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Top Ten 2011 – Filippo Righetto

1. Blue Sky Black Death – NOIR

Data di Uscita: 26/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

C’è chi dice che siamo il risultato della distruzione di una gloriosa nave del passato, pezzi di legno alla deriva in un mondo che non ci vuole, che non ci tollera.
Siamo bambini addormentati, viviamo a piedi nudi pestando chiodi e sopportando il freddo, combattendo i draghi reali con spade di fantasia e cartone.
Ci nutriamo di fotografie future, le immaginiamo con la stessa facilità con la quale voi vivete.
Siamo dei sognatori.. i nostri cuori saranno rovina per chi li riceverà.

Mi hai lasciato nell’ora che i pescatori chiamano vento di meriggio. Non potevi essertene andata senza lasciarmi un segno qualsiasi, ed io l’ho trovato, “Wherever the sun beats” recitava la scritta che avevi inciso sul corrimano di prua.
Ho fatto rotta verso la fine della Terra, in compagnia delle mie speranze, solo.
Fino in fondo, oltre, una volta sconfitta la paura di cadere nel vuoto fu facile.
Eri lì ad aspettarmi, sorridente nel tuo vestito di lino bianco sventolavi la mano ad indicare qualcosa dietro alle tue spalle.
Un arco di roccia sospeso sopra il mare, dei sedimenti calcarei che non subiscono l’usura del tempo, una cornice perfetta per lo scheletro della nave che sporgeva dalla vegetazione sopra l’altura.
Dietro, un cuore rotondo, dal color paglierino, pulsante.

Nel momento in cui la luce saturerà tutti i contorni ci riuniremo sulla spiaggia, guidati da un comando silenzioso e dall’alchimia perforante. Il nostro simbolo, un uccello dalle piume tese come corde di violino, emergerà dal vortice delle acque salate. Quando la sua canzone raggiungerà il destino le nuvole si apriranno e la mano del cielo scenderà per condurci, finalmente, a casa.

And Stars, Ringed.

Filippo Righetto

2. A Winged Victory for the Sullen – A Winged Victory for the Sullen

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ABBANDONO

All farewells are sudden

Lui, steep hills of vicodin tears.

Non ricordo sussurrava ai passanti, volti lividi segnati dalla coltre di una nebbia perpetua.
L’uomo avanzava lungo il fiume inseguendo l’argine fin dove non vi erano più case, solo qualche voce ovattata sospinta da una barca e lo sciabordio del remo che distante sfibrava la superficie.
L’aria madida colava sui capelli già scarmigliati, la barba grondava brinosa e gli stivali sgretolavano il sentiero. Avrebbe solcato un pantano tra le lacrime degli alberi ammutoliti a fissar i pori della terra grumosa.
Non ricordo–mormorava, ancora, sfiorato da passi estranei -– pesanti e infangati dalla vita – piegandosi stanco coi palmi delle mani sulle ginocchia e la lingua a rimescolare la saliva calda.
Insegue fantasmi, fantasmi di rugiada e resina tra le scorze dei tronchi di pioppo, avrebbe pensato il contadino senza volto di ritorno dalla campagna.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il greto del fiume ritiratosi silente.
Tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio di giada intagliata -– e ricordò il giorno in cui lei glielo fece scivolare sulla tavola – e sul fondo si rincorrevano, scosse da un leggero tremito delle mani, un paio di pillole che ingoiò avidamente, poi ghermì una sigaretta ma non l’accese, l’avrebbe accesa più tardi. Si rannicchiò tra le foglie e la rugiada a mirare la cresta del fiume che inghiottiva la città, e tese l’orecchio ai ciottoli e la fanghiglia, e il silenzio incrinato dal fischio inatteso di un treno.

Lei, a symphony pathétique.

