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Top Ten 2011 – Alessandro Ferri

1. Atlas Sound – Parallax

Data di Uscita: 08/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le Avventure Acquatiche di Bradford Cox
di Stefano Ferreri

Il tempo delle sedute spiritiche è finito. L’Edward mani di forbice con il registratore ancora caldo in cameretta ha fissato a cinquecento i nastri con sopra incise ore e ore di trance, ipnotiche spirali di malinconia e gli abbracci algidi della pastorale psichedelica suburbana, qualunque cosa essa sia.
La grande casa in periferia non è più così grande e desolata. La Marfan rimane lì, congelata, ospite sgradito che non si può giubilare e condanna in via definitiva ad una vita di richiami chirurgici, sartani e betabloccanti. A farle compagnia c’è però sempre quell’intatta vocazione all’escapismo, l’arte della fuga terapeutica dalla realtà più cruda, che in principio fu gestita come ingenua celebrazione dell’istinto grazie ai detournement rumoristici (‘Let the blind lead those who can see but cannot feel’) e solo più tardi rivelò il suo altrove facendosi verbo pop in technicolor (‘Logos’). Per l’infelice teenager di Athens non si è mai trattato di un semplice passatempo o di un capriccio, e l’asserto è tanto più vero oggi che a quasi trent’anni Bradford ha scelto di improvvisarsi regista di un film intitolato ‘Parallax’. Per affrancare il vero dalla sua patina guasta, per concedersi finalmente una droga meno sciagurata o per risarcire il fanciullo dentro di sé dei tanti anni di infanzia deturpata. Nessun flash malandrino questa volta. Il volto scoperto nella locandina annulla trucchi e filosofie pretestuose, confinando le ultime scorte di romanticismo nella posa retrò del crooner e in quel contrasto di luci ed ombre colorato a pastello. Una fotografia che racconta la solitudine delle registrazioni come il solo male necessario. Senza sminuire la forza evocativa dell’immagine, è però la colonna sonora a fissare indelebilmente l’impronta. Un suono che rimpingua e trascende il rigore documentaristico degli Yo La Tengo di ‘The Sound of Sound of Science’, evitando nel contempo anche l’iperbolico teatro del grottesco art-rock dei Ween di ‘The Mollusk’, per concentrarsi solo e soltanto sulla delicata texture adamantina di uno smisurato cuore virtuale, ideale dimora dei sentimenti e set unico per le riprese. Se la stanza cantata un tempo in ‘Recent Bedroom’ era la metafora fatta dell’incapacità di piangere, adesso quelle stesse lacrime sembrano aver tracimato copiose sommergendo ogni singolo ambiente, saturandolo e preservandolo fino alla fine dei giorni. Lacrime per Trish Keenan anche, cui l’intero lavoro è dedicato, lacrime che non chiedono di morire in un fazzoletto. Chi adora struggersi con i drammoni può considerarsi esentato. Stando a quanto sostiene la 4AD nella sua paginetta promozionale, il genere è Science Fiction e non a caso forse: si parla della distanza, del siderale, per quanto nella maniera in assoluto più accessibile ed amabile. Modern Aquatic Nightsongs, potrebbe fungere da legenda per l’intera raccolta tanto è azzeccata come intestazione. Perfino il modo in cui le sue sinistre suggestioni evitano il freddo dell’abisso, o della morte, nasconde il termometro emotivo perfetto. L’avvolgente sfrigolio del pop western idrogenato di ‘Parallax’ rinnova l’impressione di un bambino perduto nel suo mondo ovattato e doloroso, anche se mai l’autismo espressivo di Bradford si era mostrato tanto indulgente e curioso verso noi intrusi. Dal suo buon ritiro placentare il giovane americano detta le morbide condizioni di un sogno: angoli smussati, bagliori in soft focus e finzioni dell’amore idealizzato. La dolcezza radiosa rievoca il chiarore mite dei Deerhunter, con il sole che per una volta non sa scaldare nemmeno una goccia. ‘Mona Lisa’ sembra il Corgan estatico del segmento ‘Twilight To Starlight’ alle prese con una cover di ‘Memory Boy’, ma i contorni restano quelli fumé dell’illusione, la meraviglia diventa fragilissima, l’effetto flou è ovunque. E ad ‘Angel is Broken’ non bastano il miglior refrain e i corridoi strumentali più plastici per sconfessare quel senso di luce solo filtrata, di lontananza, separazione e decadente malìa. Lo scaltro affabulatore del sommerso si concede con ‘Doldrums’ una danza un po’ triste nelle profondità, tra droni evanescenti, mulinelli in loop e nuance spacey in fondo risapute. Anche gli infiniti sha la la riescono attutiti nell’indicibile fossa delle Marianne domestica di ‘Praying Man’: l’armonica non porta sangue e non porta ferro, ricorda il sibilo inoffensivo di quando si penetra il mare in cerca di uno scheletro di riccio violaceo o di un’orecchia di madreperla, e si viene delicatamente rapiti dall’acqua. Il presente, suggerisce allora Cox, è una Terra Incognita per esplorare la quale non servono mappe, né atlanti, e ci si deve abbandonare al piacere del naufragio. Senza paura, perché i titoli di coda hanno a sorpresa il colore della speranza. E senza più esorcismi o diavolerie di sorta, con tutta la naturalezza di cui si è capaci. Come l’onda che muore nella sua schiuma abbracciando finalmente una spiaggia deserta, sotto la luce paziente della luna e di tutte le stelle.

