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Top Ten 2011 – Stefano Ferreri

1. Tom Waits – Bad As Me

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Poi decidemmo di andarcene. Accatastai una pila di scatoloni vuoti e cominciai a selezionare indumenti. I più semplici, nonché quelli meno ingombranti, li avremmo portati con noi. Gli altri li avrei lasciati in beneficienza. Chiamai la padrona di casa. Quella parassita non c’era, così le lasciai un messaggio in segreteria. Avremmo disdetto il contratto di affitto e avremmo lasciato la casa nel giro di tre giorni. Destinazione: Chicago.
Quando abbandonammo il nostro appartamento, io e Sara non ci guardammo indietro e non salutammo nessuno fatta eccezione per un bambino che giocava da solo in cortile.
Sara era sorridente, erano anni che mi pregava di andarcene da quella città cadaverica e di provare nuove esperienze altrove. Ogni tanto ci immaginavamo in un locale degli anni ’60 a sorseggiare whiskey scozzese e scambiare parole con tipi come Allen Ginsberg o Miles Davis. Ma tutto ciò lo potevamo solo sognare presi dall’entusiasmo per la lettura di un libro o l’ascolto di un disco in camera.

Ma cosa credi, che cambiando aria cambi qualcosa? Ebbene no, amico – come dicono nei film americani: amico – non cambia proprio nulla. Credi di vivere in un pessimo b-movie dove tutto gira per il verso giusto? Dove ogni cazzo di scena sembra studiata appositamente per andarti di culo? Nessuno ti lascerà salire su un taxi se non hai i soldi in tasca o se i tuoi abiti non annunciano benessere. Ed è inutile che ti affanni per raggiungere la metropolitana se sei in ritardo, non riuscirai a salirci su gettando prima le valigie. La donna che desideri e che guardi dalla panchina opposta non verrà casualmente a chiederti da accendere, non vi scontrerete mai all’angolo di una strada e non raccoglierai i suoi fottuti fogli di lavoro lasciandole il tuo numero. Non succederà. Credi che freghi qualcosa a qualcuno delle tue poesie da quattro soldi o delle canzoni che scrivi con una chitarra scordata? Non è cambiando aria che incontrerai qualcuno a cui possano piacere e che ti presenterà a sua volta ad altra gente fighissima che ti prometterà un mucchio di soldi.
In realtà tutto ciò che ti spinge a cambiare aria è la paura, non il desiderio di respirare aria nuova. Sono polmoni nuovi quelli che ti servono.
Siamo-tutti-quanti-ineluttabilmente-soli. E viviamo come nella repubblica delle chiavi andate perdute e mai più ritrovate; siamo come mosche annegate in un bicchiere di birra, come le lettere spedite a Santa Claus o un paio di scarpe passate di moda. Perciò, ascolta, togli quella foto dalla cornice e torna tra la folla.

Andrea Russo

2. Stephin Merritt – Obscurities

Data di Uscita: 23/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il blues è la musica del diavolo, non il rock n’roll, non il metal né tanto meno il punk. Lo è per costrizione, all’inizio non voleva far da messo al grande divisore, c’è stato costretto. Costretto dai poteri forti dei padroni nei campi, non capivano le note del pianto, non ne apprezzavano il colore, la densità e i legamenti, non erano fraseggi ma evocazioni sataniche.

Mentre alla penombra del plenilunio, nel candido biancore della luna estiva si immaginava il velo della vergine il padrone delle messi inveiva contro i cialtroni che casinavano invece di dormire.

La mattina dopo, dannazione come fanno la mattina dopo a tirar dritto sotto il sole, bestie incredibili amor mio. Vado a schiantarli magari si placano, diceva così e si slacciava la cinta, ma non un solo maschio venne vergato quella notte, solo una donna raccolse il seme della discordia, sotto la luce placida che non poteva, alla luce dei fatti, essere il velo di Maria.

Piangevano e pregavano il dio bianco, e lo fecero per molto tempo, ma poi, serpe astuta mise il dubbio, che piacere c’è nel servire i bianchi in vita e cercarne la pietà da morti? Dannato lo sarai comunque. E la non vergine mise al mondo il figlio del peccato, lo crebbe in una stalla fredda, scaldato dai porci e dalle capre, che il signore delle mosche comanda bene.

Non lo mangiarono e lui mangiò loro, ne bevve il latte ne assaggiò il sangue e si fece forte all’ombra della coorte che ne nascose l’esistenza, si fece adolescente e uscii solo d’estate, quando il sole lo abbronzava e lo faceva parer nero come gli altri, d’inverno era più chiaro ma viveva da ombra.

Giunse il giorno della genesi al contrario, uccise Abele, tentò Eva e rinnegò il padre, distrusse il creato della terra promessa dal Signore e padrone. Sciolse la genia che lo aveva generato e fuggì in un bayou che pareva il brodo primordiale.

Conobbe donne, conobbero loro i suoi figli e li crebbero in solitudine, e via via si schiarivano fino a parere bianchi. Come il velo della vergine.

