione. Ti alzi, a passi leggeri e a piedi nudi, bevi un sorso d’acqua del rubinetto. Altri versi nati già morenti, la tentazione di smettere di comporre: sai che non ce la farai mai, ti accarezzi le vene del polso sinistro e sorridi.
Brandelli di pagine di vecchi diari da cui all’improvviso cade una vecchia fotografia. Eri in un parco della Francia del nord in estate, con lo sguardo abbassato fumavi e lui ti teneva una mano. La polaroid scattata dopo che ti ha trovata sdraiata sul pavimento con a fianco una tela strappata a metà sulla quale una ballerina in tempera nera sembrava danzare leggera. Ti addormentasti così, con le braccia ricoperte di colore e un sorriso quasi impercettibile e sincero. Sei ritornata a casa non molto tempo fa e al posto della sua casa hai trovato un ristorante etnico. In un’altra fotografia portavi una collanina così sottile che ti aveva regalato tua sorella prima di andarsene in Africa per sempre. Tra le gocce riflessi i tuoi capelli, sulla pelle brucia il tatuaggio di una rosa.
Se il mondo continua a tremare come possiamo rimanere in equilibrio?
Accarezzi uno ad uno i tuoi tatuaggi sulle braccia cercando di evocare immagini lontane, quasi premi le unghie contro la carne e l’inchiostro.
Il jeans nero strappato sul ginocchio, scuro come il cielo, come i tuoi occhi grandi, come questo tuo sguardo enigmatico e profondo, perduto e candido, come una notte tempestosa dove l’unica luna è questa tua pelle così bianca come bianco è il tuo viso contro questa sera che sembra splendere come mai prima mentre una luce brilla nel profondo dei tuoi occhi.

La città non si è ancora sciolta come nelle nostre allucinazioni.
Una ninna nanna sconclusionata mentre le strade si svuotano.

Il cielo nero e stellato ti sfiora, dentro te un cuore vagabondo
lanciato a tutta velocità insieme al treno nella notte.

Filippo Redaelli

John Talabot – ƒIN

Data di Uscita: 06/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Viene chiamato persistenza della visione… è l’unico modo per tenere gli occhi sempre aperti”.

Ricorderò per sempre questa frase pronunciata nella stanza 4.03 del museo del Prado, all’alba del mio settimo anno di età. Nonno Pierre passava giornate intere ad accarezzare con lo sguardo quei dipinti disconosciuti, firmati da una mano ignota. Troppo timidi gli autori, troppo umili, per pensare di aver creato qualcosa degno di essere visto, di essere condiviso. Le loro opere venivano disposte con noncuranza in una delle ultime sale del museo, senza teche o luci speciali per preservarli. Nessun custode si accorgeva di lui e della sua piccola sedia pieghevole, perchè quei dipinti affiancati da una targhetta con su scritto “Artista Sconosciuto” altro non erano che figli di un abbandono. Quel giorno indossava degli occhiali scuri come l’ho visto sempre fare, un debole tentativo di preservare una vista che giorno dopo giorno lo rendeva sempre più lontano dalla realtà.
Una moglie dispettosa”, commentava sorridendo.
Mi venne a prendere sotto casa nel tardo pomeriggio, tenendomi con la sua mano calda fino all’ingresso di Parque del Retiro. Quando il suo passo diventò più incerto ed il suo sorriso tremolante presi il suo posto, precedendolo. All’ingresso del museo riuscì a malapena a riconoscere i gradini, con solo le abitudini di mezzo secolo a sorreggerlo, ma una volta raggiunta la stanza il suo volto si illuminò.
Conoscevo il quadro che aveva scelto anche se non l’avevo mai visto, me ne aveva parlato talmente tante volte che era come se l’avessi dipinto io stesso.
Era così semplice, bianco e nero… un flusso di pensieri interrotti, storia di una civiltà perduta, affogata tra orrori e rinascita.
Nonno Pierre si sedette sul pavimento a gambe incrociate, le mani sulle ginocchia con le braccia a formare un angolo retto. Si tolse con calma gli occhiali scuri per fissare il suo sguardo sul dipinto, il che mi consentì di ammirare la bellezza di quegli occhi marroni dalle venature dorate un istante prima che perdessero per sempre la loro luce.
Più avanti nel tempo le convinzioni del nonno, anche dopo la sua morte, vennero viste con sospetto e con la tipica accondiscendenza che si riserva alle persone anziane. Sosteneva di essere riuscito a fissare quell’ultima istantanea nel suo immaginario, in maniera indelebile.
Si era scelto uno scenario visivo da poter sfogliare giorno dopo giorno, imperturbabile a quello che i suoi occhi oramai bianchi catturavano.
Era diventato, per me, il simbolo dell’uomo artefice del proprio destino, e molte altre cose.
Gli ho sempre creduto, ed è per questo che sono ritornato in questa stanza, stasera.
Mi hai insegnato tutto quello per cui ho vissuto. L’importanza dei momenti contro lo scorrere del tempo. A credere nelle persone che non modificano il loro spirito nonostante migrazioni e disabitudini.
E mentre la corona di oro e sangue colerà liquida sopra la mia testa, il mio ultimo sorriso sarà rivolto all’uomo che mi ha insegnato a sconfiggere la nostalgia, “rifugio dei cuori deboli, delle menti incapaci di proseguire, armageddon della parola più bella mai pronunciata: speranza”.

Filippo Righetto

Loops of Your Heart – And Never Ending Nights

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Senza grazia.

E’ tutto il giorno che passeggio, ma nulla.

Dopo il mio scatto dell’incidente ferroviario quel giornalista non fa che contattarmi per chiedermi nuove fotografie per scoop improbabili.

Non gli ho detto che non è il mio lavoro, sono un semplice perdigiorno che colleziona quadretti di celluloide. L’ultima volta ha rovistato nel mio archivio casalingo per ore, sottraendo diversi negativi. Avevo paura di poter essere ricattato quindi l’ho lasciato fare: la mia curiosità mi spinge a zoomare nelle abitazioni altrui per fissare momenti tragici. Mi fa stare bene.

Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiin! Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiin!

E’ lui di nuovo ma non gli risponderò. Da quando si è fatto vivo non sono più riuscito a godermela, sta andando sempre peggio e non riesco a concentrami. Mensilmente infila nella mia cassetta delle lettere una discreta sommetta, non posso lamentarmi, ma ho completamente perso l’ispirazione.

Forse ne uscirò con la musica.

Schiaccio il tasto play e mi arriva nelle orecchie una musica ambientale, perfetta per scattare foto dolorose, per liberare il mio animo dalle ombre. Sul ciglio della strada a scorrimento veloce con la mia polaroid in mano ed i brusii elettronici in testa aspetto l’occasione!

Noia.

