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Top Ten 2011 – Filippo Redaelli

1. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

2. Beirut – The Rip Tide

Data di Uscita: 30/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Finding the way home. Lights, skies, sounds.
di Filippo Redaelli

Un ragazzo cammina e cammina per un lungo viale deserto impugnando il manico del suo ukulele con la mano sinistra. Sono le cinque del mattino, le luci
dei lampioni ti stordiscono e il vento dovrebbe indicarti la via di casa. Le spalle a momenti si sgretolano, l’andatura si fa incerta, una macchina sfreccia
dalla parte opposta della strada. La stanchezza soffoca melodie dentro al suo strumento mentre orchestre si alternano nella testa in un caleidoscopio di
sinfonie che, pare, non possa avere fine. Tutti i suoi viaggi lì dentro, reali o immaginari, tutto lo fa crescere e lui lo fa suono. Come se il suo lavoro fosse
quello di imprigionare alcuni pezzetti delle sensazioni della tua vita in tante piccole cartoline. Una magia tutta loro, dal bianco e nero a giustapposizioni di
colori più vivaci, tutta la scala cromatica delle emozioni. La strada e il vagabondare sempre grandi protagonisti, più che altro,a essere precisi,le luci e i cieli
dei paesi che trovi. I bar lungo i canali a notte fonda, pallidissimi ricordi di pomeriggi sul lungomare francese. Come l’anno della settimana in Italia o
quell’inverno sulle coste della Francia del Nord. E pure la grande metropoli,solo se si respira anche musica. Come quando si era più giovani lungo la
Senna, solo un gruppo di amici e una manciata di invenzioni.  Con lo scorrere infinito dell’acqua del fiume di fronte a noi, a ricordarci delle lacrime più
dolci. I nostri volti riflessi, sfumati,imprecisi, familiari,contorti tra i visi delle case con le rughe dei pescatori e una manciata di alberi che cadono nel vuoto.
Con quel poco che si riesce ad avere, creare situazioni. Santa Fe, la sua prima casa, racchiusa in una manciata di minuti diventa un brivido eterno
imprigionato sotto tutta la pelle. Ritrovare il calore di un fuoco che va a raggiungerti il cuore, sentirsi come dopo aver  terminato ‘Il giovane Holden’,
meno solo. Soltanto grazie ad una notte, diventare più saggi di un anno.

“Tonight we rest beside the fire, a smile upon your face. But don’t forget a candle’s fire is only just a flame”
Dimenticati delle fotografie mai scattate che non possono invecchiare o della sua immagine lontana e sfuocata.
Ieri scrivevi sul muro ‘la vita dovrebbe essere più viva’ e sempre,nonostante tutto, sorridiamo ancora.

La felicità impalpabile nell’aria scivola,si nasconde,precipita sulla tua pelle freddissima.
Cadendo, tra questo corpo e il chiasso della marea, ti ritrovi accecato.
Ho affidato, ferendo anche il vento, parole alla notte e in risposta ho ricevuto il mare.
La felicità, impalpabile, come le luci artificiali in lontananza sulla collina.
Comprendere che vedere quelle luci da lontano non è altro che la felicità stessa.

E il tramonto è rosso, il tramonto è bellissimo
come il graffio che la vita ti ha lasciato sulla mano
e che mi ricorda Berlino, centomila anni fa.

Zach, in fin dei conti, è un artigiano. Tutto il suo sapiente mestiere è al servizio della nostalgia. E’ per calmarsi che lo fa. E così anche un quartiere della
periferia di Bratislava o il via vai di un sentiero di East Harlem meritano di vivere per sempre. Per provare a non sentirsi mai più prigionieri della
solitudine. Più luoghi nel mondo come trasformati in un paese natìo. Portarseli sempre dietro sotto forma di canzone. Non temere di perdersi, non più.
Anche in una notte come questa, nonostante tutto sorridiamo ancora.
Perchè è la musica che ci riporterà sulla via di casa.

