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Archive for gennaio, 2012

Django Django – Django Django

Data di Uscita: 30/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Siediti e parla con me.

Puoi anche rimanere lì, in piedi.

Non mi hai svelato nulla di te, non hai mai voluto farlo, anche se avresti dovuto… come tutti qui, del resto.

Lascia che sia io ad iniziare allora, non importa se alla fine dirai di no… le persone hanno bisogno di sentirsi dire solo quello che devono sapere, nient’altro. Tu no, tu no, l’impatto che le parole potranno avere sulla tua psiche non è importante no, non te ne sei mai curato, sei diventato abile nel costruire delle zattere per riuscire a riguadagnare la riva, mi spiego?

Avremmo dovuto pensarci prima non credi? Tieni la testa inclinata verso il cielo bianco per troppo tempo e ti perderai tra le nuvole, diceva sempre il nostro amico comune…

Non riesci ancora ad iniziare? Mi fai morire, si, tu mi farai morire… sei un numero complesso, un labirinto. L’approccio forse, sto sbagliando l’approccio… dolore, hai mai provato dolore? Certo che si, nessuno che vive veramente non ne è mai stato sfiorato, pensa ad una calda giornata di luglio, torrida, umida, un po’ di brezza rinfrescante lievemente accennata si appresta a sollevarti ma prima… prima il vento solleverà della sabbia, e qualche granello ti finirà negli occhi.

La vedi questa immagine? Aspetta, la tolgo dalla cornice, ti da fastidio il riflesso? Cosa ti sembra, dimmi… un elefante cangiante che danza nel bel mezzo del deserto forse…

Chiudi gli occhi…

Ti ho ritrovato sotto una palla da discoteca, ballavi sinuoso come se non fossero le ossa a sostenerti ma qualcos’altro…

Raggi argentati, l’ombra gioca
e diventa ciò che io adoro

Il mio psichiatra si è suicidato io sono il mio psichiatra.

Il mio psichiatra si è suicidato io sono il mio psichiatra.

Il mio psichiatra si è suicidato io sono il mio psichiatra.

Filippo Righetto

First Aid Kit – The Lion’s Roar

Data di Uscita: 23/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Seduta a gambe incrociate sopra ad una panchina guardi scorrere il mondo e regali al vento i tuoi pensieri confusi. Non riesci a trovare una strada da seguire, continui a cercare e sbagliare, litigare con le parole e inventare equilibri.
Sembra voler volare via il lembo della tua sciarpa rossa insieme alle foglie e ai tuoi capelli che ti coprono gli occhi e ripensi a quando chiusa nella tua stanza scoprivi i primi dolori e non avevi scatole di medicine sul comodino ma ti bastavano le poesie tormentate di un ragazzino inquieto del Nebraska per dilatare e cicatrizzare le ferite.
Una folata di vento più forte all’improvviso e in ogni modo cerchi di non lasciar scappare via i fogli che hai in grembo.
Ricordi della prima estate in cui hai girato il mondo, tra la scoperta di anime che non sono la tua, sorrisi tirati agli stranieri da parte di cameriere dallo sguardo infelice, tramonti rubati di sfuggita dall’autostrada e le tue gambe accovacciate tra spartiti nel sedile posteriore dell’auto.
Primo tra tutto nella tua vita venne il canto, quando i cieli scuri li vedevi dalla finestra, protetta dal caldo della tua soffitta: una chitarra da dividere con tua sorella e le due voci che si intersecano fresche e secondo natura mentre il vento sibila minaccioso ricordandoti che è a Stoccolma che sei nata e che al freddo bisogna abituarsi.
Pensi che non vorresti sprecare più tempo tra l’aria ora tiepida ora gelida dei ricordi e questa che ti percuote le guance. Sai che è difficile, come smetterla di fantasticare su buoni propositi o di proteggersi dietro ad altre canzoni.
Come cenere trasportata dal vento, vorresti lasciar volare via le tue paure. Dimenticati dei riflessi in cui non ti riconoscevi. Nel mezzo del caos, continua a cercare qualcosa che sia vero. Osservi negli occhi l’umanità che sfila dall’altro lato della strada e fissando parole su carta sorridi pensandoti regina per qualche istante di quel teatro dell’assurdo che è il mondo.
Raccogli la tua borsa, tutti i fogli, aggiusti la sciarpa e il cappello di lana e ti alzi dalla panchina con un’immagine sola nella mente. Un vinile di Gram Parsons sul giradischi mentre fuori una tempesta.

Filippo Redaelli

The Boats – Ballads of the Research Department

Data di Uscita: 10/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

La ballata del nulla
di Gianfranco Costantiello

Gli occhi del vecchio sono due fessure dove il mondo s’appiattisce. Il suo volto rugoso è un alveare e il tempo vi s’annida; il respiro pesante è un ronzare che non dà tregua. Il sole è fioco, e sosta a mezz’altezza su di una parete della stanza, lì dove fischia la caffettiera sul fuoco e il vento nella fessura della porta. Il riverbero debole sbriciola vorticose particelle di polvere sui contorni ovattati e fumosi, mentre nell’ombra si fa continuo e ritmato il ticchettio di un vecchio orologio.

