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Top Ten 2011 – Ilaria Pastoressa

1. M83 – Hurry Up, We’re Dreaming

Data di Uscita: 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Ces grand arbres…
di Marco Caprani

“Je reconnais cette forêt.
Ce n’est pas une forêt ordinaire, c’est une forêt de souvenirs
Mes souvenirs.
Cette rivière blanche et sonore, mon adolescence.
Ces grands arbres, les hommes que j’ai aimés
Cet oiseaux qui volent, au loin, mon père disparu.
Mes souvenirs ne sont plus des souvenirs, ils sont là, vivants, près de moi, ils dansent et m’enlacent,
chantent et me sourient.”

Sdraiato sui sedili posteriori di un’auto, mezzo addormentato, fisso la notte.
Agli occhi di Dio questa macchina è una micro machines.

“I’m slowly drifting to you…”

Il rewind di una vita, forse parallela, forse passata… forse non mia.
Eppure, scorre al di là del vetro e scorrono pensieri come bagliori, bagliori come pensieri.
Pare di sentirsi soli come le stelle o in una piazza in silenzio, con milioni di persone attorno.

“Raconte-moi une histoire… and you can jump all the time and everywhere.”

Due righe, butterò giù due righe…
Le disegnai: due righe lunghissime, infinite, ma laddove le parole non hanno fine intervengono l’amore e il silenzio.

“Je regarde mes mains, je caresse mon visage, j’ai 20 ans, et j’aime comme je n’ai jamais aimé.”

Dovrei svegliarmi, disconnesso da me stesso, per comprendere l’“Essere”…
Respiro sorpreso e mi accorgo che sto attraversando cattedrali di suono, marmi bianchi carichi di luce intensissima, vetri scuri e riflettenti, travi d’acciaio enormi, colonne e corpi statuari, albe, tramonti improvvisi… ed alberi… alberi giganti, immensi.
Carezze vocali e occhi infantili si mescolano violentemente con fisicità e massa, epicità e corpo in un mare di lacrime e d’immaginazione.

“…and your mommy suddenly becomes your daddy
and everything looks like a giant cupcake

and you keep laughing and laughing and laughing
nothing is ever quite the same really
and after you finish laughing
it’s time to turn into a frog yourself
it’s very funny to be a frog…”

2. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

3. dEUS – Keep You Close

Data di Uscita: 17/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Ci sono circostanze speciali, che accadono di rado, ma a volte accadono. C’è chi parla di destino, chi di volontà di Dio, chi di altro; io mi limito a credere nella fortuna, determinata dalla casualità e sostenuta dalla volontà umana. Ebbene, in queste circostanze “fortunate” capita di perdere la cognizione del tempo: dieci, dodici anni a tratti sembrano un’eternità, a tratti un istante.
Ne ragionano Lui e Lei nella colazione della domenica, sono passati diversi anni ma Lei non smetterà mai di amare quella luce viva che brilla negli occhi di Lui, né Lui finirà mai di adorare l’espressione amorevolmente arrabbiata negli occhi di Lei quando le ruba la ciabatta dal piede e la lancia in mezzo alla stanza. Loro due, caffè marmellata e cornflakes sul tavolo, lo stereo acceso, i biglietti dei concerti visti assieme appesi al frigo: the Notwist, Arcade Fire, ma su tutti i dEUS.
Hanno comprato immediatamente anche l’ultimo album del gruppo belga, il loro gruppo del cuore; Lei anzi lo attendeva dalla primavera, le piaceva credere che Barman e compagni avessero programmato la pubblicazione per farle il regalo di compleanno. Poi l’uscita slittò, e ora l’autunno è alle porte, ma la gioia è rimasta immutata: insieme scartano il cellophane, emozione palpabile, scintillii.
just like on the day we met”: una storia d’amore e musica.
I’m going to keep you ever close”: Lui a Lei, Lei a Lui, loro e i dEUS.
In grande stile, carico e maestoso si apre il disco tra cori violini e un incedere deciso, poi sfugge sinuoso in tre quarti, luci di chitarra e sessione ritmica accattivante; Lui segue la batteria con una mano sul davanzale, nell’altra c’è una sigaretta, il fumo li riporta al Velvet Club, a quando in fondo alla pista ondeggiavano composti sulle note di Theme From Turnpike (he said: no more loud music), anni fa così vividi nella memoria.
Poi esplode tutto e gli strumenti impennano, urla e rapimento puramente rock, fino a non capire più di chi sono le voci (Tom, Greg Dulli?); poco importa, quel che conta è l’insieme, lo spogliarsi dalle inibizioni e la libertà di scuotersi, a trent’anni come a venti, in camera da letto o di fronte a un palco – il sudore e l’adrenalina hanno lo stesso sapore aspro, frizzante. È coinvolgimento distillato, la sonorizzazione di due storie fuse insieme. Gli improvvisi cambi di registro, pop – rock – ballad, si rincorrono come le fasi della vita, le vicissitudini di una coppia comune e comunque speciale nella sua unicità. Lui e Lei lo sanno, non si dicono nulla ma si guardano complici; ridono quando Lui collega la leggerezza di Costant Now a quella Rag Doll degli Aerosmith che si insinua sistematica negli happy hour dei bar in televisione, tacciono quando i toni intimi di End of Romance li spinge indietro in un flashback emozionale, a commuoversi con For the Roses ai margini di un binario notturno.
Ho sempre creduto nella semplicità e nell’autenticità di persone, gesti, sentimenti. Il loro entusiasmo maturo e sincero ne tradisce la purezza. Parimenti si mostra il disco, onesto e immediato, una commistione di emozioni che scorre veloce e arriva in fondo senza dar tempo di accorgersene; il segno marcato resta però, chiaro e indelebile, profondo, consapevole. È la sostanza che conta, sempre.
Ora è notte e li vedo ancora Lui e Lei, stanno partendo in macchina per uno di quei viaggi lunghissimi che amano da sempre. I loro occhi sono tanto stanchi quanto felici; Lui guida sicuro, ha lo sguardo proteso verso la strada che sta per scorrere sotto di loro, Lei accomoda la testa sulla spalla di Lui, chiude le palpebre e si perde in fantasie su quei posti lontani. Gli archi di Easy li avvolgono, li abbracciano e li accompagnano; suonano solenni come a consacrare un’unione che si rafforza momento dopo momento, e scaldano e incendiano dentro come l’amore.

Federica Giaccani

4. Balam Acab – Wander / Wonder

Data di Uscita: 29/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Aiuto sto affogando, non respiro, non respiro, qualcuno mi tiene la testa sotto l’acqua di un lavandino colmo, sento un respiro ricco di affanno. La vista si annebbia e si annebbia ancora, la Madonna mi chiama a sé, fa cantare i suoi aiutanti frati. Non c’è uscita, il ritmo dei movimenti del braccio che mi blocca il cranio si innesca nel canto religioso. Esplode tutto, sono morto forse, l’acqua invade ogni cosa e sono trasportato su uno scivolo per l’aldilà, le voci si alzano d’intensità. Era solo un sogno, cioè un incubo. Welcome.

Fatichi ancora ad alzarti dal letto, le tendine celesti sono mosse dal vento che entra dalla finestra aperta. Arrivano anche echi di battiti intensi che si riflettono in un oceano di tessiture elettroniche al rallenty. Velocità minima, non riuscirai mai ad alzarti dal materasso credi. Vocine trasformate dai palloncini, vocioni caldi spalmati su pianoforti e sfuriate elettro-ambient. Calma, respira profondamente,  prova a reggerti almeno sui gomiti per alzare lo sguardo e capire da dove proviene il suono.

Niente, una forza questa volta leggera ti incolla al materasso bagnato di sudore. Ritorni al sole sfocato di qualche giorno fa, il mare che trasuda nebbia. L’innocenza dei bambini che giocano nel giardino di sotto si lega al beat di prima, una gioia squillante si collega alle tue meditazioni. Now time.

