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Archive for dicembre, 2011

Caso – Tutti dicono guardiamo avanti

D.d.U. 12/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Prendeva fuoco il mio laboratorio di coraggio, nitroglicerina e in un istante scoppia tutto.
Avrei dovuto accendere passioni, senza demolire ambienti di sentimenti e camere di emozioni.
Ma soluzioni estreme mai, comincio tutto e lascio a metà.
Il quadro, il libro, la palestra, l’università.
Ti amo, a sentirtelo dire, che felicità!
In questa danza delle possibilità tutti dicono: “guardiamo avanti”, ma non riesco a concludere la coreografia.
Nessun passo nemmeno verso te.
Le mattonelle blu, non ci sei più.
Forse siamo troppo fermi e quando apro la finestra sei triste e mi dici che vorresti andare al mare.
E ti ci porto, al mare.

Proviamo a spingerci oltre i palazzi: è una vita che aspettiamo un cambiamento.

Quell’appartamento proprio non ti piaceva.
Quest’inverno non ci sarà la neve a nasconder le cose.
Ho composto una canzone. Cantala con me.

Ilaria Pastoressa

Bianco – Nostalgina

D.d.U. 01/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Vedo dove vuoi arrivare anche stasera.
Il vinile gira ancora, non è una vecchia cantilena.
La candela muore, gli accordi si infittiscono, l’orgasmo non è unico.
Mi piace il temporale, la tempesta; fuori piove.
Come stavamo, prima?
Di cosa parlavamo quando parlavamo d’amore!?

Sono io il poeta senza poesia, il musicista e il paroliere che dei suoi testi non fa tesoro.
Ma sarebbe un sogno mantenere un figlio con il rock. Avere una famiglia sana ed uno stereo. Vivere in un mondo magico, con Marco Carta benzinaio e in classifica Josh Homme.
Presente, son presente io, da sempre.
Assente sei assente.

Ilaria Pastoressa

Brunori Sas – Vol. 2, Poveri Cristi

D.d.U. 17/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ti ricordi quel giorno Luisa? Cosa ti ho detto quel pomeriggio quando sono entrato in cucina, nonostante il lavoro che va male e la fatica di andare avanti. Eravamo lontano da tutto e lo siamo anche ora, in mezzo a questi campi. Da decenni sempre a denti stretti, sotto il sole cocente, guai a farlo vedere. L’automobile è sempre quella da quindici anni, finché funziona. Stretti nei nostri colori, nel nostro paesaggio, con le nostre cicatrici sulle mani, con queste pupille che non hanno bisogno di parlare. Fotografie con le vesti degli antenati attorno al fuoco a bere il vino, e chissà le canzoni che cantavano. Stasera, credimi, ti regalerei la luna e poi ti porterò a ballare. E ascolta la fanfara che suona nella piazza, parla di tutti noi, e infatti canto

Filippo Redaelli

Sandro Perri – Impossible Spaces

D.d.U. 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nuoto nel nulla cosmico nel quale affoga il nostro amore.
Spazi impossibili ci circondano, impressionati su pellicola lucida.
Restano ricordi, angoli illuminati, sorrisi e pulviscolo.
Tienimi la mano, le gambe non reggono.

Annachiara Casimo

Dustin O’Halloran – Lumiere

D.d.U. 22/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era una stanza specchiata e lei saltellava sulla punta dei piedi, poi s’arrestò assumendo la plastica posa di un fenicottero e attese statuaria un segnale negli specchi – la silenziosa perfezione del gesto – e sciogliendo quella posizione si concesse al pavimento col busto eretto, dosando i movimenti delle braccia e inchinando il capo ora a destra, ora a sinistra. E fu in uno di quegli inchini che incrociò lo sguardo timido di un ragazzo che non osava superare la sottile linea della soglia.
E fuori la neve, poi la pioggia, e la luce.

Gianfranco Costantiello

Timber Timbre – Creep On Creepin’ On

D.d.U. 05/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Heartbreak Hotel
di Giulia Delli Santi

There’s a hair on the bed and The clock has stopped ticking.
“Quando sono solo, i ricordi mi tornano alla mente, come le bollicine in un bicchiere di acqua gassata.”
Nel nostro giardino non cresceva più nulla e la ragione non era da cercare solo nel difetto di luce. Ma il tuo fantasma mi tormenta ogni notte perché ho dimenticato di dar da bere alle piante.
No incantation now will save us, now that we’re too old to die young.
Mi chiedo perché, seppure libero dal malessere, il mio cuore è ancora infelice.
E quando non troverò che la tua assenza, mi rivolgerò al barista in cambio di uno Scotch and Coke.
For all of those who couldn’t be here.