Un volto di donna appare nel suo pallore, dall’oscurità: i capelli scuri e bagnati scivolano fin sulle spalle coperte da una veste bianca. La testa inclinata poggia sullo stipite in legno della porta e guarda il vecchio, il quale ha occhi solo per la stasi dell’inverno fuori. La donna indietreggia nell’andito che conduce alle altre stanze. E in una di queste, dalla luce opalescente e sgombra di ricordi, si posano i suoi occhi: dal pavimento in legno spunta del muschio e dell’erba. Appena varcata la soglia, ondeggia sui piedi scalzi, poi solleva la gamba a mezz’aria e ruota su se stessa e ripete il gesto con l’altra gamba e poi di nuovo con quella di prima e agita le braccia e muove la testa e si lascia scivolare tra l’erba.
Il vecchio intuisce la sua presenza, immagina i suoi passi felpati, i movimenti precisi che tagliano l’aria, la pelle bianca e gli occhi tristi, e se ne resta, a pochi passi dalla finestra, seduto e con le mani, l’una sull’altra, a raccogliere il calore inatteso caduto sul tavolo in legno. Ma presto un grigio informe eclissa il sole e lascia la casa in un’ombra che sa di caffè e di morte.

Fuori il vento culla il gelido biancore.

Gli occhi del vecchio sono due fessure dove il mondo viene a mancare.

E’ l’inverno dalla periferia del mondo: nulla accade, tutto è già (ac)caduto.

Diaframma – Niente di serio

Data di Uscita: 17/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Niente di serio
di Maurizio Narciso

Chiedo l’elemosina ma sono un’icona rock. O forse lo ero, che differenza fa. Le icone rock lo sono per sempre. Lo sapeva Elvis, quello ingrassato e pieno di brufoli, lercio e strafottente. Lo so io.

Scusi signora ha qualche spicciolo per me? Niente. Se solo sapesse chi sono. Le icone rock non muoiono mai.

A digiuno da qualche giorno decido di andare a trovare il mio amico Piero. Abita sotto al Ponte di Varlungo e piange sempre. Anche lui è una rockstar, c’è stato un tempo nel quale ci contendevamo le folle a colpi di ugola e chitarre.

L’Arno puzza di merda come tutta la discografia attuale. Ai miei tempi si suonava duro, niente giri di parole ma sudore e … Ha uno spicciolo signore?

Vai a cagare! Sarebbe stato un bel titolo per una canzone, niente di serio certo, ma tra “Madre superiora” e “La botta di energia del rock” ci sarebbe stata bene una traccia con questo nome.

Quello era un album come si facevano negli anni 80, autoprodotto, sincero e diretto, new wave al cento per cento. Un ritorno splendente!

La new wave è un vago ricordo, hanno cominciato a trattarla come poesia e poi è morta. Quello è così naif dicevano, suona lo stesso disco da quarant’anni.

Adesso è troppo tardi per i ripensamenti. Quella musica manca a tutti ma non ci sono più interpreti al giogo delle etichette musicali.

L’unica cosa che ancora conta è essere una icona rock. Le icone rock lo sono per sempre.

Il Teatro degli Orrori – Il mondo nuovo

Data di Uscita:  31/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

E salvifica giunse la rabbia, a bruciare ciò che restava della te che ho amato tanto.

Monade sgualcita a parte, tralasciando il corpo provato dagli eccessi, restavo ancora io. Inevitabilmente me alla radice, ineluttabilmente turbato dai disguidi dovuti d’una vita vissuta e non attraversata alla bene e meglio, come quella che vantano i tanti commilitoni che arrabattano sulle mie stesse vie in cerca di compagnia diversa da quella cameratesca d’una spalla, da quella amicale d’un compagno.

Non ho che rancore da offrirti, e per me, per me nient’altro se non quest’orrendo sentore di bruciato. Come d’un dolce venuto male perché per troppo tempo ha cotto.

Mordo le labbra, le mordo più forte, e un sapore dolciastro accompagna il dolore autoinflittomi che oltrepassa il banale pressare dei denti e giunge allo sfregiare il labbro, sangue come linfa e turbamento, macchia il viso e mi regala un rossetto, non dissimile dal tuo preferito. Siamo in fondo simili nel profondo. Carne e paura innervano entrambi.

Puttana, servo, oppresso. Non siamo diversi, io ho solo l’opportunità di redimere il mio padrone emulandolo, vessando a mia volta qualcun’altro, rendendo questa catena che mi pesa alle spalle un lascito da offrire al prossimo. E tu, fuggiasca apolide, venere sputata da un mare sazio dei tuoi fratelli, in terra nuova trovi vecchie maniere. T’usai, t’amai, m’usasti. Tu sai perché l’ho fatto, fede e fede non permettono diversamente, finché morte non ci separi, la tua morte m’assicura che resteremo uniti. Tanto, capita spesso, facilmente, che gli uomini muoiano e le donne spariscano.

Io oggi ho ucciso un uomo, anzi, due.