2. Robedoor – Too Down to Die

Data di Uscita: 11/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Se ne esce trasfigurati: non consigliati agli addetti della pulizia del suono, non consigliati ai deboli di cuore, non consigliati agli amanti dell’immediatezza sonora, non consigliati a persone limpide e pulite, non consigliati per le radio. Qui si capisce chiaramente cosa significa la parola Underground, nel vero senso del termine dico.
Non quello fittizio e costruito per vendersi meglio, qui è l’attitudine vera, la fonte di tutto si trova qui e in queste zone geografiche, tra le pieghe più nascoste e esplosive.
Siamo nella parte scura di Los Angeles, chissà come mai ci ritroviamo sempre in California e in America, non penso sia proprio un caso.
C’era bisogno di saturare le vene, senza essere tossici, noi che siamo allergici agli aghi dovevamo trovare altro. E lo abbiamo finalmente trovato. La saturazione è una delle sensazione più intime che si possano provare, in varie forme siamo riusciti a raggiungerla. Non c’era molta gente quella sera, ma si ondeggiava tremendamente dispersi tra i suoni. NOT NOT FUN sui muri e il suo padrone lì dentro. I Brown nel loro ruolo e nella loro missione sciamanica ci hanno fatto entrare, avevamo finalmente ricevuto i maledetti accrediti dal capo. Siamo di Monthly Music gli diciamo noi, loro ci fanno entrare ma non capiscono, sono già in trance probabilmente. Le birre costano pochissimo e le persone bevono e altri fumano, non le sigarette dagli odori in giro.
C’è nell’aria l’energia oscura, si percepisce il battito del luogo, ma ancora non esplode nulla. È come essere da soli, si parla in giro con qualcuno ma quando tutto parte si è da soli con se stessi; è un dialogo singolare che rafforza quello globale. I singoli nelle loro differenze si rispecchiano e si scontrano con i rumori, cosa ne esce fuori non è raccontabile poi. Si chiama mistica, esperienza diretta sacrale e non comunicabile.
Non si offendano i credenti ma il sacro è riscontrabile a più livelli, specialmente attualmente dove si può assistere alla sua mercificazione; non è questo il caso. Qui di fenomeno collettivo non c’è nulla, le individualità non riducibili sono plasmate in mille modi.
Si parte, cavalcate lisergiche, drone nerissimo e di più, sempre di più, sferzate violente, distorsioni acute, scuro, pece, batteria cadenzata e ipnotica. Sì c’è tutta questa roba alla massima potenza e noi siamo ormai persi e i minuti scorrono. Questi si accartocciano in maniera vile e pericolosa, tornano su se stessi mostrando corpi scheletrici, percuotono con ritmi che paiono tanto formule magiche. Parallel Wanderer apre e toglie il respiro, ci si dilata per poi cadere inesorabilmente nel delirio di un balzo nel vuoto, minuti di rituale e di eco che paiono ore e ore. È tempo di emigrare, si continua a restare in sospeso per poi precipitare. Ma il lido della caduta è diverso, qui si può percepire una caduta che è una salita verso l’alto. L’aria è rarefatta e il cosmico pervade inesorabile tutto. Pulsa il ritmo e si sale sempre di più tra il crepitio celeste e cupo. Sferzate di fuoco nel buio per le nostre migrazioni. (In The) Cybershade/Universal Migration. Allucinazione sonora, filtri per la voce, incedere lento e sofferto. Dungeon Crossroads. La chiusura dà il saggio di tutto, gli sciamani si asciugano lievemente il sudore e ci propongono un addio tutto in loop con voci quasi drammatiche, si vive e si capta la caduta definitiva nello sporco. Energia quasi trattenuta e rilasciata in modo quasi controllato, l’ultima ipnosi culla in posti sconosciuti, si è definitivamente risucchiati e annientati nelle ripetizioni da marziani.
Questa è pura magia. Afterburners.

