monthlymusic.it

Top Ten 2011 – Annachiara Casimo

1. James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

2. Nicolas Jaar – Space Is Only Noise

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Prendete un giornale.
Prendete un paio di forbici.

Kole rovistò nel porta giornali di sua mamma finché, fra sorrisi patinati e macchine lanciate ai centoventi su chissà quale albero, sbucò una rivista sobria con due girasoli smunti in copertina. “Scelta strana quella della foto di due fiori appassiti”, pensò, e ciò conferì ancor più fascino a quella stampa bimestrale da quattro soldi.

Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare alla vostra poesia.
Cominciò a sfogliare le pagine, la prima cosa che gli si parò davanti fu un’enorme pubblicità in cui una biondina poco più che ventenne, coperta solo di petali di rosa, mostrava in camera con fare ammiccante un paio di orribili scarpe rosse. Prestando poca attenzione a quei tacchi chilometrici, fece scorrere gli occhi sui titoli che incontrava, di foglio in foglio. Sulle facciate successive, fra invettive di politici improvvisati e cronache di ordinaria follia, finalmente scorse un trafiletto di una decina di righe, accanto ad una foto, bellissima. A prima vista gli parve la foto della superficie lunare, scala di grigi e minuscoli crateri qui e là; poi notò nell’angolo in alto a sinistra un bimbo placidamente sognante nel suo passeggino scuro.

Ritagliate l’articolo.
Tagliate ancora con cura ogni parola che forma tale articolo e mettete tutte le parole in un sacchetto.

Non trovava sacchetti, così decise che il cestino in cui sua mamma riponeva decine di gomitoli avrebbe fatto al caso suo. Ne svuotò il contenuto sul pavimento, con grande gioia del gatto che accorse divertito dai fili che s’intrecciavano fra loro, e vi ripose, parola dopo parola, l’intero articoletto scelto.
Euforicamente ripeté mentalmente, quasi fosse una formula magica di un rito arcaico: “Agitate dolcemente. Tirate fuori le parole una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le estrarrete. Copiatele coscienziosamente. La poesia vi rassomiglierà.”
Infilò la mano nel cesto con la stessa adrenalina con cui da bambino infilava il cucchiaio nel dolce della nonna mentre nessuno lo guardava, e con mano tremante cominciò a scrivere:

In strada annusai lo sguardo di cristallo,
puntolini scintillanti brillare,
gambe levate, frutto dell’immaginazione.
Invisibili soltanto nell’aria,
improvvisamente le montagne tutt’intorno
frastuoni udirono provenire.
Silenzio come zucchero.
Colori.
Space is only noise.

Kole si fermò improvvisamente, l’ultimo verso l’aveva in qualche modo stordito e soddisfatto insieme. Si rivolse compiaciuto al gatto che l’osservava di sottecchi dalla poltrona: «Eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare». Scoppiò a ridere, mentre il felino elegantemente saltava sul tavolo scombinando l’ordine delle parole e ricreando infinite poesie.

Annachiara Casimo

3. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

4. Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

5. PJ Harvey – Let England Shake

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

«Mamma, mamma, mamma!»
«Juliette, cosa c’è?»
«Mamma, che cos’è la guerra?» Paulene smise di scrivere gli appunti di lavoro che aveva sulla scrivania e si voltò verso la figlioletta. Che domanda strana, pensò. Deve aver sentito quella parola in televisione.
«La guerra è quando non fai i compiti e la mamma si arrabbia!»
«Non è vero!»
«E invece sì. Fila di sopra; su, su!» Si alzò per spegnere la tv e si risedette. Poi cominciò a pensare a suo padre morto sul fronte e ai racconti della madre, le lettere, la casa in cui avevano vissuto. Si domandò fra se e se: che cos’è la guerra?

Il fronte, questa terra di nessuno, è rosso e marrone: il colore del sangue. Gli alberi sono mani enormi che dicono basta, fermatevi. Ma gli uomini sono ancora lì, in attesa di qualche ordine, in attesa del prossimo attacco, in attesa di scamparla ancora una volta. Che cos’è la guerra se non l’attesa che la guerra stessa finisca?
Le corrispondenze tra il padre e la madre di Paulene sono ancora lì, riposte nel cassetto. Della vecchia casa dove era cresciuta resta soltanto il ricordo dei brandelli e le lacrime per le cose andate perdute e le vite spezzate. Le vite degli altri sono anche le nostre.