Alfonso Errico

Porcelain Raft – Strange Weekend

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Greta aveva preso il treno quella mattina gelida di inverno, all’alba. Non ci credeva nemmeno lei, titubante ed eterna indecisa per natura, ma al fischio del capostazione era rimasta incollata al sedile e stringeva i manici del borsone di pelle preparato alla rinfusa la notte prima. La prima scelta coraggiosa dei suoi venticinque anni, in passato non aveva fatto che barcamenarsi tra caute rinunce e percorsi scelti da altri al posto suo.
Colin l’aveva lasciata un anno fa, dopo disperati tentativi in equilibri strampalati tra la sua vita disordinata da artista e il bisogno di lei di radici e stabilità; ci avevano provato fino all’ultimo, ma quando lui le chiese di mettersi in gioco e di seguirlo, Greta fu pervasa dal panico, e la paura di muoversi in una nuova e grande città la paralizzò, facendole perdere tutto ciò che avevano costruito insieme fino a quel momento, una storia speciale. Le aveva detto addio pur essendo distrutto dalla certezza che il dolore sarebbe arrivato presto, e la sua morsa lo avrebbe attanagliato già il mattino seguente, quando allungando la gamba nel letto non avrebbe più incontrato i piedi di lei. Nonostante ciò lo fece, con la speranza di destare in lei uno slancio inedito verso la scelta e la messa in discussione; se ne andò e attese, invano. Che poi si sa, il letto di un musicista affermato resta vuoto per pochissimo tempo, e dopo una settimana neanche fu semplice e automatico inciampare su altri stivali lasciati cadere sul pavimento, o trovare un nuovo spazzolino abbandonato nel lavandino, ma il cuore – con amanti casuali – si inaridisce, e man mano si crea una scorza di difesa contro i sentimenti. Greta, dal canto suo, si lasciò vivere passivamente, scrutò le stagioni susseguirsi da dietro le tende della sua stanza e ricominciò ad annusare l’aria solo quando le pareti di casa erano così torride ed infocate da costringerla a rompere quello stupido isolamento senza ragioni. Uscì, frequentò amici, cinema e circoli di lettura; si tenne lontana da tutto ciò che riguardava la musica e visse mesi e mesi ovattati, come in un universo dove il suono non riusciva a penetrare, parzializzato e a tenuta stagna.
Tornò rapidamente l’inverno, e un sabato mattina Greta, spalancando le persiane del soggiorno, vide la neve, un manto soffice che aveva immerso di silenzio ogni cosa. L’ultima volta che aveva vissuto l’emozione di vedere il suo mondo imbiancato era stato il giorno in cui conobbe Colin: lei lavorava alla pista di pattinaggio sul ghiaccio allestita dal Comune per la fredda stagione, lui era capitato lì casualmente, girovagava nervoso in quel posto sconosciuto prima di fare un soundcheck; non aveva mai solcato una lastra ghiacciata, gli tremavano le ginocchia mentre lei gli stringeva con premura i lacci degli stivaletti. Un caffè bollente, un cappello di lana in prestito e conversazioni sugli anni novanta e sulla musica di quel periodo, entrambi in adorazione, scintille negli sguardi. Così ebbe inizio la loro storia, e a distanza di tanto tempo Greta stava di nuovo alla finestra a fantasticare; stavolta si perdeva nei ricordi. Trovò il coraggio di prendere nelle mani il nuovo disco di Colin uscito qualche giorno prima, lo aveva comprato subito, ma con l’intento di ascoltarlo solo quando “si sarebbe sentita pronta”. Non era certa di esserlo ma rischiò, e riconobbe immediatamente quella voce che adorava e quell’umore nostalgico e sognante che sapeva essere parte di lui.
Scie luminose in apertura e cori eterei, tappeti elettronici e chitarra acustica ad accompagnare parole che sembravano raccontare il loro addio un anno addietro, con lui che la invitava a seguirlo nella sua avventura.

Take me away directionless
It doesn’t have to make any sense
(…)
Choose what to be, take a side
(…)
don’t you worry now.

Musica calda, frammista a suoni liquidi che ricordavano i rumori di un disgelo, o della brina che si scioglie sotto le suole delle scarpe nel primo sole dopo la neve, e ancora chitarre e voci delicate che si intersecavano. Reminiscenze nineties e parentesi intime, incursioni di trip hop dai primi Massive Attack e atmosfere elettroniche glitch stile Teebs, tra battiti candidi e paesaggi incontaminati.
Comparvero episodi ballabili, densi di riverberi cangianti ed effetti giocati tra suoni e voci e sussurri; ritmiche orecchiabili sospese tra falsetti e rincorse elettroniche morbide, un pop brillante che sembrava smuovere la coscienza di Greta e farle cambiare rotta, convincerla che in fondo le decisioni prese col cuore sono le uniche che hanno un senso davvero.

I need you now, I hope you understand
(e anche)
And I don’t want to listen, unless you speak from your heart

Sì, era veramente diretto a lei, a loro, quel disco. Colin parlava senza filtri di cuori spezzati, di addii, di dolore; rivisse quei ricordi con gli occhi intrisi di lacrime, ora come allora, su sottofondi lentamente ritmati dalla chitarra, e suoni e fruscii evanescenti.

Maybe I’ve never mentioned to you, it wasn’t hard to runaway from home
That’s at least what I’ve shown to you
I hope you are in a nice hotel, playing cards in your room
With someone who cares over you
And I’m glad you wanted to make it clear
You didn’t mean to hurt anyone I’m sure.

Tuttavia la coda lasciava margini di aperture e risvolti felici per loro, una melodia che oscillava tra voce e chitarra e che, con tenerezza, scorgeva bagliori in un’ipotetica seconda possibilità.

This is not a dream
This is for real
Bring what you have inside, out in the light.

Tra battiti spezzati che rimandavano in alternanza al passato e al presente, in un’aria tersa di nostalgia ma anche di speranza, Greta fissava i boschi fuori dal finestrino che man mano si tramutavano in case sempre più addensate. E palazzi, e persone, e intrecci urbani, metropolitani. Senza accorgersene era arrivata a New York, era la sua prima volta, ed era lì a cercare lui.

Put your toes in the cold water
Is it too deep for you? Why don’t you just jump in?