Top Ten 2011 – Filippo Righetto

1. Blue Sky Black Death – NOIR

Data di Uscita: 26/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

C’è chi dice che siamo il risultato della distruzione di una gloriosa nave del passato, pezzi di legno alla deriva in un mondo che non ci vuole, che non ci tollera.
Siamo bambini addormentati, viviamo a piedi nudi pestando chiodi e sopportando il freddo, combattendo i draghi reali con spade di fantasia e cartone.
Ci nutriamo di fotografie future, le immaginiamo con la stessa facilità con la quale voi vivete.
Siamo dei sognatori.. i nostri cuori saranno rovina per chi li riceverà.

Mi hai lasciato nell’ora che i pescatori chiamano vento di meriggio. Non potevi essertene andata senza lasciarmi un segno qualsiasi, ed io l’ho trovato, “Wherever the sun beats” recitava la scritta che avevi inciso sul corrimano di prua.
Ho fatto rotta verso la fine della Terra, in compagnia delle mie speranze, solo.
Fino in fondo, oltre, una volta sconfitta la paura di cadere nel vuoto fu facile.
Eri lì ad aspettarmi, sorridente nel tuo vestito di lino bianco sventolavi la mano ad indicare qualcosa dietro alle tue spalle.
Un arco di roccia sospeso sopra il mare, dei sedimenti calcarei che non subiscono l’usura del tempo, una cornice perfetta per lo scheletro della nave che sporgeva dalla vegetazione sopra l’altura.
Dietro, un cuore rotondo, dal color paglierino, pulsante.

Nel momento in cui la luce saturerà tutti i contorni ci riuniremo sulla spiaggia, guidati da un comando silenzioso e dall’alchimia perforante. Il nostro simbolo, un uccello dalle piume tese come corde di violino, emergerà dal vortice delle acque salate. Quando la sua canzone raggiungerà il destino le nuvole si apriranno e la mano del cielo scenderà per condurci, finalmente, a casa.

And Stars, Ringed.

Filippo Righetto

2. A Winged Victory for the Sullen – A Winged Victory for the Sullen

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ABBANDONO

All farewells are sudden

Lui, steep hills of vicodin tears.

Non ricordo sussurrava ai passanti, volti lividi segnati dalla coltre di una nebbia perpetua.
L’uomo avanzava lungo il fiume inseguendo l’argine fin dove non vi erano più case, solo qualche voce ovattata sospinta da una barca e lo sciabordio del remo che distante sfibrava la superficie.
L’aria madida colava sui capelli già scarmigliati, la barba grondava brinosa e gli stivali sgretolavano il sentiero. Avrebbe solcato un pantano tra le lacrime degli alberi ammutoliti a fissar i pori della terra grumosa.
Non ricordo–mormorava, ancora, sfiorato da passi estranei -– pesanti e infangati dalla vita – piegandosi stanco coi palmi delle mani sulle ginocchia e la lingua a rimescolare la saliva calda.
Insegue fantasmi, fantasmi di rugiada e resina tra le scorze dei tronchi di pioppo, avrebbe pensato il contadino senza volto di ritorno dalla campagna.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il greto del fiume ritiratosi silente.
Tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio di giada intagliata -– e ricordò il giorno in cui lei glielo fece scivolare sulla tavola – e sul fondo si rincorrevano, scosse da un leggero tremito delle mani, un paio di pillole che ingoiò avidamente, poi ghermì una sigaretta ma non l’accese, l’avrebbe accesa più tardi. Si rannicchiò tra le foglie e la rugiada a mirare la cresta del fiume che inghiottiva la città, e tese l’orecchio ai ciottoli e la fanghiglia, e il silenzio incrinato dal fischio inatteso di un treno.

Lei, a symphony pathétique.