A cosa mirano questi echi proveniente dalla finestra, a volte le pulsazioni diventano profondissime quasi a spaccarti i timpani. Esplode davvero la stanza dici?, no torna sotto controllo un attimo dopo coperto da un velo liquido di fruscii. Oh Why?. Perché cavolo non ti alzi ancora?, ti aspettano a pranzo i tuoi genitori. Ti stai innervosendo sapendo che forse ti perderei i piatti prelibati sul tavolo, ma proprio non riesci per via di questi effetti sonori che ti entrano dalla finestra. Lieve, smussato, battente come la pioggia d’autunno, variopinto, variabile, confuso. Si mischia tutto, sei anche affascinato e non lo puoi negare. Forse è per quello che ti trovi immobile, però qualcosa di più dietro ci deve essere, non ti pare cosa semplice da spiegare questa situazione.

Per darti qualche appiglio provi a catalogare i suoni come quel tuo amico strano che parla di generi musicali, quello tutto scemo che dice parole a caso come IDM, GLO-FI,GLITCH. E tu lo ascolti senza capire e gli fai sì con la testa. No niente non ci riesci a fare come lui, mannaggia essere così fighi non è da tutti.

Ti riaddormenti ancora, questa volta non è un incubo. Guardi tue vecchie foto negli album e ridi, le pagine si girano da sole senza la tua mano. La fragilità invade tutto. La maglia larga di quella sera, con i drink scuri e i capelli scuri e la ragazza quasi annerita e vagamente poco sobria. Ma qui non ci sono streghe, sono state lasciate indietro nel tempo, fuori dalla finestra. Ti aspettavi ancora le streghe?, va bene lo stesso, apprezzare la fragilità spezzata sarà facile, tranquillo. Queste foto mostrano un altro panorama più disteso, non so quanto e se più rassicurante. I bambini gridano sommersi da suoni anni 80’ messi a nuotare nella melma, rattrappiti ma capaci di arrivare dentro le finestre di tutti.

“Svegliati cazzo, è ora di pranzo”.

Ti alzi subito, in fretta e furia, era un sogno per tutto il tempo, la finestra è chiusa. Era un incubo, è un incubo ci stanno le verdure in tavola, è un sogno.

Alessandro Ferri

5. Work Drugs – Aurora Lies

Data di Uscita: 07/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Cara Renée,
oggi la città è color magenta.  Son stanchissimo, dieci ore fuori casa e ho nelle narici ancora l’odore di tutta la gente che ha oltrepassato la porta dell’ ufficio, del mio pranzo giapponese freddo e così ben decorato che quasi mi dispiaceva mangiarlo, e delle auto in Madison Avenue. Ho comprato una pizza con carciofi e cotto per cena, non ho acceso alcuna luce e mangiucchiavo i bordi ascoltando i Röyksopp.  Kira miagolava ancora prima ch’entrassi, ha inciso dei graffiti sulla porta; come siamo primitivi! Gli manchi. A me no. Piuttosto ti desidero. Desidero la tua presenza, desidero ascoltare la tua voce, desidero guardarti mentre sorseggi il tè , porti avanti il piede sinistro sulla punta, ti si appannano gli occhiali e sorridi.
Ho comprato un nuovo maglione da indossare quando ci rivedremo, così potrai affondare la guancia sul mio petto che ti suonerà tante melodie monotone e monotòne  e poi danzeremo, mentre ti solletico i fianchi. Poi gonfierò la guancia sinistra su cui mi darai un bacino lungo minuti, poi  piangerai prendendotela con le teorie sul romanticismo della lontananza e delle distanze oceaniche.
Ogni sera da sei mesi, vado a dormire con l’immagine di te nello schermo ad intermittenza mentre le palpebre si chiudono, il tuo viso umido di malinconia e lo sguardo a proiettare tridimensionali pensieri che sono anche i miei e che custodisco.
Il sogno d’averti qui diventa incubo che sfogo soffocando il cuscino e facendo a pugni con l’aria.
Maledetta aurora che con il suo silenzio mente e non lascia andar via i mostri di ieri che son anche i mostri di oggi e domani, sempre presenti come shinigami pazienti e buoni.

