monthlymusic.it

Top Ten 2011 – Federica Giaccani

1. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

2. Mogwai – Hardcore Will Never Die, But You Will

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

M’alzo col solito sapore di cenere ed amaro economico, m’alzo lentamente per dare il tempo alla testa d’aggrapparsi al collo e ristabilirsi al posto solito senza rovesciarsi in fastidiose emicranie post risveglio post sbornia post festa da postumi. Le braccia intorpidite dal formicolare continuo, ricco di fitte pungenti ed incontrollabili, sintomo di un collassante sonno scomodo. E lo stomaco. Dio lo stomaco, non c’è mai un buon risveglio, non lo sento elastico e sano da settimane ormai, decide lui se il cibo ed il beveraggio possono restare, al risveglio non vomitare è un terno al lotto. Vomito infatti. Vomito e mi sento meglio, doccia tiepida e ristoratrice, sciacquo la faccia, sciacquo i denti con acqua fredda, freddissima, che meraviglia. È per questo che mi piace tanto il sapore di cenere ed amaro al risveglio, perché assaporo il momento nel quale andrà via, ne pregusto ogni disgustoso sapore, mi inebrio del suo aroma sporco e nauseabondo realizzando che del fresco dentifricio allo xilitolo, che non so neanche cosa cazzo è, lo spazzerà via dalle mie papille gustative, ne annichilirà l’odore sostituendolo con uno fresco di menta scialba. M’agghindo al meglio per affrontare una giornata che sa di primavera ma trattiene il vento gelido dell’inverno, prima di scendere per fare quattro passi noto il cadavere quasi salasso di una bottiglia di amaro e un po’ più in là del pane raffermo lasciato fuori dal paniere da troppo. Li raccolgo entrambi e li metto in una busta pensando che oggi è il giorno ideale per andare a dar da mangiare ai piccoli. Scendo le scale con una certa calma degustando e scandendo gli attimi di attesa fra l’idea e la sua applicazione nel reale, m’immetto in strada e svicolo fra i passanti della città, uggiosi e indifferenti come sempre, presi dalle chiacchiere d’un cellulare o dal silenzio dei propri piedi, che ci sarà di prezioso nelle loro scarpe? Perché le fissano mentre camminano? Sono certo che se glielo chiedessi a bruciapelo nessuno sarebbe in grado di descrivermi i cornicioni dei palazzi che affiancano tornando a casa giorno dopo giorno. Arrivo nel parco cittadino, nei pressi della fontana centrale, mi siedo e caccio dalla busta il pane, lo innaffio con l’amaro e ne strappo piccole palline che offro alla fauna ornitologica locale. I piccioni, specie unica del suddetto ramo nel distorto ecosistema della città, s’avventano avari sul pasto gratuito ed io osservo compiaciuto il loro banchettare. Una bambina, grassa oltremisura, mi si avvicina e mi chiede che faccio, disgustato dalla domanda ovvia quasi quanto dalla dieta pessima che genitori incuranti viziosamente assecondano rispondo che do da mangiare ai miei piccoli. La bambina risponde, i tuoi piccoli sono gli uccelli? No, bambina, osserva bene. I piccioni, col loro veloce metabolismo, il loro piccolo stomaco, il loro proverbiale cervello sbattono a terra drogati dall’eccesso d’alcool, sbattono le ali nella speranza di prendere il volo ma privi d’equilibrio puntano rovinosamente a terra. Vedi, io do da mangiare ai gatti, le dico sorridendo, nel mentre una snella piccola pantera con passo furtivo s’avvicina alle prede facili. Mi giro verso la bambina che fissa sgomenta la scena, terrorizzata dalla visione è immobile, le chiedo, e tu, chi nutrirai ingolfandoti ancora di quelle porcherie? Di chi sarai il lieto pasto, bambina? La bambina mi fissa per pochi attimi e vede il diavolo nei miei occhi probabilmente, io nei suoi vedo una prossima redenzione dall’abuso di zuccheri, mi sta bene. Urla, scappa. Torno alla scena, la gatta trascina per il collo un ei fu piccione verso la base di un cespuglio dove ad attenderla ci sono i piccoli, mi guarda con riconoscenza, la osservo e me ne compiaccio.

