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Top Ten 2011 – Maurizio Narciso

1. Umberto Palazzo – Canzoni della notte e della controra

Data di Uscita: 30/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

<<Che paletta schifosa!>>

Papà è vigoroso e gioca con me tutto il giorno, costruendo castelli di sabbia o buche per trovare l’acqua. Ogni tanto si riposa sulla sdraio, ma è quello il momento per ricoprirgli i piedi di sabbia oppure fargli il solletico col rastrello blu.

Mamma prende il sole ma ha sempre un occhio vigile, non mi fa allontanare più del dovuto, ma a dirla tutta non ne sento la necessità! Aspetto il momento del bagno: ho mangiato due pizzette ed un cremino e dovrò attendere almeno un’oretta.

Nella controra cerco un nuovo compagno di giochi, gli ombrelloni vicini sono pieni di ragazzini della mia età che riposano, mangiano oppure fanno giochi svogliati con secchielli pieni di acqua salata.

Dallo stabilimento arrivano rumori di palline e grida dei ragazzi più grandi che giocano a biliardino, ma sopratutto canzoni italiane sparate a grande volume dagli altoparlanti seccati dal sole. La musica non mi interessa, anche se viene inevitabilmente assorbita da ogni mio poro.

La mia ricerca è finita! Trovo un ragazzo circondato da un arsenale di giochi, clessidre avveniristiche e gonfiabili per affrontare le onde. Recupero la mia paletta da sabbia preferita e corro verso di lui, piè veloce per non scottarmi nella distanza tra i due ombrelli di mare.

Mi presento. Lui, da sotto la visiera del cappellino rosso, senza nemmeno guardarmi in viso, mi dice:<<Che paletta schifosa!>>. Nell’aria risuona “Metafisica” di Umberto Palazzo, una canzone che mi rimarrà dentro per sempre!

Maurizio Narciso

2. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

3. Mogwai – Hardcore Will Never Die, But You Will

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

M’alzo col solito sapore di cenere ed amaro economico, m’alzo lentamente per dare il tempo alla testa d’aggrapparsi al collo e ristabilirsi al posto solito senza rovesciarsi in fastidiose emicranie post risveglio post sbornia post festa da postumi. Le braccia intorpidite dal formicolare continuo, ricco di fitte pungenti ed incontrollabili, sintomo di un collassante sonno scomodo. E lo stomaco. Dio lo stomaco, non c’è mai un buon risveglio, non lo sento elastico e sano da settimane ormai, decide lui se il cibo ed il beveraggio possono restare, al risveglio non vomitare è un terno al lotto. Vomito infatti. Vomito e mi sento meglio, doccia tiepida e ristoratrice, sciacquo la faccia, sciacquo i denti con acqua fredda, freddissima, che meraviglia. È per questo che mi piace tanto il sapore di cenere ed amaro al risveglio, perché assaporo il momento nel quale andrà via, ne pregusto ogni disgustoso sapore, mi inebrio del suo aroma sporco e nauseabondo realizzando che del fresco dentifricio allo xilitolo, che non so neanche cosa cazzo è, lo spazzerà via dalle mie papille gustative, ne annichilirà l’odore sostituendolo con uno fresco di menta scialba. M’agghindo al meglio per affrontare una giornata che sa di primavera ma trattiene il vento gelido dell’inverno, prima di scendere per fare quattro passi noto il cadavere quasi salasso di una bottiglia di amaro e un po’ più in là del pane raffermo lasciato fuori dal paniere da troppo. Li raccolgo entrambi e li metto in una busta pensando che oggi è il giorno ideale per andare a dar da mangiare ai piccoli. Scendo le scale con una certa calma degustando e scandendo gli attimi di attesa fra l’idea e la sua applicazione nel reale, m’immetto in strada e svicolo fra i passanti della città, uggiosi e indifferenti come sempre, presi dalle chiacchiere d’un cellulare o dal silenzio dei propri piedi, che ci sarà di prezioso nelle loro scarpe? Perché le fissano mentre camminano? Sono certo che se glielo chiedessi a bruciapelo nessuno sarebbe in grado di descrivermi i cornicioni dei palazzi che affiancano tornando a casa giorno dopo giorno. Arrivo nel parco cittadino, nei pressi della fontana centrale, mi siedo e caccio dalla busta il pane, lo innaffio con l’amaro e ne strappo piccole palline che offro alla fauna ornitologica locale. I piccioni, specie unica del suddetto ramo nel distorto ecosistema della città, s’avventano avari sul pasto gratuito ed io osservo compiaciuto il loro banchettare. Una bambina, grassa oltremisura, mi si avvicina e mi chiede che faccio, disgustato dalla domanda ovvia quasi quanto dalla dieta pessima che genitori incuranti viziosamente assecondano rispondo che do da mangiare ai miei piccoli. La bambina risponde, i tuoi piccoli sono gli uccelli? No, bambina, osserva bene. I piccioni, col loro veloce metabolismo, il loro piccolo stomaco, il loro proverbiale cervello sbattono a terra drogati dall’eccesso d’alcool, sbattono le ali nella speranza di prendere il volo ma privi d’equilibrio puntano rovinosamente a terra. Vedi, io do da mangiare ai gatti, le dico sorridendo, nel mentre una snella piccola pantera con passo furtivo s’avvicina alle prede facili. Mi giro verso la bambina che fissa sgomenta la scena, terrorizzata dalla visione è immobile, le chiedo, e tu, chi nutrirai ingolfandoti ancora di quelle porcherie? Di chi sarai il lieto pasto, bambina? La bambina mi fissa per pochi attimi e vede il diavolo nei miei occhi probabilmente, io nei suoi vedo una prossima redenzione dall’abuso di zuccheri, mi sta bene. Urla, scappa. Torno alla scena, la gatta trascina per il collo un ei fu piccione verso la base di un cespuglio dove ad attenderla ci sono i piccoli, mi guarda con riconoscenza, la osservo e me ne compiaccio.