Una donna si mise alle spalle la porta di casa: scese in fretta i gradini che la separavano dal giardino e varcò la nebbia con la sua consunta valigia di cartone. I tacchi affondarono nel mattino senza sole per guadagnare una nuova vita forse, poi il cancello cigolò.
Non era forse il rumore della nostalgia ?
Il rombo di un motore crebbe lento e s’arrestò davanti alla villa. Una piccola targa luminosa rosseggiava vaporosa sulla cappotta bianca e il conducente a testa bassa lasciò cadere una parola afferrando la valigia e sistemandola nel portabagagli. La donna agile s’era già adagiata sui sedili posteriori percorrendo ansante le pieghe della lunga gonna e dal finestrino appannato spiava l’uomo che aveva amato, distante, in piedi dietro i vetri di una finestra.
Alla stazione soffiò e l’auto si mosse.
Era ormai da tempo che aveva preso la decisione. Aveva anche atteso a lungo, troppo a lungo si disse.
Gliel’aveva sussurrato in un orecchio mentre i loro corpi erano uniti e imploranti tra le grinze delle lenzuola, così il dolore era stato lenito dal piacere, non l’aveva assalito di colpo, ma solamente stordito per laceragli in seguito il cuore. Ma anche il suo non aveva retto.
Le ruote macinavano l’asfalto adesso e il sentiero sterrato che squassava l’auto e fendeva i pensieri era un ricordo distante.
Il conducente nascondeva gli occhi dietro delle lenti scure e spesso curiosi vagavano oltre, sullo specchietto retrovisore, fissandosi sulla sagoma che affiorava dai fari scialbi delle auto in coda. Capelli biondo cenere, occhi che parevano delle fessure grigie, labbra sottili e pelle molto chiara che si screziava di un impercettibile rossore sulle guance. Era bellissima, una sirena si disse.
Stringeva tra le mani un telefonino, quando il display s’era improvvisamente illuminato rischiarando il volto precipitato nella penombra, piangeva.

Ho paura di dimenticare il tuo volto, la tua voce, il tuo modo di camminare e d’inclinare la testa quando rifletti, e il tuo sorriso, le tue labbra morbide, il tuo sapore ancora addosso che già non ricordo.

La mano svuotata d’ogni forza vitale s’aprì e il telefono scivolò nella borsa, quando l’auto decelerò e si accostò lungo la piazzola dal perimetro giallo.
Quando chiuse dietro di sé la portiera e la vita la investì in pieno volto senza avvisaglie, sentì una mancanza toglierle il respiro e il vuoto scavare avidamente nello stomaco. Non avvertì il peso della valigia, né il lastricato del marciapiede e la sua voce e quella dell’uomo della biglietteria.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il pavimento della stazione.
Col fazzoletto tamponò le scie nerastre che rigavano il volto in un tremito riflesso del piccolo specchio da borsa, quando lo sferragliare brumoso del treno divenne sempre più opprimente e salì, salì inghiottendo lo sbadiglio inguantato della donna ricoperta di piume e gli sbracci alieni del capostazione e l’alito caldo delle bocche dischiuse degli amanti che incrinavano il freddo dicendosi a presto.

