monthlymusic.it

Porcelain Raft – Strange Weekend

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Greta aveva preso il treno quella mattina gelida di inverno, all’alba. Non ci credeva nemmeno lei, titubante ed eterna indecisa per natura, ma al fischio del capostazione era rimasta incollata al sedile e stringeva i manici del borsone di pelle preparato alla rinfusa la notte prima. La prima scelta coraggiosa dei suoi venticinque anni, in passato non aveva fatto che barcamenarsi tra caute rinunce e percorsi scelti da altri al posto suo.
Colin l’aveva lasciata un anno fa, dopo disperati tentativi in equilibri strampalati tra la sua vita disordinata da artista e il bisogno di lei di radici e stabilità; ci avevano provato fino all’ultimo, ma quando lui le chiese di mettersi in gioco e di seguirlo, Greta fu pervasa dal panico, e la paura di muoversi in una nuova e grande città la paralizzò, facendole perdere tutto ciò che avevano costruito insieme fino a quel momento, una storia speciale. Le aveva detto addio pur essendo distrutto dalla certezza che il dolore sarebbe arrivato presto, e la sua morsa lo avrebbe attanagliato già il mattino seguente, quando allungando la gamba nel letto non avrebbe più incontrato i piedi di lei. Nonostante ciò lo fece, con la speranza di destare in lei uno slancio inedito verso la scelta e la messa in discussione; se ne andò e attese, invano. Che poi si sa, il letto di un musicista affermato resta vuoto per pochissimo tempo, e dopo una settimana neanche fu semplice e automatico inciampare su altri stivali lasciati cadere sul pavimento, o trovare un nuovo spazzolino abbandonato nel lavandino, ma il cuore – con amanti casuali – si inaridisce, e man mano si crea una scorza di difesa contro i sentimenti. Greta, dal canto suo, si lasciò vivere passivamente, scrutò le stagioni susseguirsi da dietro le tende della sua stanza e ricominciò ad annusare l’aria solo quando le pareti di casa erano così torride ed infocate da costringerla a rompere quello stupido isolamento senza ragioni. Uscì, frequentò amici, cinema e circoli di lettura; si tenne lontana da tutto ciò che riguardava la musica e visse mesi e mesi ovattati, come in un universo dove il suono non riusciva a penetrare, parzializzato e a tenuta stagna.
Tornò rapidamente l’inverno, e un sabato mattina Greta, spalancando le persiane del soggiorno, vide la neve, un manto soffice che aveva immerso di silenzio ogni cosa. L’ultima volta che aveva vissuto l’emozione di vedere il suo mondo imbiancato era stato il giorno in cui conobbe Colin: lei lavorava alla pista di pattinaggio sul ghiaccio allestita dal Comune per la fredda stagione, lui era capitato lì casualmente, girovagava nervoso in quel posto sconosciuto prima di fare un soundcheck; non aveva mai solcato una lastra ghiacciata, gli tremavano le ginocchia mentre lei gli stringeva con premura i lacci degli stivaletti. Un caffè bollente, un cappello di lana in prestito e conversazioni sugli anni novanta e sulla musica di quel periodo, entrambi in adorazione, scintille negli sguardi. Così ebbe inizio la loro storia, e a distanza di tanto tempo Greta stava di nuovo alla finestra a fantasticare; stavolta si perdeva nei ricordi. Trovò il coraggio di prendere nelle mani il nuovo disco di Colin uscito qualche giorno prima, lo aveva comprato subito, ma con l’intento di ascoltarlo solo quando “si sarebbe sentita pronta”. Non era certa di esserlo ma rischiò, e riconobbe immediatamente quella voce che adorava e quell’umore nostalgico e sognante che sapeva essere parte di lui.
Scie luminose in apertura e cori eterei, tappeti elettronici e chitarra acustica ad accompagnare parole che sembravano raccontare il loro addio un anno addietro, con lui che la invitava a seguirlo nella sua avventura.

Take me away directionless
It doesn’t have to make any sense
(…)
Choose what to be, take a side
(…)
don’t you worry now.

