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Top Ten 2011 – Giulia Delli Santi

1. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

2. St. Vincent – Strange Mercy

Data di Uscita: 13/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Invisible Monster
di Giulia Delli Santi

“Chi diavolo è?!”
Una voce più alta e cordiale, “Possiamo esserti d’aiuto?”
“Sono qui per la selezione da capo Cheerleader.”
Si presentava di fronte a loro una figura slanciata, arida, dal portamento goffo e innaturale; un’insolita amalgama di mania ed estrema riservatezza. Piede più lungo del profilo, pantaloni fascianti, si, un chiaro gonfiore tra le gambe.
La t-shirt dalle maniche evidentemente asportate, più grande di almeno due misure, raffigurava la locandina sbiadita di un vecchio spettacolo di Broadway. Nella mano una solida fune mentre lo sguardo allungato e apatico chiedeva alle due esaminatrici di presentarsi.
Era sua quella voce mascherata in maniera grottesca, un colpo per schiarirla: “Mi chiamo Chloe..
Scoppiarono in una risata tracotante ed attesa.
“Tesoro, hai sbagliato stanza. Questa selezione è riservata solo a ragazze.”
Con la mano tesa a giustificarsi, non riuscì a prendere parola perché interrotto dalla prima palesemente infastidita: “Levati di torno! Pensi che qui ci sia tempo da perdere con te, sgorbio?”
La sua espressione, in un primo momento remissiva e scoraggiata, cominciò a mutare senza fretta. Un respiro più sicuro:

When I was young / Coach called me “the tiger”. I always had / A knack with the danger.
Living in fear in the year of the tiger.
I had to be the best of the bourgeoisie / And my kingdom for a cup of coffee.

Ancora un istante e i suoi occhi si fecero seri prevaricatori. Avanzavano con brutalità opprimente e, in prima linea, erano completamente sottomessi a quello sguardo agghiacciante come fossero bestie al guinzaglio.

Mi avete mai guardato come io vi guardo?
Avete mai scritto una preghiera per me?
Vi siete mai presi cura di me come io ho fatto con voi?
Non potete fuggire.

Solo pochi secondi, il sorriso folle mutò ancora una volta le sue intenzioni. La mano devota al giudizio, estrasse dalla tasca un vecchio rasoio Soligen pronto al taglio, un salto deciso per raggiungere le sue rivali. Legata la prima con la corda, non dimenticando di tapparle la bocca con uno straccio, si rivolse all’altra completamente impietrita dalle circostanze. A cavalcioni su di lei, prese a fissarla ordinandole di non proferire suono. La scrutava intensamente come a cercare il senso di quelle lacrime e, non trovandolo, con un unico continuo movimento del braccio, affondò la lama partendo da uno dei temporali per terminare all’altro, dividendo in due parti l’iride oceano. Un urlo e le mani alla faccia, rivolto all’altra:

I’ll make a living telling people what they want to hear / It’s not a killing, but it’s enough to keep the cobwebs clear. ‘Cause I make a living telling people what they want to hear / But I tell ya, it’s gonna be a champagne year.

Con queste parole, la stessa lama che aveva offeso la prima, si orientò su di lei, sul suo piccolo orecchio, toccato fino a quel momento solo da un discreto punto luce. L’affondo di una precisone chirurgica e il leggero padiglione era sul pavimento.
Avrebbe potuto abbandonarle mutilate, ma la pietà è una virtù sottovalutata: Le sollevò dalle ormai spettinate capigliature, una alla volta e con un taglio netto recise ad entrambe la vena giugulare. Un inchino di riconoscenza, s’allontanò lasciando le due spettatrici coinvolte dissanguate sul pavimento.

Bodies, can’t you see what everybody wants from you?

Ho sempre pensato che l’isteria meritasse un pubblico.
Cruel, Cruel, Cruel..