Gianfranco Costantiello

3. Matana Roberts – Coin Coin Chapter One: Gens de couleur libres

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio nome significa figlia della Luna.
Non è il nome che mi diede mia madre al momento della mia nascita.. quello che conta veramente nel mio paese è come ti chiameranno una volta emersa dalla foresta.
Non mi sono mai piaciuti gli alberi, sono creature che prendono in giro gli uomini e il destino. Ai miei fratelli piaceva giocare a chi si arrampicava più veloce, ma una volta raggiunta la cima non c’era nessun premio ad attenderli.. mi sembrava stupido.
A volte qualcuno cadeva e si faceva male, mio padre li picchiava con il bastone: “una bocca senza braccia da sfamare!” diceva.
Qualcuno si salvava tra i loro rami dalla leonessa o dal giaguaro, per morire qualche giorno dopo per il morso del serpente o per l’acqua cattiva.
Gli alberi sono una mano sugli occhi di Dio” diceva mia madre, “Lui non può proteggere quello che non vede”.
Quando il mio corpo è fiorito avevo nove anni, ma riuscii a nasconderlo per altri due. Non volevo entrare nella foresta.
Entri bambino, esci uomo”.
Quella mattina indossai il vestito bianco che mia madre aveva iniziato a tessere sin dalla mia nascita, mi addentrai nella foresta accompagnata da mio padre, così come gli altri bambini.
Tre giorni abbandonati tra le braccia della Natura, a cibarci di essa, a vivere di essa.
Una volta usciti, avremmo visto attraverso gli occhi di un adulto.
Mio padre mi accompagnò, fino ai margini.. ma non mi salutò come fecero gli altri genitori. Invece, tenendomi per mano, continuò a camminare, a camminare, a camminare, fin dove la vegetazione era così fitta che ogni passo costava tagli e sangue. All’inizio lo seguii con fiducia.. dopo mezz’ora cominciai a capire, e mi dovette trascinare mentre io urlavo e piangevo.
Arrivammo alla capanna, un povero tetto di una dozzina di tronchi.
Mi violentò per ore, fino a quando non dovette nemmeno più picchiarmi per farmi stare zitta.
Quello che Dio non vede”, ripeteva, “Dio non sa..”.
Io pensavo che Dio misero potesse essere, se bastavano pochi centimetri di legno a renderlo cieco..
Giacei lì distesa ben oltre i tre giorni di rito.. e quando tornai, sporca, nuda, mezza morta, guardavo la realtà con gli occhi di una creatura senza nome.
Passata qualche settimana il mio addome cominciò a gonfiarsi.
Sapevo che non avrei potuto parlare, con nessuno, mi aspettava una punizione e non una cura.. sapevo anche che avrei dovuto farmi male, tanto male, per guarire.
Entrai nella foresta.. ricordandomi gli avvertimenti di mia madre su quali radici raccogliere e quali animali toccare.
Feci tutto l’opposto.
Mi nutrii del legno velenoso che cresce sotto la terra, delle rane colorate con la morte disegnata sulla schiena. I contorni di quello che mi circondava si fecero sfumati, l’aria cominciò ad avere un sapore amaro a contatto con la mia lingua, ero circondata da una cacofonia di suoni e lamenti mentre la Natura urlava il suo sdegno. Ma non era sufficiente, sentivo ancora la vita dentro di me, allora mi scagliai contro gli alberi, mi ferii.
Non bastava.. cercai un bastone sottile e un sasso piatto e rotondo.
Quando mi distesi, anche Dio aggiunse la sua voce adirata al tumulto incomprensibile, graffiante, che sovrastava ogni cosa che mi circondava. Mostrai i denti, sputai la mia umanità avvelenata, e spinsi, spinsi, finchè il rumore diventò insostenibile e i miei timpani si lacerarono.
Mi svegliai qualche ora dopo.. c’era silenzio, ma solo perchè tutto quello intorno a me, sopra di me, e dentro di me, era morto.
Quando ritornai ai villaggio, gli uomini nei campi lasciarono cadere i loro attrezzi, le donne terrorizzate raccolsero a sé i loro vestiti, i vecchi intrecciavano le dita a formare arcaici segni di protezione.
Eulalie! Eulalie! Kersalia! Eulalie!”, urlavano.
Li guardavo, senza provare nulla.
Li guardavo, attraverso gli occhi della Luna.

Filippo Righetto

4. CunninLynguists – Oneirology

Data di Uscita: 22/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Predormitum. Passaggio, trasposizione verso l’Altro Mondo.
Un luogo multiforme e senza pareti, popolato da creature irreali, da maelström inversi che sono ingressi e non uscite.
La mente è un puzzle con la chiave di lettura persa nella sua complessità ma io vi dico, tutti passiamo di qua, ne sono certo.
Il mare con l’acqua nera, soccombere alle sue acque è il destino peggiore, bevine un sorso e non riaprirai più gli occhi.
Alcuni viaggiano su una mongolfiera composta da lucidi sorrisi, accecati, perchè le stelle sono ancora più brillanti quando la notte è più nera.