Alfonso Errico

3. Gruff Rhys – Hotel Shampoo

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Un’altra band, un’altra stanza d’albergo tramutata in piccola Grozny dal rabbioso bivacco di una mandria di bisonti drogati. Dio solo sa quanto cinema e quanta cattiva letteratura si siano industriati negli anni per perpetuare il frusto luogo comune che vuole le rockstar e gli hotel legati indissolubilmente in una miscela esplosiva, un po’ come il fuoco e la paglia o le donne e i motori. Per quanto ad uno di quei disgraziatissimi artiodattili ci somigli pure ed il suo nome di battesimo richiami per onomatopea proprio il verso animalesco del mite bovide americano, Gruffydd “Gruff” Rhys è il candidato ideale qualora si intenda sconsacrare il cliché. Forte di un concept creativo ed autobiografico semplicemente superbo, il nostro ha voluto raccontare in un disco – il terzo in solitaria per lui – il suo punto di vista di privilegiato a contatto con quell’insana routine di attimi e relazioni fuggenti che è poi la vita dell’artista giramondo. Dio solo sa quanti alberghi nei cinque continenti ne abbiano accolto i sonni in oltre quindici anni di onorata carriera, e quanti gadget e ricordini lo abbiano seguito da quelle camere fino in Galles. Non tutti quei saponi, quegli shampoo, quelle ciabatte e cuffiette per doccia hanno avuto l’onore di finire nel bizzarro sacrario realizzato dal cantante e venduto come fumo ad una nota galleria d’arte di Cardiff, con abile operazione promozionale, ma è certo che fossero veramente una legione. Al di là della simpatica fuffa pubblicitaria, il leader dei Super Furry Animals ha saputo regalare un concreto asilo alla sua anima di musico randagio, plasmando questa splendente collezione di gemme easy listening supportato da un progetto grafico geniale per davvero, di quelli che farebbero la gioia dei semiologi. Dio solo sa, si diceva. God Only Knows. Ecco. Non per caso si va sempre a inciampare nelle melodie impossibili di quei Beach Boys, nella magia di una musica leggera che sembra poter arrivare proprio dappertutto. ‘Pet Sounds’ è sempre stato molto più che un semplice disco: un genere a sé, una visione, un’utopia forse. Qualcosa che Gruff deve aver inalato mentre scriveva questo suo piccolo album, qualcosa che rifulge in controluce e disegna sorrisi, l’anidride carbonica che saluta la bibita e ti si libra trionfante su per il naso. ‘Hotel Shampoo’ funziona per una caterva di motivi così insignificanti da risultare imprescindibili. Allieta allitterando, per dire, ha in custodia titoli fantastici ed ostenta carisma a tutto campo, come l’affabile primo della classe che ti conquisti a suon di goliardate e di compiti in classe gentilmente offerti. Abbaglia la linearità di ogni trama, i grani dorati del rosario sono semplici e semplicemente decorati. Scivolano fra le dita uno via l’altro, con tanta sfacciata nonchalance da avvalorare l’impressione che nulla al mondo sia più facile che comporre canzoncine ipercatchy come quelle a marchio Rhys. I numeri in colore lunghi due minuti e mezzo finiscono con l’incarnare la modestia nella perfezione anche meglio degli zero a zero del leggendario Annibale Frossi: partita sublime quella in cui il disco non si schioda più dal lettore.
La capanna di boccette e flaconcini va forse ripensata come metafora di un fantasmagorico laboratorio sul pop dove giocare senza posa al piccolo clonatore, replicando fragranze vecchie di quarant’anni senza coloranti o conservanti e con una minima percentuale di additivi aggiunti. Sorprende in tal senso l’intelligenza con cui l’elettronica è messa a completo servizio dei pezzi, con interventi parchi e mai invasivi che si adattano a meraviglia al fattivo songwriting di Gruff e dialogano amabilmente con i suoi sfiziosi arrangiamenti. Alterazione dei valori d’orecchiabilità, maliziose sporcature applicate a remoti afflati tex-mex (‘Sensation in the Dark’), sottili pacchianerie sintetiche che accentuino il ricordo di un futuristico synthpop anni settanta à la Rod Argent (‘Christopher Columbus’). E poi quel senso di ironica e assai gustosa falsificazione che impregna il disco dalla prima nota di ‘Shark Ridden Waters’, acque infestate da squali gonfiabili sotto quello stesso air-conditioned sun di cui vagheggiava Beck qualche tempo fa: il teatro ideale per riassimilare con stile lontane primizie soft pop come una muffita cover di Bacharach rifatta da un terzetto di carneadi americani, i Cyrkle. Molta meno caciara rispetto agli standard del suo gruppo. Il barbuto gallese organizza un tranquillo party nella sua camera, alternando senza preavviso la maschera del fantasma dei carnevali passati e quella del moderno indiepopper: garbo e fiati rubati ai Belle & Sebastian (‘Take a Sentence’), spiccioli di dandysmo di seconda mano in combutta con Sarah Assbring aka El Perro del Mar (‘Space Dust #2’, praticamente Stevie Jackson che rifà Bowie con una compagna di classe), un novello Ray Davies in piena estasi wilsoniana (‘Honey All Over’, titolo eloquente), la melodia straziacuori di chiara deriva Zombies (‘Vitamin K’, orgasmica) e il Neil Hannon di ‘Promenade’ riveduto e corretto (‘At The Heart of Love’). A mo’ di contentino per i fan irriducibili viene inclusa di straforo anche quella che ha tutta l’aria di un’outtake Super Furry Animals – l’acidula e trascinante ‘Patterns of Power’ – sorta di crocevia tra il sole californiano di Van Dyke Parks e le lande psichedeliche dei conterranei Gorky’s Zygotic Mynci. Ma si tratta di un’eccezione. In comune con le compagne ha solo il luogo del concepimento: un letto d’albergo, magari anche modesto. Preservato dalla devastazione idiota degli eterni scavezzacollo e destinato unicamente alla sceneggiatura dei propri sogni.

Stefano Ferreri

4. Shannon and the Clams – Sleep Talk

Data di Uscita: 05/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Freaks
di Stefano Ferreri

I mostri che abbiamo dentro, cantava Gaber qualche tempo fa. Soggetto in fondo assai corteggiato dalle penne dei cantautori impegnati, ma non disdegnato anche da quegli interpreti che con leggerezza hanno provato ad esorcizzare in musica timori e brutture e segreti per lo più inconfessabili, accatastandoli in cumuli rozzamente abbozzati per poi affidarli all’abbraccio di una vampa gretta e spietata. Nessuna condiscendenza, nessuna pietà per loro. I mostri che siamo dentro non trovano posto nelle canzoni che amiamo, se non nell’apoteosi farisea di un ritornello espiatorio, nell’appendicite melodica che raschia via il marcio della diversità per restituirci il lindore smagliante di un conformismo sereno e inconsapevole. L’estasi canzonettara e l’ottimismo pop hanno svolto per decenni il loro compito di testimonial impeccabili nel paradiso delle coscienze sempre a posto. Per dirla tutta continuano a farlo con impressionante devozione alla causa, accompagnati alla pensione ben oltre la lecita data di scadenza e riassunti il giorno stesso in guisa di consulenti esterni, pubblicitari d’esperienza al soldo dell’estetica imperante. Certo un inconveniente ai trasmettitori di quest’idillio intramontabile può starci, pur se di rado, ma non è mai un vero problema per i valenti tecnici del sistema. Di tanto in tanto non manca di farsi viva una voce che metta in dubbio l’autenticità del grande romanzo, tetro e sublime nella sua impassibile vocazione al congelamento. Acquartierata come un corpo estraneo nella più insignificante delle note a piè di pagina, nascosta dietro all’ultimo degli asterischi o coperta dalla soffice bambagia di una minuscola parentesi.

