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Top Ten 2011 – Alfonso Errico

1. Patrick Wolf – Lupercalia

Data di Uscita: 20/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nove. Suona la sveglia ed il sole caldo scivola fra i pertugi di una tapparella impietosa, ieri sera abbassata per metà preventivamente. Per dare modo alla luce, oltre che al calore, di raggiungere  la faccia stanca che oggi, insolente, resterà appiccicata al viso. Apro gli occhi lentamente mentre realizzo che il candido e caldo risveglio di oggi non potrà concedersi pigrizie di genere. In piedi in fretta, di corsa nel bagno, a dopo la colazione. Sfila il vecchio, lava il corpo, indossa il pulito. Mentre mi preparo penso, questa giornata pare un riassunto ben riuscito della mia vita fino ad oggi, e probabilmente da oggi in poi.

Sette. Anna urla come un’ossessa, la faccia deformata da una smorfia di dolore, di quei tipi di dolore che un uomo non capirà mai. Dolore di rivendicazione, dolore di fioritura, dolore di sangue e merda  mentre la somma di due persone vede la luce sottraendosi ad un corpo sforzato allo spasmo. Anna urla, poi singhiozza, poi soffoca, aprendo gli occhi e tenendoli fissi su Claudio che non capisce ed urla, quasi a mettere volume a quella bocca spalancata in cerca d’aria tarda a venire. Anna stritola con le forze rimaste la mano ferma di Claudio e lo guarda mentre la luce va via dagli occhi e l’obiettivo della retina perde la messa a fuoco. In braccio ad un’ostetrica, ancora sporco di sangue e merda, vedo mia madre morire e mio padre immaginarmi come la causa della dipartita del suo unico, grande, insostituibile amore. Non ricordo nulla di quest’orribile sogno, eppure il mio subconscio ne mantiene la traccia e concede l’immaginario nei momenti di riflessione.

Nove. In classe Andrea manda un biglietto ripiegato a Gianmaria. Nomi ambigui sono secondo le suore il principio di un trauma, una fase preadolescenziale che passa e verrà ricordata con rimorso e vergogna da un bambino vivace ed eccessivamente affettuoso, forse fra l’altro decisamente troppo attivo. Se è una fase non lo so, fu la prima e più sincera lettera d’amore che io abbia mai ricevuto.

Nove e dieci. L’orario di ricevimento quel giorno, la mia media in quegli anni. Alta da rendere orgoglioso un padre spensierato, non abbastanza, a quanto pare, per comprare il permesso d’essere in una fase troppo lunga. Bambini non fate i ragazzacci. Ragazzi non fate i bambini. Ragazzo, fai l’uomo. Correndo, previo suggerimento, la mia adolescenza scappa via.

Dieci meno un quarto. Di sera. Torno a casa miracolosamente sulle mie gambe, lividi di dimensioni e giorni diversi sembrano un testo ben composto ed impaginato sul fisico longilineo e gracile che ho ereditato da mia madre, osservo con stupore che le bruciature di sigaretta qua e là, sembrano fare da punteggiatura al testo rancoroso che decreta la mia inaccettabilità. Claudio pare non accorgersi delle percosse che senza gran successo provo a nascondere vestendo di scuro, coprendo fin dove possibile la pelle. Decido di mostrargli per intera la prosa che subisce il foglio bianco delle mie carni. Lui mi chiede solo perché sono nudo nel suo salotto. Lascerò quella casa la notte stessa e non vi farò mai più ritorno.

Dieci. Solo dieci giorni dopo. Una comunità piccola e ben nascosta mi trova nei suoi vagabondaggi, squatters in cerca di coinquilini m’assoldano per piccoli furti bianchi, ho rubato per anni senza mai sentire rimorso. Il pane è innegabile, come il bene. La cosa più vicina ad un padre che ho mai potuto vantare m’ha insegnato questo e senza alcun rancore m’ha saputo dire addio quando ho preferito conoscerti invece che derubarti. Stupido fattorino part time. Part time Jazzista, a breve maestro ordinario.

Una splendida giornata di sole al di fuori del tempo. Come quella in cui mi chiedesti di venire a vivere con te.