I am floating happy not knowing nautical course
Tie a wristwatch in slipknots and dock at my porch
Time is of no essence, the presence becomes presents
Peasants become pheasants and soar past acceptance
Current currencies worthless, fodder for feeding purses
With iron clad words I solder together verses
I’m trippin like I’m eatin’ the fungi
Leaving me cornered like the puss that crusts in ones eye

Sono un viaggiatore senza meta con solo l’oceano nero nei miei occhi. Setaccio ogni zigrinatura della mia barca ed ogni onda alla ricerca di segni, simboli e presagi, consapevole che la sabbia all’interno della mia clessidra potrebbe scomparire da un momento all’altro, e che sono i periodi bui quelli in cui gli eroi emergono.
Certe volte sono avvolto in un mantello di fumo senza essere bruciato dalle fiamme, e quando la nebbia si dirada il paesaggio lascia spazio ad ambienti cremisi ed alberi di diamanti. Questo è un mondo strano dove le regole non sono definite.

Il mio compito? Il mio vero scopo? Forse vi ponete la domanda ascoltando la mia voce o seguendo i miei consigli, mentre vi avvicinate alla riva del vostro sogno, al termine della vostra veglia.
Questo è solo il prologo, sta a voi decidere se morire con la spada di cartone sul fianco sinistro o su quello destro.
So just close pupils and be pupils and listen.

Filippo Righetto

5. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

6. Tinariwen – Tassili

Data di Uscita: 30/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

I popoli erranti nel deserto cantami, o Musa,
che avvolgono le loro teste in metri di veli
e vagano evocando Allah tra le dune.

Lo spirito del blues si è incarnato nel deserto, vagando tra montagne di sabbia, è disceso tra gli uomini blu e i loro dromedari. Così è stato deposto il kalashnikov e sono state imbracciate le chitarre. La nota blu è entrata delle teste dei Tuareg avvolte di tessuto blu, nero o bianco.

Dall’Africa siamo venuti e in Africa torneremo.

Perché tutto il mondo sarà Africa, ma soprattutto sarà Musica. Canteranno insieme il pescatore dell’Alaska e l’aborigeno dell’Australia, batteranno le mani sullo stesso tamburo; la balena della Groenlandia e la balena franca australe sintonizzeranno i loro ultrasuoni facendo penetrare le onde sonore in tutto ciò che vive, dall’estremo Sud all’estremo Nord del mondo, scontrandosi in gioia al centro del mondo, dove vaganti nel grande Sahara, i berberi fanno tornare in Africa la musica dei giganti neri del Mississippi.

Dove c’è movimento c’è Musica, ma dove non c’è movimento c’è Silenzio, amante ancestrale della dea Musica, oscuro protettore delle note, mentore del ritmo.

Alziamoci da terra e intoniamo il nostro coro col vento, diventeremo talmente leggeri da saltare sui granelli di sabbia; voliamo su corde di chitarra tra un’oasi e un’altra, guardando i dromedari liberi che corrono, di una corsa che sembra quasi una danza.

I suoni riuniscono tutte le loro religioni in un unico grande credo, la Musica, grande madre monoteistica, che non ha terre, viaggiando su tutto il pianeta e oltre, raggiungendo le frequenze rumorose di tutti i sistemi solari, di tutte le galassie nell’intero universo, nella meravigliosa bellezza dell’Armonia che mai è nata e mai morirà.

Marco di Memmo

7. PJ Harvey – Let England Shake

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

«Mamma, mamma, mamma!»
«Juliette, cosa c’è?»
«Mamma, che cos’è la guerra?» Paulene smise di scrivere gli appunti di lavoro che aveva sulla scrivania e si voltò verso la figlioletta. Che domanda strana, pensò. Deve aver sentito quella parola in televisione.
«La guerra è quando non fai i compiti e la mamma si arrabbia!»
«Non è vero!»
«E invece sì. Fila di sopra; su, su!» Si alzò per spegnere la tv e si risedette. Poi cominciò a pensare a suo padre morto sul fronte e ai racconti della madre, le lettere, la casa in cui avevano vissuto. Si domandò fra se e se: che cos’è la guerra?