3. Tom Waits – Bad As Me

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Poi decidemmo di andarcene. Accatastai una pila di scatoloni vuoti e cominciai a selezionare indumenti. I più semplici, nonché quelli meno ingombranti, li avremmo portati con noi. Gli altri li avrei lasciati in beneficienza. Chiamai la padrona di casa. Quella parassita non c’era, così le lasciai un messaggio in segreteria. Avremmo disdetto il contratto di affitto e avremmo lasciato la casa nel giro di tre giorni. Destinazione: Chicago.
Quando abbandonammo il nostro appartamento, io e Sara non ci guardammo indietro e non salutammo nessuno fatta eccezione per un bambino che giocava da solo in cortile.
Sara era sorridente, erano anni che mi pregava di andarcene da quella città cadaverica e di provare nuove esperienze altrove. Ogni tanto ci immaginavamo in un locale degli anni ’60 a sorseggiare whiskey scozzese e scambiare parole con tipi come Allen Ginsberg o Miles Davis. Ma tutto ciò lo potevamo solo sognare presi dall’entusiasmo per la lettura di un libro o l’ascolto di un disco in camera.

Ma cosa credi, che cambiando aria cambi qualcosa? Ebbene no, amico – come dicono nei film americani: amico – non cambia proprio nulla. Credi di vivere in un pessimo b-movie dove tutto gira per il verso giusto? Dove ogni cazzo di scena sembra studiata appositamente per andarti di culo? Nessuno ti lascerà salire su un taxi se non hai i soldi in tasca o se i tuoi abiti non annunciano benessere. Ed è inutile che ti affanni per raggiungere la metropolitana se sei in ritardo, non riuscirai a salirci su gettando prima le valigie. La donna che desideri e che guardi dalla panchina opposta non verrà casualmente a chiederti da accendere, non vi scontrerete mai all’angolo di una strada e non raccoglierai i suoi fottuti fogli di lavoro lasciandole il tuo numero. Non succederà. Credi che freghi qualcosa a qualcuno delle tue poesie da quattro soldi o delle canzoni che scrivi con una chitarra scordata? Non è cambiando aria che incontrerai qualcuno a cui possano piacere e che ti presenterà a sua volta ad altra gente fighissima che ti prometterà un mucchio di soldi.
In realtà tutto ciò che ti spinge a cambiare aria è la paura, non il desiderio di respirare aria nuova. Sono polmoni nuovi quelli che ti servono.
Siamo-tutti-quanti-ineluttabilmente-soli. E viviamo come nella repubblica delle chiavi andate perdute e mai più ritrovate; siamo come mosche annegate in un bicchiere di birra, come le lettere spedite a Santa Claus o un paio di scarpe passate di moda. Perciò, ascolta, togli quella foto dalla cornice e torna tra la folla.

Andrea Russo

4. Atlas Sound – Parallax

Data di Uscita: 08/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le Avventure Acquatiche di Bradford Cox
di Stefano Ferreri

