monthlymusic.it

Top Ten 2011 – Andrea Russo

1. PJ Harvey – Let England Shake

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

«Mamma, mamma, mamma!»
«Juliette, cosa c’è?»
«Mamma, che cos’è la guerra?» Paulene smise di scrivere gli appunti di lavoro che aveva sulla scrivania e si voltò verso la figlioletta. Che domanda strana, pensò. Deve aver sentito quella parola in televisione.
«La guerra è quando non fai i compiti e la mamma si arrabbia!»
«Non è vero!»
«E invece sì. Fila di sopra; su, su!» Si alzò per spegnere la tv e si risedette. Poi cominciò a pensare a suo padre morto sul fronte e ai racconti della madre, le lettere, la casa in cui avevano vissuto. Si domandò fra se e se: che cos’è la guerra?

Il fronte, questa terra di nessuno, è rosso e marrone: il colore del sangue. Gli alberi sono mani enormi che dicono basta, fermatevi. Ma gli uomini sono ancora lì, in attesa di qualche ordine, in attesa del prossimo attacco, in attesa di scamparla ancora una volta. Che cos’è la guerra se non l’attesa che la guerra stessa finisca?
Le corrispondenze tra il padre e la madre di Paulene sono ancora lì, riposte nel cassetto. Della vecchia casa dove era cresciuta resta soltanto il ricordo dei brandelli e le lacrime per le cose andate perdute e le vite spezzate. Le vite degli altri sono anche le nostre.

Più tardi la donna salì di sopra, nella camera della piccola Juliette, con delle fotografie e le vecchie lettere.
«Guarda, queste sono le lettere che tuo nonno e tua nonna si scrivevano quando c’era la guerra. Non potevano vedersi perché erano molto lontani.»
«E perché erano tanto lontani?»
«Perché tuo nonno aveva un compito. Doveva difendere l’Inghilterra.»
«Ma allora la guerra è una cosa bella, mamma.» Paulene sorrise amaramente. Poi chiese: «Perché pensi che sia una cosa bella?» Juliette prese una foto di suo nonno in divisa insieme a tutta la sua compagnia di reggimento: «Guarda, sono tutti sorridenti.»
«Sì, la guerra è una cosa bella quando finisce. E quando qualcosa di così brutto finisce vuol dire che la gente ha dato il meglio di sé. Vuol dire che c’è speranza.» Paulene non credeva sul serio a ciò che diceva alla figlia. Per lei non c’era speranza. La storia si ripete, sempre uguale; e il sangue versato ieri sarà uguale a quello che continuerà ad essere versato da qui all’eternità, inutilmente.
Si avvicinò alla finestra e le sembrò di udire la voce della madre suonare dalle colline – la sua voce era debole e acuta come il vento.

Che stupida, pensò. Questi pensieri… c’è altro da fare piuttosto che star qui a fissare gli uccelli muti sugli alberi e ascoltare le colline parlare.
E così Paulene tornò indifferente, e si rimise al lavoro con un lieve sorriso sulle labbra.

Andrea Russo

2. Simon Scott – Bunny

Data di Uscita: 07/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Skandalopetra
di Andrea Russo

Liberamente ispirato dalle gesta di Georgios Haggi Statti.

Georgios Haggi Statti
aveva un rito prima di immergersi:
si sciacquava le mani e la bocca
con l’acqua del mare.

C’era una volta un pescatore di spugne del Mar Egeo che riusciva a immergersi sott’acqua per oltre sette minuti e a raggiungere decine e decine di metri di profondità. Georgios – questo il suo nome –  era diventato con gli anni il più famoso pescatore di spugne dell’isola di Simi.

Un giorno, una grande nave italiana navigò le acque limpide dell’Egeo ma nel tentativo di ancoraggio si spezzò la catena e così l’ancora andò giù, giù, giù nelle buie profondità del mare.
La notizia si sparse rapidamente sull’isola di Simi, nel cui porto aveva cercato di ancorarsi la famosa nave italiana. Il capitano di bordo, un uomo alto e barbuto, ordinò subito ai suoi uomini di cercare qualcuno in grado di recuperare la preziosa ancora prima che fosse troppo tardi.
Gli abitanti dell’isola di Simi non ebbero dubbi. Soltanto Georgios era in grado di riuscire in un’impresa così ardua: recuperare un’ancora a oltre ottanta metri di profondità.