Quest’anno si è trattato senza dubbio del mirabile contralto della burrosa Shannon Shaw, primo premio ai campionati nazionali per la cantante emergente più improbabile della scena alternativa tutta. Affiancata per l’intera durata del torneo da un paio di spalle comiche come non le ricordavamo dai pirotecnici anni di Yattaman, la biondona di Oakland ha sbaragliato una concorrenza non proprio irresistibile regalando a noi ridotta platea di reietti il più credibile elogio del diverso da un po’ di tempo a questa parte. Per riuscire nell’impresa ha dovuto indossare i panni grotteschi dell’inguaribile passatista, rimestando senza pace nel gorgogliante calderone della tradizione pop americana per smascherarne trucchi, ipocrisie e morale fasulla. In cerca del refrain perfetto con cui infiorettare il trionfo dei perdenti di lungo corso, ha dato prova di un romanticismo schietto, mimetico nella forma e graffiante nella sostanza, amplificatore ideale del desiderio di rivalsa di una schiera di artisti da sempre relegati all’ombra del successo. Oltremodo sincera e potente la scelta di campo, guidata dal primitivismo ingenuo e dall’insopprimibile e corrosiva attitudine freak del trio, scandita dal pulsare selvaggio ed ipnotico di un mantra (One of us! One of us!) rubato ad uno dei capolavori maledetti della storia del cinema, ora e più che mai rivendicazione di un’appartenenza e di un’identità plasmata per forza di cose nel contrasto. Il terzo album di Shannon e delle Vongole è però molto più di un semplice omaggio a Tod Browning e al suo indimenticabile plotone di scherzi della natura. E’ un sontuoso accumulo di citazioni più o meno colte, cortocircuiti kitsch e rimandi sgargianti al polveroso retrobottega culturale americano degli Oldies but Goodies, ben assortiti tra loro in nome dell’irriverente sottotesto di fondo. Non importa apparire brutti, sporchi o cattivi quando questo è il solo volto che si ha da mostrare, almeno a chi non ne merita di migliori. Il politically correct è un riguardo umiliante oltreché inutile in un persistente clima di buonismo iscariota, e tutti i compromessi possono prepararsi al confino eccetto quello che lega dolcezza e ruvidezza in una liaison irresistibile: non deve essere affatto facile suonare grezzi e raffinati al contempo, annullando gli scompensi dell’operazione recupero con la grinta commovente di chi si ostina a vivere tra le pagine di uno sbiadito album dei ricordi.

Con ‘Baby Don’t Do It’ e ‘You Will Always Bring Me Flowers’ si parte all’insegna di un’integerrima riscoperta del Doo-wop e dei Girl Group, ma è solo la prima di una lunga serie di scaltre illusioni espressive. Il ricamo dei golfini delle pin up è presto corrotto dalle bizzose orlature rockabilly dell’elettrica di Cody Blanchard, mentre la tavola viene imbandita con ogni sorta di stravizio soul, R&B o proto-twee, con bizzarrie degne della svendita di un rigattiere (la chitarrina calypso e le congas di ‘Oh Louie’) mentre il beat impartisce dall’alto la sua benedizione come un Dio buono e misericordioso. Quello di ‘Sleep Talk’ è un perfido Garage Revival per cultori: prepotente, infettivo, commovente nella sua purezza e nella giustezza del suo modernariato, irrimediabilmente fuori moda come solo King Khan e Mark Sultan sembrano oggi in grado di essere. Anche la malinconia è accessorio vintage di gran classe nella vetrina di questi abili falsari statunitensi: non si spiegano altrimenti le creste surf-pop rivisitate alla radice con la determinazione degli amatori intransigenti e senza blande smanie di contaminazione con il presente. L’unico elemento realmente originale è quell’indole scarmigliata, incontaminata, ludica e sempre un tantino inquietante che fa apparire Shannon & The Clams la versione psicotica e indignata delle Shangri-Las, soddisfacente nuova linfa per una collezione di stili altrimenti indirizzati all’oblio della pura accademia. Anche nella loro variante più ispida e ribelle, la procace frontwoman ed i suoi accoliti riescono a non tradire l’artificio dietro al minimo dettaglio, si rivelano bravi economi in fatto di fronzoli arrivando a svelare nell’emblematica ‘Toxic Revenge’ la propria ideale certificazione genealogica tra Ramones e Ronettes (il nome Ramonettes avrebbe forse semplificato troppo le cose), prima dei fumi alcolici di un delirio no-wave degno delle Bride of No-No. Come per numerosi altri apostoli del genere, la cura del particolare non lascia al caso nemmeno un riff, né un watt. In ‘Sleep Talk’ questa precisione ha un esito davvero stupefacente nella resa sonora analogica, Pasqua solenne del riverbero, una chicca che i critici dalla memoria sempre troppo corta potrebbero archiviare per somma dabbenaggine come bassa fedeltà e arrivederci, facendo al disco il torto insopportabile di un apparentamento forzato alla scena neo-surf pidocchiosa del circuito californiano. Mezza chitarra in più la merita da sola l’interpretazione grandiosa della Shannon cantante, da brividi per come sa portare un alito di vita vera tra gli impeccabili fondali di cartapesta del filologicamente corretto.

Una galleria di virtuosismi non leziosi destinati tuttavia al solo catalogo delle buone intenzioni senza quel taglio straniante, quella weirdness canaglia, le sinistre atmosfere di cui sono impregnati come spugne i dodici episodi dell’album. Lo stesso magico sgomento del ballo di fine anno sulle note di Love Among The Stars, con la trappola a sorpresa predisposta questa volta proprio dalla novella reginetta Carrie nella sua versione extralarge, impaziente di lordarsi di sangue nell’attimo stesso della sua incoronazione. Favole che trascolorano in incubi, armonie svolazzanti che si fanno spettrali, cuori velenosi racchiusi nel guscio di una manciata di vecchie caramelle, così innocenti nel loro incarto di foglie d’oro e d’argento. In canzoni come ‘The Woodsman’ risplende tutta la delizia dell’uomo nero. Rivivono gli anni cinquanta del sogno incontaminato, riletti nel candore guasto delle teen tragedy ballads dei sessanta e del death rock dei settanta, quattro minuti semplicemente strepitosi. E più di tutto i colori acidi di quello stesso sogno, ormai falsati dal tempo, nella pellicola condannata ad un’eternità sempre più rancida nella pancia di un’anziana Kodak. La voce di Shannon racconta come nessun’altra l’umore languido, malato, torbido e feroce di chi si è rassegnato alle seduzioni della propria mostruosità: sopra le righe ma in maniera autentica, dignitosa, tragica e non macchiettistica, straziata come Liz Taylor dallo sconfinato dolore della bellezza che si logora.