Se non fosse per questi sintetizzatori sarei già tornato a casa. Mi siedo sul guard-rail con le gambe ciondolanti, il vento delle macchine che mi sfrecciano ad un passo mi agita i capelli ma non l’animo.

Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiin! Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiin! Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiin!

Afferro il cellulare e lo lancio in mezzo alla carreggiata, ma nel gesto infuriato perdo l’equilibrio. La macchina fotografica, toccando terra un attimo prima di me, mi immortala in una posizione scomposta tra il cielo e l’asfalto.

Nelle orecchie Axel Willner più intenso e sublime che mai, dietro di me un furgone a 120 km orari.

Il mio ultimo scoop.

Maurizio Narciso

Anaïs Mitchell – Young Man in America

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Every day a dying day.

Sono passati già vent’anni da quella serena giornata di primo autunno. Le foglie prendevano ad impallidire appena, e la terra imbruniva come da rituale nel momento in cui sono stato mandato via da casa.“Occhi neri e deliranti”, mi chiamavi ribelle. Un figlio indesiderato, dicevi. Di fronte a te, io; che non ho mai saputo cosa significasse sentirsi voluto, che non sono mai stato accolto nel tuo gregge.
“Pastore, come ci si sente?”

Per i primi tempi ho vagato per le strade dell’Arizona, infinite distese a due corsie. Il deserto a farmi da sfondo, così rassicurante nella sua monotonia. E come il coyote si rivolge avido alla luna, io ero in cerca di un luogo dove far sentire il mio ululato.
Ho camminato a lungo finché non ho incontrato Annemarie: capelli d’oro morbido e corpetto osceno che mostrava curve risolute come fossero scolpite nel marmo. Il suo camminare fiero come si concede solo una “Star”, malgrado le considerazioni lascive dei suoi corteggiatori.
Di donne ne ho avute molte, anche quando ero con lei, ma non ho mai guardato nessuna di loro in quel modo. L’ho trovata in un paese insignificante e non riuscivo a spiegarmi come una come lei fosse rimasta così a lungo in quel posto così poco generoso. Lei che aveva classe, oh, se ne aveva… La sua presenza ha riempito a lungo il vuoto che mi portavo nello stomaco.
Eravamo a caccia di sogni, onnipotenti come ci si sente solo a quell’età. “Come ci si sente?”
Eravamo certi di poter possedere il cielo con tutte le stelle. Come rapaci eccitati alla vista di un ratto carnoso, volavamo a caccia dell’opportunità di cui voi eravate debitori.

I never felt so high / I think I’m coming down
I never laughed so loud / I think I’m coming down
Nothing gonna stop me now

Ho provato a non farle mancare nulla, ogni cosa in mio possesso era per solo per lei. Ma i conti sospesi cominciavano a pesare troppo sulla mia schiena. “La mia miseria era solo per lei”. Ho chiesto pietà questa volta, ma, ad attendermi, c’era il suo sguardo severo ed io, io ero solo ancora una volta.

Please / Please don’t leave
Easy feeling / Don’t leave me like that
Don’t set me Free.

Sono entrato in un bar in cerca di compagnia, qualcuno con cui prendere qualcosa da bere, e non mi stupii a vedermi allontanato come un accattone. Era evidente che il Sogno avesse un prezzo, ora.
Ho provato a mantenere la quota, ci ho provato a restare avanti, ma come dopo un trauma, quanto più mi sforzassi di ricordare, tanto più dimenticavo come ero finito così.
Sono stato barbiere, poeta, sarto e molte altre cose. Ho scoperto che il riflesso di me stesso non era in grado di rispondere alle domande che mi portavo dietro da una vita, ormai. Mi sono rivolto dunque al tuo Dio. Anche in questo caso non ho avuto risposta. Se non un mentore, chi può aiutarmi a capire chi sono?

Non sono certo tu potrai leggere questa lettera. Non ho tue notizie da quand’è morta mia madre. Non sono riuscito ad esserci per il funerale, però ogni tanto passo a salutarla, sai. Dovresti portarle fiori più spesso. Scrivo per ringraziarti, certo, perché concedendomi la strada così presto, strappandomi via dalla vostra aiuola come si fa con l’erba invadente, ho potuto annusare prospettive seducenti, ascoltare echi di lusinghe di un Sogno evanescente, trovandomi a chiedere, ora, se fosse mai cominciato.
Siamo noi le navi che hanno perduto la rotta in un paese non più disposto a far riverberare i suoi fari.

Giulia Delli Santi

Trust – TRST

Data di Uscita: 28/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Le persone razionali ponderano parole e gesti, dosano entusiasmi e non si lasciano fregare dai colpi di fulmine. Anche con la musica, le persone razionali necessitano di più ascolti prima di sbilanciarsi in giudizi, esprimono pareri ragionati e non esplodono in isterie incontenibili.
Una volta ero una persona razionale, poi ho imparato a farmi travolgere.

Tempo fa mi presentasti Maya e Robert in quel lurido locale dalle pareti nere scrostate, non abbiamo fatto altro che bere come le spugne, ammiccarci dietro gli occhiali neri e sfiorarci l’un l’altro sotto il tavolo, noncuranti di chi fossero le gambe che stavamo accarezzando – andava bene tutto. L’età della ragione aveva voltato i suoi tacchi già da un pezzo, qui si trattava di vivere all’istante, di vivere al massimo. I nostri visi puliti, a tratti acerbi, trasudavano un’ingenuità incontenibile, eppure avevamo le idee chiare su tutto. Si trascinavano lentamente discussioni nostalgiche, come fossimo gente vissuta che ha già imparato tutto dalla vita; discorsi trascendenti sulla trinità e considerazioni toccanti su storie d’amore finite male,  una cupa sensualità muoveva le nostre bocche e i nostri gesti. Poi loro se ne andarono lasciando me e te in uno stato di ipnosi indecente. Avevamo perso la testa.