Il tempo delle sedute spiritiche è finito. L’Edward mani di forbice con il registratore ancora caldo in cameretta ha fissato a cinquecento i nastri con sopra incise ore e ore di trance, ipnotiche spirali di malinconia e gli abbracci algidi della pastorale psichedelica suburbana, qualunque cosa essa sia.
La grande casa in periferia non è più così grande e desolata. La Marfan rimane lì, congelata, ospite sgradito che non si può giubilare e condanna in via definitiva ad una vita di richiami chirurgici, sartani e betabloccanti. A farle compagnia c’è però sempre quell’intatta vocazione all’escapismo, l’arte della fuga terapeutica dalla realtà più cruda, che in principio fu gestita come ingenua celebrazione dell’istinto grazie ai detournement rumoristici (‘Let the blind lead those who can see but cannot feel’) e solo più tardi rivelò il suo altrove facendosi verbo pop in technicolor (‘Logos’). Per l’infelice teenager di Athens non si è mai trattato di un semplice passatempo o di un capriccio, e l’asserto è tanto più vero oggi che a quasi trent’anni Bradford ha scelto di improvvisarsi regista di un film intitolato ‘Parallax’. Per affrancare il vero dalla sua patina guasta, per concedersi finalmente una droga meno sciagurata o per risarcire il fanciullo dentro di sé dei tanti anni di infanzia deturpata. Nessun flash malandrino questa volta. Il volto scoperto nella locandina annulla trucchi e filosofie pretestuose, confinando le ultime scorte di romanticismo nella posa retrò del crooner e in quel contrasto di luci ed ombre colorato a pastello. Una fotografia che racconta la solitudine delle registrazioni come il solo male necessario. Senza sminuire la forza evocativa dell’immagine, è però la colonna sonora a fissare indelebilmente l’impronta. Un suono che rimpingua e trascende il rigore documentaristico degli Yo La Tengo di ‘The Sound of Sound of Science’, evitando nel contempo anche l’iperbolico teatro del grottesco art-rock dei Ween di ‘The Mollusk’, per concentrarsi solo e soltanto sulla delicata texture adamantina di uno smisurato cuore virtuale, ideale dimora dei sentimenti e set unico per le riprese. Se la stanza cantata un tempo in ‘Recent Bedroom’ era la metafora fatta dell’incapacità di piangere, adesso quelle stesse lacrime sembrano aver tracimato copiose sommergendo ogni singolo ambiente, saturandolo e preservandolo fino alla fine dei giorni. Lacrime per Trish Keenan anche, cui l’intero lavoro è dedicato, lacrime che non chiedono di morire in un fazzoletto. Chi adora struggersi con i drammoni può considerarsi esentato. Stando a quanto sostiene la 4AD nella sua paginetta promozionale, il genere è Science Fiction e non a caso forse: si parla della distanza, del siderale, per quanto nella maniera in assoluto più accessibile ed amabile. Modern Aquatic Nightsongs, potrebbe fungere da legenda per l’intera raccolta tanto è azzeccata come intestazione. Perfino il modo in cui le sue sinistre suggestioni evitano il freddo dell’abisso, o della morte, nasconde il termometro emotivo perfetto. L’avvolgente sfrigolio del pop western idrogenato di ‘Parallax’ rinnova l’impressione di un bambino perduto nel suo mondo ovattato e doloroso, anche se mai l’autismo espressivo di Bradford si era mostrato tanto indulgente e curioso verso noi intrusi. Dal suo buon ritiro placentare il giovane americano detta le morbide condizioni di un sogno: angoli smussati, bagliori in soft focus e finzioni dell’amore idealizzato. La dolcezza radiosa rievoca il chiarore mite dei Deerhunter, con il sole che per una volta non sa scaldare nemmeno una goccia. ‘Mona Lisa’ sembra il Corgan estatico del segmento ‘Twilight To Starlight’ alle prese con una cover di ‘Memory Boy’, ma i contorni restano quelli fumé dell’illusione, la meraviglia diventa fragilissima, l’effetto flou è ovunque. E ad ‘Angel is Broken’ non bastano il miglior refrain e i corridoi strumentali più plastici per sconfessare quel senso di luce solo filtrata, di lontananza, separazione e decadente malìa. Lo scaltro affabulatore del sommerso si concede con ‘Doldrums’ una danza un po’ triste nelle profondità, tra droni evanescenti, mulinelli in loop e nuance spacey in fondo risapute. Anche gli infiniti sha la la riescono attutiti nell’indicibile fossa delle Marianne domestica di ‘Praying Man’: l’armonica non porta sangue e non porta ferro, ricorda il sibilo inoffensivo di quando si penetra il mare in cerca di uno scheletro di riccio violaceo o di un’orecchia di madreperla, e si viene delicatamente rapiti dall’acqua. Il presente, suggerisce allora Cox, è una Terra Incognita per esplorare la quale non servono mappe, né atlanti, e ci si deve abbandonare al piacere del naufragio. Senza paura, perché i titoli di coda hanno a sorpresa il colore della speranza. E senza più esorcismi o diavolerie di sorta, con tutta la naturalezza di cui si è capaci. Come l’onda che muore nella sua schiuma abbracciando finalmente una spiaggia deserta, sotto la luce paziente della luna e di tutte le stelle.

5. James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

6. A Winged Victory for the Sullen – A Winged Victory for the Sullen

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ABBANDONO

All farewells are sudden

Lui, steep hills of vicodin tears.

Non ricordo sussurrava ai passanti, volti lividi segnati dalla coltre di una nebbia perpetua.
L’uomo avanzava lungo il fiume inseguendo l’argine fin dove non vi erano più case, solo qualche voce ovattata sospinta da una barca e lo sciabordio del remo che distante sfibrava la superficie.
L’aria madida colava sui capelli già scarmigliati, la barba grondava brinosa e gli stivali sgretolavano il sentiero. Avrebbe solcato un pantano tra le lacrime degli alberi ammutoliti a fissar i pori della terra grumosa.
Non ricordo–mormorava, ancora, sfiorato da passi estranei -– pesanti e infangati dalla vita – piegandosi stanco coi palmi delle mani sulle ginocchia e la lingua a rimescolare la saliva calda.
Insegue fantasmi, fantasmi di rugiada e resina tra le scorze dei tronchi di pioppo, avrebbe pensato il contadino senza volto di ritorno dalla campagna.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il greto del fiume ritiratosi silente.
Tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio di giada intagliata -– e ricordò il giorno in cui lei glielo fece scivolare sulla tavola – e sul fondo si rincorrevano, scosse da un leggero tremito delle mani, un paio di pillole che ingoiò avidamente, poi ghermì una sigaretta ma non l’accese, l’avrebbe accesa più tardi. Si rannicchiò tra le foglie e la rugiada a mirare la cresta del fiume che inghiottiva la città, e tese l’orecchio ai ciottoli e la fanghiglia, e il silenzio incrinato dal fischio inatteso di un treno.