Il fronte, questa terra di nessuno, è rosso e marrone: il colore del sangue. Gli alberi sono mani enormi che dicono basta, fermatevi. Ma gli uomini sono ancora lì, in attesa di qualche ordine, in attesa del prossimo attacco, in attesa di scamparla ancora una volta. Che cos’è la guerra se non l’attesa che la guerra stessa finisca?
Le corrispondenze tra il padre e la madre di Paulene sono ancora lì, riposte nel cassetto. Della vecchia casa dove era cresciuta resta soltanto il ricordo dei brandelli e le lacrime per le cose andate perdute e le vite spezzate. Le vite degli altri sono anche le nostre.

Più tardi la donna salì di sopra, nella camera della piccola Juliette, con delle fotografie e le vecchie lettere.
«Guarda, queste sono le lettere che tuo nonno e tua nonna si scrivevano quando c’era la guerra. Non potevano vedersi perché erano molto lontani.»
«E perché erano tanto lontani?»
«Perché tuo nonno aveva un compito. Doveva difendere l’Inghilterra.»
«Ma allora la guerra è una cosa bella, mamma.» Paulene sorrise amaramente. Poi chiese: «Perché pensi che sia una cosa bella?» Juliette prese una foto di suo nonno in divisa insieme a tutta la sua compagnia di reggimento: «Guarda, sono tutti sorridenti.»
«Sì, la guerra è una cosa bella quando finisce. E quando qualcosa di così brutto finisce vuol dire che la gente ha dato il meglio di sé. Vuol dire che c’è speranza.» Paulene non credeva sul serio a ciò che diceva alla figlia. Per lei non c’era speranza. La storia si ripete, sempre uguale; e il sangue versato ieri sarà uguale a quello che continuerà ad essere versato da qui all’eternità, inutilmente.
Si avvicinò alla finestra e le sembrò di udire la voce della madre suonare dalle colline – la sua voce era debole e acuta come il vento.

Che stupida, pensò. Questi pensieri… c’è altro da fare piuttosto che star qui a fissare gli uccelli muti sugli alberi e ascoltare le colline parlare.
E così Paulene tornò indifferente, e si rimise al lavoro con un lieve sorriso sulle labbra.

Andrea Russo

8. Deaf Center – Owl Splinters

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“Quando mi trovo in mezzo a questi enormi scheletri leviatanici, a crani, zanne, fauci, costole e vertebre, tutti caratterizzati da parziali somiglianze con le razze esistenti di mostri marini e che allo stesso tempo hanno notevoli affinità con i leviatani preistorici estinti, loro inimmaginabili antenati, mi sento trasportato, come da una marea, a quel periodo straordinario prima che il tempo stesso iniziasse, perché il tempo è iniziato con l’uomo”

Cosa si nasconde dietro quella tenda, Virginia?

Ci ho impiegato 4 secondi a dirlo, eppure quelle parole sono rimbalzate nelle mia testa fino a tramutarsi in una sentenza.

L’aria si è fatta densa, tu mi hai guardato in quel modo.

Non c’era più una giovane donna ed un bambino di 6 anni, ma un leviatano nel deserto del Perù intento a fissare famelico la sua preda.

Ero terrorizzato.. un bambino ha pochi strati emotivi, inferiori di gran lunga a quelli di un adulto, però io non avevo paura, ero terrorizzato, e sapevo la differenza.

Hai cominciato a farmi domande strane, mi hai chiesto se il corvo si era tramutato in un martin pescatore, se era la domanda a spaventarmi o la risposta, ed io replicavo, perché non volevo sembrare stupido, non volevo farti arrabbiare, non adesso, non quando i tuoi occhi erano diventati rossi, Virginia.