Quando tornarono nella nostra città mi chiamasti nel pieno della notte, eri fuori di te. Anch’io poi non riuscii più a riprendere sonno. Venimmo a sapere che erano di passaggio; ci vedemmo in un albergo squallido di periferia, a loro piaceva da impazzire, giusto il tempo di alcune birre rannicchiati sui materassi, i posacenere saturi di cicche a terra e un gatto che ci solleticava i piedi nudi con la coda. Ci lasciarono il loro nuovo disco, pochi convenevoli e un titolo immediato, troncato nelle vocali: TRST  (è anche il nome di Trieste in sloveno, ho pensato io).
Ero totalmente priva di difese, uno sguardo rotto e disperato mi fissava dalla copertina, un uomo goffamente alla ricerca di tratti femminili mediante un make-up eccessivo e una parrucca corvina, un ibrido o un essere ambiguo – secondo il dire comune. In realtà ho sempre pensato che l’ambiguità risiede molto di più nelle persone che si ostinano a dare un’immagine candida di sé, nascondendo il torbido dietro facciate rassicuranti; qui è tutto alla luce del sole, non c’è niente da occultare, l’onestà è prerogativa. Supplicava fiducia quest’uomo, dietro di lui un tendone di un celeste pallido, da spalancare. Do you TR(u)ST me? Yes, I do.
Avevo solo voglia di tornare a casa da sola, o inconsciamente non volevo intralci per dirottare la notte verso l’ignoto; c’era da aprire un sipario ed aspettare l’impatto, una di quelle situazioni invitanti in cui si sa di assaggiare il proibito da un momento all’altro. Quello che seguì fu un connubio di velocità massima e movimenti ipnotici in un dancefloor ignoto, synth a valanga a frantumarmi in pezzi infiniti, ritmiche ossessive e tanto ballabili da far crollare qualsiasi impaccio. E un intreccio di due voci complementari: quella di Robert, tetra e profonda – quasi proveniente da un universo alieno, e quella di Maya, suadente e languida. Sfacciatamente accattivanti, la timidezza si fondeva con la determinazione in maniera esemplare.
We believe in nothing.
Sfrecciavo così in auto, buio e coni di luce bianca in successione, buio e coni di luce bianca alla velocità della luce; una corsa lanciata all’estremo, poi solo buio. D’improvviso scorsi un parcheggio, decisi di fermarmi; rapita da chissà quale campo magnetico finii per scendere dei gradini seminascosti, mi arrivò l’onda d’urto di un club per anime nostalgiche in pantaloni fascianti. In fondo ero una di loro, tuttavia una somma di nostalgie decadenti ed elettriche non ricreano mai vere empatie, erano lì a scuotersi su echi industrial potentissimi che fracassavano timpani e stomaco, e cercavano nuovi contatti fisici.
Wait for my calling.
Wait for my life.
Wait for my lover.

Sguardi conturbanti in salsa dark wave. Please hold me tight.
L’attitudine era sfrontata e irriverente, ma il cuore fragile e appeso a un filo; mi trovai avvinghiata ad uno sconosciuto, una malinconia sconfinata musicava con delicatezza e ritmiche minimali un amore concluso. Ci inumidimmo a vicenda il collo di lacrime.
The streak survives in the night.
Lo persi di vista subito dopo, non me ne importava granché; dormii in auto. Al mattino il mio viso salato parlava di un viaggio sconvolgente senza ritorno.

Federica Giaccani

Dirty Three – Toward the Low Sun

Data di Uscita: 21/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Esattamente al numero 99, Glen Huntly Road, la grande strada principale al centro di Elwood, nella periferia di Melbourne, s’interseca con Goldsmith Street.
Proprio qui, viveva un tempo un vecchio suonatore di violino che credeva d’essere un cavaliere.
Che piovesse o venisse giù la neve, funerea, che il mare ululasse crescente in sottofondo o piuttosto fosse il vociare del molo a ronzare in lontananza, lui era lì, il violino sotto il collo e l’arco sguainato verso quel maledettissimo pubblico che passava distratto, prestando un orecchio sbadato.
Un povero cialtrone, mormorava fra i denti la gente. Ma, al diavolo, a lui non importava, continuava a suonare e a narrare di duelli e vicissitudine cavalleresche e ciò gli alleggeriva il cuore da uno spettro che ci albergava costantemente.
Il fantasma di lei lo attanagliava, lo teneva stretto come un drago dagli artigli troppo affilati, dalle ali troppo potenti. Avrebbe dovuto combatterlo, aveva deciso. Gli sarebbe corso incontro e l’avrebbe sconfitto, come aveva sempre fatto, relegato in quel ruolo che si era costruito. Cavaliere inesistente in un mondo immaginifico, con un’armatura troppo grande sulle spalle e un animo troppo nobile per combattere in eterno.

L’aveva deciso e aveva, da allora, preso a suonare a quel crocicchio e a novellare con quanta voce aveva in corpo e così dimenticava: dimenticava che lei fosse andata via.
L’archetto-lancia assestava colpi precisi dritti nel petto del vecchio drago ogni santo giorno. Ogni sera, il cielo scuro di fornace s’apriva all’orizzonte; svolazzante come una farfalla, un raggio di sole ambrato irradiava il campo di battaglia, improvvisamente quieto, e il vecchio riprendeva a respirare. Se avesse avuto un cavallo, quello sarebbe stato il momento in cui salire in groppa con scenica precisione e correre via, incontro al sole basso all’orizzonte.

Ma, quando, nel ciclo preciso e metodico degli astri, giungeva la luna ad irradiare il paesaggio, solo allora, quel violinista dal cuor gentile si rinchiudeva nel suo silenzio senza giostre o tornei, senza cavalli e corazze.
E piangeva.

Esattamente al numero 99, Glen Huntly Road, la grande strada principale al centro di Elwood, nella periferia di Melbourne, s’interseca con Goldsmith Street.
Proprio qui, viveva un tempo un vecchio suonatore di violino che credeva d’essere un cavaliere.
E forse lo era davvero.

Annachiara Casimo

Boards of Canada – Geogaddi

Data di Uscita: 18/02/2002

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi sono fatto ipnotizzare per scherzo, per leggerezza, perché non prendevo sul serio più niente della mia vita, perché giocavo coi giorni come si fa con una palla fatta di giornali, da bambini a scuola, quando si è arrabbiati per qualcosa di futile che però sembra enorme e si sfoga la propria frustrazione su quell’oggetto rudimentale perché, almeno nel mio caso, non si ha la sfacciata stupidità di sfogarsi sugli altri.
(altro…)

Ghemon – Qualcosa è cambiato

D.d.U. 25/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Arrivati a quel punto potevamo anche fermarci, salutare la vita, chiudere gli occhi, sfamare gli incubi.
Com’erano allegri i fantasmi.
Avevo i polmoni pieni di respiri assecondati, ossigeno sporco.
Poi ho deciso di guardarti ancora, di non lasciare andare le parole e di disegnare con le speranze grandi quadri. Ricominciare è un’operazione a cuore aperto in cui doni sangue, midollo, tempo, illusioni . Bisogna azzerare il contatore degli errori, dei sogni, delle ipotesi fatte durante i viaggi disorientati dalla nebbia. Ero finalmente disposto a zittire la mente, annullare la dicotomia spicciola che mi rendeva zoppo di certezze.
Mi sono svegliato con una luce fortissima che proveniva dall’altra parte del vetro, oltre il palazzo. I periodi bui potevano anche essere bellissimi, ma non distinguevo più i colori.
Il mio Tyler Durden è morto, i pensieri sono randagi ora, gli amici dispersi, gli occhi gonfi e rossi, ma so che non sarei mai se cosí non fossi.
Questa vita però, non è la mia, per andare al mare, devo mettermi in malattia.
Cerco un piano di lavoro perfetto
, ancora.
Qualcosa è cambiato, qualcosa cambierà.

