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Top Ten 2011 – Gianfranco Costantiello

1. A Winged Victory for the Sullen – A Winged Victory for the Sullen

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ABBANDONO

All farewells are sudden

Lui, steep hills of vicodin tears.

Non ricordo sussurrava ai passanti, volti lividi segnati dalla coltre di una nebbia perpetua.
L’uomo avanzava lungo il fiume inseguendo l’argine fin dove non vi erano più case, solo qualche voce ovattata sospinta da una barca e lo sciabordio del remo che distante sfibrava la superficie.
L’aria madida colava sui capelli già scarmigliati, la barba grondava brinosa e gli stivali sgretolavano il sentiero. Avrebbe solcato un pantano tra le lacrime degli alberi ammutoliti a fissar i pori della terra grumosa.
Non ricordo–mormorava, ancora, sfiorato da passi estranei -– pesanti e infangati dalla vita – piegandosi stanco coi palmi delle mani sulle ginocchia e la lingua a rimescolare la saliva calda.
Insegue fantasmi, fantasmi di rugiada e resina tra le scorze dei tronchi di pioppo, avrebbe pensato il contadino senza volto di ritorno dalla campagna.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il greto del fiume ritiratosi silente.
Tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio di giada intagliata -– e ricordò il giorno in cui lei glielo fece scivolare sulla tavola – e sul fondo si rincorrevano, scosse da un leggero tremito delle mani, un paio di pillole che ingoiò avidamente, poi ghermì una sigaretta ma non l’accese, l’avrebbe accesa più tardi. Si rannicchiò tra le foglie e la rugiada a mirare la cresta del fiume che inghiottiva la città, e tese l’orecchio ai ciottoli e la fanghiglia, e il silenzio incrinato dal fischio inatteso di un treno.

Lei, a symphony pathétique.

Una donna si mise alle spalle la porta di casa: scese in fretta i gradini che la separavano dal giardino e varcò la nebbia con la sua consunta valigia di cartone. I tacchi affondarono nel mattino senza sole per guadagnare una nuova vita forse, poi il cancello cigolò.
Non era forse il rumore della nostalgia ?
Il rombo di un motore crebbe lento e s’arrestò davanti alla villa. Una piccola targa luminosa rosseggiava vaporosa sulla cappotta bianca e il conducente a testa bassa lasciò cadere una parola afferrando la valigia e sistemandola nel portabagagli. La donna agile s’era già adagiata sui sedili posteriori percorrendo ansante le pieghe della lunga gonna e dal finestrino appannato spiava l’uomo che aveva amato, distante, in piedi dietro i vetri di una finestra.
Alla stazione soffiò e l’auto si mosse.
Era ormai da tempo che aveva preso la decisione. Aveva anche atteso a lungo, troppo a lungo si disse.
Gliel’aveva sussurrato in un orecchio mentre i loro corpi erano uniti e imploranti tra le grinze delle lenzuola, così il dolore era stato lenito dal piacere, non l’aveva assalito di colpo, ma solamente stordito per laceragli in seguito il cuore. Ma anche il suo non aveva retto.
Le ruote macinavano l’asfalto adesso e il sentiero sterrato che squassava l’auto e fendeva i pensieri era un ricordo distante.
Il conducente nascondeva gli occhi dietro delle lenti scure e spesso curiosi vagavano oltre, sullo specchietto retrovisore, fissandosi sulla sagoma che affiorava dai fari scialbi delle auto in coda. Capelli biondo cenere, occhi che parevano delle fessure grigie, labbra sottili e pelle molto chiara che si screziava di un impercettibile rossore sulle guance. Era bellissima, una sirena si disse.
Stringeva tra le mani un telefonino, quando il display s’era improvvisamente illuminato rischiarando il volto precipitato nella penombra, piangeva.

Ho paura di dimenticare il tuo volto, la tua voce, il tuo modo di camminare e d’inclinare la testa quando rifletti, e il tuo sorriso, le tue labbra morbide, il tuo sapore ancora addosso che già non ricordo.