3. Real Estate – Days

Data di Uscita: 17/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Out of tune, a reversal film.
di Filippo Redaelli

“Hai bisogno di qualche cosa d’altro?” le chiesi, dopo essere entrato nella stanza cercando di soffocare l’abituale cigolio della porta. Fuori le nuvole incominciavano ad impossessarsi di sempre più angoli tersi di cielo e inevitabilmente la luce tutt’intorno si fece più fioca. Mentre in lontananza un campanile scandì le cinque del pomeriggio, il mio flusso di
pensieri si trovò di fronte ad un vaso di fiori posato al centro di un piccolo tavolo in legno scuro e antico, alla sinistra della sua poltrona. Siccome mi dava le spalle, immaginavo che il suo sguardo fosse concentrato su qualche imprecisabile particolare che poteva essere scorto tra i riflessi dei raggi solari sul vetro e gli eleganti ricami di una tenda leggermente
scostata. La sua mano giocherellava come impaziente con una tazzina bianca decorata con chiare pitture floreali, facendo tintinnare i suoi dorati e sottili bracciali, apparentemente inseparabili dalla sua pelle trasparente. Sembrava sempre sul punto di scappargli di mano, ma non cadde. Non appena feci in tempo ad accorgermi di una teiera di porcellana abbandonata, poco dopo aver allontanato di scatto il mio sguardo dalla coda di un gatto in fuga tra le siepi del giardino di fronte,
“solo un bicchiere d’acqua, ti ringrazio”,mi sentii rispondere.

Una stanza bianca, qualche mese prima. Tutto ciò che riesco a ricordarmi sono gli asciugamani che ti avvolgevano e il tuo sguardo assente, sciolto e indebolito da un’umidità insopportabile. Come sempre eri da sola con i tuoi sogni, e ti facevano paura. Con la mano sinistra ti accarezzavo la fronte, con l’altra tenevo un libro in equilibrio. Uscii qualche istante a prendere una boccata d’aria. Mi trovai da solo di fronte ad una fila di identiche costruzioni bianchissime. Mi guardavo intorno, niente dava segni di vita. D’un tratto un cane con una zampa ferita mi passò vicino, si fermò a guardarmi e ricominciò la sua marcia faticosa. Rientrai nella stanza. Leggermente rialzata tenevi in mano un bicchiere vuoto. Precipitò sul pavimento. “E’ sempre così scuro qui, mi dicesti prima di addormentarti, non sembra neanche estate”. Raccolsi i vetri rotti da terra, circondato da troppo chiarore.

Ti ricordi? Quando da bambina andavi sempre a correre e a nasconderti nei boschi. La mia stanza d’albergo buia e solitaria,questa notte. Pennellate scure di verde sfocate e una luce, per un attimo solo, contro i miei occhi. Da che parte si stava spostando la vita? La confusione di quei contorni sfumati, la campagna che protegge te e la tua bicicletta, sentire gli schiamazzi del mondo di fuori farsi più tenui. “You play along to songs written for you / but you’re all out of tune”. Mi addormentai.

Autunno. Riposiamo le nostre menti bruciate, senza bisogno di dirci niente. Né io, né te, né il mondo.
Calpesti le foglie con grazia: “Sono ormai precipitate, dici, sanguinano. Non posso alimentare altro dolore”.
Rientrammo in casa, dopo quei tuoi primi incerti passi in un mondo che con forza un tempo avevi rifiutato.
Il calore del the ed il suo fumo mi annebbiarono le lenti degli occhiali, il tuo sguardo accompagnò l’ultima luce del giorno tra i tetti delle case e gli alberi feriti.
Mi ricorderò per sempre dei colori di quel pomeriggio di fine ottobre, meravigliosamente tenui e così diversi da quel bianco assordante che ancora mi chiude lo stomaco.
Il celeste della tappezzeria, il rosa impercettibile delle tende, il verde timido dei tuoi occhi come separato dal resto del tuo corpo, il vivo pallore delle tue mani sottili.
Lentamente ti lasciavi gli ultimi mesi alle spalle.

Guarivi,
guardando morire le foglie.

4. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

5. Paolo Benvegnù – Hermann

Data di Uscita: 15/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La ballata di Johnnie e Jane
di Filippo Redaelli

John cerca di rendere ospitale una spiaggia deserta.
Il movimento del mare che scende, il movimento del mare che sale.
Da solo perso in questo silenzio, sotto questo cielo in rovina, guarda il riflesso del sole sull’acqua.
Accende un fuoco, si scalda le mani. Da giorni così, in viaggio in solitaria, da non si sa quanto tempo.
Più che la vicinanza con gli esseri umani gli manca di sentire il suono della propria voce, la parola.
Scrivendo cerca di sentirsi più vivo. L’immagine di questo isolamento involontario,
quando ad un tratto giunge all’orecchio una canzone …
Jane dall’altra parte della spiaggia barcolla per colpa del vento, cerca di evitare i sassi.
Saggiamente si ferma, prende in mano un ramoscello e si mette a disegnare sulla sabbia.
Qualche istante dopo trova un coccio di un vaso in terracotta appartenuto a chissà quale epoca con dei versi in greco incisi sulla sua superficie. Stralci di antiche poesie, arrivate fin qua. Mette il piccolo reperto nella tasca del giubbotto, ascolta il sussurro del vento, pensa all’infinito …
Hermann dall’alto li ascolta, gli occhi chiusi e accecati come quelli dei poeti.

Attraversa da sempre e per sempre utopie di cristallo, l’eterno ritorno di Odisseo, le indicazioni delle stelle, il continuo affannarsi dell’uomo, le notti, la religione, i legami della terra, il progresso, le madri in attesa, i tramonti,la resurrezione che segue l’abisso, un viaggio senza destinazione, ritrovarsi ad amare ogni cosa perché non c’è altro da fare.

La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che vive al di fuori di un corpo, e quindi anche al di fuori del tempo” (Sebastiano Vassalli, “Amore lontano”)

6. Wild Beasts – Smother

Data di Uscita: 09/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Come mi sono procurato questo taglio sulla mano? Bordeaux come il vino rovesciato sul tappeto ieri notte, ancora aperto come le cicatrici avvinghiate attorno al cuore. Con la mano fasciata mi accarezzo il viso non rasato, cerco di riconoscere i miei occhi. Il lenzuolo è completamente rovesciato per terra sul parquet. In che dimensione mi trovavo? Era davvero quella, la mia casa di sempre? Le tue unghie nella mia schiena come i tagli sulle tele degli artisti. Raccolgo il posacenere dal divano, cambio la camicia, preparo una tazza di caffè. Cerco ancora di districarmi in mezzo a tutta questa nebbia e come il sole che all’improvviso penetra attraverso il tessuto delle tende s’illuminò la mia mente nell’attimo in cui trovai e mi misi a leggere una scritta lasciata su un foglio di giornale dalla tua calligrafia irregolare.
Una delle tue solite frasi barocche, parlavi di ali e nuove possibilità. Prolungai la lettura aggiungendo le parole  ‘Sorvoliamo insieme i tetti delle case di questo mondo stupido, ora che siamo forti abbastanza per poterlo fare’. Quale fosse la loro origine non lo sapevo proprio. Mi stupii di me stesso. Passai la mano sulle labbra e sul mento, erano parole tue, quelle che avresti potuto aggiungere. Ti conoscevo sul serio così bene? Forse mi avevi soltanto stregato l’anima durante questi mesi, come una vecchia maga incantatrice e anche un po’malvagia.

Passeggio, tra i primi alberi in fiore, per i viali della Ville Lumière. Cerco di ripercorrere gli stessi isolati di quando, in quella brasserie in rue de Saint – Louis, ti vidi per la prima volta. Non mi guardasti mai negli occhi, mai una volta.
Quale forza ci aveva trasformato? Saresti ancora capace di rinchiuderti nella tua stanza come fosse una fortezza invalicabile e sognare e sognare come se al mondo non importasse altro? Mi servirà quella foto di te rannicchiata intorno alle tue ginocchia, sul tuo letto, con la finestra aperta su un cielo sereno e centinaia di piume disegnate che volteggiano nell’ aria. Decido che per il resto della giornata proverò a non pensarci. Ritorno a casa con passo svelto, senza risposte, mi addormento in poltrona, se mi misi a sognare ora non me lo ricordo più. Al mio risveglio andai subito ad aprire le persiane del piccolo balcone affacciato sulla città. Il sole dell’alba invase il mio corpo e la casa. Una sensazione di leggerezza inattesa, ripensare alle tue parole insieme all’immagine del tuo primo viso innocente. Verrò subito a cercarti, pensai. Chiusi gli occhi. Avrei voluto rimanere così fermo per sempre.