Musica calda, frammista a suoni liquidi che ricordavano i rumori di un disgelo, o della brina che si scioglie sotto le suole delle scarpe nel primo sole dopo la neve, e ancora chitarre e voci delicate che si intersecavano. Reminiscenze nineties e parentesi intime, incursioni di trip hop dai primi Massive Attack e atmosfere elettroniche glitch stile Teebs, tra battiti candidi e paesaggi incontaminati.
Comparvero episodi ballabili, densi di riverberi cangianti ed effetti giocati tra suoni e voci e sussurri; ritmiche orecchiabili sospese tra falsetti e rincorse elettroniche morbide, un pop brillante che sembrava smuovere la coscienza di Greta e farle cambiare rotta, convincerla che in fondo le decisioni prese col cuore sono le uniche che hanno un senso davvero.

I need you now, I hope you understand
(e anche)
And I don’t want to listen, unless you speak from your heart

Sì, era veramente diretto a lei, a loro, quel disco. Colin parlava senza filtri di cuori spezzati, di addii, di dolore; rivisse quei ricordi con gli occhi intrisi di lacrime, ora come allora, su sottofondi lentamente ritmati dalla chitarra, e suoni e fruscii evanescenti.

Maybe I’ve never mentioned to you, it wasn’t hard to runaway from home
That’s at least what I’ve shown to you
I hope you are in a nice hotel, playing cards in your room
With someone who cares over you
And I’m glad you wanted to make it clear
You didn’t mean to hurt anyone I’m sure.

Tuttavia la coda lasciava margini di aperture e risvolti felici per loro, una melodia che oscillava tra voce e chitarra e che, con tenerezza, scorgeva bagliori in un’ipotetica seconda possibilità.

This is not a dream
This is for real
Bring what you have inside, out in the light.

Tra battiti spezzati che rimandavano in alternanza al passato e al presente, in un’aria tersa di nostalgia ma anche di speranza, Greta fissava i boschi fuori dal finestrino che man mano si tramutavano in case sempre più addensate. E palazzi, e persone, e intrecci urbani, metropolitani. Senza accorgersene era arrivata a New York, era la sua prima volta, ed era lì a cercare lui.

Put your toes in the cold water
Is it too deep for you? Why don’t you just jump in?

Federica Giaccani

Greta aveva preso il treno quella mattina gelida di inverno, all’alba. Non ci credeva nemmeno lei, titubante ed eterna indecisa per natura, ma al fischio del capostazione era rimasta incollata al sedile e stringeva i manici del borsone di pelle preparato alla rinfusa la notte prima. La prima scelta coraggiosa dei suoi venticinque anni, in passato non aveva fatto che barcamenarsi tra caute rinunce e percorsi scelti da altri al posto suo.
Colin l’aveva lasciata un anno fa, dopo disperati tentativi in equilibri strampalati tra la sua vita disordinata da artista e il bisogno di lei di radici e stabilità; ci avevano provato fino all’ultimo, ma quando lui le chiese di mettersi in gioco e di seguirlo, Greta fu pervasa dal panico, e la paura di muoversi in una nuova e grande città la paralizzò, facendole perdere tutto ciò che avevano costruito insieme fino a quel momento, una storia speciale. Le aveva detto addio pur essendo distrutto dalla certezza che il dolore sarebbe arrivato presto, e la sua morsa lo avrebbe attanagliato già il mattino seguente, quando allungando la gamba nel letto non avrebbe più incontrato i piedi di lei. Nonostante ciò lo fece, con la speranza di destare in lei uno slancio inedito verso la scelta e la messa in discussione; se ne andò e attese, invano. Che poi si sa, il letto di un musicista affermato resta vuoto per pochissimo tempo, e dopo una settimana neanche fu semplice e automatico inciampare su altri stivali lasciati cadere sul pavimento, o trovare un nuovo spazzolino abbandonato nel lavandino, ma il cuore – con amanti casuali – si inaridisce, e man mano si crea una scorza di difesa contro i sentimenti. Greta, dal canto suo, si lasciò vivere passivamente, scrutò le stagioni susseguirsi da dietro le tende della sua stanza e ricominciò ad annusare l’aria solo quando le pareti di casa erano così torride ed infocate da costringerla a rompere quello stupido isolamento senza ragioni. Uscì, frequentò amici, cinema e circoli di lettura; si tenne lontana da tutto ciò che riguardava la musica e visse mesi e mesi ovattati, come in un universo dove il suono non riusciva a penetrare, parzializzato e a tenuta stagna.
Tornò rapidamente l’inverno, e un sabato mattina Greta, spalancando le persiane del soggiorno, vide la neve, un manto soffice che aveva immerso di silenzio ogni cosa. L’ultima volta che aveva vissuto l’emozione di vedere il suo mondo imbiancato era stato il giorno in cui conobbe Colin: lei lavorava alla pista di pattinaggio sul ghiaccio allestita dal Comune per la fredda stagione, lui era capitato lì casualmente, girovagava nervoso in quel posto sconosciuto prima di fare un soundcheck; non aveva mai solcato una lastra ghiacciata, gli tremavano le ginocchia mentre lei gli stringeva con premura i lacci degli stivaletti. Un caffè bollente, un cappello di lana in prestito e conversazioni sugli anni novanta e sulla musica di quel periodo, entrambi in adorazione, scintille negli sguardi. Così ebbe inizio la loro storia, e a distanza di tanto tempo Greta stava di nuovo alla finestra a fantasticare; stavolta si perdeva nei ricordi. Trovò il coraggio di prendere nelle mani il nuovo disco di Colin uscito qualche giorno prima, lo aveva comprato subito, ma con l’intento di ascoltarlo solo quando “si sarebbe sentita pronta”. Non era certa di esserlo ma rischiò, e riconobbe immediatamente quella voce che adorava e quell’umore nostalgico e sognante che sapeva essere parte di lui.
Scie luminose in apertura e cori eterei, tappeti elettronici e chitarra acustica ad accompagnare parole che sembravano raccontare il loro addio un anno addietro, con lui che la invitava a seguirlo nella sua avventura.