La mano svuotata d’ogni forza vitale s’aprì e il telefono scivolò nella borsa, quando l’auto decelerò e si accostò lungo la piazzola dal perimetro giallo.
Quando chiuse dietro di sé la portiera e la vita la investì in pieno volto senza avvisaglie, sentì una mancanza toglierle il respiro e il vuoto scavare avidamente nello stomaco. Non avvertì il peso della valigia, né il lastricato del marciapiede e la sua voce e quella dell’uomo della biglietteria.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il pavimento della stazione.
Col fazzoletto tamponò le scie nerastre che rigavano il volto in un tremito riflesso del piccolo specchio da borsa, quando lo sferragliare brumoso del treno divenne sempre più opprimente e salì, salì inghiottendo lo sbadiglio inguantato della donna ricoperta di piume e gli sbracci alieni del capostazione e l’alito caldo delle bocche dischiuse degli amanti che incrinavano il freddo dicendosi a presto.

Gianfranco Costantiello

2. PJ Harvey – Let England Shake

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

«Mamma, mamma, mamma!»
«Juliette, cosa c’è?»
«Mamma, che cos’è la guerra?» Paulene smise di scrivere gli appunti di lavoro che aveva sulla scrivania e si voltò verso la figlioletta. Che domanda strana, pensò. Deve aver sentito quella parola in televisione.
«La guerra è quando non fai i compiti e la mamma si arrabbia!»
«Non è vero!»
«E invece sì. Fila di sopra; su, su!» Si alzò per spegnere la tv e si risedette. Poi cominciò a pensare a suo padre morto sul fronte e ai racconti della madre, le lettere, la casa in cui avevano vissuto. Si domandò fra se e se: che cos’è la guerra?

Il fronte, questa terra di nessuno, è rosso e marrone: il colore del sangue. Gli alberi sono mani enormi che dicono basta, fermatevi. Ma gli uomini sono ancora lì, in attesa di qualche ordine, in attesa del prossimo attacco, in attesa di scamparla ancora una volta. Che cos’è la guerra se non l’attesa che la guerra stessa finisca?
Le corrispondenze tra il padre e la madre di Paulene sono ancora lì, riposte nel cassetto. Della vecchia casa dove era cresciuta resta soltanto il ricordo dei brandelli e le lacrime per le cose andate perdute e le vite spezzate. Le vite degli altri sono anche le nostre.

Più tardi la donna salì di sopra, nella camera della piccola Juliette, con delle fotografie e le vecchie lettere.
«Guarda, queste sono le lettere che tuo nonno e tua nonna si scrivevano quando c’era la guerra. Non potevano vedersi perché erano molto lontani.»
«E perché erano tanto lontani?»
«Perché tuo nonno aveva un compito. Doveva difendere l’Inghilterra.»
«Ma allora la guerra è una cosa bella, mamma.» Paulene sorrise amaramente. Poi chiese: «Perché pensi che sia una cosa bella?» Juliette prese una foto di suo nonno in divisa insieme a tutta la sua compagnia di reggimento: «Guarda, sono tutti sorridenti.»
«Sì, la guerra è una cosa bella quando finisce. E quando qualcosa di così brutto finisce vuol dire che la gente ha dato il meglio di sé. Vuol dire che c’è speranza.» Paulene non credeva sul serio a ciò che diceva alla figlia. Per lei non c’era speranza. La storia si ripete, sempre uguale; e il sangue versato ieri sarà uguale a quello che continuerà ad essere versato da qui all’eternità, inutilmente.
Si avvicinò alla finestra e le sembrò di udire la voce della madre suonare dalle colline – la sua voce era debole e acuta come il vento.

Che stupida, pensò. Questi pensieri… c’è altro da fare piuttosto che star qui a fissare gli uccelli muti sugli alberi e ascoltare le colline parlare.
E così Paulene tornò indifferente, e si rimise al lavoro con un lieve sorriso sulle labbra.

