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Top Ten 2011 – Marco di Memmo

1. Testbild! – Barrikad

Data di Uscita: 17/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Franz fu schiacciato dall’amore come tra due buoi muschiati in carica.
Le sue viscere furono mandate in giro per l’universo, che come tutti noi sappiamo, è mosso dall’amore.
Mentre il grano si donava agli uomini nella meraviglia dei suoi millenari chicchi, un ragazzo donava al suo sistema solare tutta la sua materia. Metamorfosare il proprio amore-vita  umano in amore-vita universale. Era un po’ come la sua idea di vita, come il primo principio della termodinamica nella sua visione deistica.
Franz non era del tutto ateo, aveva la sua mistica particolare, aveva sognato la morte, la profonda disperazione e subito dopo la profondissima estasi e da allora cominciò a leggere tutti i testi sacri e antichi. Franz, con sommo sforzo di onestà intellettuale, sapeva di essere un romantico, un surrealista che spesso, tra follia e gioia, confondeva sogno e realtà nella meravigliosa formula di Breton della surrealtà.
Franz aveva le sue crisi trimestrali, il suo caos mentale, la “sovrapproduzione di pensieri “, la teoria degli strumenti magici, la dicotomia asceta/balordo, la teoria del “relativismo sentimentale”, soffriva per la postmodernità, predicava la gioia di vivere: tutto ciò non fece altro che alimentare la sua esplosiva nuovissima sensazione,  quella di sentirsi gli organi catapultati in cielo dall’amore.
Franz viveva spesso, con grande disapprovazione della collettività, in quella che lui da poco chiamava “l’enorme meravigliosa placenta di mamma Idea” e poi cercava di esprimere, con migliaia di mezzi diversi, quello che provava in quella placenta, dal mondo delle idee a quello delle cose.
Franz immaginò un giorno che tutte le onde sonore, una volta esaurite, andavano a dormire nel fondo dell’oceano, e che quando tutte le onde sonore, dopo migliaia di anni di umanità, si fossero risvegliate, sarebbe scoppiato il mondo.
Franz dava enorme importanza al silenzio e alla Luna, e quando la luna era crescente, si sentiva salire sotto le costole l’alta marea che spinge gli esseri umani e tutti i viventi avanti nel tempo.
Franz si innamorò di Marta e cominciò a rotolare. Si baciarono anche se non dovevano, si sentivano leggeri e sereni, ma la realtà era diversa e quello era solo uno di quei felici e ripetuti abbagli.
Franz non dormì per due notti, poi si cominciò a mettere l’anima in pace, tutti i libri letti non erano valsi a calmargli il cuore, a dargli una soluzione, e così passò una settimana in confusione.
Franz aveva un’incredibile dote: fare sempre la scelta sbagliata, diceva di dover fare un film sulla sua vita “l’abbaglio sbagliato”, ogni volta che si trovava di fronte a una scelta aut-aut cadeva rovinosamente in errore, che poi però ogni tanto andava in suo favore.

A breve Franz sentirà di nuovo la voce di lei e catapulterà ancora i pezzi del suo organismo nella galassia lattica; perciò si è fatto dare una pietra dallo zio, per allontanare a martellate, col sudore i muscoli e lo scalpello, questo pensiero che si profonde nella sua mente come fumo d’incenso.

Eppure anche quando scaricherò la mia forza sulla pietra, quel pensiero non andrà via.

Marco di Memmo

2. Radiohead – The King of Limbs

Data di Uscita: 18/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

The Aroma of Tea
di Giulia Delli Santi

Sono infermiere al Leavesden Mental Hospital e ho sempre amato il mio lavoro.

Mia madre voleva che diventassi medico, però dopo tre anni di studi ho cominciato a mostrare strani sintomi: perdita di entusiasmo, frustrazione, apatia. Il medico, riflettendo sul mio stato emotivo, decide di somministrarmi il Maslach. Risultai essere un soggetto intimamente burnout; così, in pieno esaurimento emotivo, decisi, in alternativa al suicidio, di abbracciare uno stile di vita meno faticoso, soprattutto di sciogliermi dalla morsa di quel nodo scorsoio che era il rapporto con mia madre. Naturalmente lei si oppose con vigore perché io non lasciassi gli studi di medicina. Evidentemente non aveva capito quale fosse l’alternativa. A dire il vero, non credo di averglielo mai chiesto.