inside, dreams last forever
outside, you’re still the one I need

Caro Mark,
Berlino è fredda  anche oggi. Di questo passo  non avrò bisogno di creme idratanti e supererò il gelo nel cuore con disinvoltura. M’alleno ogni giorno, lo sai. Ho un’ottima resistenza seppur precaria.
Ho aggiunto una tazza viola alla mia collezione, è in ceramica ed è a forma di margherita che a dirsi non entusiasma, ma ha le foglioline come presa. L’ho comprata al mercatino turco, insieme a delle mele buonissime e dei lamponi insapore ma grandi come quei cioccolatini ripieni ai cereali che m’hai portato l’ultima volta.
Natale s’avvicina, che ansia, eh?! Qui le luci si son accese da Ottobre, sono tutti impazienti.
C’era una mostra al Musikinstrumenten-Museum, ho fotografato delle chitarre pazzesche! Ce n’era una fatta completamente di specchi. Pensavo a tutta la sfiga delle note prodotte, alle canzoni sfortunate, al nostro amore per i gatti neri e per i numeri tra il 13 e il 17 compresi.
Ho ripreso a scrivere, seppur con fatica. Ho pensato che quando tutte queste parole riusciremo a dircele piuttosto che a scriverle sarà bellissimo. L’ho pensato e lo penso spesso, ma ieri non m’hai detto niente e mi guardavi e riuscivi solo a stento a salutarmi e avevo bisogno invece che mi abbracciassi e mi spiegassi perché t’è difficile separarti da me.
Come sono egoista. Quanto mi piacerebbe smettere d’esserlo.
Anche tu mi manchi poco, piuttosto m’appartieni e mi sento al sicuro. Mi appartiene il tuo corpo, mi appartengono i tuoi dischi e le tue mani, grandi bellissime, ruvide e delicatissime.  Mi appartengono i tuoi concerti e gli sguardi non occasionali tra un accordo e una goccia di sudore sul palco che cade a forma di cuore, lo stesso che non vorrei mai veder stampato su un pigiama o su una t-shirt. Mi appartiene il tuo spazzolino. Quello ce l’ho qui davvero.
Tesoro mio, l’insistenza di questa attesa mi consuma, vorrei esplodere nell’entusiasmo d’un abbraccio e prepararti un caffè la domenica mattina che è già ora di pranzo, e andare poi in un ristorante cinese, ordinare spaghetti di soia con verdure e sfidarci in bravura con le bacchette.
Amore mio, l’aurora inganna anche me con le sue sfumature mutevoli e le camaleontiche scenografie; il mio cuore si ferma nell’attimo tra il nero e l’azzurro, la sveglia suona e i sogni e gli incubi non finiscono mai.

Riuscire ad amarsi oltre i vetri e gli oceani e gli orologi, oltre i cali di tensione e i problemi tecnici delle compagnie telefoniche, oltre i chilometri in scala su carte geografiche colorate ad illuderci che basta un righello per tracciare la linea del nostro sceglierci ed esserci scelti.

Preparami la colazione, domani è domenica, io porto il caffè.

Ilaria Pastoressa

6. City and Colour – Little Hell

Data di Uscita: 07/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Spesso mi chiedo, cosa resta?

Cosa resta, del mio lavoro, dei miei sogni.

Impacchettare diversi strati di minerali di qualsiasi tonalità provenienti da ogni angolo del mondo, a formare, strato dopo strato, un cubetto di felicità.

Lasciarlo, di notte, nel cuore di Zuma Beach.

Svegliarsi ogni mattina e scoprire che quei tredici sedimenti di sabbia multicolore vengono drenati della loro bellezza.

Cosa resta?

I gusci infranti di quei cubetti, ordinati uno dopo l’altro, a formare una frase sulla spiaggia.

Te lo ha mai detto nessuno che quando sorridi inarchi leggermente le narici?