Alfonso Errico

3. dEUS – Keep You Close

Data di Uscita: 17/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci sono circostanze speciali, che accadono di rado, ma a volte accadono. C’è chi parla di destino, chi di volontà di Dio, chi di altro; io mi limito a credere nella fortuna, determinata dalla casualità e sostenuta dalla volontà umana. Ebbene, in queste circostanze “fortunate” capita di perdere la cognizione del tempo: dieci, dodici anni a tratti sembrano un’eternità, a tratti un istante.
Ne ragionano Lui e Lei nella colazione della domenica, sono passati diversi anni ma Lei non smetterà mai di amare quella luce viva che brilla negli occhi di Lui, né Lui finirà mai di adorare l’espressione amorevolmente arrabbiata negli occhi di Lei quando le ruba la ciabatta dal piede e la lancia in mezzo alla stanza. Loro due, caffè marmellata e cornflakes sul tavolo, lo stereo acceso, i biglietti dei concerti visti assieme appesi al frigo: the Notwist, Arcade Fire, ma su tutti i dEUS.
Hanno comprato immediatamente anche l’ultimo album del gruppo belga, il loro gruppo del cuore; Lei anzi lo attendeva dalla primavera, le piaceva credere che Barman e compagni avessero programmato la pubblicazione per farle il regalo di compleanno. Poi l’uscita slittò, e ora l’autunno è alle porte, ma la gioia è rimasta immutata: insieme scartano il cellophane, emozione palpabile, scintillii.
just like on the day we met”: una storia d’amore e musica.
I’m going to keep you ever close”: Lui a Lei, Lei a Lui, loro e i dEUS.
In grande stile, carico e maestoso si apre il disco tra cori violini e un incedere deciso, poi sfugge sinuoso in tre quarti, luci di chitarra e sessione ritmica accattivante; Lui segue la batteria con una mano sul davanzale, nell’altra c’è una sigaretta, il fumo li riporta al Velvet Club, a quando in fondo alla pista ondeggiavano composti sulle note di Theme From Turnpike (he said: no more loud music), anni fa così vividi nella memoria.
Poi esplode tutto e gli strumenti impennano, urla e rapimento puramente rock, fino a non capire più di chi sono le voci (Tom, Greg Dulli?); poco importa, quel che conta è l’insieme, lo spogliarsi dalle inibizioni e la libertà di scuotersi, a trent’anni come a venti, in camera da letto o di fronte a un palco – il sudore e l’adrenalina hanno lo stesso sapore aspro, frizzante. È coinvolgimento distillato, la sonorizzazione di due storie fuse insieme. Gli improvvisi cambi di registro, pop – rock – ballad, si rincorrono come le fasi della vita, le vicissitudini di una coppia comune e comunque speciale nella sua unicità. Lui e Lei lo sanno, non si dicono nulla ma si guardano complici; ridono quando Lui collega la leggerezza di Costant Now a quella Rag Doll degli Aerosmith che si insinua sistematica negli happy hour dei bar in televisione, tacciono quando i toni intimi di End of Romance li spinge indietro in un flashback emozionale, a commuoversi con For the Roses ai margini di un binario notturno.
Ho sempre creduto nella semplicità e nell’autenticità di persone, gesti, sentimenti. Il loro entusiasmo maturo e sincero ne tradisce la purezza. Parimenti si mostra il disco, onesto e immediato, una commistione di emozioni che scorre veloce e arriva in fondo senza dar tempo di accorgersene; il segno marcato resta però, chiaro e indelebile, profondo, consapevole. È la sostanza che conta, sempre.
Ora è notte e li vedo ancora Lui e Lei, stanno partendo in macchina per uno di quei viaggi lunghissimi che amano da sempre. I loro occhi sono tanto stanchi quanto felici; Lui guida sicuro, ha lo sguardo proteso verso la strada che sta per scorrere sotto di loro, Lei accomoda la testa sulla spalla di Lui, chiude le palpebre e si perde in fantasie su quei posti lontani. Gli archi di Easy li avvolgono, li abbracciano e li accompagnano; suonano solenni come a consacrare un’unione che si rafforza momento dopo momento, e scaldano e incendiano dentro come l’amore.