Del mio lavoro amo il rapporto con i pazienti. S’incontrano nature interessanti in una clinica psichiatrica: dai meno articolati ossessivo compulsivi a disturbi profondi della personalità.

Una mattina il capo reparto, m’informa dell’arrivo di un nuovo paziente. “Difficile” mi viene detto. Noi operatori abbiamo un codice che ci permette di distinguere a prima impronta quale tipo di comportamento è necessario adottare con un paziente di cui ancora non si conoscono le particolarità patologiche, così da essere sempre preparati.

Effettivamente mr. Megpie si rivelò essere una persona con forti disturbi dell’umore: era capace di passare da violente crisi d’isteria nevrotica al più totale disinteresse per ciò che lo circondava. Di lui si diceva che in un’altra vita fosse stato un prestigiatore e che sia andato fuori di testa dopo aver perso il coniglio nel suo cilindro. Ne ero assolutamente affascinato.

“Good morning Mr. Magpie
How are we today?
Now you’ve stolen all the magic
And took my melody “

Emblema dell’innocenza, il suo camice bianco che chiamava notti di sogni dai risvegli tormentati. Non aveva alcuna colpa. Mi spiegava che la vita è il gioco di un abile illusionista che ti scivola in gola e radica nel tuo vuoto. Ma lui sapeva come liberarmi dal grande peso del vizio, diceva, e che sarebbe stato come cadere dal letto dopo un lungo sonno.

Tutti eravamo a conoscenza delle pratiche coercitive sottoposte ai pazienti dal team medico. Erano considerati test necessari: elettroshock, somministrazione di psicofarmaci senza alcuna norma. Abusi li definirebbero sostenitori dei diritti umani, ma non avevo avuto la forza di oppormi fino a quel momento.

Mr. Megpie  muore in un indifferente febbraio per attacco cardiaco, ma le informazioni sulla cartella clinica erano frammentarie.
I miei avvocati sono scettici rispetto alla volontà d’istanza che ho promosso, in ogni caso ho ottenuto il congedo dai miei compiti dall’istituto, come richiesto. Mia madre naturalmente si è opposta con vigore perché non lasciassi il mio posto di lavoro. Evidentemente non aveva capito quale fosse l’alternativa. A dire il vero, non credo di averglielo chiesto.

Spalancare la bocca in un universo di sospiri è ciò che mi tiene in vita, come un pesce nell’acquario dopo la rottura dell’incantesimo.

Slide your hand, Jump off the end. The water’s clear and innocent.

3. Il rumore del fiore di carta – Lesson 3 / How to Live Without Senses

Data di Uscita: 21/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Com’è difficile vivere con i sensi amplificati, espansi, esposti e delle volte anche reificati.
Penso al lama Teshoo e a Kim che vanno alla ricerca del fiume della purificazione, della beatitudine, tra donne, contadini, assassini, superstiziosi e santi. Penso all’Himalaya incantato dal ritmo silenzioso delle nevi, penso alle antichissime ma giovani montagne, rifugio di asceti, di misantropi fuggitivi. Noi selvaggi addomesticati abbiamo sempre il pensiero volto alle montagne dove gli uccelli volano da soli o in due, dove un branco di lupi percorre il bosco con la stessa grazia di un balletto russo e gli stambecchi saltano tra le rocce come se fossero cuscini.

Qual è la lezione terza? Qual è il suo scopo? A cosa porta vivere senza i sensi?
Il Nirvana, il Nulla, il vuoto assoluto, che per gioco dei significati, è il pieno assoluto, il Tutto, la comunione estrema con tutte le creature, con la Vita, quella universale, quella a cui l’essere umano ha dato decine di diversi nomi.
Annullare i sensi per tornare a sentire, forse è questa la terza lezione, abbandonare per poi ritornare, essere sospesi per tornare a sentire il desiderio del contatto.