Tuttavia il dottore di bordo nutriva molte perplessità su Georgios. Il “coniglio” di Simi – così lo soprannominavano a causa dei suoi grandi baffi e dei suoi denti che lo facevano rassomigliare ad un coniglietto – aveva una corporatura troppo esile, un buco ai polmoni, un timpano rotto e l’altro quasi completamente perduto. Infine, visitato dal medico, non riusciva a trattenere il respiro per oltre quaranta secondi. Come poteva riuscire in un’impresa del genere un uomo dal fisico assolutamente inadatto? Eppure, diceva Georgios:
«Giù, giù, giù è tutta un’altra faccenda. Non si sente più nulla se non il peso di tutto il mare premere sulle spalle. Se l’acqua è abbastanza chiara si riesce anche a vedere, non è detto che a ottanta metri sott’acqua sia tutto buio. Ce la faccio, ripeto, ce la faccio. L’ho fatto tante volte, e giuro sui quattro figli che ho che vi riporterò la vostra ancora».
Nessuno a bordo della nave italiana gli credeva ma, tant’è… non avevano nulla da perdere e in fin dei conti erano tutti molto incuriositi da quell’ometto coi baffoni e i denti da coniglio.

Arrivò il grande giorno. Georgios gettò un sguardo verso l’altra sponda; le case erano allineate come giocatori di una squadra di calcio in posa. Il sole picchiava forte in testa ma, nonostante tutto, la folla era accorsa numerosa, tra il molo e il porto, ad assistere all’evento della giornata.
E così si immerse, e per gli isolani di Simi quelli furono i minuti più lunghi della loro vita. Georgios aveva rifiutato mascherina e tuta e si era immerso soltanto con una pietra di ardesia legata ad una corda controllabile in superficie. Gli erano familiari quelle nuvole d’acqua formate dal suo passaggio. L’ancora era lì, la avvertiva. «Eccola!», esclamò elettrizzato fra sé e sé, e agganciò un cavo d’acciaio ad una marra dell’ancora che finalmente ritornava alla luce. L’ancora era tornata alla luce!

Un boato di gioia ed esaltazione accolse Georgios quando riemerse dalle buie profondità marine. Provato, stremato dalla fatica, ebbe solo la forza di fare un cenno con la mano e sorridere al dottore di bordo che non avrebbe scommesso mezza dracma su di lui.

Georgios aveva un rito prima di immergersi: si sciacquava le mani e la bocca con l’acqua del mare. Il suo mare.

3. Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

4. Matana Roberts – Coin Coin Chapter One: Gens de couleur libres

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio nome significa figlia della Luna.
Non è il nome che mi diede mia madre al momento della mia nascita.. quello che conta veramente nel mio paese è come ti chiameranno una volta emersa dalla foresta.
Non mi sono mai piaciuti gli alberi, sono creature che prendono in giro gli uomini e il destino. Ai miei fratelli piaceva giocare a chi si arrampicava più veloce, ma una volta raggiunta la cima non c’era nessun premio ad attenderli.. mi sembrava stupido.
A volte qualcuno cadeva e si faceva male, mio padre li picchiava con il bastone: “una bocca senza braccia da sfamare!” diceva.
Qualcuno si salvava tra i loro rami dalla leonessa o dal giaguaro, per morire qualche giorno dopo per il morso del serpente o per l’acqua cattiva.
Gli alberi sono una mano sugli occhi di Dio” diceva mia madre, “Lui non può proteggere quello che non vede”.
Quando il mio corpo è fiorito avevo nove anni, ma riuscii a nasconderlo per altri due. Non volevo entrare nella foresta.
Entri bambino, esci uomo”.
Quella mattina indossai il vestito bianco che mia madre aveva iniziato a tessere sin dalla mia nascita, mi addentrai nella foresta accompagnata da mio padre, così come gli altri bambini.
Tre giorni abbandonati tra le braccia della Natura, a cibarci di essa, a vivere di essa.
Una volta usciti, avremmo visto attraverso gli occhi di un adulto.
Mio padre mi accompagnò, fino ai margini.. ma non mi salutò come fecero gli altri genitori. Invece, tenendomi per mano, continuò a camminare, a camminare, a camminare, fin dove la vegetazione era così fitta che ogni passo costava tagli e sangue. All’inizio lo seguii con fiducia.. dopo mezz’ora cominciai a capire, e mi dovette trascinare mentre io urlavo e piangevo.
Arrivammo alla capanna, un povero tetto di una dozzina di tronchi.
Mi violentò per ore, fino a quando non dovette nemmeno più picchiarmi per farmi stare zitta.
Quello che Dio non vede”, ripeteva, “Dio non sa..”.
Io pensavo che Dio misero potesse essere, se bastavano pochi centimetri di legno a renderlo cieco..
Giacei lì distesa ben oltre i tre giorni di rito.. e quando tornai, sporca, nuda, mezza morta, guardavo la realtà con gli occhi di una creatura senza nome.
Passata qualche settimana il mio addome cominciò a gonfiarsi.
Sapevo che non avrei potuto parlare, con nessuno, mi aspettava una punizione e non una cura.. sapevo anche che avrei dovuto farmi male, tanto male, per guarire.
Entrai nella foresta.. ricordandomi gli avvertimenti di mia madre su quali radici raccogliere e quali animali toccare.
Feci tutto l’opposto.
Mi nutrii del legno velenoso che cresce sotto la terra, delle rane colorate con la morte disegnata sulla schiena. I contorni di quello che mi circondava si fecero sfumati, l’aria cominciò ad avere un sapore amaro a contatto con la mia lingua, ero circondata da una cacofonia di suoni e lamenti mentre la Natura urlava il suo sdegno. Ma non era sufficiente, sentivo ancora la vita dentro di me, allora mi scagliai contro gli alberi, mi ferii.
Non bastava.. cercai un bastone sottile e un sasso piatto e rotondo.
Quando mi distesi, anche Dio aggiunse la sua voce adirata al tumulto incomprensibile, graffiante, che sovrastava ogni cosa che mi circondava. Mostrai i denti, sputai la mia umanità avvelenata, e spinsi, spinsi, finchè il rumore diventò insostenibile e i miei timpani si lacerarono.
Mi svegliai qualche ora dopo.. c’era silenzio, ma solo perchè tutto quello intorno a me, sopra di me, e dentro di me, era morto.
Quando ritornai ai villaggio, gli uomini nei campi lasciarono cadere i loro attrezzi, le donne terrorizzate raccolsero a sé i loro vestiti, i vecchi intrecciavano le dita a formare arcaici segni di protezione.
Eulalie! Eulalie! Kersalia! Eulalie!”, urlavano.
Li guardavo, senza provare nulla.
Li guardavo, attraverso gli occhi della Luna.

Filippo Righetto

5. James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

6. Tom Waits – Bad As Me

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Poi decidemmo di andarcene. Accatastai una pila di scatoloni vuoti e cominciai a selezionare indumenti. I più semplici, nonché quelli meno ingombranti, li avremmo portati con noi. Gli altri li avrei lasciati in beneficienza. Chiamai la padrona di casa. Quella parassita non c’era, così le lasciai un messaggio in segreteria. Avremmo disdetto il contratto di affitto e avremmo lasciato la casa nel giro di tre giorni. Destinazione: Chicago.
Quando abbandonammo il nostro appartamento, io e Sara non ci guardammo indietro e non salutammo nessuno fatta eccezione per un bambino che giocava da solo in cortile.
Sara era sorridente, erano anni che mi pregava di andarcene da quella città cadaverica e di provare nuove esperienze altrove. Ogni tanto ci immaginavamo in un locale degli anni ’60 a sorseggiare whiskey scozzese e scambiare parole con tipi come Allen Ginsberg o Miles Davis. Ma tutto ciò lo potevamo solo sognare presi dall’entusiasmo per la lettura di un libro o l’ascolto di un disco in camera.