5. Low – C’mon

Data di Uscita: 12/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Arte e confusione, nient’altro che cuore. L’autoritratto dei Low, versione duemilaundici, suona anche come una delle più belle descrizioni della loro musica di oggi e di ieri. Il celeberrimo Piero Scaruffi ha provato a raccontarla in maniera meno folgorante ma ugualmente valida, riconoscendo nel loro stile l’equivalente rock dell’haiku giapponese, del mantra tibetano, dell’aforisma greco. Abiti sonori intessuti con la stessa estatica compostezza delle poesie nipponiche – così potenti nel loro olimpico equilibrio – per quanto non estranei alle lacerazioni dell’angoscia ed al dolore. Seguendo il filo dell’accostamento, viene quasi naturale considerare Alan Sparhawk e Mimi Parker sarti più talentuosi di tanti apprezzati guru della metrica come Michael Stipe, che dei componimenti haiku hanno fatto una specie di personale ossessione. Eppure, a cercarla bene, anche nella sterminata discografia dei R.E.M. è possibile intercettare almeno una grande canzone per cui valga l’asserto del discusso critico musicale. Una di quelle in ombra, penalizzate magari dalla convivenza gomito a gomito con il più populista di tutti i loro pezzi killer. Ecco, sinceramente si può dubitare che dietro l’ironia di questa identità vi sia qualcosa più del semplice caso, ma appare comunque preziosa la coincidenza affidata al titolo del brano in questione, Low per l’appunto. Anche il testo è curiosamente opportuno, in linea figurata. Certi passaggi sembrano rivelare con qualche anno d’anticipo alcuni segreti del credo slowcore, dell’arte della band di Duluth ed in particolare di questo suo nono LP: “Moving in a still frame”, movimento nella cornice di un fotogramma fisso, l’essere evocativi anche dietro le dinamiche rallentate del sostanziale; “I skipped the part about love”, il medesimo pudore nel trattare le fiammate affettive che ora torna in un episodio come ‘$20’, vero inno all’amore incondizionato e disinteressato, quello che non ha bisogno di legende o sottotitoli per essere raccontato. Alcune canzoni sembrano burro, altre ostentano la fragranza dei dolci fatti in casa ed il solo fine è il bene di chi ascolta. ‘C’mon’ non impiega molto per palesare un potenziale archetipico ed una concretezza semplicemente clamorosi. Ogni dettaglio è cruciale nella sua franchezza, nulla è superfluo o, a giochi fatti, accessorio. Nulla va sprecato. Non una nota, non un watt, mentre la bussola indica sempre e comunque la direzione del cuore. Banale la poetica dei coniugi Sparhawk non è mai stata – è pacifico – ma qui la sintesi di emotività e linearità comunicativa raggiunge esiti davvero notevoli. A livello musicale l’approdo è una identica essenziale significanza. I Low risultano eclatanti e trascinanti senza mai forzare: nella lentezza, negli scarti melodici infinitesimi, nell’accennare contrasti di luce destinati a farsi via via sempre più perentori. Nel giusto contesto il fascino ipnotico di queste nuove creature può seriamente causare assuefazione: lo lasciano intendere l’energia trattenuta a stento di ‘Majesty/Magic’ e soprattutto il placido incedere di ‘Witches’, elegia spain-iana in cui il cantato di Alan gioca di mimesi con quello di Josh Haden, uno spirito affine. Dopo certi automatismi pop di ‘Great Destroyer’, forse non troppo bene assortiti con la radicata indole introspettiva del gruppo, dopo l’autismo minimalista e la disperata claustrofobia sentimentale di ‘Drums and Guns’, ‘C’mon’ potrebbe dare l’erronea impressione del passo del gambero, ma la verità è un’altra. “We need to figure out how to get through the next moment, together, as human beings”: una supplica laica, non certo da mormoni infervorati, l’appello capace di conferire un tono definitivo ai propositi umanitaristi dei Low. Il disco è una proiezione di questo spirito, assemblata nella stessa chiesa sconsacrata in cui Tom Herbers e Tchad Blake aiutarono a rendere l’urgenza di ‘Trust’. Stavolta la rifinitura è avvenuta a Los Angeles per mano di Matt Beckley, uno sin qui abituato al futile pop milionario delle Katy Perry, delle Avril Lavigne e, sì, delle Paris Hilton. Idea vincente. Quello di ‘C’mon’ è davvero un prodigio esteso al popolare, Easy Listening che si fa adulto svelando una sua terrena solennità. Non sono i paradossi che sembrano. Per una band a proposito della quale si è spesso tirato in ballo l’appellativo “aulico”, ha senso parlare di una nuova e più tangibile epica (ed etica, anche), una moderna classicità forse meno bruciante rispetto ai capolavori riconosciuti, meno sanguinante, ma più matura. Sentimento del tempo e Sehnsucht sono sempre incendiari. In più si impone un’atmosfera di pacificazione diffusa, dopo le asprezze del passato remoto e la presa di posizione politica ed antimilitarista del lavoro precedente: il clima si fa estatico, fiero, anche in momenti più drammatici come ‘Done’, anche quando la malinconia parrebbe destinata a tracimare. Soprattutto non c’è più spazio per la rassegnazione, specie in un finale (‘Something’s Turning Over’) che suona come ultima chiamata al Carpe Diem e svela corrispondenze impressionanti con la freschezza autunnale degli Yo La Tengo più appagati, come se dopo un lungo percorso anche questa coppia di rocker avesse trovato il proprio little corner of the world. “Andiamo!”, dicono loro, cadenzando la riscossa con il lungo memorabile refrain in crescendo di ‘Nothing But Heart’. Meno irrisolti, meno problematici, meno cupi di un tempo, ma con uno sguardo forse mai tanto lucido ed esatto. Netto come il primato della sintesi nella scelta delle parole, soppesate una ad una per mettere ordine nel proprio irriducibile garbuglio interiore. Arte e confusione possono convivere in fin dei conti, ma solo grazie al cuore.