I sensi, più che dai loro meccanismi interni, dipendono da ciò che devono appunto sentire, dal loro fine, e forse anche noi non dipendiamo da noi stessi, ma da tutto ciò che ci sta intorno, che tace, che ha colore: il nostro fine è l’esterno, è l’altro, e per questo potremmo uscire da noi stessi e unirci totalmente col mondo, seguire la lezione terza, “how to live without senses”.

Quando ero uccello non ci pensavo.
Arrivava il freddo e sentivamo il bisogno di partire; le rotte erano già dentro di noi, le vaste regioni che dovevamo sorvolare erano già state impresse nella nostra memoria, le valli, i laghi, le colline, le maestose montagne erano già dentro i nostri occhi, seguivamo la bussola interiore, con un’arcaica coscienza, senza pensare se fosse merito del criptocromo.
Andare avanti leggeri, vivendo senza sensi, sentendo già tutto.

E così sia.

Marco di Memmo

4. Tinariwen – Tassili

Data di Uscita: 30/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

I popoli erranti nel deserto cantami, o Musa,
che avvolgono le loro teste in metri di veli
e vagano evocando Allah tra le dune.

Lo spirito del blues si è incarnato nel deserto, vagando tra montagne di sabbia, è disceso tra gli uomini blu e i loro dromedari. Così è stato deposto il kalashnikov e sono state imbracciate le chitarre. La nota blu è entrata delle teste dei Tuareg avvolte di tessuto blu, nero o bianco.

Dall’Africa siamo venuti e in Africa torneremo.

Perché tutto il mondo sarà Africa, ma soprattutto sarà Musica. Canteranno insieme il pescatore dell’Alaska e l’aborigeno dell’Australia, batteranno le mani sullo stesso tamburo; la balena della Groenlandia e la balena franca australe sintonizzeranno i loro ultrasuoni facendo penetrare le onde sonore in tutto ciò che vive, dall’estremo Sud all’estremo Nord del mondo, scontrandosi in gioia al centro del mondo, dove vaganti nel grande Sahara, i berberi fanno tornare in Africa la musica dei giganti neri del Mississippi.

Dove c’è movimento c’è Musica, ma dove non c’è movimento c’è Silenzio, amante ancestrale della dea Musica, oscuro protettore delle note, mentore del ritmo.

Alziamoci da terra e intoniamo il nostro coro col vento, diventeremo talmente leggeri da saltare sui granelli di sabbia; voliamo su corde di chitarra tra un’oasi e un’altra, guardando i dromedari liberi che corrono, di una corsa che sembra quasi una danza.

I suoni riuniscono tutte le loro religioni in un unico grande credo, la Musica, grande madre monoteistica, che non ha terre, viaggiando su tutto il pianeta e oltre, raggiungendo le frequenze rumorose di tutti i sistemi solari, di tutte le galassie nell’intero universo, nella meravigliosa bellezza dell’Armonia che mai è nata e mai morirà.

Marco di Memmo

5. Explosions in the Sky – Take Care, Take Care, Take Care

Data di Uscita: 26/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Un inizio gitano, un inizio a passi di flamenco, che ha straziato il cuore con artigli di tristezza, come diceva il poeta, ma poi lo ha allietato come un albero che si riveste delle proprie foglie. E un bacio fugace è capace di farmi impazzire per una settimana, soprattutto se me lo dà una pazza.

Ho scritto il tuo volto in un angolo di Luna, perdonerai il mio cuore distratto, regina di tutti gli alberi e degli animali? Io sono la bestia ferita che da te trova riparo, sotto il tuo sorriso, sotto la tua primavera tenuta a freno, sotto le tue certezze di carta, si rifugia l’aquila dalle ali stanche.

“Dio è come una stazione” ha detto il santone ubriaco, segui questa lezione, abbandona l’inverno e vieni definitivamente da me.

Il proseguimento poi? Non è un flamenco, ma il pianto e il riso della chitarra, il suono sottile delle montagne, le note della mia testa metamorfosata.

Vorrei rimanere così. Attirando il tuo amore veterinario sul mio corpo di bestia semi-domata, che alle prime lotte si è tenuta un po’ in disparte e si è ferita lo stesso, che è alla ricerca continua, che ha la mente sospesa tra il desiderio e il vuoto, tra la vita e la luce.

