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Top Ten 2011 – Marco Caprani

1. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

2. Metronomy – The English Riviera

Data di Uscita: 11/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Catwalking on a bass line
di Marco Caprani

“I call the shots
Till you wake up
Count every second on every clock
It’s getting late, *yeah* that i know
The hours come, the hours go”…

Alzata da una notte nervosa, alternata tra tic e sogni profondi:
vivere con l’eterno fastidio di essere troppo sexy, troppo attraente, la rende troppo annoiata, a tratti depressa.
Quel mondo chiccóso, pettinato e patinato, fatto di gay, mode e modelli le è stretto; ha bisogno di più:
forse vorrebbe qualcuno al suo fianco e vedere nuova luce nei minuti che passano…

“And Girl if you’re dreaming deep tonight
I’ll lie with you by reading light
A glass of water by your side
And gone are hopes are getting tired”…

C’è chi se ne va e chi resta.
Lui se n’è andato: non prova rancore, soltanto distanza… dovrebbe essere meno snob per poterlo fare.

“Oh Corinne,
I take this pain in my heart”…

Libera, ora può emozionarsi e divertirsi con la nuova ricchezza e scorrere con una cabrio lungo la riviera inglese, con l’aria fresca e spensierata tra i capelli, un bicchiere di Cosmo’s tra le dita.
Il tempo le scivola addosso a ritmo di un freckles bass seducente come una puttana in calore, ma sempre con estrema classe ed eleganza, con un savoir faire internazionale.

“Because this isn’t Paris
And this isn’t London
And it’s not Berlin
And it’s not Hong Kong
Not Tokyo
If you want to go
I’ll take you back one day”…

A volte gioca col fuoco e lo sa: “…gli uomini sono tutti uguali…”
Finalmente si sente a casa: in riva al mare, sdraiata, rotea le chiavi dell’auto in aria col dito e quando può, spende tantissimo.

“This town is the oldest friend of mine”

Nessuno potrà più prendersi la sua plastica libertà, nessuno oserà più fotografare così tanta bellezza:
pochi artisti ne sarebbero all’altezza, dovrebbero esser così… sensibili…

“It feels so good in the bay,
It feels so good in the bay.”

Perché Lei è esclusiva. Fottutamente esclusiva.” – le disse il suo capo.

3. Youth Lagoon – The Year of Hibernation

Data di Uscita: 27/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Daydream
di Marco Caprani

Non sempre le linee determinano forme, a volte si spengono o cessano semplicemente di esistere, a volte svaniscono nel nulla…
E tu guardi l’intenso raggio di luce solare penetrare attraverso le veneziane e tagliare il tuo foglio.
È un tramonto di luglio, fuori e controluce i bambini correndo sul bagnasciuga fan scintillare l’acqua del mare. Fa freddo per essere luglio…

Non sempre le prospettive hanno dei punti di fuga, a volte sfumano esili in un orizzonte sfuocato, perlato, lontano, più lontano di quello del mare.
E ti accorgi che quelle fughe sono i ricordi che reggono le linee del presente sulle quali costruisci solidi di materia, solidi di sogni, solidi di memoria, solidi d’amore…
E poi sogni, sogni, sogni di giorno… perché in fondo hai diciassette anni.
E non chiederti mai che cosa disegnerai, che forma avrà il futuro… chiedi alla linea che cosa vuole diventare.

Con i disegni non si scherza, le matite sono indelebili, cancellare è un’illusione: lo spazio necessita di respirare le proiezioni della tua mente e la mano di sbagliare… è ad occhi chiusi che disegni il futuro.

Don’t stop to imagine me…

E le linee incerte che definiscono le tue fantasie son come vocalizzi filtrati dal passare del tempo dove i contorni si percepiscono appena e le sagome non sono mature: sono figure immerse nel suono e turbate dai riverberi.
E tu bambina immagini il futuro un’enorme bolla di sapone, vaga, diffusa, sospesa tra i bagliori di nuvole d’oro che circondano un mondo goloso di desideri dove vorresti vivere insieme ai suoi astronauti e ti lasci andare nell’iperspazio non euclideo delle tue idee perfette e mai nate.
E il caldo the alla menta che stringi tra le mani ti rende sicura e contrasta il brivido della brezza marina che penetra attraverso le fessure nei muri della tua casa di legno…
E sogni e tracci raggi di luce e ti accorgi che una linea bianca è più importante di mille obiettivi perché priva di meta…

Ma poi apri gli occhi e guardi il foglio, ferma e sorpresa alzi il capo da chino che era: attraverso la finestra quella bolla ora è di fronte a te, informe, traslucida, ondeggia leggera… pura e bellissima.