Non è forse spiegabile concretamente tutto ciò, non si capirà a pieno il tutto. Questo è il punto: non si può capire alla perfezione, bisogna ascoltare in un luogo silenzioso per apprezzare ogni sfumatura.
Solo successivamente ci si potrà far trasportare da questi sciamani in un viaggio tutto personale.

Alessandro Ferri

3. Peter Kernel – White Death Black Heart

Data di Uscita: 03/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“We don’t care about parties, drugs, fashion, girls, power, people, melody,
We don’t care.”
Abbiamo appena sentito queste parole propagarsi dallo stereo della macchina e siamo arrivati a Zagabria, stiamo lì una settimana, ci baciamo sempre e io prendo finalmente le calze della Croazia e la maglietta originale della Dinamo Zagabria.
Andiamo a vedere la moschea perché rompo il cazzo, qualche museo e i negozietti di cose belle e inutili. Non ci interessa nulla di nulla ma perseveriamo nel nostro incedere. Si segue il ritmo che sempre ci accompagna, rallenta, esplode, tira, scende e sale, è nevrosi continua, un casino con un senso, coro finale. Anthem of Hearts.
È tempo di andare a Belgrado, un’altra settimana qui. Ci ricordiamo ancora i cori finali di prima, ci piacevano un sacco. Qui ritmo che si protende sotto e chitarre che ogni tanto risalgono per graffiare braccia e viso. Non temere tanto ti copro io, e se alzo il volume non temere, è che non resisto nel degrado finale. “Hold it up Give it up Dream it up I bleed you”. Siamo lì tra le palazzine e i grattacieli e le bionde che mi camminano davanti e intorno sono troppo belle, provo a non guardarle che poi ti incazzi. La luce delle ultime ore del giorno si stende sulle costruzioni sovietiche, il grigio e la guerra, svastiche e falci e martello, nazionalismi vari. I murales vari. Tinte fosche con la sera, visi bianchi e sofferenti, esplosione finale con vortice sonoro. È mattina, siamo nel centro storico e ci baciamo, andiamo a vedere il Danubio e ci baciamo. Panico! This is Love. Sali scendi del territorio urbano che perfettamente innescano una spirale killer con i suoni, siamo rapiti. Hello My Friend. Camminiamo sgangherati dopo qualche birra e ridiamo. Continua il noise misto a qualche altra cosa alla quale qualche buon recensore musicale troverà un nome ultra figo. Andiamo via, prima però mi prendo la maglia della Stella Rossa e poi quando torniamo ci faccio scrivere dietro Dejan Savićević, il Genio.
“Discipline and chaos put together. The people understood that the situation is no longer under control. The captain is nowhere to be found.”
Basta è tempo di Vienna. Arriviamo di notte seguendo il Danubio, attraversiamo il Donaukanal ed eccoci nel Karmeliterviertel; Sofitel Hotel, che lusso, cosa ci facciamo qui? Stride un po’, amen. Abbiamo un letto singolo perché vogliamo stare stretti. Si dorme e fuori c’è una leggera nebbiolina; il mattino, in questo ex ghetto ebraico, lo passiamo al mercato. Umanità e groviglio metropolitano, gli ebrei total-black ci sono e girano per strada. Tide’s High: The Captain’s Drunk!
Luci con installazioni ovunque, soup-caffè e ci baciamo perché non se ne può fare a meno, sarebbe contro natura. Mangiamo da Skopik & Lohn. Ci manca solo il vecchio teatro ebraico e via, possiamo andare verso una nuova città. The Peaceful. Furore, entusiasmo e furore.
Asciutto, posato e pieno di senso. Riflessione e novità, creatività totale e capacità di ipnotizzare. “Floating in the sea. Freezing in the night. Dreaming of a wave. To sway us home tonight.” Noi ci lasciamo volentieri trasportare dalle parole e dal ritmo costante e mutante, un sussurro, un cullare consapevole. Il Rapid Vienna mi sta sul cazzo.
Budapest e ci facciamo attirare dai palazzoni e dai lavori in corso e dai cantieri. We’re Not Gonna Be The Same Again. Buda, Pest e Óbuda unite dai ponti, le vediamo tutte e ci baciamo, ma non è un film di Moccia, è la nostra luna di miele. La sinagoga enorme e l’isola di Margherita. Stiamo bene e non vogliamo andare via, le persone sono gentili e disponibili, visi scavati e duri ma più puliti. Incantevoli spaccati di vita quotidiana e andiamo a un festival di musica classica senza capirci un cazzo. Beviamo pure altra birra per piacere, “Love me now”. Make, Love, Choose, Take.
Mi prendo una maglia vecchissima della nazionale ungherese e andiamo via. Puskás.
Bratislava e le donne che mi danno i foglietti per i loro spettacolini porno alle 3 di pomeriggio, ridiamo moltissimo di questo. Siamo un po’ stanchi ma ubriachi di felicità, magari siamo anche un po’ cinici per i commenti che ci lasciamo sfuggire, ma non ci interessa. Want You Dirty, Want You Sweet. Possiamo stare quanto vogliamo qui, non c’è tempo in grado di bloccarci, a stare insieme ci rafforziamo continuamente, eh sì, ci baciamo. Camminiamo fino al Bratislavský hrad, pic-nic e birra. Scendiamo e saliamo per le vie strette del centro, e non guardo le solite super fighe per strada. Il solito Danubio in mezzo a noi, lo guardiamo perduti nel tempo infinito che prende nuove strade. Ma che ora abbiamo fatto ormai?. Organizing Optimizing Time.
La maglia della Slovacchia di Hamsik neanche se me la regalano grazie.
La luna di miele è finita, torniamo alla vita normale, studio e lavoro. Non si dimentica nulla, nuove emozioni impresse nel profondo.
There’s Nothing Left To Laugh About, siamo sposati e consapevoli, stiamo da dio e ci provochiamo sempre.
E non abbiamo mai smesso di ascoltarlo questo disco, è stato una specie di mantra, una ripetizione infinita, perché bisogna ascoltarlo molte volte, è complesso ed è stupendo, un ibrido strano proprio come noi.
Rock nelle forme più varie e chi se ne frega di dire quale genere rappresenta, questi sono suoni potenti e dritti al cuore, fatti con stomaco e cervello, pieni di vita e da assaporare con consapevolezza che si è dinnanzi a qualcosa di fuori dal normale.
Noi li aspettiamo dal vivo, vederli da sposati. E vedeteli anche voi, se non li conoscete hanno suonato con i Wolf Parade. Se non conoscete neanche loro andate comunque.