6. Acid House Kings – Music Sounds Better With You

Data di Uscita: 22/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel giugno del 1990, in un girone che si disputava ad un tiro di sputo da casa mia, venne giocata una delle più irrilevanti partite nella lunga e gloriosa storia dei mondiali di calcio. Uno Svezia – Scozia che per gli addetti ai lavori avrebbe dovuto valere come sorta di spareggio qualificazione dietro l’immancabile corazzata carioca, poi liquidata dall’Argentina di Maradona qualche giorno più tardi. Come sempre in questi casi, tra le due contendenti l’avrebbe spuntata il classico terzo incomodo, il piccolo Costa Rica, ma questa è tutta un’altra storia. Seguendo in televisione il match vinto di misura dagli scozzesi, mai avrei potuto immaginare che di lì a qualche anno questa sarebbe diventata sfida di cartello in ben altro contesto: per il primato in ambito indie-pop, dopo i fasti inglesi di fine anni ’80 e quelli americani all’inizio del decennio successivo. Se nel lustro che ha chiuso i novanta lo scettro se lo sono agevolmente assicurato i campioni del pop da cameretta di Glasgow ed Edimburgo, merito quasi esclusivo della squadra Belle & Sebastian allora in stato di grazia, gli ultimi dieci anni hanno di fatto sancito una sempre più netta supremazia scandinava, frutto di programmazione, fausta convergenza di talenti ed artigianato d’eccellenza. “Scuola” non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente. Gli Acid House Kings possono fregiarsi del titolo di pionieri avendo provveduto a spargere i primi germi in quella che presto si sarebbe delineata come una vera scena, con un proprio sound caratteristico ed una piccola label di riferimento chiamata Labrador in omaggio all’omonima razza canina (o alla penisola del Canada, non è dato saperlo). Certo il termine “sovrani” può apparire leggermente fuori luogo in una realtà musicale democratica e corale come poche altre, ma è pur vero che, ad eccezione del solo Jens Lekman, la band dei fratelli Angergård è forse l’unica a poter meritare cotanta nomea all’interno della propria ragione sociale: i venti anni di onorato servizio e l’elevato standard qualitativo delle sue sporadiche pubblicazioni legittimano di fatto l’appellativo, e così sia. In anni di sostanziale riflusso di idee, con sempre più blanda omologazione sonora verso gli sciatti cliché di un dream pop immancabilmente sporcato dal rumore, la limpidezza sontuosa e le abbaglianti trame melodiche dei redivivi Acid House Kings di ‘Music Sounds Better With You’ hanno il sapore di una autentica quanto rigenerante riforma easy listening. Difficile dire cosa colpisca più positivamente in un disco che arriva a ben sei anni dal precedente rendendo in fondo insignificante una simile attesa, sin dal primo esaltante assaggio. Forse la consapevolezza delle proprie migliori doti, coltivate e valorizzate con la naturale sobrietà che contraddistingue i veri artisti. Forse la coerenza di fondo che tiene legate queste dieci nuove canzoni, senza negare all’ascolto il piacere di suggestioni ed aromi apparentemente anche lontani tra loro. Oppure il genio con cui viene miscelato un autentico tripudio di ingredienti (chitarre a profusione, tastierine, archi, fiati, svolazzi vocali) in un insieme sontuoso e per nulla barocco, catchy ma non stucchevole, sofisticato senza ombre manieriste, decisamente user friendly. Che all’unanime benevolenza della critica contribuisca anche la strizzatina d’occhio inclusa nel titolo? Può essere. Una lusinga non ruffiana che è solo l’ultima dimostrazione in ordine di tempo del riguardo a dir poco minuzioso riservato dal terzetto svedese alla sfera conativa dei propri lavori, come a voler compensare la patologica ritrosia a imbarcarsi in tour promozionali: da una band che ha pubblicato un album dal titolo ‘Canta assieme agli Acid House Kings’, allegando alle prime duemila copie un DVD con i videoclip di tutti i brani in versione karaoke, era proprio il minimo che ci si potesse aspettare. Più ritmo rispetto ai Club 8 – l’altro grande progetto dell’Angergård giovane – a fronte delle medesime chitarre sbarazzine, di uno stuolo di ritornelli ugualmente assassini e di una meccanica nel songwriting non meno perfetta. Il risultato è un bignami sfizioso, un breve ma intensissimo compendio sulle meraviglie della musica leggera, sull’aria frizzantina della primavera inoltrata e sul sole svedese. Con dentro il chamber pop più fluido dai tempi di ‘Let’s Get Out of This Country’ dei Camera Obscura (‘Would You Say Stop?’), una Isobel Campell finalmente guarita dal diabete (‘I’m in a Chorus Line’) ed una roboante lezione di delicatezza elettrica impartita a domicilio agli outsider più accreditati del momento, i Pains of Being Pure at Heart (‘Under Water’, estatica). Non fosse sufficiente, ecco in ‘Where Have We Been?’ l’illusione di una più accentuata mediterraneità (mandolino, chitarra spagnoleggiante, tromba, una grandinata di nacchere), specchio di un calore comunque più che sincero, come ad accompagnare idealmente il cristallizzato passo di flamenco di Julia Lannerheim nella bellissima copertina. Poi certo, a voler esser pignoli ci sarebbero anche le voci negative del caso, quel paio di canzoni appena appena più ordinarie, cosa pur plausibile non trovandoci al cospetto di un capolavoro definitivo. Peccati veniali, dettagli di poco conto che per indie poppers meno scafati degli Acid House Kings varrebbero addirittura oro colato e che al sottoscritto nemmeno va di citarvi. In fin dei conti chi sarebbe così pazzo da fare le pulci al volenteroso fantasista in astinenza da goal, in una squadra che ha appena portato a casa una vittoria così bella e rotonda?