Federica Giaccani

Greta aveva preso il treno quella mattina gelida di inverno, all’alba. Non ci credeva nemmeno lei, titubante ed eterna indecisa per natura, ma al fischio del capostazione era rimasta incollata al sedile e stringeva i manici del borsone di pelle preparato alla rinfusa la notte prima. La prima scelta coraggiosa dei suoi venticinque anni, in passato non aveva fatto che barcamenarsi tra caute rinunce e percorsi scelti da altri al posto suo.
Colin l’aveva lasciata un anno fa, dopo disperati tentativi in equilibri strampalati tra la sua vita disordinata da artista e il bisogno di lei di radici e stabilità; ci avevano provato fino all’ultimo, ma quando lui le chiese di mettersi in gioco e di seguirlo, Greta fu pervasa dal panico, e la paura di muoversi in una nuova e grande città la paralizzò, facendole perdere tutto ciò che avevano costruito insieme fino a quel momento, una storia speciale. Le aveva detto addio pur essendo distrutto dalla certezza che il dolore sarebbe arrivato presto, e la sua morsa lo avrebbe attanagliato già il mattino seguente, quando allungando la gamba nel letto non avrebbe più incontrato i piedi di lei. Nonostante ciò lo fece, con la speranza di destare in lei uno slancio inedito verso la scelta e la messa in discussione; se ne andò e attese, invano. Che poi si sa, il letto di un musicista affermato resta vuoto per pochissimo tempo, e dopo una settimana neanche fu semplice e automatico inciampare su altri stivali lasciati cadere sul pavimento, o trovare un nuovo spazzolino abbandonato nel lavandino, ma il cuore – con amanti casuali – si inaridisce, e man mano si crea una scorza di difesa contro i sentimenti. Greta, dal canto suo, si lasciò vivere passivamente, scrutò le stagioni susseguirsi da dietro le tende della sua stanza e ricominciò ad annusare l’aria solo quando le pareti di casa erano così torride ed infocate da costringerla a rompere quello stupido isolamento senza ragioni. Uscì, frequentò amici, cinema e circoli di lettura; si tenne lontana da tutto ciò che riguardava la musica e visse mesi e mesi ovattati, come in un universo dove il suono non riusciva a penetrare, parzializzato e a tenuta stagna.
Tornò rapidamente l’inverno, e un sabato mattina Greta, spalancando le persiane del soggiorno, vide la neve, un manto soffice che aveva immerso di silenzio ogni cosa. L’ultima volta che aveva vissuto l’emozione di vedere il suo mondo imbiancato era stato il giorno in cui conobbe Colin: lei lavorava alla pista di pattinaggio sul ghiaccio allestita dal Comune per la fredda stagione, lui era capitato lì casualmente, girovagava nervoso in quel posto sconosciuto prima di fare un soundcheck; non aveva mai solcato una lastra ghiacciata, gli tremavano le ginocchia mentre lei gli stringeva con premura i lacci degli stivaletti. Un caffè bollente, un cappello di lana in prestito e conversazioni sugli anni novanta e sulla musica di quel periodo, entrambi in adorazione, scintille negli sguardi. Così ebbe inizio la loro storia, e a distanza di tanto tempo Greta stava di nuovo alla finestra a fantasticare; stavolta si perdeva nei ricordi. Trovò il coraggio di prendere nelle mani il nuovo disco di Colin uscito qualche giorno prima, lo aveva comprato subito, ma con l’intento di ascoltarlo solo quando “si sarebbe sentita pronta”. Non era certa di esserlo ma rischiò, e riconobbe immediatamente quella voce che adorava e quell’umore nostalgico e sognante che sapeva essere parte di lui.
Scie luminose in apertura e cori eterei, tappeti elettronici e chitarra acustica ad accompagnare parole che sembravano raccontare il loro addio un anno addietro, con lui che la invitava a seguirlo nella sua avventura.

Take me away directionless
It doesn’t have to make any sense
(…)
Choose what to be, take a side
(…)
don’t you worry now.

Musica calda, frammista a suoni liquidi che ricordavano i rumori di un disgelo, o della brina che si scioglie sotto le suole delle scarpe nel primo sole dopo la neve, e ancora chitarre e voci delicate che si intersecavano. Reminiscenze nineties e parentesi intime, incursioni di trip hop dai primi Massive Attack e atmosfere elettroniche glitch stile Teebs, tra battiti candidi e paesaggi incontaminati.
Comparvero episodi ballabili, densi di riverberi cangianti ed effetti giocati tra suoni e voci e sussurri; ritmiche orecchiabili sospese tra falsetti e rincorse elettroniche morbide, un pop brillante che sembrava smuovere la coscienza di Greta e farle cambiare rotta, convincerla che in fondo le decisioni prese col cuore sono le uniche che hanno un senso davvero.

I need you now, I hope you understand
(e anche)
And I don’t want to listen, unless you speak from your heart

Sì, era veramente diretto a lei, a loro, quel disco. Colin parlava senza filtri di cuori spezzati, di addii, di dolore; rivisse quei ricordi con gli occhi intrisi di lacrime, ora come allora, su sottofondi lentamente ritmati dalla chitarra, e suoni e fruscii evanescenti.

Maybe I’ve never mentioned to you, it wasn’t hard to runaway from home
That’s at least what I’ve shown to you
I hope you are in a nice hotel, playing cards in your room
With someone who cares over you
And I’m glad you wanted to make it clear
You didn’t mean to hurt anyone I’m sure.

Tuttavia la coda lasciava margini di aperture e risvolti felici per loro, una melodia che oscillava tra voce e chitarra e che, con tenerezza, scorgeva bagliori in un’ipotetica seconda possibilità.

This is not a dream
This is for real
Bring what you have inside, out in the light.

Tra battiti spezzati che rimandavano in alternanza al passato e al presente, in un’aria tersa di nostalgia ma anche di speranza, Greta fissava i boschi fuori dal finestrino che man mano si tramutavano in case sempre più addensate. E palazzi, e persone, e intrecci urbani, metropolitani. Senza accorgersene era arrivata a New York, era la sua prima volta, ed era lì a cercare lui.