Federica Giaccani

4. Washed Out – Within and Without

Data di Uscita: 12/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il sole inizia timido a fare capolino, l’alba fatica a colorare la spiaggia, l’alone giallastro è ancora lontano dall’imprimere forma all’ambiente circostante. Cammini lentamente sulla battigia, i piedi risucchiati dalla sabbia vengono bagnati dall’acqua placida. In lontananza piccole imbarcazioni con pescatori partono per la loro giornata lavorativa, tu sei in vacanza. Sul lungomare ragazzi ubriachi tornano da qualche party urlando, cercano il loro hotel per andare finalmente a dormire, probabilmente ti scambiano per uno di loro.  Niente feste per te ieri, solo echi luminosi della serata di due giorni fa passata sul litorale tra un drink e l’altro, “Echoes” appunto, pop elettronico sfumato nel riverbero.
Continui a camminare tranquillo mentre la timidezza del sole scompare piano piano; la tua resta, e quando una ragazza che sta facendo jogging ti sorride incrociandoti, non trovi la forza di sorridere o dire qualcosa. Si sta iniziando a colorare tutto, è tuttavia ancora presto e il luogo resta deserto. I primi colori del giorno, quelli che di solito non puoi goderti ti inondano e ne sei irrimediabilmente travolto, devi smettere di camminare e necessiti di una fermata. Ti siedi, sulla sabbia fine e guardi davanti a te le onde.
Nelle tasche un i-pod che accendi e lasci andare sulle solite tracce di questi giorni.
Spensieratezza ed eterno ritorno si susseguono: “Amor Fati”. Sensualità e candore. Davanti a te un mondo che c’è, non c’è e c’è ancora, within and without insieme per sempre scolpiti. La leggerezza di una presenza vicino a te, un fantasma colorato che riflette la schiuma, ti sembra di sentire ancora la sua voce e di vedere i suoi capelli, il tutto accompagnato da un beat mai invadente, ovattato: “You and I” ,ancora una volta. “Before” , trasporta, dona freschezza, richiama una gioia calda e tranquilla, e le piccole cose di tutti i giorni. Chiudi il tuo sogno ad occhi aperti con i primi raggi veri di sole sul viso, accecato mantieni la scia e imprimi una dedica sulla sabbia, con tutta la delicatezza di questo mondo: “A Dedication”.
La forza è quella delle ricorrenze, l’onda d’urto però non è sempre quella, difficilmente un sintetizzatore, pur accompagnato, può raggiungere picchi emotivi così elevati e raffinati. Lo sai, è estate, lo aspettavi, è arrivato e ti sei innamorato come una volta, più dell’altra volta, come quell’altra volta ancora. Dentro e fuori da te per sempre.

Alessandro Ferri

5. The Field – Looping State of Mind

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“Alex, you know there’s only one way we’re going to end all this. […]”
(Dan Curtis, “Night of Dark Shadows”, 1971)

The End, la fine: sarò superficiale, ma anche sforzandomi non riesco a coglierne l’aspetto.
C’era l’illusione di un punto di approdo Alex, di un arrivo. Avremmo dovuto scorgere una conclusione, ma le mie presunte certezze vacillano. Ci vedo camminare senza sosta alcuna lungo questo nastro di Moebius e mi chiedo se i miei piedi saranno sufficientemente resistenti per percorrere la traiettoria un’ennesima volta, se mi verranno i calli sui talloni, se sanguineranno. Percorsi già vissuti e un eterno deja-vu martellante, asfissiante.