Il tuo sorriso si inarcava sempre di più, sembrava non avere più fine, io sono scoppiato a piangere, ricordando quando mi prendevi sulle tue ginocchia e mettendo le tue mani bianche sulle mie mi facevi suonare il pianoforte sotto la finestra, anche allora sorridevi, ma avevi sempre gli occhi chiusi e tutto sembrava normale, io non l’avevo mai notato.

Pianto, incontrollabile, mi sforzavo di smettere, di solito mi dicevi che gli ometti non devono piangere, ora stai in silenzio e mi guardi, sorridendo, per favore chiudi gli occhi, non li voglio vedere, non li voglio vedere Virginia, si, si, si, si, continuo a rispondere di si, voglio che il Velo di Maya si alzi, si, si, si.

Nascondo il viso nella mani minuscole, quando riapro gli occhi sei sparita, forse è tutto finito, sento le note acute del pianoforte, non hai mai suonato senza di me, però va bene perché hai sempre suonato solo quando eri felice, quindi va bene, va bene, è passato tutto, corro verso la stanza vicino alla veranda, non ti trovo..

Dietro la tenda, hai sempre detto, c’è un altro din don, però può essere suonato solo una volta bambino mio, solo una volta, e solo da me.

Mi sono tolto i sandali, per non fare rumore, e mi sono avvicinato a passi lenti alla stanza dietro la tenda.. vedevo qualcosa, dietro, una forma, una faccia forse, un palloncino.. se suoni vuol dire che sei felice, quindi è tutto a posto, giusto?

C’è tanto rumore mentre attraverso la tenda..

Forse si aprirà la porta del giardino del sultano del Guahìr e io giocherò con i fenicotteri in mezzo alle fontane.

Forse, incontrerò nonno..

Filippo Righetto

9. M83 – Hurry Up, We’re Dreaming

Data di Uscita: 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ces grand arbres…
di Marco Caprani

“Je reconnais cette forêt.
Ce n’est pas une forêt ordinaire, c’est une forêt de souvenirs
Mes souvenirs.
Cette rivière blanche et sonore, mon adolescence.
Ces grands arbres, les hommes que j’ai aimés
Cet oiseaux qui volent, au loin, mon père disparu.
Mes souvenirs ne sont plus des souvenirs, ils sont là, vivants, près de moi, ils dansent et m’enlacent,
chantent et me sourient.”

Sdraiato sui sedili posteriori di un’auto, mezzo addormentato, fisso la notte.
Agli occhi di Dio questa macchina è una micro machines.

“I’m slowly drifting to you…”

Il rewind di una vita, forse parallela, forse passata… forse non mia.
Eppure, scorre al di là del vetro e scorrono pensieri come bagliori, bagliori come pensieri.
Pare di sentirsi soli come le stelle o in una piazza in silenzio, con milioni di persone attorno.

“Raconte-moi une histoire… and you can jump all the time and everywhere.”

Due righe, butterò giù due righe…
Le disegnai: due righe lunghissime, infinite, ma laddove le parole non hanno fine intervengono l’amore e il silenzio.

“Je regarde mes mains, je caresse mon visage, j’ai 20 ans, et j’aime comme je n’ai jamais aimé.”

Dovrei svegliarmi, disconnesso da me stesso, per comprendere l’“Essere”…
Respiro sorpreso e mi accorgo che sto attraversando cattedrali di suono, marmi bianchi carichi di luce intensissima, vetri scuri e riflettenti, travi d’acciaio enormi, colonne e corpi statuari, albe, tramonti improvvisi… ed alberi… alberi giganti, immensi.
Carezze vocali e occhi infantili si mescolano violentemente con fisicità e massa, epicità e corpo in un mare di lacrime e d’immaginazione.