Take me away directionless
It doesn’t have to make any sense
(…)
Choose what to be, take a side
(…)
don’t you worry now.

Musica calda, frammista a suoni liquidi che ricordavano i rumori di un disgelo, o della brina che si scioglie sotto le suole delle scarpe nel primo sole dopo la neve, e ancora chitarre e voci delicate che si intersecavano. Reminiscenze nineties e parentesi intime, incursioni di trip hop dai primi Massive Attack e atmosfere elettroniche glitch stile Teebs, tra battiti candidi e paesaggi incontaminati.
Comparvero episodi ballabili, densi di riverberi cangianti ed effetti giocati tra suoni e voci e sussurri; ritmiche orecchiabili sospese tra falsetti e rincorse elettroniche morbide, un pop brillante che sembrava smuovere la coscienza di Greta e farle cambiare rotta, convincerla che in fondo le decisioni prese col cuore sono le uniche che hanno un senso davvero.

I need you now, I hope you understand
(e anche)
And I don’t want to listen, unless you speak from your heart

Sì, era veramente diretto a lei, a loro, quel disco. Colin parlava senza filtri di cuori spezzati, di addii, di dolore; rivisse quei ricordi con gli occhi intrisi di lacrime, ora come allora, su sottofondi lentamente ritmati dalla chitarra, e suoni e fruscii evanescenti.

Maybe I’ve never mentioned to you, it wasn’t hard to runaway from home
That’s at least what I’ve shown to you
I hope you are in a nice hotel, playing cards in your room
With someone who cares over you
And I’m glad you wanted to make it clear
You didn’t mean to hurt anyone I’m sure.

Tuttavia la coda lasciava margini di aperture e risvolti felici per loro, una melodia che oscillava tra voce e chitarra e che, con tenerezza, scorgeva bagliori in un’ipotetica seconda possibilità.

This is not a dream
This is for real
Bring what you have inside, out in the light.

Tra battiti spezzati che rimandavano in alternanza al passato e al presente, in un’aria tersa di nostalgia ma anche di speranza, Greta fissava i boschi fuori dal finestrino che man mano si tramutavano in case sempre più addensate. E palazzi, e persone, e intrecci urbani, metropolitani. Senza accorgersene era arrivata a New York, era la sua prima volta, ed era lì a cercare lui.

Put your toes in the cold water
Is it too deep for you? Why don’t you just jump in?

Federica Giaccani

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.