Alfonso Errico

4. Radiohead – The King of Limbs

Data di Uscita: 18/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

The Aroma of Tea
di Giulia Delli Santi

Sono infermiere al Leavesden Mental Hospital e ho sempre amato il mio lavoro.

Mia madre voleva che diventassi medico, però dopo tre anni di studi ho cominciato a mostrare strani sintomi: perdita di entusiasmo, frustrazione, apatia. Il medico, riflettendo sul mio stato emotivo, decide di somministrarmi il Maslach. Risultai essere un soggetto intimamente burnout; così, in pieno esaurimento emotivo, decisi, in alternativa al suicidio, di abbracciare uno stile di vita meno faticoso, soprattutto di sciogliermi dalla morsa di quel nodo scorsoio che era il rapporto con mia madre. Naturalmente lei si oppose con vigore perché io non lasciassi gli studi di medicina. Evidentemente non aveva capito quale fosse l’alternativa. A dire il vero, non credo di averglielo mai chiesto.

Del mio lavoro amo il rapporto con i pazienti. S’incontrano nature interessanti in una clinica psichiatrica: dai meno articolati ossessivo compulsivi a disturbi profondi della personalità.

Una mattina il capo reparto, m’informa dell’arrivo di un nuovo paziente. “Difficile” mi viene detto. Noi operatori abbiamo un codice che ci permette di distinguere a prima impronta quale tipo di comportamento è necessario adottare con un paziente di cui ancora non si conoscono le particolarità patologiche, così da essere sempre preparati.

Effettivamente mr. Megpie si rivelò essere una persona con forti disturbi dell’umore: era capace di passare da violente crisi d’isteria nevrotica al più totale disinteresse per ciò che lo circondava. Di lui si diceva che in un’altra vita fosse stato un prestigiatore e che sia andato fuori di testa dopo aver perso il coniglio nel suo cilindro. Ne ero assolutamente affascinato.

“Good morning Mr. Magpie
How are we today?
Now you’ve stolen all the magic
And took my melody “

Emblema dell’innocenza, il suo camice bianco che chiamava notti di sogni dai risvegli tormentati. Non aveva alcuna colpa. Mi spiegava che la vita è il gioco di un abile illusionista che ti scivola in gola e radica nel tuo vuoto. Ma lui sapeva come liberarmi dal grande peso del vizio, diceva, e che sarebbe stato come cadere dal letto dopo un lungo sonno.

Tutti eravamo a conoscenza delle pratiche coercitive sottoposte ai pazienti dal team medico. Erano considerati test necessari: elettroshock, somministrazione di psicofarmaci senza alcuna norma. Abusi li definirebbero sostenitori dei diritti umani, ma non avevo avuto la forza di oppormi fino a quel momento.