7. Boston Spaceships – Let It Beard

Data di Uscita: 02/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Una volta c’era Nick Saloman a tenergli testa. C’era la Bevis Frond con il suo onesto commercio di uova lo-fi e la piccola azienda iperattiva il cui nome poteva ricordare quello di una vodka o di un mediano della nazionale sovietica, Woronzow. Lontani ricordi anni novanta. Forse per l’incapacità di incassare e rilanciare, forse per l’inaridirsi della fonte, il ritiro giunse presto e come di schianto. Oggi le regole sono cambiate, e sono cambiati i rocker. Chi ha un paio di cartucce in tasca tende a spararle subito, poi rallenta e scopre il marketing, il synth-pop, la darkwave, il piacere perverso degli hiatus, delle reunion, delle ristampe deluxe e delle pensioni dorate, mentre i vecchi animali insistono ad officiare il solenne rito della fatica. Con Billy Childish che ha finalmente intuito come qualità e quantità di rado vadano d’accordo, e con John Dwyer dei Thee Oh Sees che è ancora solo una discreta promessa del circuito, Robert Pollard pare destinato a vincere il campionato degli artisti più munifici per manifesta superiorità. Soltanto Makoto Kawabata degli Acid Mothers Temple avrebbe i numeri per surclassarlo, ma è in odore di squalifica: troppo facile alzarsi al mattino, accendere le macchine e registrare qualunque gorgheggio la propria chitarra sia in vena di produrre, intere mezzore di sibilante agonia impacchettate quattro alla volta in nuove scintillanti uscite discografiche. Il vandalo di Nagoya è un baro, sia messo a verbale. Al contrario gioca pulito e gioca forte l’ex maestro elementare di Dayton, Ohio, che ad annata non ancora conclusa ha già licenziato cinque album di inediti veri, moltiplicando gli alias e le collaborazioni quasi fosse l’unico modo per gestire onorevolmente la propria terrificante incontinenza creativa. Un paio di episodi a proprio nome, gli altri condivisi con singoli ex compagni di squadra in altrettante compagini – dai Lifeguards ai Circus Devils ai Boston Spaceships – accreditando implicitamente chi ritiene sia tempo di riesumare i Guided By Voices. Con o senza la band regina, il vecchio Bob è sempre stato uno che nelle proprie ingarbugliate impressioni elettriche ha sguazzato fino alla nausea. Puntuali come spedizioni in contrassegno, i suoi dischi sono scariche di mitragliatore che arrivano presto all’ultimo bossolo e poi riattaccano, a piacimento e ad oltranza. Scatoloni inverosimilmente stipati di idee. Oddities, memorabilia, chincaglieria assortita, col sigillo bianco rosso e blu della denominazione di origine là in bella mostra. E così da anni, un trasloco dietro l’altro, senza mai partire davvero: potevate perderlo di vista per qualche tempo, ma l’avreste ritrovato comunque dove l’avevate lasciato, stessa identica espressione volpina, i capelli appena appena più grigi, niente altro. Per gli amanti del gioco delle differenze, quello dei “venticinque piccoli particolari”, occorre chiarire che il nuovo Boston Spaceships è quanto di più prossimo alla leggenda del gruppo grazie al quale Pollard sarà ricordato. Illude, e lo fa con stile. Prendete la propensione al frammento, al quadretto acustico sghembo e destrutturato, allo schematismo tascabile di queste piccole gioiose macchine da guerra, di questi laminati inni al disincanto. Nelle singole tonalità del rame, un’arte curatissima che si rinnova. Riconoscete l’amore per quel suono grezzo ma non spaccone, il “White Album che incontra Quadrophenia che incontra Same Place The Fly Got Smashed”, ovvero le proprie radici che chiudono il cerchio e arrivederci. E’ l’indie di prima che l’etichetta venisse sputtanata dal pulviscolo seriale delle repliche e delle controrepliche. E’ il rock strascicato ed antintellettuale messo giù alla buona, sporco di olio di motore, di grasso, di sudore, che ancora ama flirtare con le sirene del pop senza uscirne svilito. Un travestimento appena, il felice trucco dell’easy ruvido che ‘Mag Earwhig’ ha già elevato a paradigma. E ancora l’intatta fragranza della piega nostalgica, autentico numero di prestigio in repertorio, o l’accortezza del sarto mestierante che sa come armonizzare le sue risapute fettucce – enfasi e rarefazioni, muscoli e misticismo – in un nuovo spavaldo accessorio. Oggi come ieri Pollard è artista del discontinuo, l’asceta con le scarpe di tela, un talento falsario. Quasi sovrapponibili le due monete, passate a matita sul foglio di carta. Ma suono diverso. Metallo diverso. Nessun collage dada in copertina questa volta, i rattoppi sono confinati nella sola sfera musicale. Dove può capitare che la classica matrice elettracustica venga infettata da remote suggestioni space, virata ora verso l’estatico ora verso il marziale, dando vita a ibridi lunghi, diseguali, dal fascino estremo, oppure ceda docilmente alle tentazioni di un desert-folk crepuscolare, di un’indolente voce e chitarra con l’immancabile micro-illuminazione inclusa nel prezzo. Dove possono fare capolino un ameno pastiche power-pop inturgidito dai violini, l’imitazione delle più abusate pose Stipe-iane (con tanto di spoken word declamatorio), la faccia del sosia Steve Wynn imprigionata dietro lo specchio ed un lussureggiante assolo di Fender Jazzmaster griffato J Mascis. Forse è proprio il tenore degli ospiti a comprovare quanto già eloquentemente suggerito dall’ironico titolo e dalle fotografie dei musicisti sulla cover. Disco ispido questo ‘Let It Beard’, amabilmente trasandato come un Pollard mai così a proprio agio nei panni dimessi dell’intrigante pauperista. E’ il suo candore sgualcito quello che ha impressionato i nastri, colmato gli hard-disk e offerto a tutti un altro giro di bad whiskey. E’ la sua anima scarmigliata. Tradotta in luminoso caos espressivo, arrangiata con sincera approssimazione in pezzi adorabili per la loro inconcludenza, vestita a festa con l’abito buono che è poi anche l’unico nel vecchio armadio, non certo un costume di scena: caffettano caratteriale, fibra robusta, lana arruffata e fedeltà a tratti bassa, mai bassissima. La sua penna ha sfrondato. Ha fatto piazza pulita di tanto meraviglioso e superfluo ciarpame, ma l’interpretazione resta quella rude di sempre. Corposi tagli al budget del proprio songwriting, essenzialità atmosferica che non rinuncia a qualche bordata ma ha smesso da tempo di grondare riverberi, imprevedibilità ridotta alla minimale durezza delle pitture di sfondo. Eppure la quadra è miracolosa. Non chiedete come ci riesca ancora, a cinquattaquattro anni suonati, ma il vecchio bob non ha dimenticato come essere incisivo. Barattando il misurato perbenismo delle canzoni compiute con una caterva di ipotiposi sabbiate, oppure suonando come vertiginosi xilofoni la sua collezione di dorsi di stegosauro. Una stilizzazione policroma che potrebbe annunciare l’ennesimo tornante per la maturità o velare il piacere impagabilmente futile del divertissement. In condizioni normali ci troveremmo a parlare di dilemma, ma con Mr. Guided By Voices è tutto più trasparente, tutto più pratico. E più incalzante, anche. Non toccherà nemmeno attendere chissà quanto per saperne di più, giusto quei due o tre mesi che ci separano dalla prossima puntata.