Filippo Righetto

7. Mogwai – Hardcore Will Never Die, But You Will

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


M’alzo col solito sapore di cenere ed amaro economico, m’alzo lentamente per dare il tempo alla testa d’aggrapparsi al collo e ristabilirsi al posto solito senza rovesciarsi in fastidiose emicranie post risveglio post sbornia post festa da postumi. Le braccia intorpidite dal formicolare continuo, ricco di fitte pungenti ed incontrollabili, sintomo di un collassante sonno scomodo. E lo stomaco. Dio lo stomaco, non c’è mai un buon risveglio, non lo sento elastico e sano da settimane ormai, decide lui se il cibo ed il beveraggio possono restare, al risveglio non vomitare è un terno al lotto. Vomito infatti. Vomito e mi sento meglio, doccia tiepida e ristoratrice, sciacquo la faccia, sciacquo i denti con acqua fredda, freddissima, che meraviglia. È per questo che mi piace tanto il sapore di cenere ed amaro al risveglio, perché assaporo il momento nel quale andrà via, ne pregusto ogni disgustoso sapore, mi inebrio del suo aroma sporco e nauseabondo realizzando che del fresco dentifricio allo xilitolo, che non so neanche cosa cazzo è, lo spazzerà via dalle mie papille gustative, ne annichilirà l’odore sostituendolo con uno fresco di menta scialba. M’agghindo al meglio per affrontare una giornata che sa di primavera ma trattiene il vento gelido dell’inverno, prima di scendere per fare quattro passi noto il cadavere quasi salasso di una bottiglia di amaro e un po’ più in là del pane raffermo lasciato fuori dal paniere da troppo. Li raccolgo entrambi e li metto in una busta pensando che oggi è il giorno ideale per andare a dar da mangiare ai piccoli. Scendo le scale con una certa calma degustando e scandendo gli attimi di attesa fra l’idea e la sua applicazione nel reale, m’immetto in strada e svicolo fra i passanti della città, uggiosi e indifferenti come sempre, presi dalle chiacchiere d’un cellulare o dal silenzio dei propri piedi, che ci sarà di prezioso nelle loro scarpe? Perché le fissano mentre camminano? Sono certo che se glielo chiedessi a bruciapelo nessuno sarebbe in grado di descrivermi i cornicioni dei palazzi che affiancano tornando a casa giorno dopo giorno. Arrivo nel parco cittadino, nei pressi della fontana centrale, mi siedo e caccio dalla busta il pane, lo innaffio con l’amaro e ne strappo piccole palline che offro alla fauna ornitologica locale. I piccioni, specie unica del suddetto ramo nel distorto ecosistema della città, s’avventano avari sul pasto gratuito ed io osservo compiaciuto il loro banchettare. Una bambina, grassa oltremisura, mi si avvicina e mi chiede che faccio, disgustato dalla domanda ovvia quasi quanto dalla dieta pessima che genitori incuranti viziosamente assecondano rispondo che do da mangiare ai miei piccoli. La bambina risponde, i tuoi piccoli sono gli uccelli? No, bambina, osserva bene. I piccioni, col loro veloce metabolismo, il loro piccolo stomaco, il loro proverbiale cervello sbattono a terra drogati dall’eccesso d’alcool, sbattono le ali nella speranza di prendere il volo ma privi d’equilibrio puntano rovinosamente a terra. Vedi, io do da mangiare ai gatti, le dico sorridendo, nel mentre una snella piccola pantera con passo furtivo s’avvicina alle prede facili. Mi giro verso la bambina che fissa sgomenta la scena, terrorizzata dalla visione è immobile, le chiedo, e tu, chi nutrirai ingolfandoti ancora di quelle porcherie? Di chi sarai il lieto pasto, bambina? La bambina mi fissa per pochi attimi e vede il diavolo nei miei occhi probabilmente, io nei suoi vedo una prossima redenzione dall’abuso di zuccheri, mi sta bene. Urla, scappa. Torno alla scena, la gatta trascina per il collo un ei fu piccione verso la base di un cespuglio dove ad attenderla ci sono i piccoli, mi guarda con riconoscenza, la osservo e me ne compiaccio.