Looping path.
Looping state of mind.

Tu mi richiami all’ordine e mi inviti a riflettere sui cambi di prospettiva, sulle quasi impercettibili variazioni del suono di volta in volta. In effetti alle mie orecchie stavolta attente e sospese arriva una mutevolezza nuova, delicata. Se mi pregassero di utilizzare un’espressione sintetica per descrivere ciò che percepisco, non potrei che propendere per “solidità soffice”. Un ossimoro, non biasimarmi ma non vedo alternative. Da una musicalità corposa diramano milioni di scie in dissolvenza, anch’esse tracciano disegni che ripiegano su se stessi, e poi schizzano lontano, curvano e tornano indietro.
Ti avevo addirittura proposto tempo fa di imparare a suonare la batteria per animare i samplers di nuovi colori tangibili, ancora ricordo l’esplodere della tua risata e il dito puntato contro. Alla fine non avevo poi tutti i torti quel giorno, ora respiri anche tu necessità di virate analogiche.
Sì, sono queste le variazioni a tre anni di distanza. Ad occhi chiusi a cavallo del loop ci si accorge eccome, e se a momenti ci viene naturale procedere correndo e ballando – It’s up there – in altri istanti ci ritroviamo intrappolati in un’ipnosi glitch e ci blocchiamo rallentati in estasi – Burned Out, Arpeggiated Love. Fascinazione nuova, forte come accadde quella notte lontana mentre ti conobbi a quel club, entrai su Everday e annullasti d’istante tutto il resto. Ora quella techno pura non esiste più, ma la folgorazione permane, d’altra parte avevi promesso (a me e non solo) che From here we go sublime! Ti seguii rapita anche gli anni successivi, dancefloor stavolta intervallati da parentesi più intimiste (Leave it vs Everybody’s Got To Learn Sometime), beat come costante di fondo però, Yesterday and today. E i loop.
Persa nelle reti dei ricordi ricomincio a seguirti nelle traiettorie odierne, emozioni corpose, distillate. Un andare e venire continuo. Sei troppo veloce per le mie gambe affaticate, tento invano di afferrarti un braccio ma sembri dissolverti.
Blackout.

****

Suono insistente della sveglia, addio dimensione onirica, buongiorno mondo. Le cifre abnormi dell’orologio mi trafiggono le retine al buio, premo l’interruttore della grande lampada sopra di noi. Poi ti svegli anche tu e intuisci che quella luce improvvisa equivale a violenza, la spegni tu per me, preferendo il fioco bagliore dell’abat-jour. Proiettiamo le ombre delle nostre mani sulla parete spoglia, dita grigio/nere su fondo caldo chiaro. Una tisana calda al limone della sera prima e i miei libri di letteratura americana sul comodino. Chiudiamo gli occhi e il bianco prevale sul nero, battiti ovattati di estrema delicatezza ci sfiorano le spalle come la neve cadeva al mare sui nostri cappotti, di inverno. Then it’s white, solo una voce piena riecheggia da lontano e un pianoforte malinconico. Stoicamente ti scopri dal piumone e decidi di alzare le serrande di un grigio mattino già avanzato, mi copro gli occhi investiti di luce sgradita. Gesti analoghi dalle finestre di palazzi contigui, Stoccolma si mette in moto pigramente tra luci caliginose e acqua del colore del ghiaccio.
In fondo al letto raccogli i fogli accatastati in questi giorni, abbiamo passato ore a rendere omaggio alla matematica tracciando loop in maniera ossessiva; ovunque capitava imprimevamo il segno dell’infinito, sui quotidiani, su quaderni, sulle nostre mani, perché la tua convinzione ti porta a pensare che non esiste definizione migliore per il tuo lavoro.
E adesso Alex sei davanti a me e continui a tracciare idealmente quella traiettoria magica davanti ai miei occhi, poi mi appoggi sulle gambe l’ultimo pezzo di carta vuoto che riesci a trovare, mi passi un pennarello rosso e tenendomi la mano disegniamo quel simbolo insieme. Mi abbracci, sorridi e mi sussurri “Sweet, slow, baby”.