Mr. Megpie  muore in un indifferente febbraio per attacco cardiaco, ma le informazioni sulla cartella clinica erano frammentarie.
I miei avvocati sono scettici rispetto alla volontà d’istanza che ho promosso, in ogni caso ho ottenuto il congedo dai miei compiti dall’istituto, come richiesto. Mia madre naturalmente si è opposta con vigore perché non lasciassi il mio posto di lavoro. Evidentemente non aveva capito quale fosse l’alternativa. A dire il vero, non credo di averglielo chiesto.

Spalancare la bocca in un universo di sospiri è ciò che mi tiene in vita, come un pesce nell’acquario dopo la rottura dell’incantesimo.

Slide your hand, Jump off the end. The water’s clear and innocent.

5. James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

6. Burial – Street Halo EP

Data di Uscita: 28/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Dubstep tra i fumi delle ciminiere.
Metropolitana di superficie in un’alba scura di vento e pioggia. Scruto i visi che incrocio dal filtro del finestrino sporco, ne noto le impurità ed ognuna tradisce una propria malinconia grigia, ognuna è assorta e ognuna è intimamente e dolcemente inquieta.
Battiti cadenzati e una voce femminile musicano illusioni di forti legami affettivi; la realtà parla di una somma di solitudini urbane, le traiettorie si intersecano solo in casi fortuiti.
Ti guardavo passare ogni giorno sotto il Brooklyn Bridge. Avrei potuto aspettarti e seguirti mentre ti calavi in quel buco nel terreno all’incrocio tra Dekalb e Flatbush Avenue, Q Line diceva l’insegna, ma a me non piace scendere sottoterra.
Questa città è grande, oscura, e può inghiottirti se mantieni il tuo sguardo fisso sul terreno e ti dimentichi, ogni tanto, di guardare verso l’alto.
Bastava che anche tu te ne accorgessi, solo una volta, per vedere la rosa che ogni giorno lanciavo oltre al ponte mentre la carrozza sfrecciava sotto di me.
Non vedevi quello che vedevo io..

Federica Giaccani & Filippo Righetto

7. A Winged Victory for the Sullen – A Winged Victory for the Sullen

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ABBANDONO

All farewells are sudden

Lui, steep hills of vicodin tears.

Non ricordo sussurrava ai passanti, volti lividi segnati dalla coltre di una nebbia perpetua.
L’uomo avanzava lungo il fiume inseguendo l’argine fin dove non vi erano più case, solo qualche voce ovattata sospinta da una barca e lo sciabordio del remo che distante sfibrava la superficie.
L’aria madida colava sui capelli già scarmigliati, la barba grondava brinosa e gli stivali sgretolavano il sentiero. Avrebbe solcato un pantano tra le lacrime degli alberi ammutoliti a fissar i pori della terra grumosa.
Non ricordo–mormorava, ancora, sfiorato da passi estranei -– pesanti e infangati dalla vita – piegandosi stanco coi palmi delle mani sulle ginocchia e la lingua a rimescolare la saliva calda.
Insegue fantasmi, fantasmi di rugiada e resina tra le scorze dei tronchi di pioppo, avrebbe pensato il contadino senza volto di ritorno dalla campagna.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il greto del fiume ritiratosi silente.
Tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio di giada intagliata -– e ricordò il giorno in cui lei glielo fece scivolare sulla tavola – e sul fondo si rincorrevano, scosse da un leggero tremito delle mani, un paio di pillole che ingoiò avidamente, poi ghermì una sigaretta ma non l’accese, l’avrebbe accesa più tardi. Si rannicchiò tra le foglie e la rugiada a mirare la cresta del fiume che inghiottiva la città, e tese l’orecchio ai ciottoli e la fanghiglia, e il silenzio incrinato dal fischio inatteso di un treno.

Lei, a symphony pathétique.