“…and your mommy suddenly becomes your daddy
and everything looks like a giant cupcake

and you keep laughing and laughing and laughing
nothing is ever quite the same really
and after you finish laughing
it’s time to turn into a frog yourself
it’s very funny to be a frog…”

10. Laura Marling – A Creature I Don’t Know

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

‘No te conoce nadie. No. Pero yo te canto’
(F.Garcia Lorca)

Sto solo sprecando inchiostro, lo so.
Il diario che ho tra le mani non può servire a niente, occupa solo un posto in un cassetto, anzi potrebbe solo portarmi dei problemi.
Non cambierà mai niente qui, in questo villaggio. Ci hanno abituato a non chiedere niente sin da piccole, a me e a mia sorella. Che diritto abbiamo di cambiare le cose?
Per fortuna sono da sola adesso, sdraiata sul letto e con la penna in mano e ho anche chiuso la porta a chiave.  ‘Night after night, day after day. Would you watch my body weaken, my mind drift away?’

La marcia della carrozza là fuori preannuncia un’altra inutile domenica. Non ho voglia di uscire dalla porta di casa e di sorridere ai passanti. Quell’uomo non può con orgoglio portarmi per le strade a braccetto come se ci amassimo davvero. Io non lo amo più, non posso dirlo a nessuno. Solo questa carta lo sa e da quasi un anno ormai.
Ma non serve proprio a niente,  c’è solo polvere in giro.
Eppure non sarò mica l’unica. Rosa, la moglie del dottor Alvarez, come può accettare ancora tutte quelle pubbliche umiliazioni? E che dire di Carmen, mia cugina, o di Teresa, alle preso con i figli del signor Gonzales.. Da generazioni abbiamo paura di non meritarci la grazia e non ci chiediamo neanche perché. Altro che avere dei dubbi …
Le luci della grande città in lontananza all’ora del caffè, tra le lenzuola rattoppate e ingiallite appese sui balconi e l’inevitabile avanzata del crepuscolo, mi ricordano il riflesso del sole sulle vetrate della chiesa il giorno del mio matrimonio. L’amore pareva un’altra cosa a diciassette anni e con indosso l’unico abito davvero bianco che abbia mai indossato in vita mia. Dove sono finite tutte quelle parole che mi hai regalato tenendomi per mano? Tutti quegli ornamenti inutili, tutta questa mia rabbia che non trova una via d’uscita, che da innocente si è ritrovata vittima di questa pena infinita, tradita dalla mia forza di agire.
Dove mi porterà questo scorrere della mia mano? E’ questo il deserto forse?
All’improvviso mi ricordo di Don Pedro, diceva che senza il sangue non si costruiscono le strade e i villaggi come questo, che non ci si può mai ben fidare della notte, soprattutto quella che nascosta è aldilà della collina. Schiava di un presente senza orizzonte, mi perderei senza rimorsi in qualsiasi angolo di notte, purché si trovi in un domani diverso . Ritorna cuore, trafitto da tre spade, continua a tendere verso dimensioni lontane. Recupera parte del mio amore che è stato rapito e violentato da questa terra rossastra e cerca di portarlo via con te.
Talvolta s’impossessa di me come la forza di un mare.
Mi scopro invasa da nude forze e quasi mi sento estranea a questo corpo e a questo mondo. Oh, non può essere solo la mancanza di sonno.
Canto di te che sei ovunque e in nessun luogo perché continui ad aiutarmi a resistere e a tenere lontana la mia mano da qualsiasi lasciapassare per tentativi di autodistruzione. Canto e prego non so più se per quel volto sorridente imprigionato in un’antica fotografia o se per uno spirito non ancora nato che proprio qui, in questa notte, sta cercando di condividere con me qualche misterioso segreto legato al futuro. Come se si trattasse di un passaggio di consegne tra la mia anima e un’altra però capace di liberarsi da qualsiasi catena.
Chiuse il diario sfinita.
Tra canti di vetro abortiti sul nascere posò la penna e si ritrovò in ginocchio ai piedi del letto.
Due lacrime scesero dai suoi occhi socchiusi. Una e due.
Rossa di sangue la prima, l’altra
che pareva cristallo.

Filippo Redaelli

2 Responses to “Top Ten 2011 – Filippo Righetto”

  1. Bid-Ninja…

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  2. quibids scrive:

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