Alessandro Ferri

4. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

5. Washed Out – Within and Without

Data di Uscita: 12/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il sole inizia timido a fare capolino, l’alba fatica a colorare la spiaggia, l’alone giallastro è ancora lontano dall’imprimere forma all’ambiente circostante. Cammini lentamente sulla battigia, i piedi risucchiati dalla sabbia vengono bagnati dall’acqua placida. In lontananza piccole imbarcazioni con pescatori partono per la loro giornata lavorativa, tu sei in vacanza. Sul lungomare ragazzi ubriachi tornano da qualche party urlando, cercano il loro hotel per andare finalmente a dormire, probabilmente ti scambiano per uno di loro.  Niente feste per te ieri, solo echi luminosi della serata di due giorni fa passata sul litorale tra un drink e l’altro, “Echoes” appunto, pop elettronico sfumato nel riverbero.
Continui a camminare tranquillo mentre la timidezza del sole scompare piano piano; la tua resta, e quando una ragazza che sta facendo jogging ti sorride incrociandoti, non trovi la forza di sorridere o dire qualcosa. Si sta iniziando a colorare tutto, è tuttavia ancora presto e il luogo resta deserto. I primi colori del giorno, quelli che di solito non puoi goderti ti inondano e ne sei irrimediabilmente travolto, devi smettere di camminare e necessiti di una fermata. Ti siedi, sulla sabbia fine e guardi davanti a te le onde.
Nelle tasche un i-pod che accendi e lasci andare sulle solite tracce di questi giorni.
Spensieratezza ed eterno ritorno si susseguono: “Amor Fati”. Sensualità e candore. Davanti a te un mondo che c’è, non c’è e c’è ancora, within and without insieme per sempre scolpiti. La leggerezza di una presenza vicino a te, un fantasma colorato che riflette la schiuma, ti sembra di sentire ancora la sua voce e di vedere i suoi capelli, il tutto accompagnato da un beat mai invadente, ovattato: “You and I” ,ancora una volta. “Before” , trasporta, dona freschezza, richiama una gioia calda e tranquilla, e le piccole cose di tutti i giorni. Chiudi il tuo sogno ad occhi aperti con i primi raggi veri di sole sul viso, accecato mantieni la scia e imprimi una dedica sulla sabbia, con tutta la delicatezza di questo mondo: “A Dedication”.
La forza è quella delle ricorrenze, l’onda d’urto però non è sempre quella, difficilmente un sintetizzatore, pur accompagnato, può raggiungere picchi emotivi così elevati e raffinati. Lo sai, è estate, lo aspettavi, è arrivato e ti sei innamorato come una volta, più dell’altra volta, come quell’altra volta ancora. Dentro e fuori da te per sempre.

Alessandro Ferri

6. The Field – Looping State of Mind

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“Alex, you know there’s only one way we’re going to end all this. […]”
(Dan Curtis, “Night of Dark Shadows”, 1971)

The End, la fine: sarò superficiale, ma anche sforzandomi non riesco a coglierne l’aspetto.
C’era l’illusione di un punto di approdo Alex, di un arrivo. Avremmo dovuto scorgere una conclusione, ma le mie presunte certezze vacillano. Ci vedo camminare senza sosta alcuna lungo questo nastro di Moebius e mi chiedo se i miei piedi saranno sufficientemente resistenti per percorrere la traiettoria un’ennesima volta, se mi verranno i calli sui talloni, se sanguineranno. Percorsi già vissuti e un eterno deja-vu martellante, asfissiante.

Looping path.
Looping state of mind.

Tu mi richiami all’ordine e mi inviti a riflettere sui cambi di prospettiva, sulle quasi impercettibili variazioni del suono di volta in volta. In effetti alle mie orecchie stavolta attente e sospese arriva una mutevolezza nuova, delicata. Se mi pregassero di utilizzare un’espressione sintetica per descrivere ciò che percepisco, non potrei che propendere per “solidità soffice”. Un ossimoro, non biasimarmi ma non vedo alternative. Da una musicalità corposa diramano milioni di scie in dissolvenza, anch’esse tracciano disegni che ripiegano su se stessi, e poi schizzano lontano, curvano e tornano indietro.
Ti avevo addirittura proposto tempo fa di imparare a suonare la batteria per animare i samplers di nuovi colori tangibili, ancora ricordo l’esplodere della tua risata e il dito puntato contro. Alla fine non avevo poi tutti i torti quel giorno, ora respiri anche tu necessità di virate analogiche.
Sì, sono queste le variazioni a tre anni di distanza. Ad occhi chiusi a cavallo del loop ci si accorge eccome, e se a momenti ci viene naturale procedere correndo e ballando – It’s up there – in altri istanti ci ritroviamo intrappolati in un’ipnosi glitch e ci blocchiamo rallentati in estasi – Burned Out, Arpeggiated Love. Fascinazione nuova, forte come accadde quella notte lontana mentre ti conobbi a quel club, entrai su Everday e annullasti d’istante tutto il resto. Ora quella techno pura non esiste più, ma la folgorazione permane, d’altra parte avevi promesso (a me e non solo) che From here we go sublime! Ti seguii rapita anche gli anni successivi, dancefloor stavolta intervallati da parentesi più intimiste (Leave it vs Everybody’s Got To Learn Sometime), beat come costante di fondo però, Yesterday and today. E i loop.
Persa nelle reti dei ricordi ricomincio a seguirti nelle traiettorie odierne, emozioni corpose, distillate. Un andare e venire continuo. Sei troppo veloce per le mie gambe affaticate, tento invano di afferrarti un braccio ma sembri dissolverti.
Blackout.