Put your toes in the cold water
Is it too deep for you? Why don’t you just jump in?

Federica Giaccani

Ilyas Ahmed – With Endless Fire

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Karachi e l’indipendenza del Pakistan, Kashmir e Muhammad Iqbal. Aridità e campi poco coltivabili, musulmani sunniti e indù, frizione e sangue sparso. I bazar e le contrattazioni infinite sul prezzo.
Cosa è rimasto di tutto questo a Karachi?
Tutto e niente rispondi.
I contrasti sono aumentati, stride il vecchio bazar vicino al moderno centro commerciale, le luci del porto e investimenti stranieri nei flussi di parole con l’America. Bin Laden è morto in Pakistan.
Lavori in un call center dieci ore al giorno nel pieno centro di una megalopoli assurda con una pausa di trenta minuti per mangiare un panino e bere una coca cola.
Clienti statunitensi, inglesi e australiani. Tu hai seguito il tuo corso accelerato di cultura occidentale e la lingua, il modo di produzione dei suoni, la giusta posizione della lingua per le occlusive in modo da non far comprendere al cliente dove ti trovi.
Ti spersonalizzi nella maniera più completa tutti i santi giorni, perdi te stesso e le tue radici ti dicono quando ritorni a casa; è una banale considerazione.
Mentre rispondi alle signore in Texas che hanno problemi al pc o mentre vendi stupide enciclopedie e aspirapolvere in Inghilterra senti le vite nervose dei clienti; alcuni non hanno problemi ma chiamano e parlano e devi essere gentile. Una volta ti sei persino innamorato di una voce disperata che implorava un aiuto per un software e un’altra volta sei stato insultato da un signore anziano, un cowboy in pensione.
Tutti quelli ammassati con te si lamentano perché vi insegnano a perdere la loro personalità per aiutare o vendere cose non proprie in giro per il mondo, per la parte di mondo che sta meglio. Falsi progressisti che accettano qualsiasi compromesso ma non lo devono dare a vedere.
Provi a spiegare il tuo arricchimento, che la frammentazione ben gestita è cosa buona e giusta, che riesci a  dilatare gli spazi anche quando sono costretti in stupide chiamate. A volte sei stremato in fondo al letto a tarda notte dopo aver preso il treno e mangiato una misera cena; vorresti trasferirti a Karachi per non essere un pendolare e andare a puttane o meglio trovarsi una donna che non sia una puttana.
Confusione spesso e volentieri; non resta che stendersi e spingere sul tasto play del cervello nel buio della tua stanza.
Sogni rarefatti e memoria andata a male, storie di perdita. La tua perdita di quando potevi trasferirti in America e potevi suonare la tua chitarra ed esplorare le sperimentazioni delle varie coste e dei sobborghi e del centro e unirle alle tue influenze asiatiche. Un melting pot assurdo ma sicuro ben riuscito, frammentato e viscerale.
Lo immagini così il tuo suono e lo senti. La chitarra acustica, quella elettrica, una voce del fantasma della persona che non sei mai stata. Il loop concentrico e il drone disegnano paesaggi lontani e nebbiosi; le riflessioni di un folk annacquato nell’ambient, nel cattivo presagio e nel sogno luminoso.
Il vento tra le montagne aguzze del Pakistan, tempeste cariche di elettricità statica e distorsioni. Il cielo più bello del mondo lo si vede qui.  Stained Sky.
La vecchiaia da riformulare in una tenuta nel New Jersey, la monotonia del pensionamento resa calda della cucina e delle piccole cose della vita. Rallentato ed in circolo con qualche ruga in più. Skin in Circles.
Ad un certo punto tutto si offusca, bombe in lontananza, si inneggia ad Allah. Guerre intestine negli isolati più malfamati, seducenti Mullah aizzano le folle. Droni, non quelli musicali degli americani si mischiano ai tuoi. Rabbia repressa e memoria più lucida. È tempo di dormire. Now sleeps.
By the light.
Qui tra i tramonti più belli del mondo si riparte per il call center di Karachi. Ci si ricorda che la memoria perduta e le frammentazioni possono tramutarsi in suoni meravigliosi nelle menti più creative e preparate.

Alessandro Ferri

Fine Before You Came – Ormai

Data di Uscita: 22/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

M A G O N E
di Annachiara Casimo

La prima volta che l’ho visto, Alessandro aveva un berretto di lana blu calato fin quasi sugli occhi. Era seduto su uno scalino nell’androne di casa e parlava con un disco, rigirandoselo fra le mani: “Quant’era che t’aspettavo, quant’era, cazzo!”. Stetti ad osservarlo per una mezz’oretta dall’alto della rampa di scale, senza fare il minimo rumore, per non interrompere quel dialogo in cui c’era qualcosa che non coglievo, che mi sfuggiva.
Non avevo mai visto Alessandro prima di allora.
Non avevo mai visto nemmeno un disco in vinile, prima di allora.