Alfonso Errico

2. Little Dragon – Ritual Union

Data di uscita: 25/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando mia madre annunciò a mio padre che aspettava una figlia usò un aforisma di Wilde: Il matrimonio è una croce così pesante che è necessario la si porti in tre. Quando mio padre ammise di avere un’amante usò pressappoco le stesse parole. Devo dire che quando me lo raccontano ora lo fanno ridendo, all’epoca era roba da piatti volanti e bestemmie trattenute solo da denti digrignati e latrati animaleschi. Eppure, questi ex amanti sono stati capaci di perdonarsi a vicenda e di amare me senza palleggiarmi viziandomi, come capita alle coppie fresche di separazione. Dal canto mio so che per quanto non abbiano in nessun modo cercato di istillarmi sentimenti contrastanti, come il desiderio di accasarsi in fretta, tipico di mia madre, e il libertinaggio ad oltranza, caratteristica questa di mio padre, alla genetica non si sfugga. Per quanto antinomici questi due aspetti sopravvivono ben saldi alla mia persona e nessuno dei due vuole cedere il passo all’altro. Capita perciò che io ami, di un amore intenso ed incondizionato ma che non riesca a trattenere questa passione al perimetro evidente di una sola persona. Di Cesare si diceva che fosse il marito di ogni moglie e la moglie di ogni marito, eppure è stato l’uomo più potente di tutti i tempi. Di me si dice che sono una puttana pazza, eppure non m’aspetto coltellate dai miei ex, che per quanto delusi non possono vantare alcun diritto di rivalsa. A differenza di mio padre amo mettere le carte in tavola da subito, mi piaci ma non per questo sarai l’unico. Ed ogni volta prodighi cavalieri e dame di carità cercavano di spingere questo mio modus gitano verso una via più canonica di visione d’amore e rapporti. Quindi loro sono gli illusi ed io la folle. Ma va bene così, i pragmatici seriosi non mi piacciono, nemmeno i libertini come me m’ispirano. Voglio gli illusi perché loro è il regno dei sogni, e quelli, più della pelle sudata, mi appagano. Ultimamente però provo un piccolo rimorso, mi scopro vampiro in realtà, mi nutro delle aspettative degli altri di un mio cambio di rotta, come se fosse dovuto, come risultante sostanziale del mischiarci un po’. Ma mai, in tutti questi anni, sono cambiata. Mi chiedo se questo quindi non sia amore ad oltranza, ma solo libido decorata da cortesia, se così fosse cosa dovrei fare? Cercare una compagnia più intensa e ingraziarmi solo quella? E se questo fosse l’imprinting modellato dal senso di colpa e non il frutto di un mutamento ragionato? Se fosse la mia parte accasante, di radice materna, a prendere il sopravvento? Se fosse il fumo, che mi distrae mentre quei begli occhi intensi oltre il bancone mi trapassano come lance affilate?

Alfonso Errico

3. M83 – Hurry Up, We’re Dreaming

Data di Uscita: 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ces grand arbres…
di Marco Caprani

“Je reconnais cette forêt.
Ce n’est pas une forêt ordinaire, c’est une forêt de souvenirs
Mes souvenirs.
Cette rivière blanche et sonore, mon adolescence.
Ces grands arbres, les hommes que j’ai aimés
Cet oiseaux qui volent, au loin, mon père disparu.
Mes souvenirs ne sont plus des souvenirs, ils sont là, vivants, près de moi, ils dansent et m’enlacent,
chantent et me sourient.”

Sdraiato sui sedili posteriori di un’auto, mezzo addormentato, fisso la notte.
Agli occhi di Dio questa macchina è una micro machines.

“I’m slowly drifting to you…”

Il rewind di una vita, forse parallela, forse passata… forse non mia.
Eppure, scorre al di là del vetro e scorrono pensieri come bagliori, bagliori come pensieri.
Pare di sentirsi soli come le stelle o in una piazza in silenzio, con milioni di persone attorno.

“Raconte-moi une histoire… and you can jump all the time and everywhere.”

Due righe, butterò giù due righe…
Le disegnai: due righe lunghissime, infinite, ma laddove le parole non hanno fine intervengono l’amore e il silenzio.

“Je regarde mes mains, je caresse mon visage, j’ai 20 ans, et j’aime comme je n’ai jamais aimé.”