Ma cosa credi, che cambiando aria cambi qualcosa? Ebbene no, amico – come dicono nei film americani: amico – non cambia proprio nulla. Credi di vivere in un pessimo b-movie dove tutto gira per il verso giusto? Dove ogni cazzo di scena sembra studiata appositamente per andarti di culo? Nessuno ti lascerà salire su un taxi se non hai i soldi in tasca o se i tuoi abiti non annunciano benessere. Ed è inutile che ti affanni per raggiungere la metropolitana se sei in ritardo, non riuscirai a salirci su gettando prima le valigie. La donna che desideri e che guardi dalla panchina opposta non verrà casualmente a chiederti da accendere, non vi scontrerete mai all’angolo di una strada e non raccoglierai i suoi fottuti fogli di lavoro lasciandole il tuo numero. Non succederà. Credi che freghi qualcosa a qualcuno delle tue poesie da quattro soldi o delle canzoni che scrivi con una chitarra scordata? Non è cambiando aria che incontrerai qualcuno a cui possano piacere e che ti presenterà a sua volta ad altra gente fighissima che ti prometterà un mucchio di soldi.
In realtà tutto ciò che ti spinge a cambiare aria è la paura, non il desiderio di respirare aria nuova. Sono polmoni nuovi quelli che ti servono.
Siamo-tutti-quanti-ineluttabilmente-soli. E viviamo come nella repubblica delle chiavi andate perdute e mai più ritrovate; siamo come mosche annegate in un bicchiere di birra, come le lettere spedite a Santa Claus o un paio di scarpe passate di moda. Perciò, ascolta, togli quella foto dalla cornice e torna tra la folla.

Andrea Russo

7. Evangelista – In Animal Tongue

Data di Uscita: 20/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le nuvole rosseggiavano in cielo e la figura sghemba e minuta di una giovane donna in bicicletta faceva capolino tra le tende dell’ampio soggiorno di casa Wellington.
La signora Anne leggeva comodamente la lettera che il figlio le aveva mandato ormai tanto tempo fa. La rileggeva sempre soffermandosi su ogni dettaglio della calligrafia; le parole, che denotavano un carattere avventuroso e ribelle, si confondevano a causa delle lacrime che di tanto in tanto si formavano tra le palpebre serrate della donna, esaurendosi in stille salate sulla carta o sulla gonna scura.
La signora e il signor Wellington non avevano avuto più notizie del figlio e la Legge aveva ormai archiviato il caso del giovane Rick, dichiarandolo ufficialmente deceduto.
Margaret pedalava a denti stretti lungo il viale semisterrato non riuscendo tuttavia a non pensare alle numerose formali chiamate di lavoro che aveva ricevuto in giornata e alla sua scrivania, stracolma di carte. A un certo punto, l’eccessiva foga e la disattenzione fecero rotolare a terra la povera Margaret che si vide costretta a chiedere aiuto. Era caduta vicino l’accesso di una vecchia abitazione che avrebbe scommesso fosse disabitata. Il cancello corroso dalla ruggine, i fiori e l’erba del vialetto interno ridotti in poltiglia dalla pioggia e dal vento. Margaret si avvicinò e scorse, con sua grande sorpresa, una figura vicino il portico di quella grande abitazione. Al suo fianco un cane ululava mestamente la sua litania pomeridiana.
“Signore, mi scusi,” esordì la giovane Margaret.
“Sono caduta dalla bicicletta, potrebbe farmi entrare gentilmente? Giusto il tempo di tamponare i graffi e ripulirmi le mani.”
Il signor Wellington fece un gesto di approvazione e così Margaret aprì il cancello dirigendosi verso quell’uomo.
Vista da vicino, quella vecchia casa le sembrava ancora più imponente ma al tempo stesso notò che la pioggia e l’incuria avevano disegnato ora delle croci nere ora delle enormi vene che parevano dei serpenti sotto il tetto e lungo il canale di scolo.
“Entrate pure,” disse con eccessiva gentilezza l’uomo che era vestito in maniera molto elegante, con dei pantaloni finissimi e una camicia bianca come la neve. Tuttavia Margaret non mancò di notare il volto particolarmente pallido dell’uomo e il suo sguardo perso nel vuoto, fluttuante come una rondine ubriaca. Margaret entrò in casa.
“Buonasera, signora.”
“…”
“Mi chiamo Margaret, avrei bisogno di un po’ d’acqua per…”
“Margaret, sei tu. La fidanzata di Rick!”
“No, sign…”
“Accomodati, mia cara Margaret. Come sei bella… ma cosa sono questi vestiti che hai addosso?”
Margaret, capìta la situazione, assecondò la signora Wellington e si accomodò sul pregiato divano in stile ottocentesco. A dire il vero, gli interni di questa casa erano molto curati; il soggiorno era arredato in maniera classica, il tavolo in legno pregiato con una finissima tovaglia bianca impreziosita da eleganti ricami fatti a mano. Anche il modo di vestire della signora Wellington era particolarmente ricercato seppur semplice nella sua eleganza, mentre i capelli erano raccolti in stile biedermeier risultando quasi artificiosi.
“Avrei bisogno solo d’un po’ d’acqua, signora… ah! Complimenti davvero per la casa.”
“Ma certo, Margaret… Ecco. Oh, ma guarda che brutto graffio.”
“…”
“Ora non dovrebbe più sanguinare.”
“Grazie, signora. Molto gentile. Ora però dovrei andare. Si sta facendo buio, ringrazi anche suo marito per l’ospitalità.”
“Aspetta Margaret… Tieni. Ho sempre voluto darti questa lettera. Sono le ultime notizie che abbiamo ricevuto dal nostro povero Richard. Io ormai la conosco a memoria; ogni virgola, ogni lettera. E ogni volta che la rileggo i battiti del mio cuore sembrano quelli di una campana infuocata: ogni rintocco mi brucia l’anima.”
La signora Wellington porse la lettera a Margaret e istintivamente strinse le sue mani. Le dita dell’una, secche come il cuoio, entro quelle minute dell’altra, sembravano quasi scomparire e per un attimo Margaret si sentì sola dentro una casa completamente vuota; il suo animo rabbrividì.
“Signora, che mani fredde che ha.”
Tornata alla propria abitazione, Margaret cenò col suo compagno. La televisione faceva da sottofondo inutile. Poi fecero l’amore e prima di addormentarsi, spento il telefono cellulare, aprì la lettera che quella cupa signora le aveva donato, cominciando a leggere sottovoce.