Lei, a symphony pathétique.

Una donna si mise alle spalle la porta di casa: scese in fretta i gradini che la separavano dal giardino e varcò la nebbia con la sua consunta valigia di cartone. I tacchi affondarono nel mattino senza sole per guadagnare una nuova vita forse, poi il cancello cigolò.
Non era forse il rumore della nostalgia ?
Il rombo di un motore crebbe lento e s’arrestò davanti alla villa. Una piccola targa luminosa rosseggiava vaporosa sulla cappotta bianca e il conducente a testa bassa lasciò cadere una parola afferrando la valigia e sistemandola nel portabagagli. La donna agile s’era già adagiata sui sedili posteriori percorrendo ansante le pieghe della lunga gonna e dal finestrino appannato spiava l’uomo che aveva amato, distante, in piedi dietro i vetri di una finestra.
Alla stazione soffiò e l’auto si mosse.
Era ormai da tempo che aveva preso la decisione. Aveva anche atteso a lungo, troppo a lungo si disse.
Gliel’aveva sussurrato in un orecchio mentre i loro corpi erano uniti e imploranti tra le grinze delle lenzuola, così il dolore era stato lenito dal piacere, non l’aveva assalito di colpo, ma solamente stordito per laceragli in seguito il cuore. Ma anche il suo non aveva retto.
Le ruote macinavano l’asfalto adesso e il sentiero sterrato che squassava l’auto e fendeva i pensieri era un ricordo distante.
Il conducente nascondeva gli occhi dietro delle lenti scure e spesso curiosi vagavano oltre, sullo specchietto retrovisore, fissandosi sulla sagoma che affiorava dai fari scialbi delle auto in coda. Capelli biondo cenere, occhi che parevano delle fessure grigie, labbra sottili e pelle molto chiara che si screziava di un impercettibile rossore sulle guance. Era bellissima, una sirena si disse.
Stringeva tra le mani un telefonino, quando il display s’era improvvisamente illuminato rischiarando il volto precipitato nella penombra, piangeva.

Ho paura di dimenticare il tuo volto, la tua voce, il tuo modo di camminare e d’inclinare la testa quando rifletti, e il tuo sorriso, le tue labbra morbide, il tuo sapore ancora addosso che già non ricordo.

La mano svuotata d’ogni forza vitale s’aprì e il telefono scivolò nella borsa, quando l’auto decelerò e si accostò lungo la piazzola dal perimetro giallo.
Quando chiuse dietro di sé la portiera e la vita la investì in pieno volto senza avvisaglie, sentì una mancanza toglierle il respiro e il vuoto scavare avidamente nello stomaco. Non avvertì il peso della valigia, né il lastricato del marciapiede e la sua voce e quella dell’uomo della biglietteria.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il pavimento della stazione.
Col fazzoletto tamponò le scie nerastre che rigavano il volto in un tremito riflesso del piccolo specchio da borsa, quando lo sferragliare brumoso del treno divenne sempre più opprimente e salì, salì inghiottendo lo sbadiglio inguantato della donna ricoperta di piume e gli sbracci alieni del capostazione e l’alito caldo delle bocche dischiuse degli amanti che incrinavano il freddo dicendosi a presto.

Gianfranco Costantiello

7. Fleet Foxes – Helplessness Blues

Data di Uscita: 03/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’alba era già sbocciata ma, nel vagare, mi sono perso.
Andando avanti ho trovato un vecchio specchio.
Mi chiedete cosa vi ho visto riflesso?
Mio padre.