Dovrei svegliarmi, disconnesso da me stesso, per comprendere l’“Essere”…
Respiro sorpreso e mi accorgo che sto attraversando cattedrali di suono, marmi bianchi carichi di luce intensissima, vetri scuri e riflettenti, travi d’acciaio enormi, colonne e corpi statuari, albe, tramonti improvvisi… ed alberi… alberi giganti, immensi.
Carezze vocali e occhi infantili si mescolano violentemente con fisicità e massa, epicità e corpo in un mare di lacrime e d’immaginazione.

“…and your mommy suddenly becomes your daddy
and everything looks like a giant cupcake

and you keep laughing and laughing and laughing
nothing is ever quite the same really
and after you finish laughing
it’s time to turn into a frog yourself
it’s very funny to be a frog…”

4. :Absent – Sonorizza il regno animale

Data di Uscita: 04/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Mirmicoleone

Non abbiamo paura del dolore, il dolore, quello vero, non l’abbiamo mai provato. Siamo stati ben coperti durante il freddo, e i morsi della fame non c’hanno mai raggiunti. No, non è la paura del dolore che ci blocca, è la paura che il dolore, quello vero, sia per noi terribile come ce l’hanno sempre raccontato. E per questo, da perfetti animali sociali, prediligiamo la noia, compagna silenziosa, mesta e terribile quanto e più del dolore stesso. Leoni alla mercé delle formiche.

Bonnacon

Siamo indisposti geneticamente alla reazione violenta, anni di exattamento e costruttivismo veicolato ci hanno portato a questo. Derubati della dignità, insultati e vessati. Digrignamo i denti giurando vendetta, indichiamo i nostri assalitori, ne conosciamo bene nomi e cognomi e non meno ci prodighiamo a ripeterli accostandoli alle colpe che gravano sulle loro teste. Ma le mani non escono dagli appartamenti, non cercano la lotta, le dita non si uniscono, non si agglomerano arricciandosi nel pugno catartico. Siamo dita sciolte e sguscianti, scivoliamo sulle tastiere producendo malcomposti testi di blanda denuncia, cerchiamo l’istituzione che possa annichilire l’istituzione. Mentre tutto questo, continuamente accade, i commilitoni meno evoluti ricorrono ai vecchi metodi di mutuazione del potere. Quelli violenti e indicibili, quelli incontrollabili e purificatori, la catarsi dell’autodistruzione che i poveri di spirito possono concedersi per assolvere sé stessi e i peccatori dalle colpe del neoliberismo. E quando riusciamo a metter l’occhio sull’accaduto prendiamo le distanze disturbati da tanta indistinta veemenza. Eppure, a questo punto mi chiedo, troviamo davvero possibile che il potere condanni il potere?

Corocotta

Odiamo i cani, odiamo i servi che gli fanno da padroni. Li odiamo perché sono venuti meno al loro compito di guardie e benefattori, mentre noi, noi siamo qui. Al freddo del mercato, con la fame della sinossi comprensibile. Mercificati i corpi. L’abbiamo accettato di buon grado, c’è sempre stata congeniale l’idea della carne al chilo. Ma, Dio, con che coraggio date prezzo allo spirito, come commentate l’attaccamento al clan, alla bandiera e l’ideologia? Figli dell’atomo e del postideologico, fieri assertori della fine dell’antidogmatismo. Distruggeremo questo presente, perché è un futuro che non ci concerne.