Ilaria Pastoressa

Xiu Xiu – Always

Data di Uscita: 27/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

La contemporaneità e la sofferenza e una spremuta di cuore si fondono, come sempre e per sempre. Ricordiamo così che questi sono suoni Xiu Xiu. Passando da case di cura per disturbi mentali al sole delle spiagge californiane filtrato da cinismo e confusione, dove il tutto muta in un caleidoscopio impazzito di schegge affilate e carezze sul viso.
Le convulsioni di un uomo diverso dal resto delle persone, e non si intenda la frase fatta delle corrente politiche estreme che cercano di mettere in luce le loro presunte diversità. Si intenda piuttosto il monologo interiore di una sensibilità mutevole e potentissima in grado di portarci a passeggio tra distorsioni, synth da trauma psichico, urla e sussurri.

“ Lo rinchiusero in riabilitazione che era il 2002, iniziò a comporre le sue poesie sui fogli di carta che gli passava la direzione per trascorrere il tempo. Le medicine prese mattina e sera lo rendevano più lucido, così dicevano i medici. Lui si sentiva solamente più solo, abbandonato dai parenti; li pensava felici e lontani dalla sua presenza. Si era convinto che sarebbe diventato ricco con le sue composizioni, si era convinto di non lasciare un soldo a chi lo avevo mollato lì dopo l’incendio al camino di casa. Poi scoppiava a piangere e guardava le foto della moglie e dei due figli, chissà se erano riusciti a realizzare i loro sogni in questi dieci anni. Aveva perso tutto, era stato debole e non era riuscito ad incanalare bene il suo talento; non tutti riescono a calcolare bene le traiettorie della propria vita, a ben vedere forse nessuno ci riesce compiutamente. Ricorda solo il fuoco in casa, e tutti quei fogli bruciati, e le fiamme propagate nella casa e i mobili diventati neri, la cenere ovunque e il sistema nervoso collassato totalmente. Il mondo asettico del comprensorio in cui si trovava lo spingeva ad un mutismo forzato, le infermiere erano gentili con lui e forse una si era pure innamorata.
Non aveva più spazi per l’amore, scriveva solo e sfibrato totalmente intitolò la sua nuova raccolta di poesie: Born to Suffer.”

Questo minuscolo racconto potrebbe chiaramente essere l’incipit di un libro incentrato su queste “persone diverse”, uomini troppo umani che non riescono a trovare le vie giuste per esprimersi.
Altri invece riescono a combinare qualcosa di buono, modellano i propri mondi interiori grazie ad una personalità più forte in grado di emergere.
Jamie Stewart è il centro, variano attorno a lui gli interpreti, ma resta e si tasta ormai una sorta di maturità nella grande fecondità che lo contraddistingue.
La confusione, la modernità superata dalla velocità e le sue tragedie sono raccontate con voce affilata. “Hi”, il singolo d’apertura lancia giù per il pendio ad alta velocità. I toni cambiano veloci tra elettronica ghiacciata, cantato e parlato e sintetizzatori sparsi in cerchio sul pavimento sporco di sudore. Duetti dai mille colori rischiarano tramonti tra birre e nuvole scure all’orizzonte. “Honey Suckle”. Arrivano le lamiere intersecate a beat impazziti, rumore e grida isteriche. “I Love Abortion”. Sentimentalismo e pianoforte, profondità massima e note per risvegli intrecciati tra le coperte bianche. “The Oldness”. Marce infuocate scandite da ritmi trascinanti e dalla solita voce ipnotica tra le stratificazioni sonore più varie. “ Chimney’s Afire (Mickensian Suicide)”.
Sad Pony Guerrilla girl più oscure e cupe si smorzano “Factory Girl”, “Black Drum Machine” ci lascia e apre le porte all’epico in pieno stile Xiu Xiu. Un abbandono, un chiedere scusa compulsivo e struggente ed un arrivederci al prossimo varco che ci potrà permettere di scoprire ancora questo mondo parallelo.

Alessandro Ferri

Jüppala Kääpiö – Animalia Corolla (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 12/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Seguendo la forma dei suoni

Una casa fantasma tra due oliveti apparsa in una fitta nebbia mattutina.
Un giovane vecchio uomo con la barba che sconfessate le parole muove i suoi passi tra l’erba e i sassi.
Lo stesso luogo dove forse tre secoli prima tentò di cacciare una fagiana con una pietra.
Un vuoto enorme, una coscienza della non-coscienza, ricordi vaghi che galleggiano nel mare salato degli occhi, sifr, uno zero, una cifra, le osservazioni astronomiche degli arabi.
Una fontana, dei girini in una vasca, la pasta fumante sui tavoli di legno, le panche, le altalene.

Ti seguo, Forma, in tutte le tue forme, ti seguo e ti cerco, e mi si induriscono i piedi, e mi si raffredda la mente; sei l’unica ragione, l’unica grande cosa che ritengo forse sacra.
Ti seguo, te lo ripeto, con la pochezza dei miei sensi che cerco di estroflettere, con la mia potenza, con la mia miseria, ti cerco coi miei denti, con le ginocchia: gli occhi la bocca le orecchie il naso la pelle le ho aperte per te e sono in te.
Ti avverto, Forma, e ti chiamo così ribaltandoti, tu che sei tutti i contenuti, tutte le infinitesimali e vibranti particelle, tu che ti fai spazio tra la grande mappa dei volatili e la società dei pesci e ti elevi nel più piccolo insetto fino a far esplodere il torace umano, fino a far deflagrare gli astri, fino a far disintegrare le galassie.
Ti avverto, te lo ripeto, nella sacra inconsistenza dei violini, nei crateri della luna, nella controversa melodia dei buchi neri che confondono tanto il tempo quanto gli umani e che sono, per le nostre piccole luminose vite, non più importanti di un’arancia.

Tra quei pini lontani ho sempre immaginato dei lupi timorosi degli uomini, dei daini agorafobi che mantengono il loro mistero, delle lepri che si offrono in pasto alla vita.
Le cime frastagliate delle montagne ci mantengono a terra: la montagna è più giovane dell’antichissima pianura.
Una parte di me pare essersi smarrita (guardo la mia solitudine e non la riconosco, poi ricordo un verso “avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale”) ma forse la ritroverò.
I fiori si dischiudono in una meraviglia purpurea e il polline vortica impazzito attorno agli animali venuti al circo dell’esistenza, mentre nelle profondità dell’oceano i calamari giganti ridono della luce.
La cognizione del dolore sentendo lo stridio dei cingoli graffiare l’aria. La cognizione della gioia vedendo la vermiglia luce del sole raccogliersi in grossi raggi nell’onirica allucinazione del tramonto.

