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Fine Before You Came – Ormai

Data di Uscita: 22/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

M A G O N E
di Annachiara Casimo

La prima volta che l’ho visto, Alessandro aveva un berretto di lana blu calato fin quasi sugli occhi. Era seduto su uno scalino nell’androne di casa e parlava con un disco, rigirandoselo fra le mani: “Quant’era che t’aspettavo, quant’era, cazzo!”. Stetti ad osservarlo per una mezz’oretta dall’alto della rampa di scale, senza fare il minimo rumore, per non interrompere quel dialogo in cui c’era qualcosa che non coglievo, che mi sfuggiva.
Non avevo mai visto Alessandro prima di allora.
Non avevo mai visto nemmeno un disco in vinile, prima di allora.

Ai tempi avevo pochi amici, passavo interi pomeriggi nascosto fra un piano e l’altro del condominio in cui abitavo. Mi piaceva intuire le vite familiari altrui, captandone frasi al di là del muro e lasciandole libere di prender vita nei meandri dell’immaginazione.
Così, la ragazzetta castana del quarto piano era sicuramente affetta da una rarissima malattia che l’obbligava ad assumere farmaci ad ogni ora del giorno e della notte, per questo la sua sveglia suonava in continuazione svegliando il barboncino isterico della vedova Rubini. Alla base del matrimonio dei Palombi, poi, c’era di sicuro qualcosa di losco: quei due si tolleravano a malapena, non uscivano mai di casa insieme e spesso erano concerti di stoviglie rotte. Chi fosse quello ricco dei due, non l’ho mai capito, certo non si può dire che uno dei due brillasse in bellezza.
Da quando c’era Alessandro, comunque, era tutto più difficile. Ascoltava tutto il giorno musica a volume esagerato impedendomi di captare i movimenti del microcosmo condominiale e, quelle rare volte che inaspettatamente s’alzava un religioso silenzio, era lui ad aggirarsi per le trombe di scale con una faccia cupa.
Ne avevo timore. Anzi, lo odiavo.
Sì, se ora fossi qui, te lo direi quanto t’odiavo, tu e quella musica di merda.
Io all’epoca avevo a malapena un lettore cd con delle cuffiette mal funzionanti. E solo vecchi album di papà che mi piacevano ma non riuscivo più ad ascoltare senza provare un leggero senso di nausea. Non capivo a cosa diavolo gli servisse quella maledetta musica assordante, proprio non lo capivo. Capivo solo che m’aveva stordito l’immaginazione con quelle casse potenti.

Poi una mattina – era settembre – mia madre ebbe la geniale idea di accordarsi con la dirimpettaia, la mamma di Alessandro per l’appunto, perché restassi a pranzo da loro mentre lei era a lavoro. Fu il pasto più imbarazzante della mia vita: i rapporti sociali e le domande di circostanza mi hanno sempre messo un’ansia non indifferente. Appena dopo il dolce, Alessandro corse via in camera e la mamma pensò di fare cosa gradita invitandomi a seguirlo. In realtà, nessuno dei due aveva voglia di socializzare così mi limitai a stare in piedi sulla soglia della sua stanza senza parlare. Mi guardai attorno, gli scaffali erano pieni di dischi e libri di ogni colore e dimensione. Accanto al letto, in equilibrio precario su un mobiletto laccato di nero, c’era lo stereo con le casse (ben più piccole di come me l’ero immaginate, in realtà).

Non so chi dei due ruppe per primo le barriere della diffidenza ma da quel giorno io e Alessandro passammo sempre più tempo assieme. Sapeva come stupirmi: anche quando pensavo d’aver ormai ascoltato ogni suo disco, ne tirava fuori uno nuovo da qualche angolo della camera, lo piazzava sul piatto, si stendeva sul letto accanto a me e chiudeva gli occhi.
Il suo preferito era quello lì con cui dialogava la prima volta che l’avevo visto. In copertina aveva un enorme scarabocchio blu e si chiamava Ormai. Riusciva a inventare storie diverse per ogni canzone ogni volta che l’ascoltavamo. L’inquilina del quarto piano e la vedova Rubini lasciarono così il posto a chioschi sulla spiaggia infestati di pipistrelli e viaggi a Dublino che un giorno avremmo fatto per capire se faceva davvero cacare.

A settembre dell’anno successivo Alessandro si trasferì. Lo sapeva da giorni ma non me l’aveva detto, odiava le smancerie e gli addii. Mi lasciò una scatola dietro la porta di casa, dentro c’erano alcuni fra i dischi che più avevamo consumato; sul fondo della scatola, quello con lo scarabocchio blu.

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