****

Suono insistente della sveglia, addio dimensione onirica, buongiorno mondo. Le cifre abnormi dell’orologio mi trafiggono le retine al buio, premo l’interruttore della grande lampada sopra di noi. Poi ti svegli anche tu e intuisci che quella luce improvvisa equivale a violenza, la spegni tu per me, preferendo il fioco bagliore dell’abat-jour. Proiettiamo le ombre delle nostre mani sulla parete spoglia, dita grigio/nere su fondo caldo chiaro. Una tisana calda al limone della sera prima e i miei libri di letteratura americana sul comodino. Chiudiamo gli occhi e il bianco prevale sul nero, battiti ovattati di estrema delicatezza ci sfiorano le spalle come la neve cadeva al mare sui nostri cappotti, di inverno. Then it’s white, solo una voce piena riecheggia da lontano e un pianoforte malinconico. Stoicamente ti scopri dal piumone e decidi di alzare le serrande di un grigio mattino già avanzato, mi copro gli occhi investiti di luce sgradita. Gesti analoghi dalle finestre di palazzi contigui, Stoccolma si mette in moto pigramente tra luci caliginose e acqua del colore del ghiaccio.
In fondo al letto raccogli i fogli accatastati in questi giorni, abbiamo passato ore a rendere omaggio alla matematica tracciando loop in maniera ossessiva; ovunque capitava imprimevamo il segno dell’infinito, sui quotidiani, su quaderni, sulle nostre mani, perché la tua convinzione ti porta a pensare che non esiste definizione migliore per il tuo lavoro.
E adesso Alex sei davanti a me e continui a tracciare idealmente quella traiettoria magica davanti ai miei occhi, poi mi appoggi sulle gambe l’ultimo pezzo di carta vuoto che riesci a trovare, mi passi un pennarello rosso e tenendomi la mano disegniamo quel simbolo insieme. Mi abbracci, sorridi e mi sussurri “Sweet, slow, baby”.