Giulia Delli Santi

8. Youth Lagoon – The Year of Hibernation

Data di Uscita: 27/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Daydream
di Marco Caprani

Non sempre le linee determinano forme, a volte si spengono o cessano semplicemente di esistere, a volte svaniscono nel nulla…
E tu guardi l’intenso raggio di luce solare penetrare attraverso le veneziane e tagliare il tuo foglio.
È un tramonto di luglio, fuori e controluce i bambini correndo sul bagnasciuga fan scintillare l’acqua del mare. Fa freddo per essere luglio…

Non sempre le prospettive hanno dei punti di fuga, a volte sfumano esili in un orizzonte sfuocato, perlato, lontano, più lontano di quello del mare.
E ti accorgi che quelle fughe sono i ricordi che reggono le linee del presente sulle quali costruisci solidi di materia, solidi di sogni, solidi di memoria, solidi d’amore…
E poi sogni, sogni, sogni di giorno… perché in fondo hai diciassette anni.
E non chiederti mai che cosa disegnerai, che forma avrà il futuro… chiedi alla linea che cosa vuole diventare.

Con i disegni non si scherza, le matite sono indelebili, cancellare è un’illusione: lo spazio necessita di respirare le proiezioni della tua mente e la mano di sbagliare… è ad occhi chiusi che disegni il futuro.

Don’t stop to imagine me…

E le linee incerte che definiscono le tue fantasie son come vocalizzi filtrati dal passare del tempo dove i contorni si percepiscono appena e le sagome non sono mature: sono figure immerse nel suono e turbate dai riverberi.
E tu bambina immagini il futuro un’enorme bolla di sapone, vaga, diffusa, sospesa tra i bagliori di nuvole d’oro che circondano un mondo goloso di desideri dove vorresti vivere insieme ai suoi astronauti e ti lasci andare nell’iperspazio non euclideo delle tue idee perfette e mai nate.
E il caldo the alla menta che stringi tra le mani ti rende sicura e contrasta il brivido della brezza marina che penetra attraverso le fessure nei muri della tua casa di legno…
E sogni e tracci raggi di luce e ti accorgi che una linea bianca è più importante di mille obiettivi perché priva di meta…

Ma poi apri gli occhi e guardi il foglio, ferma e sorpresa alzi il capo da chino che era: attraverso la finestra quella bolla ora è di fronte a te, informe, traslucida, ondeggia leggera… pura e bellissima.

E l’ammiri, ci guardi attraverso e capisci che le trasparenze son essenziali alla conoscenza e le vorresti poter disegnare, ma ti accorgi che quel mondo non è reale e che ora ci vedi davvero…
E il tramonto è spento e la grigia città s’illumina e le ciminiere bruciano, fumano all’orizzonte…
E non è questo ciò che vuoi, e non è questo il luogo dov’eri…
E allora non staccherai mai più la matita dal foglio, non ripasserai mai due volte la stessa linea e chiuderai gli occhi come prima.