Una donna si mise alle spalle la porta di casa: scese in fretta i gradini che la separavano dal giardino e varcò la nebbia con la sua consunta valigia di cartone. I tacchi affondarono nel mattino senza sole per guadagnare una nuova vita forse, poi il cancello cigolò.
Non era forse il rumore della nostalgia ?
Il rombo di un motore crebbe lento e s’arrestò davanti alla villa. Una piccola targa luminosa rosseggiava vaporosa sulla cappotta bianca e il conducente a testa bassa lasciò cadere una parola afferrando la valigia e sistemandola nel portabagagli. La donna agile s’era già adagiata sui sedili posteriori percorrendo ansante le pieghe della lunga gonna e dal finestrino appannato spiava l’uomo che aveva amato, distante, in piedi dietro i vetri di una finestra.
Alla stazione soffiò e l’auto si mosse.
Era ormai da tempo che aveva preso la decisione. Aveva anche atteso a lungo, troppo a lungo si disse.
Gliel’aveva sussurrato in un orecchio mentre i loro corpi erano uniti e imploranti tra le grinze delle lenzuola, così il dolore era stato lenito dal piacere, non l’aveva assalito di colpo, ma solamente stordito per laceragli in seguito il cuore. Ma anche il suo non aveva retto.
Le ruote macinavano l’asfalto adesso e il sentiero sterrato che squassava l’auto e fendeva i pensieri era un ricordo distante.
Il conducente nascondeva gli occhi dietro delle lenti scure e spesso curiosi vagavano oltre, sullo specchietto retrovisore, fissandosi sulla sagoma che affiorava dai fari scialbi delle auto in coda. Capelli biondo cenere, occhi che parevano delle fessure grigie, labbra sottili e pelle molto chiara che si screziava di un impercettibile rossore sulle guance. Era bellissima, una sirena si disse.
Stringeva tra le mani un telefonino, quando il display s’era improvvisamente illuminato rischiarando il volto precipitato nella penombra, piangeva.

Ho paura di dimenticare il tuo volto, la tua voce, il tuo modo di camminare e d’inclinare la testa quando rifletti, e il tuo sorriso, le tue labbra morbide, il tuo sapore ancora addosso che già non ricordo.

La mano svuotata d’ogni forza vitale s’aprì e il telefono scivolò nella borsa, quando l’auto decelerò e si accostò lungo la piazzola dal perimetro giallo.
Quando chiuse dietro di sé la portiera e la vita la investì in pieno volto senza avvisaglie, sentì una mancanza toglierle il respiro e il vuoto scavare avidamente nello stomaco. Non avvertì il peso della valigia, né il lastricato del marciapiede e la sua voce e quella dell’uomo della biglietteria.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il pavimento della stazione.
Col fazzoletto tamponò le scie nerastre che rigavano il volto in un tremito riflesso del piccolo specchio da borsa, quando lo sferragliare brumoso del treno divenne sempre più opprimente e salì, salì inghiottendo lo sbadiglio inguantato della donna ricoperta di piume e gli sbracci alieni del capostazione e l’alito caldo delle bocche dischiuse degli amanti che incrinavano il freddo dicendosi a presto.

Gianfranco Costantiello

8. FaltyDL – You Stand Uncertain

Data di Uscita: 14/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Riflessioni sull’incertezza
di Maurizio Narciso

Boards of Canada: la musica degli scozzesi nel tempo è diventata più “chitarrosa”, per quanto sempre densa di scricchiolii elettronici e di momenti ambientali assai evocativi. Nessuna traccia di dubstep nella loro musica (segno dei tempi forse, l’ultimo dischetto risale al 2006), ma sono pronto a scommettere che nelle uscite future rimarranno fedeli a loro stessi, ignorando il paradigma del momento che sembra catturare l’intera intellighenzia musical-elettronica e non.

Altri lidi quelli del buon FaltyDL, che sfalda la sua classica attitudine garage/dubstep percorrendo una strada impervia, quella del ritorno alle radici, attraversando nel contempo ere musicali dell’elettronica: da certa drum’n’bass in odor di trip-hop all’ambient dei Boards, passando per melodie vicine alla house.

Ha l’occhio lungo, oppure semplicemente si è stufato di scandagliare le profondità più estreme col basso in pugno, moderno Don Chisciotte accompagnato nell’occasione da eteree voci femminili, riuscirà ad imporre la propria visione non come semplice fuga ma come contestualizzazione di un intero genere?

Forse è questo il futuro del dubstep (salvo i lanci in orbita operati da Clubroot e da EL-B in tempi recenti…..)

9. Nicolas Jaar – Space Is Only Noise

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Prendete un giornale.
Prendete un paio di forbici.

Kole rovistò nel porta giornali di sua mamma finché, fra sorrisi patinati e macchine lanciate ai centoventi su chissà quale albero, sbucò una rivista sobria con due girasoli smunti in copertina. “Scelta strana quella della foto di due fiori appassiti”, pensò, e ciò conferì ancor più fascino a quella stampa bimestrale da quattro soldi.

Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare alla vostra poesia.
Cominciò a sfogliare le pagine, la prima cosa che gli si parò davanti fu un’enorme pubblicità in cui una biondina poco più che ventenne, coperta solo di petali di rosa, mostrava in camera con fare ammiccante un paio di orribili scarpe rosse. Prestando poca attenzione a quei tacchi chilometrici, fece scorrere gli occhi sui titoli che incontrava, di foglio in foglio. Sulle facciate successive, fra invettive di politici improvvisati e cronache di ordinaria follia, finalmente scorse un trafiletto di una decina di righe, accanto ad una foto, bellissima. A prima vista gli parve la foto della superficie lunare, scala di grigi e minuscoli crateri qui e là; poi notò nell’angolo in alto a sinistra un bimbo placidamente sognante nel suo passeggino scuro.

Ritagliate l’articolo.
Tagliate ancora con cura ogni parola che forma tale articolo e mettete tutte le parole in un sacchetto.

Non trovava sacchetti, così decise che il cestino in cui sua mamma riponeva decine di gomitoli avrebbe fatto al caso suo. Ne svuotò il contenuto sul pavimento, con grande gioia del gatto che accorse divertito dai fili che s’intrecciavano fra loro, e vi ripose, parola dopo parola, l’intero articoletto scelto.
Euforicamente ripeté mentalmente, quasi fosse una formula magica di un rito arcaico: “Agitate dolcemente. Tirate fuori le parole una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le estrarrete. Copiatele coscienziosamente. La poesia vi rassomiglierà.”
Infilò la mano nel cesto con la stessa adrenalina con cui da bambino infilava il cucchiaio nel dolce della nonna mentre nessuno lo guardava, e con mano tremante cominciò a scrivere:

In strada annusai lo sguardo di cristallo,
puntolini scintillanti brillare,
gambe levate, frutto dell’immaginazione.
Invisibili soltanto nell’aria,
improvvisamente le montagne tutt’intorno
frastuoni udirono provenire.
Silenzio come zucchero.
Colori.
Space is only noise.

Kole si fermò improvvisamente, l’ultimo verso l’aveva in qualche modo stordito e soddisfatto insieme. Si rivolse compiaciuto al gatto che l’osservava di sottecchi dalla poltrona: «Eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare». Scoppiò a ridere, mentre il felino elegantemente saltava sul tavolo scombinando l’ordine delle parole e ricreando infinite poesie.

Annachiara Casimo

10. Seefeel – Seefeel

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

<Si prenda pure una vacanza, passi del tempo con sua moglie, oppure magari vada in montagna, si è aperta la stagione della caccia al cervo…>

Manco fossi “il cacciatore”, non ho neppure una moglie, il mio capo non mi conosce. Ho subito un trauma sul posto di lavoro e da allora non riesco più a chiudere occhio…

DRIIIIIIIIIIIIIIIIIN!!! (la sveglia)

La spengo. Devo aver sognato qualcosa di oscuro, forse ero in un bosco, non ricordo bene, ho solo la vaga sensazione di essere stato accecato dal riflesso del sole sulla liscia superficie immobile di un lago montano…

La vista si fa precisa, mi guardo intorno, non è la mia stanza e sopra il comò in legno massello c’è un Walkman. Schiaccio il pulsante di avvio e dalla cassetta parte una sorta di fruscio

DRIN DRIN DRIN!  DRIN DRIN DRIN!  (la sveglia del cellulare)

La spengo! Devo essermi addormentato con le cuffiette del lettore mp3 indosso, adesso è scarico. Balzo fuori dal letto e accendo la basetta ricarica i-pod e schiaccio il tasto “play”: ne vien fuori un suono di batteria secca, sgraziata.

Mentre mi lavo percepisco nella musica dei cambiamenti: increspature elettroniche che distruggono un lieve tappeto analogico.

Ora è il contrario, è il rintoccare di strumenti analogici che sporcano delicati paesaggi sonori digitali.

A volte fa capolino una voce femminile che si inserisce delicata nel trambusto “tiepidi canti di sirene in evanescenza” (cit.)

Sono confuso

Mi sembra di aver scaricato questa musica ieri sera oppure si tratta del riversamento in digitale di quella vecchia cassetta che ho ritrovato su  in cantina qualche tempo fa.

Leggo dal display digitale “Too pure 1993 – Warp 2011”

18 anni di musica?

DRIN DRION DRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Maurizio Narciso

One Response to “Top Ten 2011 – Maurizio Narciso”

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