Federica Giaccani

7. Moby – Destroyed

Data di Uscita: 16/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ed è stato come uno di quei film che durano soltanto l’arco di una notte e invece sembrano ricoprire una vita intera. Vestire i panni di una triste camminata, di un sorriso leggero, di un amore profondo.
E ci siamo incrociati poco dopo le 2, il tuo incedere così affascinante m’ha spinta a seguirti, schivando solitudini urbane intente nel loro daffare, la tua scia emetteva bagliori intermittenti. Come la tua musica.
È così che mi innamorai di te Moby, ancora una volta. Forse ero destroyed anch’io, anzi, lo ero sicuramente.
Potevamo trovarci nel cuore di New York come nelle campagne più anonime della mia terra, il centro Italia, non faceva alcuna differenza. Ti sei fermato di scatto, ho inciampato sui tuoi passi, “è uno stato d’animo, i riferimenti spazio-temporali si annullano e perdono di senso” – mi hai detto. Mi sono tornati alla mente quei discorsi sul binomio passato/futuro con cui tanti si riempiono la bocca in mancanza di sostanza effettiva, quell’altro binomio Terra/Spazio che rende tanto tangibile la prima quanto evanescente il secondo, quelle frasi fatte sul guardare avanti. Mi è sembrato un no-sense generale questo voler distinguere ed ergere barriere invalicabili, certe circostanze trascendono dalle definizioni, al pari della tua musica.
The broken places cosparse di caligine i lampioni e irradiò melodie ambient in bilico tra Autechre e il primo Aphex Twin, ci trovavamo su una strada quasi buia e deserta, ma forse la nostra dimensione era proiettata in un viaggio interstellare, la batteria – le chitarre – le tastiere attaccarono all’unisono – Be the one, una voce elettrica ricordava in modo ossessivo “I was the one when you needed love”.
Siamo partiti, direzione Sevastopol, o qualsiasi altro posto distante da qui, una cavalcata elettronica che saliva e correva via al galoppo, per poi confluire in un amalgama di atmosfere placide e sostenute. Tu sei fuggito avanti più veloce di me, non riuscivo ad afferrarti, ma mi è bastato chiudere gli occhi e ti ho sentito stringermi in un abbraccio. Dietro di te c’era una donna, cantava con la voce dell’anima, disperata e teatrale.
“Now that you’re gone, the sun will be no more.”
(Ti riconosco, ti conosco da sempre. Destroyed riporta al presente Play e 18, e non solo.)
Stringerti era come stringere la notte e lasciarsi trasportare in un ballo sinuoso senza tempo, sul pianoforte di Victoria Lucas, (morbida come lo erano Extreme ways o Why does my heart feel so bad?), una dolcezza che rimase intatta nonostante l’incedere incalzante della sessione ritmica. Era come se mi stessi sussurrando all’orecchio qualcosa di infinito. E finimmo sullo spazio – After. Blue moon. Ritmi ballabili, voci campionate, sentimenti dichiarati.
“I promise you will never be alone”
È terminato in toni epici il nostro vagabondare congiunto, fermi sul tetto di un edificio in malora a vedere sorgere l’alba. Stella maris mi ha messo i brividi, ti guardavo, una voce in lontananza si insinuava in una dolce melodia d’archi, eterea, i tuoi occhi scrutavano oltre – chissà cosa vedevano, se vedevano. Finché il pianoforte entrò di soppiatto, si sovrappose agli archi, e prese corpo una marcia in climax con la batteria che scandiva passo dopo passo. The violent bear it away. Siamo tornati nelle nostre rispettive solitudini distrutte, te ne sei andato senza nemmeno dire una parola lasciandomi a guardare la città dal basso.