Ai tempi avevo pochi amici, passavo interi pomeriggi nascosto fra un piano e l’altro del condominio in cui abitavo. Mi piaceva intuire le vite familiari altrui, captandone frasi al di là del muro e lasciandole libere di prender vita nei meandri dell’immaginazione.
Così, la ragazzetta castana del quarto piano era sicuramente affetta da una rarissima malattia che l’obbligava ad assumere farmaci ad ogni ora del giorno e della notte, per questo la sua sveglia suonava in continuazione svegliando il barboncino isterico della vedova Rubini. Alla base del matrimonio dei Palombi, poi, c’era di sicuro qualcosa di losco: quei due si tolleravano a malapena, non uscivano mai di casa insieme e spesso erano concerti di stoviglie rotte. Chi fosse quello ricco dei due, non l’ho mai capito, certo non si può dire che uno dei due brillasse in bellezza.
Da quando c’era Alessandro, comunque, era tutto più difficile. Ascoltava tutto il giorno musica a volume esagerato impedendomi di captare i movimenti del microcosmo condominiale e, quelle rare volte che inaspettatamente s’alzava un religioso silenzio, era lui ad aggirarsi per le trombe di scale con una faccia cupa.
Ne avevo timore. Anzi, lo odiavo.
Sì, se ora fossi qui, te lo direi quanto t’odiavo, tu e quella musica di merda.
Io all’epoca avevo a malapena un lettore cd con delle cuffiette mal funzionanti. E solo vecchi album di papà che mi piacevano ma non riuscivo più ad ascoltare senza provare un leggero senso di nausea. Non capivo a cosa diavolo gli servisse quella maledetta musica assordante, proprio non lo capivo. Capivo solo che m’aveva stordito l’immaginazione con quelle casse potenti.

Poi una mattina – era settembre – mia madre ebbe la geniale idea di accordarsi con la dirimpettaia, la mamma di Alessandro per l’appunto, perché restassi a pranzo da loro mentre lei era a lavoro. Fu il pasto più imbarazzante della mia vita: i rapporti sociali e le domande di circostanza mi hanno sempre messo un’ansia non indifferente. Appena dopo il dolce, Alessandro corse via in camera e la mamma pensò di fare cosa gradita invitandomi a seguirlo. In realtà, nessuno dei due aveva voglia di socializzare così mi limitai a stare in piedi sulla soglia della sua stanza senza parlare. Mi guardai attorno, gli scaffali erano pieni di dischi e libri di ogni colore e dimensione. Accanto al letto, in equilibrio precario su un mobiletto laccato di nero, c’era lo stereo con le casse (ben più piccole di come me l’ero immaginate, in realtà).

Non so chi dei due ruppe per primo le barriere della diffidenza ma da quel giorno io e Alessandro passammo sempre più tempo assieme. Sapeva come stupirmi: anche quando pensavo d’aver ormai ascoltato ogni suo disco, ne tirava fuori uno nuovo da qualche angolo della camera, lo piazzava sul piatto, si stendeva sul letto accanto a me e chiudeva gli occhi.
Il suo preferito era quello lì con cui dialogava la prima volta che l’avevo visto. In copertina aveva un enorme scarabocchio blu e si chiamava Ormai. Riusciva a inventare storie diverse per ogni canzone ogni volta che l’ascoltavamo. L’inquilina del quarto piano e la vedova Rubini lasciarono così il posto a chioschi sulla spiaggia infestati di pipistrelli e viaggi a Dublino che un giorno avremmo fatto per capire se faceva davvero cacare.

A settembre dell’anno successivo Alessandro si trasferì. Lo sapeva da giorni ma non me l’aveva detto, odiava le smancerie e gli addii. Mi lasciò una scatola dietro la porta di casa, dentro c’erano alcuni fra i dischi che più avevamo consumato; sul fondo della scatola, quello con lo scarabocchio blu.