E l’ammiri, ci guardi attraverso e capisci che le trasparenze son essenziali alla conoscenza e le vorresti poter disegnare, ma ti accorgi che quel mondo non è reale e che ora ci vedi davvero…
E il tramonto è spento e la grigia città s’illumina e le ciminiere bruciano, fumano all’orizzonte…
E non è questo ciò che vuoi, e non è questo il luogo dov’eri…
E allora non staccherai mai più la matita dal foglio, non ripasserai mai due volte la stessa linea e chiuderai gli occhi come prima.

4. Washed Out – Within and Without

Data di Uscita: 12/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il sole inizia timido a fare capolino, l’alba fatica a colorare la spiaggia, l’alone giallastro è ancora lontano dall’imprimere forma all’ambiente circostante. Cammini lentamente sulla battigia, i piedi risucchiati dalla sabbia vengono bagnati dall’acqua placida. In lontananza piccole imbarcazioni con pescatori partono per la loro giornata lavorativa, tu sei in vacanza. Sul lungomare ragazzi ubriachi tornano da qualche party urlando, cercano il loro hotel per andare finalmente a dormire, probabilmente ti scambiano per uno di loro.  Niente feste per te ieri, solo echi luminosi della serata di due giorni fa passata sul litorale tra un drink e l’altro, “Echoes” appunto, pop elettronico sfumato nel riverbero.
Continui a camminare tranquillo mentre la timidezza del sole scompare piano piano; la tua resta, e quando una ragazza che sta facendo jogging ti sorride incrociandoti, non trovi la forza di sorridere o dire qualcosa. Si sta iniziando a colorare tutto, è tuttavia ancora presto e il luogo resta deserto. I primi colori del giorno, quelli che di solito non puoi goderti ti inondano e ne sei irrimediabilmente travolto, devi smettere di camminare e necessiti di una fermata. Ti siedi, sulla sabbia fine e guardi davanti a te le onde.
Nelle tasche un i-pod che accendi e lasci andare sulle solite tracce di questi giorni.
Spensieratezza ed eterno ritorno si susseguono: “Amor Fati”. Sensualità e candore. Davanti a te un mondo che c’è, non c’è e c’è ancora, within and without insieme per sempre scolpiti. La leggerezza di una presenza vicino a te, un fantasma colorato che riflette la schiuma, ti sembra di sentire ancora la sua voce e di vedere i suoi capelli, il tutto accompagnato da un beat mai invadente, ovattato: “You and I” ,ancora una volta. “Before” , trasporta, dona freschezza, richiama una gioia calda e tranquilla, e le piccole cose di tutti i giorni. Chiudi il tuo sogno ad occhi aperti con i primi raggi veri di sole sul viso, accecato mantieni la scia e imprimi una dedica sulla sabbia, con tutta la delicatezza di questo mondo: “A Dedication”.
La forza è quella delle ricorrenze, l’onda d’urto però non è sempre quella, difficilmente un sintetizzatore, pur accompagnato, può raggiungere picchi emotivi così elevati e raffinati. Lo sai, è estate, lo aspettavi, è arrivato e ti sei innamorato come una volta, più dell’altra volta, come quell’altra volta ancora. Dentro e fuori da te per sempre.