Filippo Redaelli

7. Laura Marling – A Creature I Don’t Know

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

‘No te conoce nadie. No. Pero yo te canto’
(F.Garcia Lorca)

Sto solo sprecando inchiostro, lo so.
Il diario che ho tra le mani non può servire a niente, occupa solo un posto in un cassetto, anzi potrebbe solo portarmi dei problemi.
Non cambierà mai niente qui, in questo villaggio. Ci hanno abituato a non chiedere niente sin da piccole, a me e a mia sorella. Che diritto abbiamo di cambiare le cose?
Per fortuna sono da sola adesso, sdraiata sul letto e con la penna in mano e ho anche chiuso la porta a chiave.  ‘Night after night, day after day. Would you watch my body weaken, my mind drift away?’

La marcia della carrozza là fuori preannuncia un’altra inutile domenica. Non ho voglia di uscire dalla porta di casa e di sorridere ai passanti. Quell’uomo non può con orgoglio portarmi per le strade a braccetto come se ci amassimo davvero. Io non lo amo più, non posso dirlo a nessuno. Solo questa carta lo sa e da quasi un anno ormai.
Ma non serve proprio a niente,  c’è solo polvere in giro.
Eppure non sarò mica l’unica. Rosa, la moglie del dottor Alvarez, come può accettare ancora tutte quelle pubbliche umiliazioni? E che dire di Carmen, mia cugina, o di Teresa, alle preso con i figli del signor Gonzales.. Da generazioni abbiamo paura di non meritarci la grazia e non ci chiediamo neanche perché. Altro che avere dei dubbi …
Le luci della grande città in lontananza all’ora del caffè, tra le lenzuola rattoppate e ingiallite appese sui balconi e l’inevitabile avanzata del crepuscolo, mi ricordano il riflesso del sole sulle vetrate della chiesa il giorno del mio matrimonio. L’amore pareva un’altra cosa a diciassette anni e con indosso l’unico abito davvero bianco che abbia mai indossato in vita mia. Dove sono finite tutte quelle parole che mi hai regalato tenendomi per mano? Tutti quegli ornamenti inutili, tutta questa mia rabbia che non trova una via d’uscita, che da innocente si è ritrovata vittima di questa pena infinita, tradita dalla mia forza di agire.
Dove mi porterà questo scorrere della mia mano? E’ questo il deserto forse?
All’improvviso mi ricordo di Don Pedro, diceva che senza il sangue non si costruiscono le strade e i villaggi come questo, che non ci si può mai ben fidare della notte, soprattutto quella che nascosta è aldilà della collina. Schiava di un presente senza orizzonte, mi perderei senza rimorsi in qualsiasi angolo di notte, purché si trovi in un domani diverso . Ritorna cuore, trafitto da tre spade, continua a tendere verso dimensioni lontane. Recupera parte del mio amore che è stato rapito e violentato da questa terra rossastra e cerca di portarlo via con te.
Talvolta s’impossessa di me come la forza di un mare.
Mi scopro invasa da nude forze e quasi mi sento estranea a questo corpo e a questo mondo. Oh, non può essere solo la mancanza di sonno.
Canto di te che sei ovunque e in nessun luogo perché continui ad aiutarmi a resistere e a tenere lontana la mia mano da qualsiasi lasciapassare per tentativi di autodistruzione. Canto e prego non so più se per quel volto sorridente imprigionato in un’antica fotografia o se per uno spirito non ancora nato che proprio qui, in questa notte, sta cercando di condividere con me qualche misterioso segreto legato al futuro. Come se si trattasse di un passaggio di consegne tra la mia anima e un’altra però capace di liberarsi da qualsiasi catena.
Chiuse il diario sfinita.
Tra canti di vetro abortiti sul nascere posò la penna e si ritrovò in ginocchio ai piedi del letto.
Due lacrime scesero dai suoi occhi socchiusi. Una e due.
Rossa di sangue la prima, l’altra
che pareva cristallo.

