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Nada Surf – The Stars Are Indifferent to Astronomy

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

You’re going to miss the wood
Everyone left the wood…

Vaghe stelle. Come raccontare la perdita dell’innocenza trattenendosi al riparo da ogni ferma risposta, evitando anche solo un passo fuori da quell’ambigua cerchia di alberi sparpagliati nella notte. Tempo di consuntivi evidentemente, per un gruppo che è come galleggiasse in una pozza. Un ristoro radioso ma sfuggente. Bianco e sospeso come la bruma. Dove anche l’inessenzialità di un modesto appiglio pare elusa, dove la tentazione di un congelamento dorato non basta più, da sola, a beffare la durezza spietata delle lancette. Immobili nella luce di un sole che nemmeno c’è, strappato a malapena ad un ricordo felice, i tre musicisti si nascondono sotto la coltre morbida di una metafora come fanciulli insicuri del loro stesso nome. Guardando ad un domani che – confessano in ‘The Future’ – ha in sé l’identico polveroso manto dei giorni già spesi e la stessa meraviglia un po’ forzata dell’oggi, si lasciano immortalare nella posa cauta di chi non sa negare il proprio bisogno di un contatto, fosse anche solo la confortevole fragranza del banale quotidiano. Soffermandosi sui tratti di massima ordinarietà nel loro carattere, tocca riconoscere che i Nada Surf sono sempre stati i ragazzi concreti e alla mano che appaiono adesso, ogni grillo nella testa rimosso sul nascere, nessun volteggio da fenomeni sul trapezio della musica indipendente. Inevitabile che in una fase di sostanziale disorientamento, di menti annebbiate dalla loro sazietà di quarantenni, Matthew Caws e compagni puntino allora senza troppo coraggio a mantenere le posizioni nei ranghi e a confermarsi sugli stereotipi buoni ormai consolidati, adeguati solo di quel tanto al trascorrere degli anni. Nell’ultimo video promozionale eccoli intenti ad ingraziarsi i fan in un’enorme cucina lasciata minuziosamente in disordine. Sorridenti e un po’ piacioni ma davvero impeccabili nella loro affabilità obamiana, amichevoli al punto da sfiorare il parossismo: un grembiule ideale invisibilmente cucito sulla camicia, un pentolone ribollente, un sorso di vino bianco, due accordi di chitarra, quattro risate insieme. In sala di registrazione il medesimo smaccato intento fidelizzante deve essersi rivelato un più che valido ripiego per sopperire ai fisiologici cali di ispirazione. Riproporre a grandi linee la propria anima più espansiva, per giunta in quegli stessi confetti sonori solo apparentemente ruvidi, ha limitato al minimo gli azzardi in preventivo mettendo di fatto la sordina della consapevolezza ad ogni scoria del ribellismo ingenuo degli esordi. Addio al bosco inospitale e selvaggio di quel loro unico vero colpo di testa, quando pungolati dall’orgoglio trovarono la forza per mandare a farsi benedire il sostegno di un padrino come Ric Ocasek, l’heavy rotation su MTV e quella dannata major che intimava loro di scrivere una ‘Popular’ ogni sei mesi. Stelle beatamente indecise i Nada Surf degli anni d’oro, stelle presuntuose ed impassibili alle osservazioni astronomiche, impermeabili agli sguardi severi di una critica che avrebbe imparato ad amarle solo nel declino costante della loro lucentezza commerciale. Oggi ‘Clear Eye Clouded Mind’ restituisce la vitale snellezza del terzetto newyorkese assieme a quell’appeal solare e solo vagamente tormentato che disco dopo disco sembra essere diventato il più riconoscibile tra i suoi marchi di fabbrica. La citazione cinefila di ‘Jules and Jim’ celebra la spensieratezza mesmerica dell’amicizia e dei sentimenti scegliendo di indossare il vestito più radiofonico tra tutti quelli a disposizione, esaltando la mai sopita vocazione all’easy listening del gruppo ma omettendo nel contempo le ombre del tragico e di una morte scelta con prepotenza come unica vera guaritrice. Truffaut tradito a fin di bene per non tradire gli ultimi scampoli del proprio credo estetico. Per dare esclusiva cittadinanza ai momenti luminosi nella speranza impossibile di un’adolescenza prorogata ad oltranza. Il problema per la band di ‘Stars…’ è che, unitamente ai graffi, non sembra essersi sbarazzata del taglio scolastico delle sue prime produzioni. A tratti pare così sicura del fatto suo da girare in riserva per poi arenarsi senza idee e senza benzina nella più desolante delle ovvietà. Possono capitare canzoni irritanti come ‘Waiting For Something’, repliche col pilota automatico e senza mordente dei propri trucchi più stanchi. L’importante è che rimangano casi isolati, che il mestiere e la qualità degli arrangiamenti sappiano riscattare il resto dell’album dal pozzo degli sbadigli cui parrebbe destinato. Suono power-pop rotondo, spigoli e riverberi dispensati col contagocce, refrain a presa rapida ed assoli d’ordinanza sciorinati sempre al momento giusto, con prevedibile professionalità: we’re just imitations & hooks, canta Caws ad un certo punto con innegabile sincerità. Populisti ed autorevoli come dei Ted Leo o dei Ben Folds in sedicesimi, copie un po’ più lucide o semplicemente più dignitose dei Weezer, i Nada Surf hanno forse rinunciato pur senza svilirsi al fascino tormentato della maturità, quello che l’intenso ‘Let Go’ dieci anni fa lasciava presagire come svolta imminente poi andata delusa. Intrappolati dall’illusione di un momento magico che sia per sempre – proprio come i Grant Lee Buffalo delle ‘Rock of Ages’ e delle ‘Shallow End’ – sono stati buggerati dal Narciso immobile dentro lo specchio d’acqua in cui sognavano di nuotare a lungo, la seduzione velenosa del proprio stesso stato di grazia. Così si spiega l’insistenza sugli standard elettroacustici di un college rock garbato, gradevole ed abbastanza innocuo, lo stesso file under per le riviste o i negozi di due o tre lustri fa. Così si spiega l’impressionante cespuglio sulla testa di Daniel Lorca, ancora regolarmente al suo posto. Ed anche quel diffuso senso di pacificazione che è il risvolto obbligato dell’appagamento, e fa capolino a più riprese. ‘Let The Fight Do The Fighting’ la migliore a mani basse, il tipico coniglio dal cilindro della band, quello che intriga, che accarezza e colpisce al cuore con la sua semplicità. Una ballad gentilmente crepuscolare cui non si chiede altro che rallentare i giri, bandire le maschere e tessere un elogio credibile della normalità, di quella vita tra le questioni comuni che è lontana anni luce dai faretti sfavillanti dello Star System. Già, le stelle splendenti del firmamento musicale. Lo sono stati anche loro, effettivamente indifferenti alle lusinghe di quell’universo che le ha plasmate dal nulla per poi punirle duramente.
Oggi somigliano piuttosto a nane bianche, tiepide ed umanissime, assorte nel coltivare la bellezza impagabile della loro lenta ma inesorabile dissolvenza.

Stefano Ferreri

2 Responses to “Nada Surf – The Stars Are Indifferent to Astronomy”

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