Stefano Ferreri

8. Scott Matthew – Gallantry’s Favorite Son

Data di Uscita: 10/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La parola questa volta è consapevolezza, il carburante indispensabile quando il “difficile terzo album” è un viaggio destinato ad andare in porto così agilmente. Scott Matthew i numeri li ha sempre avuti, a mancare era forse soltanto quel briciolo di personalità, la finta ed il guizzo per disimpegnarsi dall’ingombrante marcatura stretta dei due centrali ed involarsi da solo verso la poesia della rete. Antony Hegarty da un lato, Devendra Banhart dall’altro, come le sfingi de ‘La Storia Infinita’ piazzate dalla critica a sbarrargli il passo e da lui accolte senza sollevare una sola obiezione. Tre anni dopo, Scotty non ha smesso la tunica variopinta da hippy postmoderno, né ha invalidato le tante corrispondenze con il celebrato usignolo transgender. Semplicemente, sembra aver trovato la posizione ideale ed un movimento tanto semplice quanto fluido per aggirare gli apparentamenti di rito con questi inediti Scilla e Cariddi. Nei versi del suo nuovo manifesto, ‘Black Bird’, il monumentale Calimero australiano si disegna fragile e ben conscio dei propri limiti, inseguendo l’illusione che tutti i confronti possano essere annullati ad oltranza, che non si debba necessariamente spiccare il volo per poter stare al mondo. La parola è consapevolezza ed è ferma in ogni rigo. E’ il diritto a condurre una vita magari tragica o grottesca, ma affidata in esclusiva al fallibile estro del proprio cuore. La rivendicazione del primato del pensiero sul demone oscurantista dell’ignoranza, e del buon senso comune sugli spauracchi di un’eterna dannazione. L’esser consci d’aver inumato ambizioni che ancora respirano, e sanguinano, e il non arrendersi anche quando ci si inabissa, non rinunciare al sofferto onore della battaglia, non cedere alla rinuncia, alle tentazioni auree dell’ultimo nihilismo. Scott William Matthew il neo-umanista, l’adorabile fanciullo con la barba posticcia, cantore sul limitare del giorno, guida buona: e ancora c’è in rete chi lo liquida come un folksinger qualunque, beata approssimazione da nuovi media…
Nestled in the dark. Inevitabile scelta per l’acquartieramento, ideale per far risaltare una voce che non si potrebbe desiderare più luminosa. Mai così avvolto nella tenebra, mai così incoraggiante: meraviglie dell’arte dei contrasti. Nella quasi completa oscurità bastano un mandolino o uno stringato coro femminile, lontani, ad annullare l’idea stessa della paura. La giustezza degli arrangiamenti – parsimoniosa chitarra Made in Sparta, trama e ordito al grado zero – denuncia una disciplina del concreto che non ha in sé davvero nulla di lugubre. Se aggiungete poche note di piano e una manciata di parole adagiate nel refrain perfetto, il sole avrà già fatto irruzione ovunque voi siate. Luce bianca del mattino, non l’algido neon della fascinazione col trucco. Luce tersa e rinfrancante, invece che i tramonti affettati e le loro illecite rendite in emozione corrente. Scotty non è certo tipo da biechi ricatti, non è il bandito della malinconia a comando ma un magico autodidatta del lirismo più limpido, quello disarmante. E si perfeziona, un passo alla volta. Sembra aver alimentato la propria vocazione classicista frequentando le migliori scuole serali della tradizione yankee, se nel delizioso cantilenare di una ‘No Place Called Hell’ risuonano le medesime suggestioni ed il calore senza tempo di quella vecchia nenia gospel cantata spesso ad una sola voce assieme al pubblico rapito dei suoi concerti, ‘Tonight You Belong To Me’. A lezione di storia per regalarsi una svolta, per respirare l’armonia dell’essenziale. Addestramento proficuo a giudicare da episodi come ‘Buried Alive’, dove l’andatura lenta, il fare riflessivo, il lavoro sui minimi scarti, segnano l’approdo ad un livello d’intensità forse ancora inesplorato per il languido aussie, senza che una sola nota vada sprecata, senza che l’intatta fragranza delle canzoni risulti adulterata dalla tentazione del teatro. Più maturo rispetto all’acerba bellezza dell’esordio, meno dispersivo che nel pregevole sophomore dal titolo straripante, incredibilmente fedele a se stesso anche per via di quella sua destrezza negli alleggerimenti: la frugale letizia di un fischiettìo, antidoto asciutto alla melassa di certi scivoloni di ieri, o l’atmosfera tra il sofisticato e l’ingenuo, frizzantina ma per nulla frivola, chiamata in causa per raccontare l’incanto dell’innamoramento. Proprio in questi passaggi, dove l’equilibrio tra dolce ed amaro sembra sfiorare il miracolo, Matthew si lascia apprezzare come artista completo, fine e non pedante, sconfessando chi continua a vedere in lui nulla più che una pittoresca macchietta indubbiamente dotata.
Niente male davvero per il piccolo e brutto anatroccolo che aveva timore d’imparare a volare.