Più tardi la donna salì di sopra, nella camera della piccola Juliette, con delle fotografie e le vecchie lettere.
«Guarda, queste sono le lettere che tuo nonno e tua nonna si scrivevano quando c’era la guerra. Non potevano vedersi perché erano molto lontani.»
«E perché erano tanto lontani?»
«Perché tuo nonno aveva un compito. Doveva difendere l’Inghilterra.»
«Ma allora la guerra è una cosa bella, mamma.» Paulene sorrise amaramente. Poi chiese: «Perché pensi che sia una cosa bella?» Juliette prese una foto di suo nonno in divisa insieme a tutta la sua compagnia di reggimento: «Guarda, sono tutti sorridenti.»
«Sì, la guerra è una cosa bella quando finisce. E quando qualcosa di così brutto finisce vuol dire che la gente ha dato il meglio di sé. Vuol dire che c’è speranza.» Paulene non credeva sul serio a ciò che diceva alla figlia. Per lei non c’era speranza. La storia si ripete, sempre uguale; e il sangue versato ieri sarà uguale a quello che continuerà ad essere versato da qui all’eternità, inutilmente.
Si avvicinò alla finestra e le sembrò di udire la voce della madre suonare dalle colline – la sua voce era debole e acuta come il vento.

Che stupida, pensò. Questi pensieri… c’è altro da fare piuttosto che star qui a fissare gli uccelli muti sugli alberi e ascoltare le colline parlare.
E così Paulene tornò indifferente, e si rimise al lavoro con un lieve sorriso sulle labbra.

Andrea Russo

6. Paolo Benvegnù – Hermann

Data di Uscita: 15/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La ballata di Johnnie e Jane
di Filippo Redaelli

John cerca di rendere ospitale una spiaggia deserta.
Il movimento del mare che scende, il movimento del mare che sale.
Da solo perso in questo silenzio, sotto questo cielo in rovina, guarda il riflesso del sole sull’acqua.
Accende un fuoco, si scalda le mani. Da giorni così, in viaggio in solitaria, da non si sa quanto tempo.
Più che la vicinanza con gli esseri umani gli manca di sentire il suono della propria voce, la parola.
Scrivendo cerca di sentirsi più vivo. L’immagine di questo isolamento involontario,
quando ad un tratto giunge all’orecchio una canzone …
Jane dall’altra parte della spiaggia barcolla per colpa del vento, cerca di evitare i sassi.
Saggiamente si ferma, prende in mano un ramoscello e si mette a disegnare sulla sabbia.
Qualche istante dopo trova un coccio di un vaso in terracotta appartenuto a chissà quale epoca con dei versi in greco incisi sulla sua superficie. Stralci di antiche poesie, arrivate fin qua. Mette il piccolo reperto nella tasca del giubbotto, ascolta il sussurro del vento, pensa all’infinito …
Hermann dall’alto li ascolta, gli occhi chiusi e accecati come quelli dei poeti.

Attraversa da sempre e per sempre utopie di cristallo, l’eterno ritorno di Odisseo, le indicazioni delle stelle, il continuo affannarsi dell’uomo, le notti, la religione, i legami della terra, il progresso, le madri in attesa, i tramonti,la resurrezione che segue l’abisso, un viaggio senza destinazione, ritrovarsi ad amare ogni cosa perché non c’è altro da fare.

La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che vive al di fuori di un corpo, e quindi anche al di fuori del tempo” (Sebastiano Vassalli, “Amore lontano”)

7. Sandro Perri – Impossible Spaces

Data di Uscita: 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Nuoto nel nulla cosmico nel quale affoga il nostro amore.
Spazi impossibili ci circondano, impressionati su pellicola lucida.
Restano ricordi, angoli illuminati, sorrisi e pulviscolo.
Tienimi la mano, le gambe non reggono.