Sulle ali di migliaia di coleotteri vengo a portarvi il mio corpo.

Marco Di Memmo

Soap&Skin – Narrow

Data di Uscita: 13/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“La solitudine è questa
situazione un po’ buffa, un po’
ridicola, un po’ aggressiva […]”
(P.V. Tondelli)

È l’immagine di una donna al pianoforte che suona Liszt, sullo sfondo un paesaggio marino olandese; le onde che si infrangono imponenti sugli scogli e corrono giù verso la riva. Spesso Helga riguardava questo video in vhs; era un ricordo di un viaggio degli anni Ottanta.
Da quando non c’era più suo marito doveva badare a se stessa, proprio come aveva fatto in gioventù quando era partita per affinare la propria anima traghettandola a Parigi. Qui aveva studiato design ma non si laureò mai. Fu lì che incontrò invece Mathieu, quello che sarebbe diventato suo sposo.

La solitudine, questa condizione in fondo naturale, necessita a volte di spiegazioni. C’è un impulso un po’ perverso nel far sentire la propria vicinanza ai cari di una persona scomparsa. Helga detestava quel viavai di visite, quelle telefonate di cordoglio da parte di gente che non vedeva da anni o che conosceva in maniera solamente indiretta. Ma, tant’è, non poteva farci niente. Alla fine s’era rassegnata a considerare tutto ciò come qualcosa di normale e pian piano aveva imparato a districarsi nel groviglio di frasi di circostanza ed espressioni di empatia di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Talvolta si chiedeva se fosse cinica. Tutta quella gente preoccupata, gentile, spesso in lacrime… possibile che nei loro confronti non riuscisse a provare la ben che minima gratitudine? Probabilmente tutta quella dimostrazione di affetto non la sentiva propria perché, realizzò, era diretta solo nei riguardi del marito defunto. Dunque, avrebbe senso provare ugualmente gratitudine? Per l’amore di Mathieu, sì, aveva pensato Helga. E allora, in realtà non provava più amore nei confronti di Mathieu? No, no, no! Helga rifiutava questa ipotesi. Con ferma convinzione. Il solo fatto che le fosse venuta in mente una simile fantasia le fece provare un senso di vergogna e, pentita, rivolse un rapido sguardo alla figura del marito scomparso posta sul comò.

Piuttosto, arrivò alla conclusione, lo aveva amato fin troppo da vivo. Amava così tanto la vita che nei confronti della morte provava un sentimento confuso eppur netto: il più totale disinteresse. È in vita che Mathieu era stato suo marito, amante, amico e persino padre. È in vita che si dimostrano gli affetti, pensava, non da morti. La morte è l’oblio e non merita alcuna considerazione. Diamo troppa importanza alla morte e poca alla vita.

Helga spense il televisore, si alzò in piedi e tirò un sospiro, come se per arrestare il suo flusso di pensieri bastasse una boccata di ossigeno. Infine prese una decisione improvvisa. Sarebbe tornata nel suo paese natio, in Svizzera.

Andrea Russo

Human Tetris – Happy Way In the Maze of Rebirth

Data di Uscita: 03/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

PLAY.

Una corsa contro il tempo, senza fine, che mi (s)finisce.
Mi incastro nei giorni, coi giorni a venire, che restano, che mi aspettano.
Che MI A S P E T T A N O.
Quanto mi farò attendere?!

Livello 1 di 10.
Fondamenta:
L’importante è far bene, c’è tutta la tranquillità dell’inizio, dell’esordio, del primo respiro.
Conoscersi. Guardarsi intorno. Il piano di lavoro è netto, dritto, livellato. Non ci sono, all’apparenza, interferenze. La radio suona, le tue dita si riempiono di inchiostro, si sporcano di parole che non dici.
Giorni di sole freddo, viso disteso, poco trucco.
Compro delle mele.

Livello 2 di 10.
Come passeggiare in campagna. Devo far attenzione a non calpestare i fiori ma tutto intorno, TUTTO, mi piace. Me ne convinco. L’evasione, le api, quell’abbaiare lontano, la primavera dei randagi che arriva.
I mandorli in fiore. Vorrei i ciliegi. Anche se gli idrocarburi mi ostacolano l’inspirazione, anche se le ciminiere comunque drogano il cielo, anche se c’è un frigorifero arrugginito sul bordo del muretto, qualche straccio, residui chimici e un divano che prima era rosso e ora è pallido: un salotto all’aperto, mi accomodo.

Livello 3 di 10.
Procedo. Leggo un libro. Mi incanto. Faccio un viaggio. Prendo un aereo. Mi taglio i capelli. Mi specchio e abbasso le palpebre timide. Forse non a mio agio, indosso il cappotto dell’anno scorso, la tasca è ancora scucita. I bottoni ci son tutti, però. Posso affrontare la città, quei sorrisi di circostanza. Il cinema vuoto, poche persone, una dolcezza triste.
Urbanizzazione dello smarrimento già accertato in anni passati. Dispersione. Immigrazione.
Un nuovo bar. La gente deve proprio amare il caffè!

Livello 4 di 10.
Insonnia. Convivere con il bisogno disarmante di dormire e non riuscire a fare incubi, nemmeno quelli, almeno quelli. Nulla. Pane e marmellata, le lancette velocissime che si spostano come ladri  negli appartamenti dai pavimenti in parquet, senza cigolii, senza il minimo cenno d’intrusione.
La discrezione nella violazione del tempo della vita, della notte, delle ore antimeridiane.
M’hanno preso tutto; il mio monolocale è vuoto. C’è solo un tavolo su cui appoggiare i gomiti, sfidando a braccio di ferro il vuoto.

Livello 5 di 10.
Una festa. Quella festa. Ho indossato una gonna e non mi piace. Mi fa freddo alle gambe, c’è un disco orribile. Ho i polpacci tesi. Mi siedo. Sorseggio dell’acqua minerale, poi del succo di frutta all’albicocca.
Non ci sono coriandoli.
Nessuno sorride ma tutti muovono i piedi. Il ritmo della banalità.

Livello 6di10
Università. La stazione. Le sette e l’alba. Quante volte il sole sorge in un mese, tante. In quanti giorni alba e tramonto rimangono soli e vorrebbero essere contemplati. Una tazza di tè, un manuale di letteratura, tante pagine, evidenziatori, post-it; compro tre matite nuove in una settimana. Le cuffie, il dolore delle orecchie schiacchiate, il piacere dei timpani sfamati dall’ultimo disco di ******.
Il concerto e poi subito a casa.