Andrea Russo

3. Anna Calvi – Anna Calvi

Data di Uscita: 17/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il diavolo col rossetto
di Gianfranco Costantiello

Si spensero le luci in sala, la ribalta s’infiammò d’un bagliore rossastro e nella fessura illuminata del sipario s’issò uno strano strumento in legno e a corde metalliche che venne avanti sospeso a mezz’aria in un passo solenne.
Una mano di donna affusolata si posò rapace sul corpo in palissandro, stringeva tra il pollice e l’indice una moneta d’argento luccicante che scivolò a lambire le corde, e al contempo l’altra mano, quella sinistra, attorcigliata al manico, saltellava abile e sicura lungo la tastiera e un vibratile crepitio metallico si diffuse nell’aria.
Poi la luce fasciò la figura rimasta nell’ombra che allungò l’esile collo in avanti, dischiuse le labbra coperte di un rossetto scarlatto e la voce soffiò debole e arrugginita -– aspetto Dio … che cada per me … che cada per me … –
Dal loggione si levò un ohhh di stupore seguito da qualche timido fischio, mentre il teatro attonito ammutoliva e sprofondava nelle poltrone cremisi.
… che cada per me … che cada–- cantò ancora gonfiandosi in bilico sui tacchi porpora.

Le guance arrossirono timidamente, i capelli scintillarono rischiarati dal lucore delle luci dorate e la bocca si spalancò lentamente ad inghiottire ogni respiro della sala.

il diavolo … il diavolo verrà -– cantò la donna
e dal loggione si levarono brusii e qualcuno sospirò oh santo Iddio e altri mossero le mani tremanti a formare un segno della croce e altri ancora sgambettavano increduli e irrequieti sgranando gli occhi.
Nel bel mezzo della platea un uomo calvo e pasciuto con un pince-nez incrinato sul naso si alzò dalla poltrona agitando le mani e cominciò a trotterellare verso il proscenio ansimando e imprecando contro la donna.
Ma lei continuava imperterrita collo sguardo fisso e algido davanti a sé, senza farsi impressionare da quei bigotti che starnazzavano il loro disappunto.

aspetto l’amore … che cada per me … e aspetto per sempre – incrinò la voce disperata e corrucciando la fronte aggiunse – adesso -–
e quella disperata richiesta svolazzò come una sentenza nell’aria soffocante prima di precipitare tra il pubblico, verso un uomo seduto nella platea accanto a una donnina coi guanti bianchi che gli teneva la mano. Rasato in volto, con una farfalla color mirtillo stretta al collo ricamato della camicia ricambiava lo sguardo impenetrabile e seducente della donna.

Liberatosi dalla stretta della moglie, si levò dalla poltrona cogli occhi ocra e fiammeggianti, serrò le palpebre e con voce da tenore–gridò – sarò il tuo uomo, il tuo amante – e improvvisamente bruciò in una fiamma tra le urla disperate della donnina dai guanti bianchi e della gente che gli sedeva vicino.

… il diavolo … il diavolo verrà – urlarono in coro roventi anime segaligne apparse sul palco.

Esse s’inerpicarono lungo il sipario e divennero fuoco e il fuoco raggiunse il soffitto che in una vampata brillò sulle teste degli spettatori. Tutti si riversarono verso le uscite, ma queste erano bloccate. Il soffitto cominciò a creparsi e scorticarsi e arrotolarsi su se stesso e a cedere alle fiamme; scaglie impazzite di legno infuocato caddero infilzando gli spettatori e le poltrone arsero sprigionando del fumo acre e tossico.

La donna vestita di rosso invocò ancora quel nome tendendo invasata e animosamente le corde dello strumento fin quasi a spezzarle
-– … il diavolo … il diavolo … il diavolo … il diavolo verrà -– e si dissolse in una fiamma che incenerì il teatro intero in un boato.
Colonne di fumo si levavano nel chiarore del mattino dalla zona del Globe Theatre e sovrastavano tutta la città di Londra. Non ci fu alcun sopravvissuto a quell’inferno e quel che rimase fu solo una montagna di cenere.