Annachiara Casimo

8. Balam Acab – Wander / Wonder

Data di Uscita: 29/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Aiuto sto affogando, non respiro, non respiro, qualcuno mi tiene la testa sotto l’acqua di un lavandino colmo, sento un respiro ricco di affanno. La vista si annebbia e si annebbia ancora, la Madonna mi chiama a sé, fa cantare i suoi aiutanti frati. Non c’è uscita, il ritmo dei movimenti del braccio che mi blocca il cranio si innesca nel canto religioso. Esplode tutto, sono morto forse, l’acqua invade ogni cosa e sono trasportato su uno scivolo per l’aldilà, le voci si alzano d’intensità. Era solo un sogno, cioè un incubo. Welcome.

Fatichi ancora ad alzarti dal letto, le tendine celesti sono mosse dal vento che entra dalla finestra aperta. Arrivano anche echi di battiti intensi che si riflettono in un oceano di tessiture elettroniche al rallenty. Velocità minima, non riuscirai mai ad alzarti dal materasso credi. Vocine trasformate dai palloncini, vocioni caldi spalmati su pianoforti e sfuriate elettro-ambient. Calma, respira profondamente,  prova a reggerti almeno sui gomiti per alzare lo sguardo e capire da dove proviene il suono.

Niente, una forza questa volta leggera ti incolla al materasso bagnato di sudore. Ritorni al sole sfocato di qualche giorno fa, il mare che trasuda nebbia. L’innocenza dei bambini che giocano nel giardino di sotto si lega al beat di prima, una gioia squillante si collega alle tue meditazioni. Now time.

A cosa mirano questi echi proveniente dalla finestra, a volte le pulsazioni diventano profondissime quasi a spaccarti i timpani. Esplode davvero la stanza dici?, no torna sotto controllo un attimo dopo coperto da un velo liquido di fruscii. Oh Why?. Perché cavolo non ti alzi ancora?, ti aspettano a pranzo i tuoi genitori. Ti stai innervosendo sapendo che forse ti perderei i piatti prelibati sul tavolo, ma proprio non riesci per via di questi effetti sonori che ti entrano dalla finestra. Lieve, smussato, battente come la pioggia d’autunno, variopinto, variabile, confuso. Si mischia tutto, sei anche affascinato e non lo puoi negare. Forse è per quello che ti trovi immobile, però qualcosa di più dietro ci deve essere, non ti pare cosa semplice da spiegare questa situazione.

Per darti qualche appiglio provi a catalogare i suoni come quel tuo amico strano che parla di generi musicali, quello tutto scemo che dice parole a caso come IDM, GLO-FI,GLITCH. E tu lo ascolti senza capire e gli fai sì con la testa. No niente non ci riesci a fare come lui, mannaggia essere così fighi non è da tutti.

Ti riaddormenti ancora, questa volta non è un incubo. Guardi tue vecchie foto negli album e ridi, le pagine si girano da sole senza la tua mano. La fragilità invade tutto. La maglia larga di quella sera, con i drink scuri e i capelli scuri e la ragazza quasi annerita e vagamente poco sobria. Ma qui non ci sono streghe, sono state lasciate indietro nel tempo, fuori dalla finestra. Ti aspettavi ancora le streghe?, va bene lo stesso, apprezzare la fragilità spezzata sarà facile, tranquillo. Queste foto mostrano un altro panorama più disteso, non so quanto e se più rassicurante. I bambini gridano sommersi da suoni anni 80’ messi a nuotare nella melma, rattrappiti ma capaci di arrivare dentro le finestre di tutti.

“Svegliati cazzo, è ora di pranzo”.

Ti alzi subito, in fretta e furia, era un sogno per tutto il tempo, la finestra è chiusa. Era un incubo, è un incubo ci stanno le verdure in tavola, è un sogno.