Sotto di me i tuoi passi, e la vita che si risvegliava.
Lacrimae.

Federica Giaccani

8. Sleep ∞ Over – Forever

Data di Uscita: 27/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Volevi andare in California e io ho trovato due biglietti scontatissimi e ti ho fatto una sorpresa, ti ho chiamata e non dicevi nulla e ridevi e non ci credevi e io ero felicissimo e tu anche. Dobbiamo fare scalo in Texas, ad Austin, sai che non possiamo viaggiare in “first class” e senza scali. L’altra sorpresa è che in Texas non ci sarà nessun aereo ma dovremo fare più di mille miglia per la destinazione californiana, tra le mie paranoie di perdermi tra Fort Stockton, Juarez, Tacson, Phoenix, Riverside e poi Long Beach. Un po’ lo faccio apposta, un po’ lo faccio per tenerti la mano mentre guiderai tu e un po’ lo faccio perché non mi hai mai visto guidare. Sai quanto amo l’America e sai quanto amo te, sarà stupendo, le terre desolate e piene di elettricità, ti vedo che metti la mano fuori dal finestrino e accarezzi l’aria sempre troppo calda. Non ci sarà più tempo definito in quello spazio ovattato, arido e come detto senza tempo, le distese con il sole a infangare l’aria, a rendere la vista difficoltosa con le goccioline di sudore sulle palpebre. Saremo bellissimi e ti porterò a fare le passeggiate di sera sulla spiaggia, mentre i tamarri fanno i loro falò e noi ci faremo cullare da caldi synth e da voci ammalianti. Romantic Streams. Staremo via Forever.
Ti riprendo le mani, tutto in delay, ci perdiamo in me + te e non capiamo più niente con le mani avvolte. Porcelain Hands.
La direzione dei nostri sogni che ci diventa realtà tra le mani , nelle mani. Cori da chiesa nelle nostre orecchie disperse, tutto gorgheggia e il nastro non si ferma più facendoci rivivere il sogno più reale di tutti, le percussioni soffici ci sfigurano il cuore. Casual Diamond. C’è un problema grosso anche qui, che sarebbe anche qui che mi piaci troppo. Tutto diventa spettrale pur rimanendo brillante per noi. Cryingame.
Tu ridi, sorridi, ti sporchi e ti accarezzo i capelli dicendoti che non è successo nulla. Ti provoco, ti prendo per il culo, tu comunista fervente portata qui in America da me, un liberale di merda, un consumista infame nel suo paradiso di liberalità, e prenderò per il culo i pecoroni incappucciati dei centri sociali che giocano alla rivoluzione, laureandosi in quindici anni per una misera triennale di lettere e filosofia. Mi lancerò in spaventose disamine politiche, e in qualche modo strano finiremo per essere d’accordo. Continuerò a provocarti perché non posso farne a meno e mi tirerai pugni ben assestati e ti amo anche per questo.
I canali americani con i quiz a premi e i vecchi film western intervallati da pubblicità incentrate sul mondo del fitness. Gli spasmi in palestra sotto un beat annaffiato nei soliti cori ancestrali e spaziali. Flying Saucers are Real
Ti ci vedi?, le immagini e i fotogrammi di noi lì riempiranno gli spazi della vita di tutti i giorni una volta tornati. Gli uffici spesso vuoti diventeranno pieni di me + te, e le strade idem e le nostre case idem, engaged. E il nostro segno dell’infinito che brilla per sempre, ∞ Forever.
I daydreaming, quelli più piccoli diventati realtà, oggi.