Stefano Ferreri

9. St. Vincent – Strange Mercy

Data di Uscita: 13/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Invisible Monster
di Giulia Delli Santi

“Chi diavolo è?!”
Una voce più alta e cordiale, “Possiamo esserti d’aiuto?”
“Sono qui per la selezione da capo Cheerleader.”
Si presentava di fronte a loro una figura slanciata, arida, dal portamento goffo e innaturale; un’insolita amalgama di mania ed estrema riservatezza. Piede più lungo del profilo, pantaloni fascianti, si, un chiaro gonfiore tra le gambe.
La t-shirt dalle maniche evidentemente asportate, più grande di almeno due misure, raffigurava la locandina sbiadita di un vecchio spettacolo di Broadway. Nella mano una solida fune mentre lo sguardo allungato e apatico chiedeva alle due esaminatrici di presentarsi.
Era sua quella voce mascherata in maniera grottesca, un colpo per schiarirla: “Mi chiamo Chloe..
Scoppiarono in una risata tracotante ed attesa.
“Tesoro, hai sbagliato stanza. Questa selezione è riservata solo a ragazze.”
Con la mano tesa a giustificarsi, non riuscì a prendere parola perché interrotto dalla prima palesemente infastidita: “Levati di torno! Pensi che qui ci sia tempo da perdere con te, sgorbio?”
La sua espressione, in un primo momento remissiva e scoraggiata, cominciò a mutare senza fretta. Un respiro più sicuro:

When I was young / Coach called me “the tiger”. I always had / A knack with the danger.
Living in fear in the year of the tiger.
I had to be the best of the bourgeoisie / And my kingdom for a cup of coffee.

Ancora un istante e i suoi occhi si fecero seri prevaricatori. Avanzavano con brutalità opprimente e, in prima linea, erano completamente sottomessi a quello sguardo agghiacciante come fossero bestie al guinzaglio.

Mi avete mai guardato come io vi guardo?
Avete mai scritto una preghiera per me?
Vi siete mai presi cura di me come io ho fatto con voi?
Non potete fuggire.

Solo pochi secondi, il sorriso folle mutò ancora una volta le sue intenzioni. La mano devota al giudizio, estrasse dalla tasca un vecchio rasoio Soligen pronto al taglio, un salto deciso per raggiungere le sue rivali. Legata la prima con la corda, non dimenticando di tapparle la bocca con uno straccio, si rivolse all’altra completamente impietrita dalle circostanze. A cavalcioni su di lei, prese a fissarla ordinandole di non proferire suono. La scrutava intensamente come a cercare il senso di quelle lacrime e, non trovandolo, con un unico continuo movimento del braccio, affondò la lama partendo da uno dei temporali per terminare all’altro, dividendo in due parti l’iride oceano. Un urlo e le mani alla faccia, rivolto all’altra:

I’ll make a living telling people what they want to hear / It’s not a killing, but it’s enough to keep the cobwebs clear. ‘Cause I make a living telling people what they want to hear / But I tell ya, it’s gonna be a champagne year.

Con queste parole, la stessa lama che aveva offeso la prima, si orientò su di lei, sul suo piccolo orecchio, toccato fino a quel momento solo da un discreto punto luce. L’affondo di una precisone chirurgica e il leggero padiglione era sul pavimento.
Avrebbe potuto abbandonarle mutilate, ma la pietà è una virtù sottovalutata: Le sollevò dalle ormai spettinate capigliature, una alla volta e con un taglio netto recise ad entrambe la vena giugulare. Un inchino di riconoscenza, s’allontanò lasciando le due spettatrici coinvolte dissanguate sul pavimento.

Bodies, can’t you see what everybody wants from you?

Ho sempre pensato che l’isteria meritasse un pubblico.
Cruel, Cruel, Cruel..

10. Ween – Caesar Demos

Data di Uscita: 11/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Avevo proprio bisogno di musica allegra, di musica che chiama le persone per nome e fa suoni buffi e magici, hello Johnny! Mi ha fatto tornare in mente gli amici immaginari che avevamo Luca ed io da piccoli, Jack e Nick, gli amici con cui facevamo viaggi spaziali sulla nostra navicella, la gioia di un pomeriggio libero in cui non si aveva niente ma si aveva tutto, quando la fantasia era davvero al potere.

In tenda il freddo si faceva sentire, la vallata era come un giardino enorme dove cinque lupi giovani cercavano di mordere la preda agognata da ogni essere.

E facciamo quello che ci pare, ci passa per la mente l’hard rock? Chiamiamo Lemmy e si suona, dov’è il problema? La chitarra è più libera di qualunque oggetto creatura creante, può suonare tutto questo mondo di note e tutto questo mondo di esseri umani.
La musica ascoltata la prima volta ci fa lo stesso effetto dei regali, di quando si scarta un pacco, di quando ci danno qualche cosa fatta a mano o riportata da un posto lontano.

Ci mettemmo parecchio tempo per prepararci, poi salimmo sperando in una colazione che non ci fu. Si doveva salire di molto e le stradine erano ripide e strette con precipizi profondi accanto.

Si potrebbero mettere insieme milioni di lettere per dare forma alla bellezza della musica, ma il modo migliore è parlarne col suo stesso linguaggio, le note, i suoni, il suono, che come scrisse Karolyi, sicuramente accompagnò la nascita dell’universo. Non c’è vita senza suono.
Ricordo quando mi chiudevo a chiave con la fender per far crollare le pareti di casa, era da poco che mi sentivo figlio naturale della luna ed avevo un’infinita voglia di rumore armonico e l’amplificatore ricorda ancora quella mia rabbia siderale che scatenavo sulle corde.

Il Corno Grande è un monte aspro e imponente, graffiandomi le mani, ancorando i nostri piedi, siamo riusciti ad arrivare davanti al suo ghiacciaio, quello più a Sud d’Europa. Riscendere fu straordinario.

Lasciami correre, lasciami riposare, lasciami creare, lasciami distruggere, lasciami cospargere questa terra di parole, lasciami credere, lasciami ripensare, lasciami amare le nuvole, lasciami maledire il sole e poi ringraziarlo pentito, lasciami ringraziare tutta la materia, lasciami imitare mentalmente Mastroianni nostalgico, lasciami al vento, lasciami al caldo, lasciami maledirti, lasciami pensare di lasciarti, lasciami pensare di amarti, lasciami ringraziarti.

Marco di Memmo

2 Responses to “Top Ten 2011 – Stefano Ferreri”

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