«Cari genitori,
qui i giorni passano in maniera frenetica e il posto ci sta davvero entusiasmando. Sono lieto di annunciarvi che finalmente potremo spostarci dalla parte ovest del Paese alla parte est, dove finalmente potremo esplorare ciò che ancora non è stato esplorato. Il tempo è davvero rigido, tuttavia l’amicizia che mi lega ai miei compagni vanifica tutti i cattivi pensieri anche se il calore di casa mi manca tremendamente! Mi mancate voi, gli amici e soprattutto mi manca la dolce Margaret.
Il tempo è davvero tiranno e mi vogliate scusare se scrivo in maniera didascalica ma, come già detto, c’è molta frenesia e i ritagli di tempo libero sono davvero limitati, dunque devo già concludere questa lettera che spero arrivi presto a casa.
Petrozadovsk, lì 1 dicembre 1843

Richard Wellington»

Andrea Russo

8. Suono C – Fobetore

Data di Uscita: 07/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Si era fatto buio e la candela era ormai poco più che un mozzicone. La inclinai e versai qualche goccia di cera sulla superficie fredda del tavolino, poi ne presi una nuova e la fissai su quella base morbida e calda.
Dopo aver estratto un fiammifero e averlo strofinato sul bordo ruvido della scatola, avvicinai la fiamma allo stoppino ancora vergine.
Passarono alcuni secondi prima che sembrasse aver attecchito. Spensi d’impulso il cerino ormai consumato per timore di bruciarmi i polpastrelli ma, appena la nuova fiammella non venne più alimentata, s’affievolì spegnendosi.
Dalla finestra socchiusa, il vento s’insidiava nella stanza con dei sibili oscuri e mi accarezzava il collo, gelido. Ebbi un sussulto di timore, sporsi la testa appoggiandomi agli infissi e fui travolto in pieno viso dalla velocità dell’aria. A meno che non fossimo entrati in una galleria senza che me ne fossi reso conto, la notte era una cappa di fuliggine impenetrabile. Nonostante strizzassi gli occhi nel tentativo di percepire i contorni del paesaggio attorno, non riuscivo a vedere nulla che non fosse quel nero asfissiante.

D’improvviso un cono di luce si stagliò prepotente nell’aria. Non so dire come ma mi ritrovai un lembo di lenzuolo stretto attorno al collo e la fronte madida. Nel ventaglio luminoso che s’era ricreato sulla parete scorrevano danze lievi di ombre cinesi, accompagnate dalla melodia soffusa di un pianoforte.
Una voce ronzante raccontava una fiaba, ne ero certo nonostante non riuscissi a distinguerne le parole.