Alessandro Ferri

5. MillionYoung – Replicants

Data di Uscita: 11/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

E guardavi fuori dalla finestra, intorno solo e solo distese di nebbia. I camion passavano e si notavano i fari e i nomi illuminati dei camionisti… Pietro The King… Antonio il Boss… e altri nominativi ridicoli. Nell’aria c’era l’attesa per il disco del gruppo della vita, dopo un silenzio lunghissimo e un isolamento totale. Il dolore fisico in arrivo derivante da questo, l’attesa e ancora l’attesa. Intorno tra le nebbie voci arrivano sorde, voci di intellettuali di serie z parlano di dischi probabilmente senza sapore, personaggi leggermente barbuti che si lodano tutto il giorno in maniera indiretta e compiaciuta. La rabbia derivante da questo stato di cose svanisce quando un raggio di sole arriva da ovest, un beat lunare, solare, stellare, universale, luci di astronavi ufo e stronzate del genere. Tutto si trasforma. La catapulta creata dai suoni porta a ritrovarsi in maglietta a maniche corte in un grande festival musicale all’estero, dove ti chiedi come mai nella tua nazione non sia possibile realizzare eventi del genere nonostante la fanfara continua delle varie associazioni culturali. Ondeggiare il corpo e ritrovarsi poco dopo su una spiaggia dorata della Florida dove si assiste ad un revival degno di un classico telefilm americano anni 80’, belle signorine e ragazzi con il cappellino a tre quarti dappertutto sulla costa e così via. Banalità?, solita immagine?, nessuna novità?. Certe situazioni, momenti che non perdono mai di intensità e non finiranno mai di dare piacere. Questo raggio si prolunga e invade tutto donando serenità e spensieratezza necessaria per affrontare un anno che ancora non decide di partire completamente, rischiando di passare le giornate a sognare l’America che prima o poi visiterai, un rischio da correre. Spaventosi picchi di allucinazioni estive e passate si accendono fosforescenti con “Forerunner” che ti propone quel ritmo spezzettato irresistibile a qualsiasi orecchio umano in grado di cogliere sfumature a volte al rallenty. Appare poi il fantasma di Panda Bear che esce dal mare e si unisce idealmente al gruppo in “Perfect eyes”, e continui a ripetere che non ci si può annoiare proprio. Quando parte “Sentimental” proprio non riesci a trattenerti e ti ritrovi con le braccia intorno al collo di una ragazza dai capelli lunghissimi biondi con collane dai mille colori che ti sfiorano il corpo e ti imprimono una sensazione di infinita piacevolezza. La gravità disperde la bionda e arrivano portate dalle onde voci fuori campo innestate su un fluire composto di beat sempre più sporchi fino ad un esplosione finale che fa saltare tutti in modo che la sabbia intrappolata negli interstizi vari si liberi creando un turbine caldo. Sulla costa cala il tramonto con le ultime esplosioni piano piano sempre più rade in “Synanthropic”. Il dopo spiaggia porta sulla pista da ballo fino a notte fonda grazie alla trance creata da “On, on“.
Quando tutto ha termine si torna nel mondo delle nebbie con la sensazione di scorgere tra il grigiore imperante dei riflessi dorati. È la luce dei lampioni perché ormai il cielo chiama la sera e poi la notte ma a te piace pensare che siano la proiezione del movimento travolgente destato dalla visione. Ti tasti i capelli per vedere se cade un po’ di sabbia, nulla. Capisci che è stato un sogno ad occhi aperti, un bellissimo sogno ad occhi aperti.