4. St. Vincent – Strange Mercy

Data di Uscita: 13/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Invisible Monster
di Giulia Delli Santi

“Chi diavolo è?!”
Una voce più alta e cordiale, “Possiamo esserti d’aiuto?”
“Sono qui per la selezione da capo Cheerleader.”
Si presentava di fronte a loro una figura slanciata, arida, dal portamento goffo e innaturale; un’insolita amalgama di mania ed estrema riservatezza. Piede più lungo del profilo, pantaloni fascianti, si, un chiaro gonfiore tra le gambe.
La t-shirt dalle maniche evidentemente asportate, più grande di almeno due misure, raffigurava la locandina sbiadita di un vecchio spettacolo di Broadway. Nella mano una solida fune mentre lo sguardo allungato e apatico chiedeva alle due esaminatrici di presentarsi.
Era sua quella voce mascherata in maniera grottesca, un colpo per schiarirla: “Mi chiamo Chloe..
Scoppiarono in una risata tracotante ed attesa.
“Tesoro, hai sbagliato stanza. Questa selezione è riservata solo a ragazze.”
Con la mano tesa a giustificarsi, non riuscì a prendere parola perché interrotto dalla prima palesemente infastidita: “Levati di torno! Pensi che qui ci sia tempo da perdere con te, sgorbio?”
La sua espressione, in un primo momento remissiva e scoraggiata, cominciò a mutare senza fretta. Un respiro più sicuro:

When I was young / Coach called me “the tiger”. I always had / A knack with the danger.
Living in fear in the year of the tiger.
I had to be the best of the bourgeoisie / And my kingdom for a cup of coffee.

Ancora un istante e i suoi occhi si fecero seri prevaricatori. Avanzavano con brutalità opprimente e, in prima linea, erano completamente sottomessi a quello sguardo agghiacciante come fossero bestie al guinzaglio.

Mi avete mai guardato come io vi guardo?
Avete mai scritto una preghiera per me?
Vi siete mai presi cura di me come io ho fatto con voi?
Non potete fuggire.

Solo pochi secondi, il sorriso folle mutò ancora una volta le sue intenzioni. La mano devota al giudizio, estrasse dalla tasca un vecchio rasoio Soligen pronto al taglio, un salto deciso per raggiungere le sue rivali. Legata la prima con la corda, non dimenticando di tapparle la bocca con uno straccio, si rivolse all’altra completamente impietrita dalle circostanze. A cavalcioni su di lei, prese a fissarla ordinandole di non proferire suono. La scrutava intensamente come a cercare il senso di quelle lacrime e, non trovandolo, con un unico continuo movimento del braccio, affondò la lama partendo da uno dei temporali per terminare all’altro, dividendo in due parti l’iride oceano. Un urlo e le mani alla faccia, rivolto all’altra:

I’ll make a living telling people what they want to hear / It’s not a killing, but it’s enough to keep the cobwebs clear. ‘Cause I make a living telling people what they want to hear / But I tell ya, it’s gonna be a champagne year.

Con queste parole, la stessa lama che aveva offeso la prima, si orientò su di lei, sul suo piccolo orecchio, toccato fino a quel momento solo da un discreto punto luce. L’affondo di una precisone chirurgica e il leggero padiglione era sul pavimento.
Avrebbe potuto abbandonarle mutilate, ma la pietà è una virtù sottovalutata: Le sollevò dalle ormai spettinate capigliature, una alla volta e con un taglio netto recise ad entrambe la vena giugulare. Un inchino di riconoscenza, s’allontanò lasciando le due spettatrici coinvolte dissanguate sul pavimento.

Bodies, can’t you see what everybody wants from you?

Ho sempre pensato che l’isteria meritasse un pubblico.
Cruel, Cruel, Cruel..