Livello 7.
La solitudine del numero 1, il “numero felice”.
Io. Pronome personale.
Prima persona singolare, verbo essere:  IO SONO.
Autonegazione: Io non ci sono.
Io vorrei esserci.
Stato in luogo figurato, non avvenuto, desiderato.
Lo schermo, la chat, petizioni su internet, le catastrofi.
I film in bianco e nero delle 3:45.
La grandine, l’asfalto a pois, l’impotenza, l’autosuggestione.
Come siamo suggestionabili.

Livello 8, 9, 10.
C’è della vita, dietro questi tentativi.

I tetramini piovono sulla schermata.
Sette possibili combinazioni.
Il punteggio è minimo, ancora.
Mi addestro ad incastrare i giorni, coi giorni a venire, che restano, che mi aspettano.
Mi aspetto.

Where’s the Happy Way In the Maze of Rebirth ?

Ilaria Pastoressa

Black Twig – Paper Trees

D.d.U. 11/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

The sky turns into red
di Andrea Russo

Di colpo, il cielo è diventato rosso.

Nevicherà di nuovo

su alberi di carta.

Flowers or Razorwire – These Waters

D.d.U. 09/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Luglio ti abbraccia sempre con una delicatezza fuori dal comune, “i pomeriggi di luglio sono eterni” – sospiri, mentre mi sembri bella più che mai.
Ti si sono arrossate le ginocchia, il sole le ha sfiorate, accarezzate e dipinte intonandole ai tuoi lunghi capelli rossi che brillano sotto l’ampio cappello di paglia.
Stendi i piedi in acqua e, attorno alle gambe, ti si formano microscopiche danze di cerchi concentrici in cui mi perdo, proprio come nei piccoli caleidoscopi delle tue iridi azzurre.
Fiori o lame: se è vero che luglio è eterno, dimmi, cosa sono questi brividi?

Annachiara Casimo

Penguin Cafe Orchestra – Music From the Penguin Café

Data di Uscita: 01/05/1976

Un breve ascolto, durante la lettura

L’aria nella stanza si fa sempre più pesante.

La mia mente è stanca.

Il mio corpo si ribella.

Apro la finestra, ma continuo a soffocare.

(altro…)

Ólafur Arnalds – Another Happy Day

Data di Uscita: 24/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

L’infinito, la donna e un altro giorno felice

“Quello è infinito, questo è infinito,
dall’infinito deriva l’infinito,
quando l’infinito viene sottratto dall’infinito,
ciò che rimane è infinito.”

Mantra vedico

I.
La montagna è la casa del mistero e quindi la casa della donna; il santo sposò la montagna per realizzare il suo desiderio: “voglio fare l’amore con tutte le donne del mondo”.
Poi il santo morì schiacciato da un’enorme roccia caduta d’improvviso dalla pietraia, chi gli andò vicino disse che tremava e chi lo conosceva bene disse che tremava di gioia.
Lo seppellirono sotto quella stessa roccia, nella terra di quella montagna che era insieme sua moglie amante madre e figlia, e la roccia continuò a tremare.

II.
Se avrò un altro giorno felice sarà con una donna: la donna è la creatura più bella dell’universo, ha in se tutta la luce, tutta l’oscurità e tutto l’incanto dei corpi celesti.
Afrodite è mille volte più luminosa di Apollo.

III.
Ricordo un giorno di sole, in una campagna, in lontananza il convento, correvamo in discesa saltando tra i filari di frutti di bosco, l’odore primordiale, ridere, le zolle di terra erano le vere madri, le proprie madri come zolle di terra, la gioia del sudore, la vita iniziale.

IV.
Continuo a confondere i sogni con i ricordi e a mischiare dettagli di sogni con dettagli di ricordi; se proprio tutto deve cambiare, che abbia almeno la sembianza del sogno.
Gli umani nutrono la loro angoscia da aspettative, bisognerebbe vivere come i gigli nei campi allora come vuole il vangelo, essere spogli e meravigliosi come gli uccelli del cielo, non aspettarsi più niente ma volere che la vita ci aspetti o semplicemente essere più umili e più attaccati alla vita, amarla come si ama una sorella, volere che gli altri la amino come si vuole che qualcuno ami la propria sorella.

V.
Je suis le germe du désordre”, perciò vado alla continua ricerca dell’ordine, perciò sono inquieto e danzante come un’ape, perciò scandisco gli ordinati periodi caotici con la precisione di una penna fluttuante, perciò ondeggio tra le parole come il verde grano di maggio, con l’ordine del disordine che si comprende solo con la meraviglia.

Mi fermo perché cinque sono le dita della mano
Mi fermo perché ho le lacrime agli occhi
E perché ci vuole la donna per scoprire un altro giorno migliore e un giorno migliore per scoprire l’infinito e l’infinito dentro di sè per scoprire la meraviglia che tutto fa scoprire.

Marco di Memmo


Sleigh Bells – Reign of Terror

Data di Uscita: 21/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Lubrico e odoroso scivola dal labbro, rivolo rosso ambrato, come fosse fango diluito dall’acqua stagnante d’un temporale passato. Il tuono che l’ha scatenato è tutto fra le tue nocche, schiantate di fretta sul viso, che accomodante s’è aperto nell’improbabile tentativo di trovare spazio sufficiente per la tua mano e la mia faccia. La mano s’è ritirata dopo il primo tentativo, e per quanto dei due il più sofferente sia io, noto bene che anche nel tuo viso si cela l’accusa di un dolore. Strana metafora quella dei pugni in pieno viso, non puoi darli senza ricevere in cambio un minimo contraccolpo. Se colpisci qualcuno allo stomaco dei due il leso è solo lui, ma prova a toccargli la testa e t’accorgerai che stai cercando di ledere ossa con ossa. A quel punto la sfida è a chi dei due beve più latte. È spesso così quando vuoi fottere qualcuno, toccagli lo stomaco, il portafogli, il cibo. Difficilmente, se intorti bene la storia, ti negherà il culo. Ma prova a cambiargli le idee, prova solo a convincerlo di qualcosa che non sente. Ed ecco che le domande, i dubbi, le argomentazioni, diverranno dicotomiche e tu per lui sarai giudice in egual maniera in cui poni giudizi. Un po’ questo è il motivo della nostra attuale tenzone, stupido redneck dei miei coglioni, sciorini stronzate sulla superiorità dell’ariano, patriottico fondatore e possessore della sacra terra degli States. Idiota da tre spicci, sai qual è la differenza fra me e te, l’unica vera differenza fra me e te? Che il mio albero genealogico si biforca. Ma non è il tuo signore onnipotente che offendi sgualcendo il figlio suo, non è l’immagine a sua somiglianza che pesti in questo momento? Argomentazione lirica, evidentemente per questo non compresa in todo, continuerai a picchiare ed io ad incassare sorridendo all’idea che presto, probabilmente, perderò i sensi smettendo finalmente di prendere parte a questa imbarazzante, stereotipata rissa da Waffle House e con ottime probabilità riprenderò coscienza quando parte di questo dolore m’avrà abbandonato. E tutto questo, il viso inevitabilmente sfregiato dalle percosse, centinaia di migliaia di neuroni persi nel trauma, costole incrinate, solo perché ho sostenuto che bisogna saper interpretare i testi. Perché a prenderli alla lettera si commette per forza errore, come il mio quando leggendo in un saggio di sociologia che nessun uomo è condannato alla certezza ho pensato di poter prendere a pugni le tue convinzioni, sicuro che la forza dei miei sillogismi non avrebbe trovato l’attrito dei tuoi colpi. In fondo, pensandoci, a iniziare sono stato io. Tu ti stai solo difendendo, e lo fai parecchio bene. Buona vita da porcaro promiscuo e alcolizzato allora, endogamico figlio di puttana.