Alessandro Ferri

6. James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

7. Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

8. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

9. Mogwai – Hardcore Will Never Die, But You Will

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

M’alzo col solito sapore di cenere ed amaro economico, m’alzo lentamente per dare il tempo alla testa d’aggrapparsi al collo e ristabilirsi al posto solito senza rovesciarsi in fastidiose emicranie post risveglio post sbornia post festa da postumi. Le braccia intorpidite dal formicolare continuo, ricco di fitte pungenti ed incontrollabili, sintomo di un collassante sonno scomodo. E lo stomaco. Dio lo stomaco, non c’è mai un buon risveglio, non lo sento elastico e sano da settimane ormai, decide lui se il cibo ed il beveraggio possono restare, al risveglio non vomitare è un terno al lotto. Vomito infatti. Vomito e mi sento meglio, doccia tiepida e ristoratrice, sciacquo la faccia, sciacquo i denti con acqua fredda, freddissima, che meraviglia. È per questo che mi piace tanto il sapore di cenere ed amaro al risveglio, perché assaporo il momento nel quale andrà via, ne pregusto ogni disgustoso sapore, mi inebrio del suo aroma sporco e nauseabondo realizzando che del fresco dentifricio allo xilitolo, che non so neanche cosa cazzo è, lo spazzerà via dalle mie papille gustative, ne annichilirà l’odore sostituendolo con uno fresco di menta scialba. M’agghindo al meglio per affrontare una giornata che sa di primavera ma trattiene il vento gelido dell’inverno, prima di scendere per fare quattro passi noto il cadavere quasi salasso di una bottiglia di amaro e un po’ più in là del pane raffermo lasciato fuori dal paniere da troppo. Li raccolgo entrambi e li metto in una busta pensando che oggi è il giorno ideale per andare a dar da mangiare ai piccoli. Scendo le scale con una certa calma degustando e scandendo gli attimi di attesa fra l’idea e la sua applicazione nel reale, m’immetto in strada e svicolo fra i passanti della città, uggiosi e indifferenti come sempre, presi dalle chiacchiere d’un cellulare o dal silenzio dei propri piedi, che ci sarà di prezioso nelle loro scarpe? Perché le fissano mentre camminano? Sono certo che se glielo chiedessi a bruciapelo nessuno sarebbe in grado di descrivermi i cornicioni dei palazzi che affiancano tornando a casa giorno dopo giorno. Arrivo nel parco cittadino, nei pressi della fontana centrale, mi siedo e caccio dalla busta il pane, lo innaffio con l’amaro e ne strappo piccole palline che offro alla fauna ornitologica locale. I piccioni, specie unica del suddetto ramo nel distorto ecosistema della città, s’avventano avari sul pasto gratuito ed io osservo compiaciuto il loro banchettare. Una bambina, grassa oltremisura, mi si avvicina e mi chiede che faccio, disgustato dalla domanda ovvia quasi quanto dalla dieta pessima che genitori incuranti viziosamente assecondano rispondo che do da mangiare ai miei piccoli. La bambina risponde, i tuoi piccoli sono gli uccelli? No, bambina, osserva bene. I piccioni, col loro veloce metabolismo, il loro piccolo stomaco, il loro proverbiale cervello sbattono a terra drogati dall’eccesso d’alcool, sbattono le ali nella speranza di prendere il volo ma privi d’equilibrio puntano rovinosamente a terra. Vedi, io do da mangiare ai gatti, le dico sorridendo, nel mentre una snella piccola pantera con passo furtivo s’avvicina alle prede facili. Mi giro verso la bambina che fissa sgomenta la scena, terrorizzata dalla visione è immobile, le chiedo, e tu, chi nutrirai ingolfandoti ancora di quelle porcherie? Di chi sarai il lieto pasto, bambina? La bambina mi fissa per pochi attimi e vede il diavolo nei miei occhi probabilmente, io nei suoi vedo una prossima redenzione dall’abuso di zuccheri, mi sta bene. Urla, scappa. Torno alla scena, la gatta trascina per il collo un ei fu piccione verso la base di un cespuglio dove ad attenderla ci sono i piccoli, mi guarda con riconoscenza, la osservo e me ne compiaccio.

Alfonso Errico

10. M83 – Hurry Up, We’re Dreaming

Data di Uscita: 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ces grand arbres…
di Marco Caprani

“Je reconnais cette forêt.
Ce n’est pas une forêt ordinaire, c’est une forêt de souvenirs
Mes souvenirs.
Cette rivière blanche et sonore, mon adolescence.
Ces grands arbres, les hommes que j’ai aimés
Cet oiseaux qui volent, au loin, mon père disparu.
Mes souvenirs ne sont plus des souvenirs, ils sont là, vivants, près de moi, ils dansent et m’enlacent,
chantent et me sourient.”

Sdraiato sui sedili posteriori di un’auto, mezzo addormentato, fisso la notte.
Agli occhi di Dio questa macchina è una micro machines.

“I’m slowly drifting to you…”

Il rewind di una vita, forse parallela, forse passata… forse non mia.
Eppure, scorre al di là del vetro e scorrono pensieri come bagliori, bagliori come pensieri.
Pare di sentirsi soli come le stelle o in una piazza in silenzio, con milioni di persone attorno.

“Raconte-moi une histoire… and you can jump all the time and everywhere.”

Due righe, butterò giù due righe…
Le disegnai: due righe lunghissime, infinite, ma laddove le parole non hanno fine intervengono l’amore e il silenzio.

“Je regarde mes mains, je caresse mon visage, j’ai 20 ans, et j’aime comme je n’ai jamais aimé.”

Dovrei svegliarmi, disconnesso da me stesso, per comprendere l’“Essere”…
Respiro sorpreso e mi accorgo che sto attraversando cattedrali di suono, marmi bianchi carichi di luce intensissima, vetri scuri e riflettenti, travi d’acciaio enormi, colonne e corpi statuari, albe, tramonti improvvisi… ed alberi… alberi giganti, immensi.
Carezze vocali e occhi infantili si mescolano violentemente con fisicità e massa, epicità e corpo in un mare di lacrime e d’immaginazione.

“…and your mommy suddenly becomes your daddy
and everything looks like a giant cupcake

and you keep laughing and laughing and laughing
nothing is ever quite the same really
and after you finish laughing
it’s time to turn into a frog yourself
it’s very funny to be a frog…”

2 Responses to “Top Ten 2011 – Marco Caprani”

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