Alfonso Errico

5. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

6. Mogwai – Hardcore Will Never Die, But You Will

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

M’alzo col solito sapore di cenere ed amaro economico, m’alzo lentamente per dare il tempo alla testa d’aggrapparsi al collo e ristabilirsi al posto solito senza rovesciarsi in fastidiose emicranie post risveglio post sbornia post festa da postumi. Le braccia intorpidite dal formicolare continuo, ricco di fitte pungenti ed incontrollabili, sintomo di un collassante sonno scomodo. E lo stomaco. Dio lo stomaco, non c’è mai un buon risveglio, non lo sento elastico e sano da settimane ormai, decide lui se il cibo ed il beveraggio possono restare, al risveglio non vomitare è un terno al lotto. Vomito infatti. Vomito e mi sento meglio, doccia tiepida e ristoratrice, sciacquo la faccia, sciacquo i denti con acqua fredda, freddissima, che meraviglia. È per questo che mi piace tanto il sapore di cenere ed amaro al risveglio, perché assaporo il momento nel quale andrà via, ne pregusto ogni disgustoso sapore, mi inebrio del suo aroma sporco e nauseabondo realizzando che del fresco dentifricio allo xilitolo, che non so neanche cosa cazzo è, lo spazzerà via dalle mie papille gustative, ne annichilirà l’odore sostituendolo con uno fresco di menta scialba. M’agghindo al meglio per affrontare una giornata che sa di primavera ma trattiene il vento gelido dell’inverno, prima di scendere per fare quattro passi noto il cadavere quasi salasso di una bottiglia di amaro e un po’ più in là del pane raffermo lasciato fuori dal paniere da troppo. Li raccolgo entrambi e li metto in una busta pensando che oggi è il giorno ideale per andare a dar da mangiare ai piccoli. Scendo le scale con una certa calma degustando e scandendo gli attimi di attesa fra l’idea e la sua applicazione nel reale, m’immetto in strada e svicolo fra i passanti della città, uggiosi e indifferenti come sempre, presi dalle chiacchiere d’un cellulare o dal silenzio dei propri piedi, che ci sarà di prezioso nelle loro scarpe? Perché le fissano mentre camminano? Sono certo che se glielo chiedessi a bruciapelo nessuno sarebbe in grado di descrivermi i cornicioni dei palazzi che affiancano tornando a casa giorno dopo giorno. Arrivo nel parco cittadino, nei pressi della fontana centrale, mi siedo e caccio dalla busta il pane, lo innaffio con l’amaro e ne strappo piccole palline che offro alla fauna ornitologica locale. I piccioni, specie unica del suddetto ramo nel distorto ecosistema della città, s’avventano avari sul pasto gratuito ed io osservo compiaciuto il loro banchettare. Una bambina, grassa oltremisura, mi si avvicina e mi chiede che faccio, disgustato dalla domanda ovvia quasi quanto dalla dieta pessima che genitori incuranti viziosamente assecondano rispondo che do da mangiare ai miei piccoli. La bambina risponde, i tuoi piccoli sono gli uccelli? No, bambina, osserva bene. I piccioni, col loro veloce metabolismo, il loro piccolo stomaco, il loro proverbiale cervello sbattono a terra drogati dall’eccesso d’alcool, sbattono le ali nella speranza di prendere il volo ma privi d’equilibrio puntano rovinosamente a terra. Vedi, io do da mangiare ai gatti, le dico sorridendo, nel mentre una snella piccola pantera con passo furtivo s’avvicina alle prede facili. Mi giro verso la bambina che fissa sgomenta la scena, terrorizzata dalla visione è immobile, le chiedo, e tu, chi nutrirai ingolfandoti ancora di quelle porcherie? Di chi sarai il lieto pasto, bambina? La bambina mi fissa per pochi attimi e vede il diavolo nei miei occhi probabilmente, io nei suoi vedo una prossima redenzione dall’abuso di zuccheri, mi sta bene. Urla, scappa. Torno alla scena, la gatta trascina per il collo un ei fu piccione verso la base di un cespuglio dove ad attenderla ci sono i piccoli, mi guarda con riconoscenza, la osservo e me ne compiaccio.

Alfonso Errico

7. Stephin Merritt – Obscurities

Data di Uscita: 23/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il blues è la musica del diavolo, non il rock n’roll, non il metal né tanto meno il punk. Lo è per costrizione, all’inizio non voleva far da messo al grande divisore, c’è stato costretto. Costretto dai poteri forti dei padroni nei campi, non capivano le note del pianto, non ne apprezzavano il colore, la densità e i legamenti, non erano fraseggi ma evocazioni sataniche.

Mentre alla penombra del plenilunio, nel candido biancore della luna estiva si immaginava il velo della vergine il padrone delle messi inveiva contro i cialtroni che casinavano invece di dormire.

La mattina dopo, dannazione come fanno la mattina dopo a tirar dritto sotto il sole, bestie incredibili amor mio. Vado a schiantarli magari si placano, diceva così e si slacciava la cinta, ma non un solo maschio venne vergato quella notte, solo una donna raccolse il seme della discordia, sotto la luce placida che non poteva, alla luce dei fatti, essere il velo di Maria.

Piangevano e pregavano il dio bianco, e lo fecero per molto tempo, ma poi, serpe astuta mise il dubbio, che piacere c’è nel servire i bianchi in vita e cercarne la pietà da morti? Dannato lo sarai comunque. E la non vergine mise al mondo il figlio del peccato, lo crebbe in una stalla fredda, scaldato dai porci e dalle capre, che il signore delle mosche comanda bene.