Filippo Redaelli

8. Brunori Sas – Vol. 2, Poveri Cristi

Data di Uscita: 17/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Ti ricordi quel giorno Luisa? Cosa ti ho detto quel pomeriggio quando sono entrato in cucina, nonostante il lavoro che va male e la fatica di andare avanti. Eravamo lontano da tutto e lo siamo anche ora, in mezzo a questi campi. Da decenni sempre a denti stretti, sotto il sole cocente, guai a farlo vedere. L’automobile è sempre quella da quindici anni, finché funziona. Stretti nei nostri colori, nel nostro paesaggio, con le nostre cicatrici sulle mani, con queste pupille che non hanno bisogno di parlare. Fotografie con le vesti degli antenati attorno al fuoco a bere il vino, e chissà le canzoni che cantavano. Stasera, credimi, ti regalerei la luna e poi ti porterò a ballare. E ascolta la fanfara che suona nella piazza, parla di tutti noi, e infatti canto

Filippo Redaelli

9. The Antlers – Burst Apart

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nemmeno il tempo di asciugarmi una lacrima che già mi lanciavo con il cappotto in mano calpestando il pavé  con il vento gelido a scolpirmi la pelle del viso nella voracità serale della città. Uscivo dal cinema, un piccolo cinema, due sale, che dalla strada non lo vedi neanche per sbaglio. Stavo sempre camminando a tutta velocità, con il cappotto in mano. Sfrecciavano i tram al mio fianco, facevo fatica ad accorgermi a dove stavo mettendo i piedi, forse qualche goccia di pioggia, le luci dei lampioni sono già accese, stordiscono, il cielo non ha colore, forse qualche goccia di pioggia ancora.
Prendi una scena di un film dove non si senta parlare nessuno, uno scorcio di un quartiere di una cittadina francese, basta che sia di sera, all’ora di cena, un inverno appena accarezzato. La città avanza lenta e placida nel suo monotono rispetto di ruoli incatenanti, in ogni parte del mondo, va bene qualsiasi nazione, basta che non si parli di streghe.
Lascia scivolare sulla poltrona di quel cinema tutti i tuoi fastidi, curati di malinconie, sogni infranti, inquadrature lente come lenta dovrebbe scorrere tutta la vita, scivola nella scena del film, negli occhi di quella ragazzina o di una madre ritrovata, cadi nell’acqua dei fiumi gelidi in terre lontanissime da qui, lasciati trasportare dalla corrente della pellicola, dal nervosismo per quella pagina che non sei riuscito a terminare, mancavano solo poche parole, dissolvi il nervosismo di quella camminata troppo frettolosa, ci vorrebbe anche una pioggia lieve fuori, benvenuto in questo magico bosco inesistente.
Un’altra sequenza lenta ti mostra Jacqueline in un giardino bianco e nero come il suo vestito a fiori ,come le sue mani, come i miei pensieri, come il fumo della sigaretta che tieni tra due dita mentre sulle nostre teste, forse, qualche goccia di pioggia ancora. Proteggici, in un’altra sequenza passata, torbida, dissolviamoci, perché andiamo sempre in due direzioni separate, in questa foresta ovattata , questo siamo noi, solo due anime bulimiche che si nutrono di vento. Allontana le antiche paure, sorridi.

Filippo Redaelli

10. Fleet Foxes – Helplessness Blues

Data di Uscita: 03/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


L’alba era già sbocciata ma, nel vagare, mi sono perso.
Andando avanti ho trovato un vecchio specchio.
Mi chiedete cosa vi ho visto riflesso?
Mio padre.

Giulia Delli Santi

4 Responses to “Top Ten 2011 – Filippo Redaelli”

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