Alfonso Errico

Lambchop – Mr. M

Data di Uscita: 21/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Soltanto tre anni fa Kurt Wagner era praticamente un ex. Persuasosi di buon grado ad indossare le stimmate del reduce, rimpiazzata la chitarra con pennelli e tavolozza, aveva già telefonato alla stampa e concesso il rompete le righe al suo nutrito plotone di tamburini e trombettieri di latta. Dopo aver licenziato la bellezza di dieci dischi con la sua ensemble, sognava forse i lunghi pomeriggi in compagnia dell’amico fraterno Vic Chesnutt, lui pure pittore dilettante, a discettare di chiassosi cromatismi, di luce e ninfee, o del movimento bianco e delle tempeste in William Turner. Credeva di non avere più storie da raccontare con un microfono, ma si sbagliava. Proprio lo sgraziato e crepuscolare collega, vero spirito affine, gli avrebbe giocato uno strano tiro il giorno di Natale di quello stesso anno, imponendogli l’urgenza di un accorato epitaffio e, forse, di un più generale ripensamento. Accantonati i prematuri propositi di pensionamento, Kurt ha ripreso quindi il filo del discorso là dove l’aveva interrotto, sprimacciando il guanciale della propria ispirazione ed affinando con cura uno sguardo già disincantato a sufficienza su di sé, sulla vita, e la dittatura morbida delle relazioni umane. Lo stile è rimasto quello di sempre, inconfondibile, limato e lucidato negli anni assieme al fido produttore Mark Nevers: un’impossibile Nashville del cuore, fantasticata e rasa al suolo e riedificata così tante volte da aver oscurato l’originale con i suoi ingialliti cliché.

The Good Life (is Wasted)
canta lui, Americana alla maniera dei Jayhawks (‘Sioux City’) o dei Ladybug Transistor (‘Please, Don’t Be Long’) quasi fosse il segreto meglio riposto dei suoni delle radici. L’afflato è sempre il solito, intensamente impregnato di umori yankee, ma è come se Wagner si dilettasse ad alimentarlo da un altrove privilegiato, critico e nel contempo partecipe, quasi europeo per lo stupore al cospetto di una provincia così autentica, al suo imperturbabile scorrere e trascolorare. Con il piglio che da lui non ti aspetti, Kurt non si limita all’intrattenimento garbato che le sottili orchestrazioni à la Bacharach lasciano intendere. Si compiace piuttosto nel rivoltare come calzini gli stilemi del country, dirottandoli sistematicamente verso le più impensabili direzioni alla ricerca di quella classicità sommersa, inattesa, che è l’essenza stessa della musica dei Lambchop. Ecco allora quel crooning così riconoscibile anche senza esasperazioni di sorta, quello che nella press release ha fatto straparlare di tessiture sonore degne di un Sinatra psichedelico, con impeccabile umorismo ad orologeria. Ecco il soul bianco rivisitato attraverso la paziente disciplina dei grandi cantautori di oggi, quelli come Will Oldham e Bill Callahan, che insistono nel voler riscrivere la tradizione giocando quasi esclusivamente in sottrazione. Le vecchie etichette finiscono col perdere valore e significato. Nemmeno l’irrinunciabile prefisso Alt- è più in grado di sostenerne da solo il fardello, o di spiegare una formula il cui respiro rustico ma elegante si sottrae per forza alle classificazioni, aspirando ad essere ricordato molto più semplicemente come canzone popolare e insieme d’autore.

Anche tra le maglie del nuovo ‘Mr. M’ il tocco di Wagner si conferma quello vellutato, carezzevole e notturno che rese ‘Nixon’ una piccola pietra miliare, la fragranza è quella intatta e non adulterata degli esordi mentre continuano a strabiliare la pulizia, la misura ed il senso di pacificazione, come negli ideali titoli di coda di ‘Kind Of’. Nevers ha perfezionato l’arte della lentezza poco incline al formalismo, dei colori stesi sulla tela con parsimonia e nient’affatto crudi, di un battito tranquillo e regolare alieno alla minima tentazione enfatica. Come sempre il colpo ad effetto è opportunamente tralasciato, eppure ci si imbatte ad intermittenza nel cordiale tepore del capomastro e dei suoi sodali. Alle stregua delle ultime produzioni a firma Bonnie Prince Billy, non si lesina sugli spunti più calorosi: soft focus, cori vaporosi, arrangiamenti eclatanti e discretamente variegati per quanto sempre assai poco invasivi. Non si sa bene se siano sirene o ancelle di Circe, ma le voci femminili e la dolcezza delle chitarre rendono senz’altro confortevole la tranquilla odissea del disco, ben diversa da quella del battello flagellato sulla copertina del vecchio ‘Thriller’. Esangue e di poca sostanza, forse, per il fruitore avido di azione e risvolti, ma chi conosce Wagner non può ignorare come per lui, davvero, il fine sia il messaggio stesso. Il senso risiede per intero nei dettagli. Nelle pause. Nel flessuoso, flemmatico scivolamento alla deriva da tutto. Un viaggio che non necessariamente deve approdare, e non per niente è bene scordarsi i facili refrain o le altre agevolazioni tipiche dell’easy listening.