La porta di fianco al letto si spalancò. Fui travolto dal frastuono della strada, le auto sfrecciavano, i bimbi piangevano, o ridevano, non so. Riuscii a distinguere il lamento malinconico di un flauto, mi sembrò capace di ipnotizzare tutti i rettili del pianeta. Da bambino guardavo per ore lo stesso identico cartone animato: un uomo in turbante, carnagione scura, soffiava dentro un flauto a tre fori mentre, dinanzi a lui, un lungo serpente sbucava da una cesta di vimini.
Mi resi conto che le punte della dita mi si stavano riscaldando inaspettatamente, abbassai lo sguardo e mi vidi sbuffare dentro un flauto puntellato di infiniti fori. Tentai di fermarmi: non ci riuscii.
Il cono di luce ora rifletteva il viso di mia madre, stilizzato con tratti leggeri violacei. Piansi, e ogni lacrime che mi cadeva sulle guance rigava l’ombra della sua faccia che a contatto con l’acqua si sformava, quasi fosse d’inchiostro. Solo quando riuscii ad avvicinarmi, mi resi conto che quelle che prima m’erano parse linee rossicce, non erano altro che file interminabili di formiche disposte a disegnare lineamenti di donna.
Mi ritrovai il corpo completamente coperto di formiche. Urlai e mi si riempì anche la bocca.
L’ossigeno intorno diminuì all’improvviso, i muri mi venivano addosso con fare incalzante. Li toccai, li sentii freddi, metallici. Presi a batterci contro con i pugni, puntando i piedi. Non cedettero. Non riuscivo più a muovermi.
All’esterno, il flauto era soffocato dai rumori.

Non ho idea di quanto tempo passò prima che riuscissi a riprendere conoscenza ma sono certo di una cosa: aperti gli occhi,  distinsi subito due mozziconi di candela su un tavolinetto coperto di cera.

Annachiara Casimo

9. WU LYF – Go Tell Fire to the Mountain

Data di Uscita: 13/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

WY LUF  =  World Unite Lucifer Youth Foundation

Manifesto programmatico

1)    “I woke up today to hear the baby say : We can’t live this way I won’t hold this crown”. Organizzazione musicale che mira a conquistare il mondo con un suono che i critici musicali con gli occhiali chiamano “ HEAVY POP”.

1.2) Ci piace la definizione data, aiuterà sicuramente nel raccoglimento di fondi. L’organizzazione mira anche a penetrare nelle orecchie di chiunque abbia voglia e tempo di ascoltarci. “in our position we can see no reason to sign to a record label”.

2) Chiunque farebbe bene a trovare voglia e tempo di ascoltarci. “Nah don’t call the police I’m begging ya please ya please ya please!”.

3) Miriamo a unire più persone, miriamo a inondarvi di batterie dure e ritmate, di voci da vecchio cantautore americano ubriaco in una chiesa, chitarre e bassi penetranti, vi penetreremo nelle orecchie. Non ci accontentiamo di passare sulle radio di tutto il mondo. “We want WU LYF to be more than a band, in the same way FC Barcelona is “more than a club”.”.

4) Insieme ci divertiremo, non siamo solo cazzoni ma ci divertiremo tantissimo. “we want to enjoy ourselves and live as authentic and free as little puppy dogs in the yard”.

5) Il momento è arrivato, abbiamo lavorato tanto, il seguito arriverà, si vede che siete stanchi, che volete unirvi. “Now spitting blood spitting blood like the golden sun god.”.

5.2) La stagione è arrivata, vi amiamo tutti, ricordatevi di noi, non fatevi fottere dalle costruzioni fittizie, siamo genuini e vi amiamo, vi amiamo.

“She lays down in summers bliss. The LYF aspires to create things that have a genuine connection with people”.

Alessandro Ferri

10. True Widow – As High As the Highest Heavens and From the Center to the Circumference of the Earth

Data di Uscita: 29/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

I vulcani in attività sembrano imponenti bestie sanguinanti. Le cavità della terra, come orbite di un teschio, sono aride distese di morte.
L’umanità dopo l’umanità è l’ultimo spettacolo di un maestoso teatro della rovina.
Ciò che resta è il suono definitivo del crollo. Che infanga anche il cielo. Fino a turbare il paradiso e gli angeli.
Tutti.

Andrea Russo

2 Responses to “Top Ten 2011 – Andrea Russo”

  1. Bid-Ninja…

    […]we like to honor other sites on the web, even if they aren’t related to us, by linking to them. Below are some sites worth checking out[…]…

  2. Bid-Ninja…

    […]the time to read or visit the content or sites we have linked to below the[…]…

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.