Federica Giaccani

6. Burial – Street Halo EP

Data di Uscita: 28/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Dubstep tra i fumi delle ciminiere.
Metropolitana di superficie in un’alba scura di vento e pioggia. Scruto i visi che incrocio dal filtro del finestrino sporco, ne noto le impurità ed ognuna tradisce una propria malinconia grigia, ognuna è assorta e ognuna è intimamente e dolcemente inquieta.
Battiti cadenzati e una voce femminile musicano illusioni di forti legami affettivi; la realtà parla di una somma di solitudini urbane, le traiettorie si intersecano solo in casi fortuiti.
Ti guardavo passare ogni giorno sotto il Brooklyn Bridge. Avrei potuto aspettarti e seguirti mentre ti calavi in quel buco nel terreno all’incrocio tra Dekalb e Flatbush Avenue, Q Line diceva l’insegna, ma a me non piace scendere sottoterra.
Questa città è grande, oscura, e può inghiottirti se mantieni il tuo sguardo fisso sul terreno e ti dimentichi, ogni tanto, di guardare verso l’alto.
Bastava che anche tu te ne accorgessi, solo una volta, per vedere la rosa che ogni giorno lanciavo oltre al ponte mentre la carrozza sfrecciava sotto di me.
Non vedevi quello che vedevo io..

Federica Giaccani & Filippo Righetto

7. Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

8. Moby – Destroyed

Data di Uscita: 16/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ed è stato come uno di quei film che durano soltanto l’arco di una notte e invece sembrano ricoprire una vita intera. Vestire i panni di una triste camminata, di un sorriso leggero, di un amore profondo.
E ci siamo incrociati poco dopo le 2, il tuo incedere così affascinante m’ha spinta a seguirti, schivando solitudini urbane intente nel loro daffare, la tua scia emetteva bagliori intermittenti. Come la tua musica.
È così che mi innamorai di te Moby, ancora una volta. Forse ero destroyed anch’io, anzi, lo ero sicuramente.
Potevamo trovarci nel cuore di New York come nelle campagne più anonime della mia terra, il centro Italia, non faceva alcuna differenza. Ti sei fermato di scatto, ho inciampato sui tuoi passi, “è uno stato d’animo, i riferimenti spazio-temporali si annullano e perdono di senso” – mi hai detto. Mi sono tornati alla mente quei discorsi sul binomio passato/futuro con cui tanti si riempiono la bocca in mancanza di sostanza effettiva, quell’altro binomio Terra/Spazio che rende tanto tangibile la prima quanto evanescente il secondo, quelle frasi fatte sul guardare avanti. Mi è sembrato un no-sense generale questo voler distinguere ed ergere barriere invalicabili, certe circostanze trascendono dalle definizioni, al pari della tua musica.
The broken places cosparse di caligine i lampioni e irradiò melodie ambient in bilico tra Autechre e il primo Aphex Twin, ci trovavamo su una strada quasi buia e deserta, ma forse la nostra dimensione era proiettata in un viaggio interstellare, la batteria – le chitarre – le tastiere attaccarono all’unisono – Be the one, una voce elettrica ricordava in modo ossessivo “I was the one when you needed love”.
Siamo partiti, direzione Sevastopol, o qualsiasi altro posto distante da qui, una cavalcata elettronica che saliva e correva via al galoppo, per poi confluire in un amalgama di atmosfere placide e sostenute. Tu sei fuggito avanti più veloce di me, non riuscivo ad afferrarti, ma mi è bastato chiudere gli occhi e ti ho sentito stringermi in un abbraccio. Dietro di te c’era una donna, cantava con la voce dell’anima, disperata e teatrale.
“Now that you’re gone, the sun will be no more.”
(Ti riconosco, ti conosco da sempre. Destroyed riporta al presente Play e 18, e non solo.)
Stringerti era come stringere la notte e lasciarsi trasportare in un ballo sinuoso senza tempo, sul pianoforte di Victoria Lucas, (morbida come lo erano Extreme ways o Why does my heart feel so bad?), una dolcezza che rimase intatta nonostante l’incedere incalzante della sessione ritmica. Era come se mi stessi sussurrando all’orecchio qualcosa di infinito. E finimmo sullo spazio – After. Blue moon. Ritmi ballabili, voci campionate, sentimenti dichiarati.
“I promise you will never be alone”
È terminato in toni epici il nostro vagabondare congiunto, fermi sul tetto di un edificio in malora a vedere sorgere l’alba. Stella maris mi ha messo i brividi, ti guardavo, una voce in lontananza si insinuava in una dolce melodia d’archi, eterea, i tuoi occhi scrutavano oltre – chissà cosa vedevano, se vedevano. Finché il pianoforte entrò di soppiatto, si sovrappose agli archi, e prese corpo una marcia in climax con la batteria che scandiva passo dopo passo. The violent bear it away. Siamo tornati nelle nostre rispettive solitudini distrutte, te ne sei andato senza nemmeno dire una parola lasciandomi a guardare la città dal basso.
Sotto di me i tuoi passi, e la vita che si risvegliava.
Lacrimae.