Nada Surf – The Stars Are Indifferent to Astronomy

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

You’re going to miss the wood
Everyone left the wood…

Vaghe stelle. Come raccontare la perdita dell’innocenza trattenendosi al riparo da ogni ferma risposta, evitando anche solo un passo fuori da quell’ambigua cerchia di alberi sparpagliati nella notte. Tempo di consuntivi evidentemente, per un gruppo che è come galleggiasse in una pozza. Un ristoro radioso ma sfuggente. Bianco e sospeso come la bruma. Dove anche l’inessenzialità di un modesto appiglio pare elusa, dove la tentazione di un congelamento dorato non basta più, da sola, a beffare la durezza spietata delle lancette. Immobili nella luce di un sole che nemmeno c’è, strappato a malapena ad un ricordo felice, i tre musicisti si nascondono sotto la coltre morbida di una metafora come fanciulli insicuri del loro stesso nome. Guardando ad un domani che – confessano in ‘The Future’ – ha in sé l’identico polveroso manto dei giorni già spesi e la stessa meraviglia un po’ forzata dell’oggi, si lasciano immortalare nella posa cauta di chi non sa negare il proprio bisogno di un contatto, fosse anche solo la confortevole fragranza del banale quotidiano. Soffermandosi sui tratti di massima ordinarietà nel loro carattere, tocca riconoscere che i Nada Surf sono sempre stati i ragazzi concreti e alla mano che appaiono adesso, ogni grillo nella testa rimosso sul nascere, nessun volteggio da fenomeni sul trapezio della musica indipendente. Inevitabile che in una fase di sostanziale disorientamento, di menti annebbiate dalla loro sazietà di quarantenni, Matthew Caws e compagni puntino allora senza troppo coraggio a mantenere le posizioni nei ranghi e a confermarsi sugli stereotipi buoni ormai consolidati, adeguati solo di quel tanto al trascorrere degli anni. Nell’ultimo video promozionale eccoli intenti ad ingraziarsi i fan in un’enorme cucina lasciata minuziosamente in disordine. Sorridenti e un po’ piacioni ma davvero impeccabili nella loro affabilità obamiana, amichevoli al punto da sfiorare il parossismo: un grembiule ideale invisibilmente cucito sulla camicia, un pentolone ribollente, un sorso di vino bianco, due accordi di chitarra, quattro risate insieme. In sala di registrazione il medesimo smaccato intento fidelizzante deve essersi rivelato un più che valido ripiego per sopperire ai fisiologici cali di ispirazione. Riproporre a grandi linee la propria anima più espansiva, per giunta in quegli stessi confetti sonori solo apparentemente ruvidi, ha limitato al minimo gli azzardi in preventivo mettendo di fatto la sordina della consapevolezza ad ogni scoria del ribellismo ingenuo degli esordi. Addio al bosco inospitale e selvaggio di quel loro unico vero colpo di testa, quando pungolati dall’orgoglio trovarono la forza per mandare a farsi benedire il sostegno di un padrino come Ric Ocasek, l’heavy rotation su MTV e quella dannata major che intimava loro di scrivere una ‘Popular’ ogni sei mesi. Stelle beatamente indecise i Nada Surf degli anni d’oro, stelle presuntuose ed impassibili alle osservazioni astronomiche, impermeabili agli sguardi severi di una critica che avrebbe imparato ad amarle solo nel declino costante della loro lucentezza commerciale. Oggi ‘Clear Eye Clouded Mind’ restituisce la vitale snellezza del terzetto newyorkese assieme a quell’appeal solare e solo vagamente tormentato che disco dopo disco sembra essere diventato il più riconoscibile tra i suoi marchi di fabbrica. La citazione cinefila di ‘Jules and Jim’ celebra la spensieratezza mesmerica dell’amicizia e dei sentimenti scegliendo di indossare il vestito più radiofonico tra tutti quelli a disposizione, esaltando la mai sopita vocazione all’easy listening del gruppo ma omettendo nel contempo le ombre del tragico e di una morte scelta con prepotenza come unica vera guaritrice. Truffaut tradito a fin di bene per non tradire gli ultimi scampoli del proprio credo estetico. Per dare esclusiva cittadinanza ai momenti luminosi nella speranza impossibile di un’adolescenza prorogata ad oltranza. Il problema per la band di ‘Stars…’ è che, unitamente ai graffi, non sembra essersi sbarazzata del taglio scolastico delle sue prime produzioni. A tratti pare così sicura del fatto suo da girare in riserva per poi arenarsi senza idee e senza benzina nella più desolante delle ovvietà. Possono capitare canzoni irritanti come ‘Waiting For Something’, repliche col pilota automatico e senza mordente dei propri trucchi più stanchi. L’importante è che rimangano casi isolati, che il mestiere e la qualità degli arrangiamenti sappiano riscattare il resto dell’album dal pozzo degli sbadigli cui parrebbe destinato. Suono power-pop rotondo, spigoli e riverberi dispensati col contagocce, refrain a presa rapida ed assoli d’ordinanza sciorinati sempre al momento giusto, con prevedibile professionalità: we’re just imitations & hooks, canta Caws ad un certo punto con innegabile sincerità. Populisti ed autorevoli come dei Ted Leo o dei Ben Folds in sedicesimi, copie un po’ più lucide o semplicemente più dignitose dei Weezer, i Nada Surf hanno forse rinunciato pur senza svilirsi al fascino tormentato della maturità, quello che l’intenso ‘Let Go’ dieci anni fa lasciava presagire come svolta imminente poi andata delusa. Intrappolati dall’illusione di un momento magico che sia per sempre – proprio come i Grant Lee Buffalo delle ‘Rock of Ages’ e delle ‘Shallow End’ – sono stati buggerati dal Narciso immobile dentro lo specchio d’acqua in cui sognavano di nuotare a lungo, la seduzione velenosa del proprio stesso stato di grazia. Così si spiega l’insistenza sugli standard elettroacustici di un college rock garbato, gradevole ed abbastanza innocuo, lo stesso file under per le riviste o i negozi di due o tre lustri fa. Così si spiega l’impressionante cespuglio sulla testa di Daniel Lorca, ancora regolarmente al suo posto. Ed anche quel diffuso senso di pacificazione che è il risvolto obbligato dell’appagamento, e fa capolino a più riprese. ‘Let The Fight Do The Fighting’ la migliore a mani basse, il tipico coniglio dal cilindro della band, quello che intriga, che accarezza e colpisce al cuore con la sua semplicità. Una ballad gentilmente crepuscolare cui non si chiede altro che rallentare i giri, bandire le maschere e tessere un elogio credibile della normalità, di quella vita tra le questioni comuni che è lontana anni luce dai faretti sfavillanti dello Star System. Già, le stelle splendenti del firmamento musicale. Lo sono stati anche loro, effettivamente indifferenti alle lusinghe di quell’universo che le ha plasmate dal nulla per poi punirle duramente.
Oggi somigliano piuttosto a nane bianche, tiepide ed umanissime, assorte nel coltivare la bellezza impagabile della loro lenta ma inesorabile dissolvenza.

Stefano Ferreri

Fauve! Gegen a Rhino @ Reasonanz, Jesi (15/01/2012)

Un breve ascolto, durante la lettura

A gennaio la domenica sera sa di aperitivi spartani, di parole profuse a dispetto del gelo tra il vapore che esce dalle nostre bocche e due bicchieri di americano. Locale nuovo, vaghi lasciti apparenti di mix improbabili di balere e centri sociali, calore vero dentro che trasuda da ogni cosa, la genuinità nei gesti negli sguardi e nei discorsi. La piacevole sorpresa di non conoscere niente e nessuno e vivere la novità nella sua interezza, intatta come la coltre di neve che speravo coprisse il mio giardino di inverno, quando ero bambina.
La stessa freddezza del ghiaccio irrompe a sciogliere un abbraccio prolungato e a spezzare contatti, il gelo si presenta con le sembianze di suoni algidi e campionati, ossessivi. Figure di dinosauri dal passato più remoto prendono vita dal rumore che gratta sul fondo dell’elettronica, e parimenti sbirciano dalle magliette esposte in un micro tavolo lì accanto.
Bestie primitive alate esclamano: “OMG!”, “WTF!”
Uno dice: “I’ve seen the future.”
(altro…)