Tutto suona, tutto è in continua vibrazione, sta a noi creare le armonie, far danzare le note fino a farle diventare musica. E ogni parola è ripetuta due volte, e ogni cosa perduta si recupera, e ogni cosa cambia forma: tu sei la farfalla, che divenuta polvere, si è posata sul terreno ridiventando fiore e io sono l’ape, che volerà di creatura in creatura e muterà anch’essa.

Correrò per liberarmi, starò seduto per muovermi meglio, chiuderò gli occhi per vedere il mondo, starò tra i campi per sentirmi a casa e la mia casa sarò io libero da me.

Sorridete.

6. Hauschka – Salon des Amateurs

Data di Uscita: 11/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Le mani vitree  volteggiano sui tasti eburnei talmente repentine che non si ha il tempo di vederle affondare e rialzarsi. Le note partono velocissime sulle corde vibranti per finire ad impattarsi violentemente sulle viti e sulle lamelle inserite fra l’acciaio armonico ed il rame.
Un colpo al nero ed uno al bianco; poi ancora al nero e di nuovo al bianco: il pavimento a scacchi del Salon Des Amateurs è un gigantesco pianoforte da suonare tenendosi per mano e danzando frenetici.

Annachiara Casimo

7. Nils Frahm – Felt

Data di Uscita: 07/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Questo caos metodico, stormo di pettirossi.
Volgiti dentro di me e troverai la tempesta, battaglioni di violini che sbalzano dal pianissimo al forte.
Si chiama disordine ortogonale, confusione geometrica.
Ottobre – novembre, tempo di migrazioni; questa mia anima accidiosa deve volare verso posti caldi:

Io voglio il freddo pungente
che calmi il mio fuoco interiore
voglio le pagine dei libri
come suoni di gioia
che distolgano l’apatico
dall’amorosa morte.

Abbiamo sbagliato a rincorrerci in questa maniera, pensando che l’Antartide fosse un luogo per soli bambini, abbiamo fatto bene a mischiare i nostri corpi nelle notti d’estate, anche quando l’estate non sembrava ancora finita.
I figli del Sole non possono morire nel buio
i figli dell’ombra non possono perire in un abbaglio
Bernstein e Gould non poterono più suonare insieme.

Marco di Memmo

8. A Winged Victory for the Sullen – A Winged Victory for the Sullen

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ABBANDONO

All farewells are sudden

Lui, steep hills of vicodin tears.

Non ricordo sussurrava ai passanti, volti lividi segnati dalla coltre di una nebbia perpetua.
L’uomo avanzava lungo il fiume inseguendo l’argine fin dove non vi erano più case, solo qualche voce ovattata sospinta da una barca e lo sciabordio del remo che distante sfibrava la superficie.
L’aria madida colava sui capelli già scarmigliati, la barba grondava brinosa e gli stivali sgretolavano il sentiero. Avrebbe solcato un pantano tra le lacrime degli alberi ammutoliti a fissar i pori della terra grumosa.
Non ricordo–mormorava, ancora, sfiorato da passi estranei -– pesanti e infangati dalla vita – piegandosi stanco coi palmi delle mani sulle ginocchia e la lingua a rimescolare la saliva calda.
Insegue fantasmi, fantasmi di rugiada e resina tra le scorze dei tronchi di pioppo, avrebbe pensato il contadino senza volto di ritorno dalla campagna.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il greto del fiume ritiratosi silente.
Tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio di giada intagliata -– e ricordò il giorno in cui lei glielo fece scivolare sulla tavola – e sul fondo si rincorrevano, scosse da un leggero tremito delle mani, un paio di pillole che ingoiò avidamente, poi ghermì una sigaretta ma non l’accese, l’avrebbe accesa più tardi. Si rannicchiò tra le foglie e la rugiada a mirare la cresta del fiume che inghiottiva la città, e tese l’orecchio ai ciottoli e la fanghiglia, e il silenzio incrinato dal fischio inatteso di un treno.

Lei, a symphony pathétique.