Federica Giaccani

9. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

10. Peter Kernel – White Death Black Heart

Data di Uscita: 03/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“We don’t care about parties, drugs, fashion, girls, power, people, melody,
We don’t care.”
Abbiamo appena sentito queste parole propagarsi dallo stereo della macchina e siamo arrivati a Zagabria, stiamo lì una settimana, ci baciamo sempre e io prendo finalmente le calze della Croazia e la maglietta originale della Dinamo Zagabria.
Andiamo a vedere la moschea perché rompo il cazzo, qualche museo e i negozietti di cose belle e inutili. Non ci interessa nulla di nulla ma perseveriamo nel nostro incedere. Si segue il ritmo che sempre ci accompagna, rallenta, esplode, tira, scende e sale, è nevrosi continua, un casino con un senso, coro finale. Anthem of Hearts.
È tempo di andare a Belgrado, un’altra settimana qui. Ci ricordiamo ancora i cori finali di prima, ci piacevano un sacco. Qui ritmo che si protende sotto e chitarre che ogni tanto risalgono per graffiare braccia e viso. Non temere tanto ti copro io, e se alzo il volume non temere, è che non resisto nel degrado finale. “Hold it up Give it up Dream it up I bleed you”. Siamo lì tra le palazzine e i grattacieli e le bionde che mi camminano davanti e intorno sono troppo belle, provo a non guardarle che poi ti incazzi. La luce delle ultime ore del giorno si stende sulle costruzioni sovietiche, il grigio e la guerra, svastiche e falci e martello, nazionalismi vari. I murales vari. Tinte fosche con la sera, visi bianchi e sofferenti, esplosione finale con vortice sonoro. È mattina, siamo nel centro storico e ci baciamo, andiamo a vedere il Danubio e ci baciamo. Panico! This is Love. Sali scendi del territorio urbano che perfettamente innescano una spirale killer con i suoni, siamo rapiti. Hello My Friend. Camminiamo sgangherati dopo qualche birra e ridiamo. Continua il noise misto a qualche altra cosa alla quale qualche buon recensore musicale troverà un nome ultra figo. Andiamo via, prima però mi prendo la maglia della Stella Rossa e poi quando torniamo ci faccio scrivere dietro Dejan Savićević, il Genio.
“Discipline and chaos put together. The people understood that the situation is no longer under control. The captain is nowhere to be found.”
Basta è tempo di Vienna. Arriviamo di notte seguendo il Danubio, attraversiamo il Donaukanal ed eccoci nel Karmeliterviertel; Sofitel Hotel, che lusso, cosa ci facciamo qui? Stride un po’, amen. Abbiamo un letto singolo perché vogliamo stare stretti. Si dorme e fuori c’è una leggera nebbiolina; il mattino, in questo ex ghetto ebraico, lo passiamo al mercato. Umanità e groviglio metropolitano, gli ebrei total-black ci sono e girano per strada. Tide’s High: The Captain’s Drunk!
Luci con installazioni ovunque, soup-caffè e ci baciamo perché non se ne può fare a meno, sarebbe contro natura. Mangiamo da Skopik & Lohn. Ci manca solo il vecchio teatro ebraico e via, possiamo andare verso una nuova città. The Peaceful. Furore, entusiasmo e furore.