Alfonso Errico

8. Raein – Sulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti

Data di Uscita: 16/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Quello che stai scrivendo non è un libro ma solo gocce di inchiostro definito.
I segni del male non sono sentieri; percorri immagini che ti cancelleranno.
Sono il diavolo che tenta la mia mente e dico di voler cambiare per non soffrire, ma poi star male è la soluzione a morire.
Dove credi che abbia seppellito il mio cuore? C’è una quercia in giardino, puoi trovarmi lì.
Hai bisogno forse di scavare? Sono vivo solo per vederti.
Non mi senti.
Non mi annusi.
Ho un colore che non usi.
Vestiti con le mie preghiere ed implorazioni. Che maledizione sarebbe a non vedertela indossare?
Gli arcobaleni sono un imbroglio, disarmarti è quello che voglio.
Non puoi combattere contro le mie vene al sole, stan scoppiando, questione di circolazione.
Assicurati che non dia nutrimento ai vermi, potrei voler vivere prima o poi, potrebbe piacermi.
Sono sulla linea d’orizzonte tra questa mia “vita” e quella di tutti, che scorre al di là del mare, dove non voglio e non riesco ad arrivare.
Che nausea.
Sto così bene in questo niente da star male.
Cerco involontariamente di soffocarmi tra le lenzuola bianche, in questa notte nera, e sogno corse in cui arrivo sempre ultimo per esser primo.
Mi illudi, mi lasci credere che il risveglio sarà positivo, mentre i miei nuovi errori tornano insieme ai difetti lucenti, che quando sorrido nessuno vede.
Poveretti tutti e povero me, soprattutto.
Mi son guardato allo specchio, avevo il naso storto, m’hai tirato uno schiaffo per dar colore alla guancia; ero troppo pallido perché tu mi presentassi ai tuoi.
Dopo di noi, dopo questo schifo, oltre questo mare, c’è la libertà, in realtà.
Dopo di noi, arriveranno gioie  vere.
Devo riposare la mia mente pigra ed inconcludente e prepararmi il giorno in cui non sarò più codardo e chiuso in questa scatola, senza istruzioni per l’uso, senza componenti aggiuntivi.
Auto-eliminazione, la soluzione.
Mi dissolvo.
Bevimi, dissetati e non farti del male.
Da oggi, sarà sempre primavera qui.
Da domani, altro che la neve, margherite nel tuo vaso e sole al primo respiro.

Un passo alla volta, tornare a imparare da zero.
Fermati, senti lo spazio allargarsi nel petto.
Respira, scegli chi portare con te, chi abbandonare.

Ti aspetto.
Non mi aspetti.
Non mi aspetto.

Ilaria Pastoressa

9. Caso – Tutti dicono guardiamo avanti

D.d.U. 12/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Prendeva fuoco il mio laboratorio di coraggio, nitroglicerina e in un istante scoppia tutto.
Avrei dovuto accendere passioni, senza demolire ambienti di sentimenti e camere di emozioni.
Ma soluzioni estreme mai, comincio tutto e lascio a metà.
Il quadro, il libro, la palestra, l’università.
Ti amo, a sentirtelo dire, che felicità!
In questa danza delle possibilità tutti dicono: “guardiamo avanti”, ma non riesco a concludere la coreografia.
Nessun passo nemmeno verso te.
Le mattonelle blu, non ci sei più.
Forse siamo troppo fermi e quando apro la finestra sei triste e mi dici che vorresti andare al mare.
E ti ci porto, al mare.

Proviamo a spingerci oltre i palazzi: è una vita che aspettiamo un cambiamento.

Quell’appartamento proprio non ti piaceva.
Quest’inverno non ci sarà la neve a nasconder le cose.
Ho composto una canzone. Cantala con me.

Ilaria Pastoressa

10. Bianco – Nostalgina

D.d.U. 01/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Vedo dove vuoi arrivare anche stasera.
Il vinile gira ancora, non è una vecchia cantilena.
La candela muore, gli accordi si infittiscono, l’orgasmo non è unico.
Mi piace il temporale, la tempesta; fuori piove.
Come stavamo, prima?
Di cosa parlavamo quando parlavamo d’amore!?

Sono io il poeta senza poesia, il musicista e il paroliere che dei suoi testi non fa tesoro.
Ma sarebbe un sogno mantenere un figlio con il rock. Avere una famiglia sana ed uno stereo. Vivere in un mondo magico, con Marco Carta benzinaio e in classifica Josh Homme.
Presente, son presente io, da sempre.
Assente sei assente.

Ilaria Pastoressa

2 Responses to “Top Ten 2011 – Ilaria Pastoressa”

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