Una donna si mise alle spalle la porta di casa: scese in fretta i gradini che la separavano dal giardino e varcò la nebbia con la sua consunta valigia di cartone. I tacchi affondarono nel mattino senza sole per guadagnare una nuova vita forse, poi il cancello cigolò.
Non era forse il rumore della nostalgia ?
Il rombo di un motore crebbe lento e s’arrestò davanti alla villa. Una piccola targa luminosa rosseggiava vaporosa sulla cappotta bianca e il conducente a testa bassa lasciò cadere una parola afferrando la valigia e sistemandola nel portabagagli. La donna agile s’era già adagiata sui sedili posteriori percorrendo ansante le pieghe della lunga gonna e dal finestrino appannato spiava l’uomo che aveva amato, distante, in piedi dietro i vetri di una finestra.
Alla stazione soffiò e l’auto si mosse.
Era ormai da tempo che aveva preso la decisione. Aveva anche atteso a lungo, troppo a lungo si disse.
Gliel’aveva sussurrato in un orecchio mentre i loro corpi erano uniti e imploranti tra le grinze delle lenzuola, così il dolore era stato lenito dal piacere, non l’aveva assalito di colpo, ma solamente stordito per laceragli in seguito il cuore. Ma anche il suo non aveva retto.
Le ruote macinavano l’asfalto adesso e il sentiero sterrato che squassava l’auto e fendeva i pensieri era un ricordo distante.
Il conducente nascondeva gli occhi dietro delle lenti scure e spesso curiosi vagavano oltre, sullo specchietto retrovisore, fissandosi sulla sagoma che affiorava dai fari scialbi delle auto in coda. Capelli biondo cenere, occhi che parevano delle fessure grigie, labbra sottili e pelle molto chiara che si screziava di un impercettibile rossore sulle guance. Era bellissima, una sirena si disse.
Stringeva tra le mani un telefonino, quando il display s’era improvvisamente illuminato rischiarando il volto precipitato nella penombra, piangeva.

Ho paura di dimenticare il tuo volto, la tua voce, il tuo modo di camminare e d’inclinare la testa quando rifletti, e il tuo sorriso, le tue labbra morbide, il tuo sapore ancora addosso che già non ricordo.

La mano svuotata d’ogni forza vitale s’aprì e il telefono scivolò nella borsa, quando l’auto decelerò e si accostò lungo la piazzola dal perimetro giallo.
Quando chiuse dietro di sé la portiera e la vita la investì in pieno volto senza avvisaglie, sentì una mancanza toglierle il respiro e il vuoto scavare avidamente nello stomaco. Non avvertì il peso della valigia, né il lastricato del marciapiede e la sua voce e quella dell’uomo della biglietteria.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il pavimento della stazione.
Col fazzoletto tamponò le scie nerastre che rigavano il volto in un tremito riflesso del piccolo specchio da borsa, quando lo sferragliare brumoso del treno divenne sempre più opprimente e salì, salì inghiottendo lo sbadiglio inguantato della donna ricoperta di piume e gli sbracci alieni del capostazione e l’alito caldo delle bocche dischiuse degli amanti che incrinavano il freddo dicendosi a presto.

Gianfranco Costantiello

9. Laura Veirs – Tumble Bee: Laura Veirs Sings Folk Songs for Children

Data di Uscita: 08/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le api hanno certamente tramandato la bibbia, di fiore in fiore l’hanno tramandata col colore mutevole del volo. Poi i grilli coi violini hanno aggiunto leggende, storie e racconti sentiti nei molti secoli in cui l’uomo aveva sviluppato la parola.
Poi tra marionette e bambini urlanti siamo andati avanti, per millenni, ed ora siamo tutti qui, sette miliardi, ognuno con il suo dio e senza il suo dio, ognuno un po’ bambino e un po’ marionetta, in cerca di un cioccolatino o un po’ di semplice affetto. E mi viene in mente il sofferente Neil Young che canta “a man needs a maid”, ed ha ragione, ha incredibilmente ragione.
Dopo ci mettiamo a letto e lì, esattamente lì, si divide la schiera dei bambini: c’è chi ha bisogno d’amore per dormire, chi ha bisogno di parole, chi ha bisogno di calore, chi ha bisogno di pensare, chi per pensare non riesce a dormire e chi si addormenta subito (ed è il più bimbo di tutti).
E non si può tacere sui sogni: la più antica e immateriale forma di arte di sempre, il sogno, potente padre di gioie, di inquietudini, di consigli, di dimenticanze, di amore, di stravaganze. I sogni sono le più belle, poetiche cangianti forme di allitterazioni della storia dell’umanità.
E ditemi un po’ compagni miei, chi si ritrova a scrivere di umanità non si ritrova a scrivere di sogni? E dai sogni ai bambini e ci si ritrova bambini, e chi sono i bambini se non prototipi ingenui di poeti? C’è immensa e dolce poesia nella fantasia infantile.
Per Petra, saggia selvaggia di cinque anni, si possono scacciare le nuvole con gentilezza e se un nonno muore, l’altro diventa immortale, per lei un ventaglio è una matita, un pennello, una scopa, una bandiera, un bastone e una spazzola.