5. Still Corners – Creatures of an Hour

Data di Uscita: 11/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

UN’ESTATE SENZA FINE
di Gianfranco Costantiello

Quest’estate finirà, ogni cosa avrà la sua fine.
Quando t’ho incontrato ho creduto che la bellezza del tuo viso e delle tue labbra avrebbe colmato per sempre il vuoto della mia anima.
Quando guardo adesso il tuo viso, e le tue labbra, adesso che sono diventate fredde, estranee, comprendo che tu sei stato un pezzo della mia vita …
tu non sei diverso da questo mondo, tu appartieni a questo mondo – –

Un alito di vento investì Greg e una fronda di capelli cadde a coprirgli la fronte. Avrebbe voluto avere capelli più lunghi, che gli coprissero gli occhi. Le parole di Tessa –- le aveva davvero pronunciate lei, era quella la sua voce ? – s’insidiarono come un ronzio nelle orecchie fino ad invadere la mente, già confusa. Una grossa vu piumata di bianco squillò nell’aria e lui sollevò il capo in un grido rappreso in fondo alla gola che diceva portatemi via, portatemi via. Altrove. Che pena.
Poi lo sguardo ricadde al suolo – le impronte di lei sulla battigia, defilata, con le braccia stagnanti lungo il corpo e gli occhi inafferrabili -, i piedi toccarono l’acqua e le parole svanirono.
Fu il mare a parlare: il suo verso incessante avviluppò i sentimenti appena rivelati sulla spiaggia deserta. Greg sentì la sabbia bagnata sfaldarsi sotto i suoi passi, credeva che avrebbe perso l’equilibrio, così toccò un masso di pietra ruvida e umida, la più vicina, e si sedette. Lo sguardo vagò assente nel cielo che trascolorava in un tenue rossore di tramonto – meraviglioso modo di congedarsi pensò – e una lacrima corse tra il naso e la guancia, poi le labbra, la lingua. Era salata.
Tessa cercò una sigaretta nella borsetta e non trovandola scagliò quel rettangolo di cuoio liso tra gli scogli più alti, già immersi nell’aria fresca della sera, dove l’accolse un’eco sorda e il debole fischio del vento. Con passo lento, prestando attenzione a dove mettesse i piedi, proseguì verso il mare: un’onda tiepida bagnò il vestito e accarezzò le ginocchia. Il sole andava posandosi sul mare e le tornarono alla mente alcuni versi di Rimbaud letti nel metrò qualche giorno prima.
Raccolse la lunga veste color borgogna tra le sue braccia e si sedette accanto a Greg, leggermente più in alto. Da lì poteva sentire il respiro pesante dell’uomo.
La sua mano lambì la nuca di lui, ma ritornò indietro tremante, per poi riaprirsi e accarezzare i capelli con fare innaturale, mentre un gabbiano atterrò sulla superficie dell’acqua, a pochi passi, e diede loro il dorso.
Sai -– iniziò a parlare Tessa con voce ferma, mentre la mano aveva preso un movimento più elastico e naturale – i gabbiani sono uccelli davvero strani – –

Greg si girò a guardarla cogli occhi di un crocifisso e intercettò una smorfia, un piccolo sorriso su quel volto che si stagliava nel cielo oramai piceo alle loro spalle. Sì, era un sorriso, un po’ smagato e un po’ sognante, inatteso, un grazioso stridore. E cercando conferma della pietà che sembrava venire dalla sua amante balbettò un perché, fievole, un guaito.

Vagano tra le onde del mare e le discariche di rifiuti -–

Dopo l’ultima sillaba, che sembrò riverberare nell’aria, Greg ruppe in un pianto nascondendo il viso tra le gambe di lei, che, posando gli occhi vitrei su quella nuca sussultante, fece scomparire, ancora una volta, l’esile mano tra i capelli.

6. Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

7. Memoryhouse – The Years

Data di Uscita: 03/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

E Denise afferrava la brezza
di Gianfranco Costantiello

A piedi nudi sul molo Denise afferrava la brezza e chiudeva la mano mentre l’etichetta del vestito stava casualmente di fuori. Un barbaglio di luce si srotolava sull’acqua, così l’estate andava e i fantasmi di cobalto se ne stavano alle spalle, in cerchio, a dischiudere le labbra come petali in balìa della brezza, ignorando gli scricchiolii ad ogni infaticabile onda. E l’America, quieta, all’orecchio bisbigliava versi, poco prima di chiudere il giorno nella scatola informe, oltre la baia.