Alessandro Ferri

9. Grouper – A I A

Data di Uscita: 15/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

She loves me that way
di Filippo Righetto

Era venuto sulla Terra in cerca di affetto.
Tramite il suo casco in policarbonato rigido, i suoni lo raggiungevano ovattati e spenti.
Si muoveva lentamente, la sua tenuta era massiccia, ingombrante.
Tutto era così.. dolce.
Il viso colmo di stupor gioioso, era circondato da luci, e da persone, e queste persone erano tutte così vive, scollegate globalmente ed allo stesso tempo collegate in un armonioso coacervo, e tutto mutava così in fretta, senza che nessuno se ne accorgesse, o senza risentirne apparentamente.
Erano bellissime, lo facevano piangere.
Però.. però..
Forse si muovevano troppo velocemente, ed alla fine del giorno, lui era ancora solo.
Nessuno gli aveva sorriso.
Si sedette su una centralina elettrica.
Il cuore, colmo, sopraffatto. Felice. Nonostante tutto, felice. Perché la vita, esiste. E brilla. Sempre.

L’entrata in scena di una singola persona malandata, con tutti i suoi beni dentro un carrello, con la soddisfazione di essere vivo.

“The Moon… the Moon… the Moon is sharp, my friend”

Infine, la scoperta, di quella perla perfetta nella sua imperfezione.
L’incontro, dopo un viaggio che sembrava interminabile.
La catarsi.
Tra l’alieno e la pietra lunare.

10. Burial – Street Halo EP

Data di Uscita: 28/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Dubstep tra i fumi delle ciminiere.
Metropolitana di superficie in un’alba scura di vento e pioggia. Scruto i visi che incrocio dal filtro del finestrino sporco, ne noto le impurità ed ognuna tradisce una propria malinconia grigia, ognuna è assorta e ognuna è intimamente e dolcemente inquieta.
Battiti cadenzati e una voce femminile musicano illusioni di forti legami affettivi; la realtà parla di una somma di solitudini urbane, le traiettorie si intersecano solo in casi fortuiti.
Ti guardavo passare ogni giorno sotto il Brooklyn Bridge. Avrei potuto aspettarti e seguirti mentre ti calavi in quel buco nel terreno all’incrocio tra Dekalb e Flatbush Avenue, Q Line diceva l’insegna, ma a me non piace scendere sottoterra.
Questa città è grande, oscura, e può inghiottirti se mantieni il tuo sguardo fisso sul terreno e ti dimentichi, ogni tanto, di guardare verso l’alto.
Bastava che anche tu te ne accorgessi, solo una volta, per vedere la rosa che ogni giorno lanciavo oltre al ponte mentre la carrozza sfrecciava sotto di me.
Non vedevi quello che vedevo io..

Federica Giaccani & Filippo Righetto

2 Responses to “Top Ten 2011 – Alessandro Ferri”

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