Non lo mangiarono e lui mangiò loro, ne bevve il latte ne assaggiò il sangue e si fece forte all’ombra della coorte che ne nascose l’esistenza, si fece adolescente e uscii solo d’estate, quando il sole lo abbronzava e lo faceva parer nero come gli altri, d’inverno era più chiaro ma viveva da ombra.

Giunse il giorno della genesi al contrario, uccise Abele, tentò Eva e rinnegò il padre, distrusse il creato della terra promessa dal Signore e padrone. Sciolse la genia che lo aveva generato e fuggì in un bayou che pareva il brodo primordiale.

Conobbe donne, conobbero loro i suoi figli e li crebbero in solitudine, e via via si schiarivano fino a parere bianchi. Come il velo della vergine.

Alfonso Errico

8. Battles – Gloss Drop

Data di Uscita: 06/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Aveva degli occhietti piccoli e spiritati, si dice che chi ha le pupille abbastanza piccole da essere visibili in todo sia pazzo, non so se lui lo fosse ma lo sembrava di certo. E poi quello sguardo attento ai particolari più che all’insieme, di un macchinone enorme che vedemmo parcheggiato fuori dal ristorante dove mi portò a mangiare notò solo il graffio sul paraurti e mi disse, lo vedi quello? Significa che ha dato una spintarella al retro di un’altra auto, non c’è segno di vernice quindi significa che era un’auto più alta di questa, probabilmente un’utilitaria. Il proprietario di quest’auto, continuò, deve essere una di quelle persone che preferiscono il principio ai soldi pur avendo più soldi che principi, probabilmente s’è fatto spazio in un parcheggio troppo stretto spintonando le due auto che lo occludevano e se ho ragione quest’auto avrà graffi simili anche sul retro, uno scavato schizzo blu confermò la sua teoria. Soddisfatto mi disse, cerchiamo dentro il proprietario di questo gioiellino su ruote. Come fai a sapere che è qui dentro? Vedi, questo è uno dei ristoranti più cari della città, mi disse entrando, e anche quell’auto lì fuori è un bene di lusso effimero, il proprietario dev’essere uno di quelli che fa soldi e non li fa lavorare. Non ti capisco, che significa far lavorare i soldi? Ti spiego, tutto ciò che fai, non solo acquistare beni, è un investimento, un’auto come quella per un uomo come quello che stiamo cercando è un pessimo investimento, non ha cura nell’utilizzarla né la utilizza per altro se non per guidarla, se fosse stato un signore più povero e parsimonioso l’avrebbe guidata per matrimoni e celebrazioni altrui producendone del netto ricavo per sgravarne i costi. Come mai cerchiamo quest’uomo? Ma per la sua auto, per che altro? Non lo capii ma volli seguirlo, ci accomodammo ad un tavolo e mi disse, hai portato un vecchio giaccone e un portafogli pieno di carte? Sì, come mi avevi detto, ma perché? Poggia il portafogli sul tavolo e chiama il maitre, lo feci mentre lui si spogliava del suo soprabito e poggiava a sua volta il portafogli sul tavolo, all’arrivo del cameriere con aria seccata disse, c’è un luogo dove poggiare i nostri soprabiti o li lasciamo bonariamente sulle spalliere delle sedie? Il maitre notando il disappunto in quegli occhietti spiritati raccolse entrambi i giacconi, il mio ed il suo e li portò al guardaroba che in precedenza saltammo a piè pari facendo bellamente finta di non notare. Questo serve per mettere un po’ di pressione al cameriere, vedendo un approccio indispettito s’approccerà in maniera più servile e cercherà di liberare il nostro coperto celermente per evitare di tenere occupato da piantagrane un tavolo che altrimenti rovinerebbe il mood rilassato del locale, a conferma della sua tesi l’inserviente tornò poco dopo chiedendo se desideravamo ordinare, lui rispose che avrebbe gradito il suggerimento di qualcuno, o meglio di qualche cliente affezionato ma non volendo disturbare nessuno di quelli agli altri tavoli chiese cosa avessero ordinato gli afecionados del locale. Il maitre elencò senza indicare i tavoli dei clienti fissi e fra i vari lui notò quello di un signore che a differenza degli altri aveva ordinato un vino chiaro dal nome impronunciabile per accompagnare un antipasto ed un merlot per un piatto di formaggi e miele. Ordinammo tutt’altro e quando il maitre se ne andò mi disse, abbiamo il nostro uomo, due bottiglie di vino diverse per soli due antipasti, lo spendaccione dal buon gusto che ha parcheggiato qui fuori. Mangiammo velocemente e a metà della cena uscimmo per fumare una sigaretta, passò di fianco allo sconosciuto consumatore che presumeva il proprietario dell’auto e con un gesto fulmineo e invisibile che mi raccontò fuori pescò le chiavi dell’auto dalla giacca lasciata a penzoloni dalla sedia. E se come noi l’avesse lasciata nel guardaroba, allora come avresti fatto a prenderla o a trovarla? Il suo, amico mio, è un regime d’apparenza, doveva far notare che possedeva una giacca cucita a mano probabilmente in una sartoria italiana. Se anche l’avesse messa nel guardaroba saremmo potuti andare a prenderla a colpo sicuro cercando quella che meglio si abbinava al suo completo, mentre diceva questo prese le chiavi dell’auto la aprì e mi invitò ad entrare. Ma se sé ne accorgono? Non lo faranno, i portafogli sono sul tavolo e i giacconi nel guardaroba, loro cercano i nostri soldi e credono che torneremo per riprendere i nostri soprabiti. Mi sorrise mentre lo guardavo stupito, entrando in macchina mi chiese se stava facendo lavorare altro in mancanza di soldi per fare soldi o se in realtà non ne aveva bisogno.