Asciutto, posato e pieno di senso. Riflessione e novità, creatività totale e capacità di ipnotizzare. “Floating in the sea. Freezing in the night. Dreaming of a wave. To sway us home tonight.” Noi ci lasciamo volentieri trasportare dalle parole e dal ritmo costante e mutante, un sussurro, un cullare consapevole. Il Rapid Vienna mi sta sul cazzo.
Budapest e ci facciamo attirare dai palazzoni e dai lavori in corso e dai cantieri. We’re Not Gonna Be The Same Again. Buda, Pest e Óbuda unite dai ponti, le vediamo tutte e ci baciamo, ma non è un film di Moccia, è la nostra luna di miele. La sinagoga enorme e l’isola di Margherita. Stiamo bene e non vogliamo andare via, le persone sono gentili e disponibili, visi scavati e duri ma più puliti. Incantevoli spaccati di vita quotidiana e andiamo a un festival di musica classica senza capirci un cazzo. Beviamo pure altra birra per piacere, “Love me now”. Make, Love, Choose, Take.
Mi prendo una maglia vecchissima della nazionale ungherese e andiamo via. Puskás.
Bratislava e le donne che mi danno i foglietti per i loro spettacolini porno alle 3 di pomeriggio, ridiamo moltissimo di questo. Siamo un po’ stanchi ma ubriachi di felicità, magari siamo anche un po’ cinici per i commenti che ci lasciamo sfuggire, ma non ci interessa. Want You Dirty, Want You Sweet. Possiamo stare quanto vogliamo qui, non c’è tempo in grado di bloccarci, a stare insieme ci rafforziamo continuamente, eh sì, ci baciamo. Camminiamo fino al Bratislavský hrad, pic-nic e birra. Scendiamo e saliamo per le vie strette del centro, e non guardo le solite super fighe per strada. Il solito Danubio in mezzo a noi, lo guardiamo perduti nel tempo infinito che prende nuove strade. Ma che ora abbiamo fatto ormai?. Organizing Optimizing Time.
La maglia della Slovacchia di Hamsik neanche se me la regalano grazie.
La luna di miele è finita, torniamo alla vita normale, studio e lavoro. Non si dimentica nulla, nuove emozioni impresse nel profondo.
There’s Nothing Left To Laugh About, siamo sposati e consapevoli, stiamo da dio e ci provochiamo sempre.
E non abbiamo mai smesso di ascoltarlo questo disco, è stato una specie di mantra, una ripetizione infinita, perché bisogna ascoltarlo molte volte, è complesso ed è stupendo, un ibrido strano proprio come noi.
Rock nelle forme più varie e chi se ne frega di dire quale genere rappresenta, questi sono suoni potenti e dritti al cuore, fatti con stomaco e cervello, pieni di vita e da assaporare con consapevolezza che si è dinnanzi a qualcosa di fuori dal normale.
Noi li aspettiamo dal vivo, vederli da sposati. E vedeteli anche voi, se non li conoscete hanno suonato con i Wolf Parade. Se non conoscete neanche loro andate comunque.

Alessandro Ferri

2 Responses to “Top Ten 2011 – Federica Giaccani”

  1. Bid-Ninja…

    […]below you’ll find the link to some sites that we think you should visit[…]…

  2. Bid-Ninja…

    […]we like to honor other sites on the web, even if they aren’t related to us, by linking to them. Below are some sites worth checking out[…]…

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.