Perché? Perché? Perché?
Nel bambino c’è l’animo del mago ma anche quello dello scienziato, l’irresistibile voglia di conoscere, di affacciarsi alla vita sporgendosi pericolosamente, volendo analizzare ciò che è più vicino e desiderando quello che è lontano.
Bambino e ape, antichissimi tramandatori della verità, sono tra ciò che di più sacro c’è nel nostro mondo.

Col banjo, l’ukulele e il mandolino,
col lupo, la farfalla e l’uccellino,
faremo un’orchestrina fantasiosa,
che renderà la vita più gioiosa.
Andremo per le piazza e per le strade,
per le campagne belle e le contrade,
faremo cantar tutti, trallallà,
daremo al mondo la felicità.

Marco di Memmo

10. The Caretaker – An Empty Bliss Beyond This World

Data di Uscita: 15/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ultimo party sulla luna
di Gianfranco Costantiello

Il pianista pigiava i tasti bianchi e neri, serafico tra attimi di silenzio e scricchiolii sotto la luce lattiginosa, la sigaretta sospesa sotto i baffi sottili e i capelli gelatinati spazzolati all’indietro. In abito argenteo si cullava sul sedile in pelle, mentre le scarpe lucide scomparivano scivolando sui pedali d’ottone svigorito. La musica incideva sul suo volto smorfie e sorrisi e ammiccamenti rapidi agli invitati che ballavano stretti stretti nella pista.
Cappelli a cilindro, guanti e orecchini d’opale e abiti con coda, frac, mantelli e tabarri di raso si sfrusciavano concitati nell’aria che sapeva ancora d’estate, quando dall’oscurità si levò il suono di una tromba. Sotto il lucore alogeno apparve il volto carbone del trombettista che faceva ingresso in scena inchinandosi agli applausi scrosciati al vibrato lontano e metallico. Chiudeva gli occhi, si gonfiava e pencolava sui tacchi in una danza blanda e languida, mentre le sue dita scorrevano elastiche sui tasti luccicanti.
Sorseggiavo del whiskey al bar e miravo il nugolo di gambe, percepivo i fruscii delle buone stoffe, gustavo i profumi sofisticati e di traspirazione corporea levigati in un movimento compatto e naturale, senza ancoraggi, in balia di una marea impalpabile.
Tutto si muoveva all’unisono.
Tranne me.
E lei.
Boccoli d’oro raccolti, figura slanciata su tacchi appuntiti e immacolata nell’abito rosso cremisi venne a sedersi proprio a due sgabelli dal mio. Da principio il suo sguardo fu assorto nello specchio, oltre le bottiglie di alcolici, mentre con una mano ravviava il lungo ricciolo di capelli sfilatosi sul volto. Poi con voce flebile ordinò un cognac e lasciò cadere un breve sguardo e un sorriso furtivo che rovesciarono il mio animo: sentii il sangue fluire rapido nelle vene, sprizzare in ogni angolo del corpo, affondare un colpo decisivo nella testa. Una pressione mi spingeva verso l’alto, quasi a perdere contatto con il suolo, con la realtà.
Un doppio cognac dissi placido al barman calibrando la mia voce. Sollevai il bicchiere verso la giovane sconosciuta, lei fece altrettanto fissandomi distante con gli occhi azzurri che irradiavano di bellezza tutti i pori della mia pelle. Bevemmo.
Il pianista catturò gli sguardi febbricitanti dei danzanti e anche i nostri alzandosi in piedi. La sua sagoma argentata brillava e abbagliava l’orda ansimante che rideva alle sue battute e lui ringraziava ringraziava e tirava una boccata di fumo e parlava ancora. Poi tranciò l’aria tendendo la sua mano in direzione del trombettista e disse Mr. Armstrong tra i fischi d’approvazione e l’agitarsi delle mani e l’omone nero imbalsamato in un gessato grigio sorrise timido e cortese alla folla acclamante dicendo grazie con voce arrochita.