Alfonso Errico

9. Brian Eno And The Words Of Rick Holland – Drums Between the Bells

Data di Uscita: 04/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il poeta di Watedon
di Andrea Russo

Quando viene sera, i palazzi sembrano enormi entità con decine e decine di occhi. Ogni occhio contiene a sua volta dei microcosmi che hanno forme buffe, miserabili oppure patetiche, piatte, pacate nella loro banalità.

Il poeta di Watedon viveva all’incrocio tra Queen’s Road e Hight Street, a soli tre isolati dalla stazione metropolitana. Viveva da solo. Ogni mattina, alle sette e due minuti, usciva di casa dopo aver preso una busta piena di lattine vuote, gettava il sacchetto nel cassonetto più vicino, si recava dal giornalaio, comprava il quotidiano solito e rientrava in casa, leggeva, si metteva a dormire. L’ultima notte fu poco florida dal punto di vista creativo; aveva buttato giù solo qualche pagina. Dal marzo di quell’anno era impegnato nella stesura del suo primo romanzo; fino ad allora era riuscito a farsi pubblicare solo una manciata di raccolte poetiche e due di racconti. Il romanzo lo avrebbe intitolato Drums between the bells. Gli piaceva la forma di queste parole messe insieme.

Una mattina, una delle solite, si respirava un intenso odore di terra e gomma, in città. La pioggia notturna aveva in qualche modo alleggerito quel pesante manto di smog dei giorni precedenti e il cielo terso donava al mondo una placida leggerezza. Il poeta di Watedon rientrò in casa e, come al solito, cominciò a leggere il quotidiano, ma un senso di costernazione gli strinse il cuore e lo distolse da quella lettura abituale. Quasi si vergognava di quella tranquillità consueta, di quei giorni che passavano indifferenti aspettando delle intuizioni che lo spingessero a sedersi al pc e battere sulla tastiera parole e parole. Per quanto tempo ancora avrebbe avuto la forza per immaginare vite che non erano le sue? Nei mesi passati c’era ancora speranza, la sera. Quando i grandi palazzi aprivano i loro occhi gettando luce sulle strade, il poeta di Watedon si sentiva parte di quelle strade e le storie gli bussavano in testa, anzi, entravano senza permesso. E lui, attraverso il filtro delle sue dita, li trascriveva in prosa. Ora, tutto questo si faceva sempre più raro; non osava restare sveglio la notte.