7. Dustin O’Halloran – Lumiere

Data di Uscita: 22/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era una stanza specchiata e lei saltellava sulla punta dei piedi, poi s’arrestò assumendo la plastica posa di un fenicottero e attese statuaria un segnale negli specchi – la silenziosa perfezione del gesto – e sciogliendo quella posizione si concesse al pavimento col busto eretto, dosando i movimenti delle braccia e inchinando il capo ora a destra, ora a sinistra. E fu in uno di quegli inchini che incrociò lo sguardo timido di un ragazzo che non osava superare la sottile linea della soglia.
E fuori la neve, poi la pioggia, e la luce.

Gianfranco Costantiello

9. Grouper – A I A

Data di Uscita: 15/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

She loves me that way
di Filippo Righetto

Era venuto sulla Terra in cerca di affetto.
Tramite il suo casco in policarbonato rigido, i suoni lo raggiungevano ovattati e spenti.
Si muoveva lentamente, la sua tenuta era massiccia, ingombrante.
Tutto era così.. dolce.
Il viso colmo di stupor gioioso, era circondato da luci, e da persone, e queste persone erano tutte così vive, scollegate globalmente ed allo stesso tempo collegate in un armonioso coacervo, e tutto mutava così in fretta, senza che nessuno se ne accorgesse, o senza risentirne apparentamente.
Erano bellissime, lo facevano piangere.
Però.. però..
Forse si muovevano troppo velocemente, ed alla fine del giorno, lui era ancora solo.
Nessuno gli aveva sorriso.
Si sedette su una centralina elettrica.
Il cuore, colmo, sopraffatto. Felice. Nonostante tutto, felice. Perché la vita, esiste. E brilla. Sempre.

L’entrata in scena di una singola persona malandata, con tutti i suoi beni dentro un carrello, con la soddisfazione di essere vivo.

“The Moon… the Moon… the Moon is sharp, my friend”

Infine, la scoperta, di quella perla perfetta nella sua imperfezione.
L’incontro, dopo un viaggio che sembrava interminabile.
La catarsi.
Tra l’alieno e la pietra lunare.

10. Fovea Hex – Here Is Where We Used To Sing

Data di Uscita: 18/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Every evening
di Gianfranco Costantiello

Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte.
K.Gibran

Il corpo piegato sulle ginocchia. Il capo reclinato, leggermente, verso il basso, al pavimento in marmo della stanza fredda. Le mani giunte, poi incrociate, una preghiera bisbigliata.
Il comodino, un lume puntato sul Cristo in croce e un chiodo spiovente a  reggerlo storto alla parete bianca, scrostata, e poi paglierina al soffitto umido. Sussurra Amen e si rialza, sistemandosi la camicetta da notte, che nel movimento improvviso, si è sollevata, sguarnendo le cosce lattiginose. Infilatasi nelle polverose e pungenti lenzuola di flanella, allunga il viso sul lume della candela: il suo profilo disegnato sulla parete, la sagoma spiata, furtivamente, con la coda dell’occhio, inghiotte la stanza al suo secco soffio tra le labbra che sgonfia i polmoni e annichilisce la fiamma. La luce si è dissolta, ma il suo ricordo è rimasto imprigionato sul fondo della retina che lentamente si scuote e vibra in un effervescente ed indomabile grigiore puntinato. Tende al bluastro quando gli occhi si muovono, cercano i contorni, la stanza.
Fenditura caleidoscopica
Sentimento del tempo
Immagine di vita in fieri.

Definirsi: guadagnare la superficie, a chiazze, e sconfinare, mancare: un rivolo di luce lunare tra la fuga del pavimento e una ruga di cera già solida al contatto con la fredda porcellana, ogni sera, prima che arrivi l’alba.

2 Responses to “Top Ten 2011 – Gianfranco Costantiello”

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