9. Scott Matthew – Gallantry’s Favorite Son

Data di Uscita: 10/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La parola questa volta è consapevolezza, il carburante indispensabile quando il “difficile terzo album” è un viaggio destinato ad andare in porto così agilmente. Scott Matthew i numeri li ha sempre avuti, a mancare era forse soltanto quel briciolo di personalità, la finta ed il guizzo per disimpegnarsi dall’ingombrante marcatura stretta dei due centrali ed involarsi da solo verso la poesia della rete. Antony Hegarty da un lato, Devendra Banhart dall’altro, come le sfingi de ‘La Storia Infinita’ piazzate dalla critica a sbarrargli il passo e da lui accolte senza sollevare una sola obiezione. Tre anni dopo, Scotty non ha smesso la tunica variopinta da hippy postmoderno, né ha invalidato le tante corrispondenze con il celebrato usignolo transgender. Semplicemente, sembra aver trovato la posizione ideale ed un movimento tanto semplice quanto fluido per aggirare gli apparentamenti di rito con questi inediti Scilla e Cariddi. Nei versi del suo nuovo manifesto, ‘Black Bird’, il monumentale Calimero australiano si disegna fragile e ben conscio dei propri limiti, inseguendo l’illusione che tutti i confronti possano essere annullati ad oltranza, che non si debba necessariamente spiccare il volo per poter stare al mondo. La parola è consapevolezza ed è ferma in ogni rigo. E’ il diritto a condurre una vita magari tragica o grottesca, ma affidata in esclusiva al fallibile estro del proprio cuore. La rivendicazione del primato del pensiero sul demone oscurantista dell’ignoranza, e del buon senso comune sugli spauracchi di un’eterna dannazione. L’esser consci d’aver inumato ambizioni che ancora respirano, e sanguinano, e il non arrendersi anche quando ci si inabissa, non rinunciare al sofferto onore della battaglia, non cedere alla rinuncia, alle tentazioni auree dell’ultimo nihilismo. Scott William Matthew il neo-umanista, l’adorabile fanciullo con la barba posticcia, cantore sul limitare del giorno, guida buona: e ancora c’è in rete chi lo liquida come un folksinger qualunque, beata approssimazione da nuovi media…
Nestled in the dark. Inevitabile scelta per l’acquartieramento, ideale per far risaltare una voce che non si potrebbe desiderare più luminosa. Mai così avvolto nella tenebra, mai così incoraggiante: meraviglie dell’arte dei contrasti. Nella quasi completa oscurità bastano un mandolino o uno stringato coro femminile, lontani, ad annullare l’idea stessa della paura. La giustezza degli arrangiamenti – parsimoniosa chitarra Made in Sparta, trama e ordito al grado zero – denuncia una disciplina del concreto che non ha in sé davvero nulla di lugubre. Se aggiungete poche note di piano e una manciata di parole adagiate nel refrain perfetto, il sole avrà già fatto irruzione ovunque voi siate. Luce bianca del mattino, non l’algido neon della fascinazione col trucco. Luce tersa e rinfrancante, invece che i tramonti affettati e le loro illecite rendite in emozione corrente. Scotty non è certo tipo da biechi ricatti, non è il bandito della malinconia a comando ma un magico autodidatta del lirismo più limpido, quello disarmante. E si perfeziona, un passo alla volta. Sembra aver alimentato la propria vocazione classicista frequentando le migliori scuole serali della tradizione yankee, se nel delizioso cantilenare di una ‘No Place Called Hell’ risuonano le medesime suggestioni ed il calore senza tempo di quella vecchia nenia gospel cantata spesso ad una sola voce assieme al pubblico rapito dei suoi concerti, ‘Tonight You Belong To Me’. A lezione di storia per regalarsi una svolta, per respirare l’armonia dell’essenziale. Addestramento proficuo a giudicare da episodi come ‘Buried Alive’, dove l’andatura lenta, il fare riflessivo, il lavoro sui minimi scarti, segnano l’approdo ad un livello d’intensità forse ancora inesplorato per il languido aussie, senza che una sola nota vada sprecata, senza che l’intatta fragranza delle canzoni risulti adulterata dalla tentazione del teatro. Più maturo rispetto all’acerba bellezza dell’esordio, meno dispersivo che nel pregevole sophomore dal titolo straripante, incredibilmente fedele a se stesso anche per via di quella sua destrezza negli alleggerimenti: la frugale letizia di un fischiettìo, antidoto asciutto alla melassa di certi scivoloni di ieri, o l’atmosfera tra il sofisticato e l’ingenuo, frizzantina ma per nulla frivola, chiamata in causa per raccontare l’incanto dell’innamoramento. Proprio in questi passaggi, dove l’equilibrio tra dolce ed amaro sembra sfiorare il miracolo, Matthew si lascia apprezzare come artista completo, fine e non pedante, sconfessando chi continua a vedere in lui nulla più che una pittoresca macchietta indubbiamente dotata.
Niente male davvero per il piccolo e brutto anatroccolo che aveva timore d’imparare a volare.

Stefano Ferreri

10. Timber Timbre – Creep On Creepin’ On

Data di Uscita: 05/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Heartbreak Hotel
di Giulia Delli Santi

There’s a hair on the bed and The clock has stopped ticking.
“Quando sono solo, i ricordi mi tornano alla mente, come le bollicine in un bicchiere di acqua gassata.”
Nel nostro giardino non cresceva più nulla e la ragione non era da cercare solo nel difetto di luce. Ma il tuo fantasma mi tormenta ogni notte perché ho dimenticato di dar da bere alle piante.
No incantation now will save us, now that we’re too old to die young.
Mi chiedo perché, seppure libero dal malessere, il mio cuore è ancora infelice.
E quando non troverò che la tua assenza, mi rivolgerò al barista in cambio di uno Scotch and Coke.
For all of those who couldn’t be here.

2 Responses to “Top Ten 2011 – Giulia Delli Santi”

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