Ma all’improvviso gocce d’acqua gelate investirono la mia fronte, poi una mano e i cappelli perdio, si fecero più insistenti fino a cadere scandite da un metronomo invisibile. La folla festante si dileguò in un fragoroso tramestio sotto gli ombrelloni già affollati da quelli che erano rimasti seduti a bere e a parlare d’affari e a fumare lunghi sigari importati dalla Terra. Il pianista spense la sigaretta e coprì con un enorme telo rosso il pianoforte, mentre il signor Armstrong chiuse nell’astuccio la sua dorata bambina, non prima di averla lucidata incurante e sorridente con un panno di lana.
Sgattaiolai oltre la siepe dove sporgevano i rami curvi di un imponente albero d’argento. Avevo percorso rapidamente il breve sentiero con la donna sconosciuta, senza che me ne accorgessi prima di ritrovarci appaiati ai piedi dell’albero con il naso all’insù: le nostre mani si erano sfiorate nell’oscurità, i calori dei nostri corpi fusi nella trepidazione alla ricerca di un riparo. Guardava dritto davanti a sé con il capo leggermente reclinato all’indietro e la schiena inarcata contro il tronco, così innocente e ingenua nel suo profilo candido e felino, e mi franava dentro in pensieri amorosi. Furono intensi attimi dilatati come la progressiva espansione di una gigantesca bolla di sapone soffiata da un refolo distante e sibillino.
Presto però la pioggia cessò di cadere e la donna si mosse, mentre io rimasi pietrificato tra le grinfie dell’austero albero. Avrei voluto afferrarla per un braccio, dirle aspetta, e imprimere le mie labbra contro le sue, invece ogni suo passo fu una silente e fredda stilettata al mio cuore. Affondava i tacchi sul selciato sospinta armoniosamente dalla musica che era ricominciata a suonare. Ipnotica, una tromba s’era librata, come un battito d’ali di farfalla, nell’aria rappresa e imperlata, riaccendendo la calca giuliva.
Sentii il mio cuore decelerare e il battito ristabilirsi, scuotere una molla interiore rimasta inceppata alla vista di quella femminea bellezza che non aveva nome.
Vagai tra zaffate di vestiti roridi e pungente odore di balsamo, ma non la trovai. Era scomparsa. Dissoltasi nella notte.
Sentii la fronte raggelarsi, le tempie pulsare dalla delusione e gli occhi inumidirsi di rabbia. Avvilito ritornai al bar. Un cognac dissi con voce opaca al barman, senza sedermi, cercando di nascondere i cocci del mio cuore infranto. L’uomo mi attraversò con un patetico sorriso di complicità maschile, una posa di falsa consolazione, e io ricambiai amaro, distolsi lo sguardo e disperato ingollai il bicchiere.
La Terra lontana mi pareva avvolta da un’aurea cristallina e prodigiosa e un sentimento di nostalgia inondò il mio corpo inerte. Rimasi impalato a mirare quell’affascinante palla cianotica mentre una forza oscura cresceva nel mio animo e mi diceva di andare. Andare via. Forse era finito l’agognato sogno lunare, forse, dopo anni di dolce vita, era davvero giunto il momento di tornare a casa.

Nuvole isolate e tremule al vento si sfioccano, mentre conquisto le stelle da un’altra angolazione e, lasciandomi alle spalle i respiri e i silenzi della mia casa, ammiro il plenilunio d’alabastro infrangersi contro le persiane, una vuota felicità oltre questo mondo.

2 Responses to “Top Ten 2011 – Marco di Memmo”

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