Alessandro Ferri

9. Anna Calvi – Anna Calvi

Data di Uscita: 17/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il diavolo col rossetto
di Gianfranco Costantiello

Si spensero le luci in sala, la ribalta s’infiammò d’un bagliore rossastro e nella fessura illuminata del sipario s’issò uno strano strumento in legno e a corde metalliche che venne avanti sospeso a mezz’aria in un passo solenne.
Una mano di donna affusolata si posò rapace sul corpo in palissandro, stringeva tra il pollice e l’indice una moneta d’argento luccicante che scivolò a lambire le corde, e al contempo l’altra mano, quella sinistra, attorcigliata al manico, saltellava abile e sicura lungo la tastiera e un vibratile crepitio metallico si diffuse nell’aria.
Poi la luce fasciò la figura rimasta nell’ombra che allungò l’esile collo in avanti, dischiuse le labbra coperte di un rossetto scarlatto e la voce soffiò debole e arrugginita -– aspetto Dio … che cada per me … che cada per me … –
Dal loggione si levò un ohhh di stupore seguito da qualche timido fischio, mentre il teatro attonito ammutoliva e sprofondava nelle poltrone cremisi.
… che cada per me … che cada–- cantò ancora gonfiandosi in bilico sui tacchi porpora.

Le guance arrossirono timidamente, i capelli scintillarono rischiarati dal lucore delle luci dorate e la bocca si spalancò lentamente ad inghiottire ogni respiro della sala.

il diavolo … il diavolo verrà -– cantò la donna
e dal loggione si levarono brusii e qualcuno sospirò oh santo Iddio e altri mossero le mani tremanti a formare un segno della croce e altri ancora sgambettavano increduli e irrequieti sgranando gli occhi.
Nel bel mezzo della platea un uomo calvo e pasciuto con un pince-nez incrinato sul naso si alzò dalla poltrona agitando le mani e cominciò a trotterellare verso il proscenio ansimando e imprecando contro la donna.
Ma lei continuava imperterrita collo sguardo fisso e algido davanti a sé, senza farsi impressionare da quei bigotti che starnazzavano il loro disappunto.

aspetto l’amore … che cada per me … e aspetto per sempre – incrinò la voce disperata e corrucciando la fronte aggiunse – adesso -–
e quella disperata richiesta svolazzò come una sentenza nell’aria soffocante prima di precipitare tra il pubblico, verso un uomo seduto nella platea accanto a una donnina coi guanti bianchi che gli teneva la mano. Rasato in volto, con una farfalla color mirtillo stretta al collo ricamato della camicia ricambiava lo sguardo impenetrabile e seducente della donna.

Liberatosi dalla stretta della moglie, si levò dalla poltrona cogli occhi ocra e fiammeggianti, serrò le palpebre e con voce da tenore–gridò – sarò il tuo uomo, il tuo amante – e improvvisamente bruciò in una fiamma tra le urla disperate della donnina dai guanti bianchi e della gente che gli sedeva vicino.

… il diavolo … il diavolo verrà – urlarono in coro roventi anime segaligne apparse sul palco.

Esse s’inerpicarono lungo il sipario e divennero fuoco e il fuoco raggiunse il soffitto che in una vampata brillò sulle teste degli spettatori. Tutti si riversarono verso le uscite, ma queste erano bloccate. Il soffitto cominciò a creparsi e scorticarsi e arrotolarsi su se stesso e a cedere alle fiamme; scaglie impazzite di legno infuocato caddero infilzando gli spettatori e le poltrone arsero sprigionando del fumo acre e tossico.

La donna vestita di rosso invocò ancora quel nome tendendo invasata e animosamente le corde dello strumento fin quasi a spezzarle
-– … il diavolo … il diavolo … il diavolo … il diavolo verrà -– e si dissolse in una fiamma che incenerì il teatro intero in un boato.
Colonne di fumo si levavano nel chiarore del mattino dalla zona del Globe Theatre e sovrastavano tutta la città di Londra. Non ci fu alcun sopravvissuto a quell’inferno e quel che rimase fu solo una montagna di cenere.

10. Hauschka – Salon des Amateurs

Data di Uscita: 11/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Le mani vitree  volteggiano sui tasti eburnei talmente repentine che non si ha il tempo di vederle affondare e rialzarsi. Le note partono velocissime sulle corde vibranti per finire ad impattarsi violentemente sulle viti e sulle lamelle inserite fra l’acciaio armonico ed il rame.
Un colpo al nero ed uno al bianco; poi ancora al nero e di nuovo al bianco: il pavimento a scacchi del Salon Des Amateurs è un gigantesco pianoforte da suonare tenendosi per mano e danzando frenetici.

Annachiara Casimo

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.