Erano da poco passate le undici quando uscì di casa per recarsi alla stazione della metropolitana. Come faceva spesso, si era portato dietro alcune delle ultime pagine che aveva scritto. Era solito rileggerle col sottofondo dei passanti, migliaia, che affollavano la metro: chissà gli venisse in mente qualche correzione da apportare. A un certo punto notò una figura sghemba, con la barba lunga e irsuta, pochi capelli e con in mano un violino che sembrava ridotto davvero malaccio. Notò solo in un secondo momento che il tizio era cieco, c’era un cane che gli scodinzolava attorno.
Il cieco si sedette dove meglio poté e cominciò a suonare una melodia moderna ma al tempo stesso malinconica. Il poeta di Watedon non aveva mai ascoltato qualcosa di simile, forse il cieco stava addirittura improvvisando.
Fu così che finalmente capì cosa mancava a quelle pagine che rileggeva e rileggeva ma sembravano le solite quattro cose scritte senza profondità. Mancava la musica!
Decise allora di avvicinarsi al musicista cieco, senza chiedergli nulla cominciò a leggere ad alta voce qualche pezzo tratto dal suo romanzo. Leggeva e sentiva che le sue parole si arricchivano di nuova forza, le sentiva più potenti, più argute. Quel violino stava facendo miracoli. Lesse, quasi urlando: “Life doesn’t start with a title, The One Man Show” e i suoi occhi si infiammarono e pensò con un pizzico di modestia di non aver mai scritto qualcosa di così vigoroso. Alcuni passanti cominciarono a fermarsi incuriositi. Durante le pause, alcuni accennarono persino un timido applauso che man mano si fece sempre più convinto. Il musicista cieco sorrideva. Le parole si sposavano perfettamente con la musica, il lamento stridulo dei treni in frenata, i passi frettolosi della gente disinteressata, il brusio degli altri intrigati da quella esibizione improvvisata.
Il poeta di Watedon, allora, pensò bene di rendere partecipi della performance alcuni tra i passanti, così, casualmente, diede loro alcuni fogli. C’erano una ragazza sudafricana, la receptionist della palestra in fondo alla strada, il commesso di un negozio di scarpe italiane. Essi cominciarono a leggere ma non uno alla volta. Ognuno leggeva il pezzo che gli era capitato.
Quello che si andò a creare fu un vorticoso effetto di esaltante confusione.

10. Giulia y Los Tellarini – L’Arrabbiata

Data di Uscita: 15/05/ 2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando immaginavo le coste andaluse non le avrei mai pensate fredde, eppure l’inverno arriva anche qui e il sole spira veloce nel meriggio di Dicembre. Ma il giallo caldo artificiale del nostro piccolo appartamento ospitale taglia di netto fuori i fulmini, il vento e l’umidità ricca di sali sublimati dal mare mosso. Resistiamo accoccolati l’uno all’altra, come gatti pigri sul motore borbottante di un vecchio macinino. No, non è un motore, è il caffè che bolle nella moka e inebria l’aria di un denso aroma. Ricordi quando ci conoscemmo? Tu in Erasmus ed io fuori corso. Eccitata dai nostri costumi mi chiedevi del caffè sospeso, della banca del mutuo soccorso, dei pomodorini pachino. Io, disilluso dalla favola socievole ben raccontata all’estero ti spiegavo costumi e cortesie di un ambiente solo apparentemente ospitale. Mi guardavi come fossi il cinico professore che disillude l’alunno astigmatico che sogna la carriera di pilota, come una bimba che vuole ancora credere in babbo natale, come quando con parole non mie ti dissi che un amore a distanza è impraticabile e doloroso.
Finì il tuo periodo di permanenza, finirono i miei esami. Dovevi partire, dovevo lasciarti. Lo feci da uomo, o da stronzo come m’additasti. Settimane di contrizione ed un campanello che suona poco dopo in Antequera. Aldilà dell’uscio c’ero io, aldilà dell’uscio c’eri tu. Due metà che si guardano allo specchio. Di cosa vivremo spiantati come siamo? D’amore e illusioni, mi rispondesti sicura. Ed il cinico professore volle sentire la teoria della bambina su come Babbo Natale consegna a tutti i bambini buoni quello che chiedono. Da astigmatico  gli aerei non posso guidarli, ma un amore internazionale e le competenze da cameriere acquisite negli anni del non studio m’hanno permesso facilmente di diventare stuart. Tu non fosti da meno, mediatrice culturale per altri innamorati che giungevano sulle sponde iberiche per una metà o per il pane. Abbiamo resistito al freddo altero delle disillusioni, c’è andata bene, ora non c’è altro da fare se non attendere l’arrivo dell’estate accoccolati l’uno all’altra immersi nell’aroma del caffè.

Alfonso Errico

2 Responses to “Top Ten 2011 – Alfonso Errico”

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