Holy Other – With U

D.d.U. 06/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ti tuffi in acqua sul finir dell’estate e nuoti, tentando di inseguire le ombre delle nuvole che veloci scorrono sulla superficie lievemente increspata. Le hai sempre volute raggiungere, eppure sono più veloci di te, malgrado i tuoi sforzi motivati e le tue bracciate vigorose e infaticabili.
Poi riemergi e ti sdrai accanto a me, sul far della sera le goccioline sulle tue spalle sono più scure del reale. Le nostre parole sincopate risuonano liquide come le vibrazioni del mare. Ci avvinghiamo sotto gli asciugamani lisi ad ascoltare i nostri respiri, il mio che riappacifica il tuo mentre mi stringi e giuri che domani le prenderai, quelle ombre fuggitive.

Federica Giaccani

Cloud Nothings – Attack on Memory (Top Ten 2012)

Data di Uscita: 24/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla. Certo, aveva ascoltato tutti i dischi usciti nelle ultime settimana e guardato quel film citato nel libro che aveva appena concluso ma nulla che la società ritenesse utile o economicamente fruttuoso, ecco.
Strappò un brandello di cartoncino dal libretto universitario e ne ricavò un filtro per una sigaretta artigianale. A fanculo pure l’università, aveva sperato di ricavarci qualcosa e l’unica cosa che aveva ottenuto era “un principio di depressione”, così l’aveva chiamato lo psicologo, a fanculo pure lui.
Il computer ormai datato continuava a ronzare fastidiosamente. Jim lo spense innervosito da quella necessità di condividere, mostrare, emulare, commentare, apprezzare, twittare, followare che condannava tutti – lui in primis – a non riuscire a staccarsi da un monitor abbagliante.
Ora, nella totale penombra, fece scattare l’accendino, la sigaretta sfrigolò qualche secondo prima di accendersi.
Inspirò, espirò.
Non aveva obiettivi né aspirazioni, riteneva di non averne la possibilità, sapeva che in qualche modo ogni aspettativa sarebbe stata disattesa, la rassegnazione lo spingeva a farsi bastare il fatto di svegliarsi ogni mattina e godersi un’altra, infruttuosa giornata.
Si spogliò, si infilò sotto le coperte e fece partire il giradischi. Give up / Come to know / We’re through. Era un crescendo che gli si infilava nelle vene e lo faceva rilassare. Chiuse gli occhi e continuò ad aspirare la sigaretta che pian piano si consumava. Give up / Come to know / We’re through. La voce di Dylan Baldi cominciava a incattivirsi e a far vibrare il piccolo altoparlante del giradischi. Jim strinse le lenzuola nel pugno, lo percorse la solita violenta accettazione di un destino inutile. Give up / Come to know / We’re through. Si sentiva inadeguato, terribilmente inadeguato.

GIVE UP / COME TO KNOW / WE’RE THROUGH.
NO FUTURE / NO PAST.

La batteria prese a pulsare incessante. Poi d’un tratto tacque. La sigaretta si spense. La mano mollo la presa sulle lenzuola accartocciate e la mente smise di assillarsi.
Jim accartocciò il mozzicone della sigaretta sul fondo del posacenere pieno. Un altro giorno ancora era passato senza che avesse fatto nulla.

Annachiara Casimo

The Caretaker – Patience (After Sebald)

Data di Uscita: 12/01/2012

Un breve ascolto, durante la lettura

È un anno ormai che ti aspetto in questo freddo paese della Bretagna. Il fornaio mi porta pane caldo ogni mattina e c’è una vecchietta che mi prepara spesso  la zuppa a pranzo: il mio gelo si avverte ovunque.
Quando vado verso il mare il vento si fa più forte, è il compagno del mio tormento, grida per non farmi sentire l’urlo che ho dentro. La costa rocciosa non sembra così dura e ruvida in confronto alla mia pacata disperazione, vivo nell’ostinata pazienza, in una cupola di vetro che aspetta di essere infranta.
Eppure sto bene, sento la terra e il mare cantare, e non mi sono mai sentito così calmo.
Il tormento è in equilibrio con la pazienza.

È un anno che non scrivo, non ho lasciato un solo verso sul mio quaderno e sui mille fogli sparsi sulla mia scrivania. Sai che non ho mai creduto al tormento creativo, roba da narcisisti, per me si crea soltanto nella gioia e per la gioia.
Scrivo solo qualche fiaba e poche storielle surrealiste, quando mi trovo in quel mio stato di assorta e paradossalmente gioiosa malinconia.
Il diario che tenevo lo sto usando solo per segnare i miei incontri con la pulcinella di mare, un uccello buffo che sembra quasi un pinguino dal becco colorato.

Ieri è venuto un pastore pazzo a chiedermi una benedizione: pensava fossi un santo. Io allora ho preso una tazzina di acqua e gliel’ho rovesciata in testa e dopo avergli fatto bere un bicchiere di vino, ho cominciato a pregare:

“Infinito dispensatore di luce,
sarto degli astri, magno orologiaio,
istinto dello stesso istinto alla vita,
salva me povero e questo povero uomo,
nati ricchi della ricca acqua di questa terra
e cresciuti nel fumo di questi fumi.”

Non mi piacciono i gonfi rospi a cui basta uno spillo per scoppiare, preferisco le piccole rane dal salto allegro, che cantano nei giorni di pioggia e nelle notti d’estate.

Marco di Memmo