Come già per i Giant Sand, potrebbe valere l’assunto secondo il quale i Lambchop sarebbero un mood più che un gruppo vero e proprio. Un sentimento. Uno stato d’animo. Un’atmosfera che permea ogni singolo interstizio tra un suono e l’altro ed è profondamente femminile, come loro stessi si erano premurati di puntualizzare nel titolo di uno dei loro classici. Come spiegare altrimenti l’ammaliante tristezza quasi tango di un’incantevole filler come ‘Betty’s Overture’?  In evidente controtendenza rispetto all’irrequieta euforia di certe nuove sensazioni, passaggi emblematici come ‘Nice Without Mercy’ sembrano lì apposta per riaffermare l’inestimabile fascinazione della normalità. Anche i momenti banali possono essere appaganti perché anche la noia si può apprezzare – coltivare quasi – sembra suggerire il mite Kurt, da sempre sfrenato cultore dei ritmi blandi, delle gioie pulviscolari, della faticosa routine del cesello, degli aromi robusti e delle centellinate degustazioni da contemplativo enologo, più che musicista. Capita così che il superbo artigianato della band rediviva avvolga l’ascoltatore in un abbraccio sincero e rinfrancante, tra inflessioni domestiche e pregiate attrazioni cameristiche, come quando la compagnia si produceva in cover incredibili di Curtis Mayfield o F.M.Cornog – pardon – East River Pipe. Capitano le divagazioni rilassanti, con le tinte che si fanno più placidamente acid-folk e le luci soffuse, come nel diafano sussurro cui è affidato il commiato di ‘Never My Love’, prima volta assoluta per la parola amore nel taccuino di Wagner.

Nondimeno possono essere gli archi a ritagliarsi un ruolo di primordine, richiamando bruscamente alla memoria (nel loro incontro con il pianoforte e con una batteria discreta in ‘Gone Tomorrow’) quelli che resero magico ‘Bryter Layter’, stesso identico cortocircuito tra l’incedere frizzante ed il retrogusto amaro e mesto di una morte beffarda. Già, la morte. Anche lei è in fondo protagonista assoluta di questo disco. Negli omissis, nelle allusioni fugaci del navigato cantastorie, nell’assenza. Come Vic Chesnutt, il Signor Met che aleggia dentro ogni armonia come una presenza affettuosamente tratteggiata eppure invisibile. In queste serene ballate da focolare i Lambchop gli rendono omaggio suonando essenziali ma generosi, intimisti ed accoglienti, frugali e sornioni come il Vic meno disperato, quello colmo di meraviglia e parabole spicciole che invitò proprio Kurt e i suoi ad accompagnare le musiche sommesse di ‘The Salesman & Bernadette’, per poi ricambiare la cortesia nello splendido ‘What Another Man Spills’, il vero capolavoro per il collettivo del Tennessee.
Quattordici anni sono trascorsi e Vic ha scelto di portare su ben altro palcoscenico le proprie canzoni. Per i nostalgici, ‘Mr. M’ mantiene allora tutto l’impagabile valore di una delicata ma sgargiante illusione. O di un finale alternativo, se preferite.

Stefano Ferreri

Evian Christ – Kings and Them (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 01/02/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

“Ogni genere musicale sta piano piano scemando in un groviglio indistinto elettronico”, le chiacchere da bar sulla Juventus che ruba gli scudetti, Lebron James non vincerà mai un titolo (una volta) e tutti vogliamo la pace nel mondo.

Spaccava ogni vetro del quartiere a tarda notte nelle case diroccate e disabitate e anche in quelle abitate; comunque sia in ogni caso poi non si affrettava a scappare. Perché ?, per quale motivo lo faceva?. Sotto gli effetti di cocktail da lui stesso inventati partiva nei suoi raid notturni tra i vicoli, finiva sempre steso nei prati artificiali creati nei parchi pubblici pullulanti come spore naturali tra la metropoli. L’università mollata qualche mese prima era un lontano ricordo, ormai sbiadito dalla nebbia che riempiva il suo animo. La neve ai bordi delle strade, praticamente trasformata in fanghiglia scura, lo indirizzava sui propri sentieri.
Le strade, i vicoli appunto. Vi passava penetrandoli completamente, si metteva con l’orecchio contro i muri e sull’asfalto bagnato cercando di sentire meglio i rumori che gli arrivavano distinti nel cervello facendo impazzire ogni sinapsi possibile; le reazioni chimiche del nostro corpo sono un mezzo mistero anche per gli scienziati che nella loro vita non ricercano altro. I suoni erano collegati da una linea scura con le notti che piacevano a lui, dove il proprio respiro forma vapore grigiastro visibile ad occhio nudo. Una densità sconcertante lo portava ad incollarsi ad ogni superficie per captare meglio e portarsi nello stesso spazio delle fonte, lo spazio vitale per lui.
Voci cupe, rap ritmato glaciale in uno sposalizio clamorosamente riuscito con droni ambientali, loop infiniti e quel tocco chiaro delle terre anglosassoni. Bassi che suonano come veri bassi e voci spezzate dappertutto, quando troverà il filo dei discorsi e delle cadenze avrà ancora la sua pace dei sensi. E se questo senso in realtà non ci fosse? Quale allora la posizione da tenere in circostanze di caos? . E i viaggi notturni continuavano in ricerca devota rompendo vetri su vetri. Il frame di base era quello ma le variabili impazzite erano costanti. Suite quasi ambientali pizzicate da bassi tambureggianti e voci sotterranee impegnate nei loro dialoghi distanti. Drip. Percorsi di luce creati dai lampioni con la luce intermittente per i problemi causati dal freddo di questo inverno gelato, i rumori delle macchine impegnate a non finire fuori strada sul ghiaccio e il rap arrivato da qualche antro sporco o più semplicemente da qualche autoradio malfunzionante smorzata dalla distanza. MYD.
Una ragazza bellissima che decide di passare per quei vicoli chissà se anche lei alla ricerca della fonte del suono o magari perché ha perso la strada per tornare a casa dopo una serata in discoteca. Labbra rosso fuoco, minigonna per mettere in mostra gambe lunghissime e slanciate, felpa con cappuccio visibilmente extralarge presa in prestito da qualcuno molto più grosso per coprirsi dal freddo. Ritmiche più marcate come il battito di un cuore in esplosione orgasmica e la voce a definire le trame. Go Girl.
Ecco perché spaccare i vetri dappertutto, la fonte e la ricerca della stessa erano un richiamo troppo forte per usare la ragione. Quando i toni si scaldavano, in flow sempre più cattivi coricati su veli melmosi di bassi e droni stridenti, i vetri partivano dappertutto a significare il massimo sforzo atto al raggiungimento del proprio vero obiettivo. Rabbia repressa e martelli pneumatici in sottofondo. Fuck It None of Ya’ll Don’t Rap, Snapback Back.
E alle primi luci scarne dell’alba la cascata sonora ambientale era rilassante nonostante i fallimenti perché un nuovo giorno comunque nasceva e nuove opportunità di unirsi tutti si aprivano ai propri occhi. Epici intermezzi beati si andavano a fondere a pulsanti basi hip hop venute dalla vecchia casa di J Dilla a Detroit appositamente messe in un frullatore acceso a metà ritmo.
Nuovi vetri erano pronti per essere distrutti con il calare delle tenebre.

Alessandro Ferri