Una donna si mise alle spalle la porta di casa: scese in fretta i gradini che la separavano dal giardino e varcò la nebbia con la sua consunta valigia di cartone. I tacchi affondarono nel mattino senza sole per guadagnare una nuova vita forse, poi il cancello cigolò.
Non era forse il rumore della nostalgia ?
Il rombo di un motore crebbe lento e s’arrestò davanti alla villa. Una piccola targa luminosa rosseggiava vaporosa sulla cappotta bianca e il conducente a testa bassa lasciò cadere una parola afferrando la valigia e sistemandola nel portabagagli. La donna agile s’era già adagiata sui sedili posteriori percorrendo ansante le pieghe della lunga gonna e dal finestrino appannato spiava l’uomo che aveva amato, distante, in piedi dietro i vetri di una finestra.
Alla stazione soffiò e l’auto si mosse.
Era ormai da tempo che aveva preso la decisione. Aveva anche atteso a lungo, troppo a lungo si disse.
Gliel’aveva sussurrato in un orecchio mentre i loro corpi erano uniti e imploranti tra le grinze delle lenzuola, così il dolore era stato lenito dal piacere, non l’aveva assalito di colpo, ma solamente stordito per laceragli in seguito il cuore. Ma anche il suo non aveva retto.
Le ruote macinavano l’asfalto adesso e il sentiero sterrato che squassava l’auto e fendeva i pensieri era un ricordo distante.
Il conducente nascondeva gli occhi dietro delle lenti scure e spesso curiosi vagavano oltre, sullo specchietto retrovisore, fissandosi sulla sagoma che affiorava dai fari scialbi delle auto in coda. Capelli biondo cenere, occhi che parevano delle fessure grigie, labbra sottili e pelle molto chiara che si screziava di un impercettibile rossore sulle guance. Era bellissima, una sirena si disse.
Stringeva tra le mani un telefonino, quando il display s’era improvvisamente illuminato rischiarando il volto precipitato nella penombra, piangeva.

Ho paura di dimenticare il tuo volto, la tua voce, il tuo modo di camminare e d’inclinare la testa quando rifletti, e il tuo sorriso, le tue labbra morbide, il tuo sapore ancora addosso che già non ricordo.

La mano svuotata d’ogni forza vitale s’aprì e il telefono scivolò nella borsa, quando l’auto decelerò e si accostò lungo la piazzola dal perimetro giallo.
Quando chiuse dietro di sé la portiera e la vita la investì in pieno volto senza avvisaglie, sentì una mancanza toglierle il respiro e il vuoto scavare avidamente nello stomaco. Non avvertì il peso della valigia, né il lastricato del marciapiede e la sua voce e quella dell’uomo della biglietteria.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il pavimento della stazione.
Col fazzoletto tamponò le scie nerastre che rigavano il volto in un tremito riflesso del piccolo specchio da borsa, quando lo sferragliare brumoso del treno divenne sempre più opprimente e salì, salì inghiottendo lo sbadiglio inguantato della donna ricoperta di piume e gli sbracci alieni del capostazione e l’alito caldo delle bocche dischiuse degli amanti che incrinavano il freddo dicendosi a presto.

Gianfranco Costantiello

3. Matana Roberts – Coin Coin Chapter One: Gens de couleur libres

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio nome significa figlia della Luna.
Non è il nome che mi diede mia madre al momento della mia nascita.. quello che conta veramente nel mio paese è come ti chiameranno una volta emersa dalla foresta.
Non mi sono mai piaciuti gli alberi, sono creature che prendono in giro gli uomini e il destino. Ai miei fratelli piaceva giocare a chi si arrampicava più veloce, ma una volta raggiunta la cima non c’era nessun premio ad attenderli.. mi sembrava stupido.
A volte qualcuno cadeva e si faceva male, mio padre li picchiava con il bastone: “una bocca senza braccia da sfamare!” diceva.
Qualcuno si salvava tra i loro rami dalla leonessa o dal giaguaro, per morire qualche giorno dopo per il morso del serpente o per l’acqua cattiva.
Gli alberi sono una mano sugli occhi di Dio” diceva mia madre, “Lui non può proteggere quello che non vede”.
Quando il mio corpo è fiorito avevo nove anni, ma riuscii a nasconderlo per altri due. Non volevo entrare nella foresta.
Entri bambino, esci uomo”.
Quella mattina indossai il vestito bianco che mia madre aveva iniziato a tessere sin dalla mia nascita, mi addentrai nella foresta accompagnata da mio padre, così come gli altri bambini.
Tre giorni abbandonati tra le braccia della Natura, a cibarci di essa, a vivere di essa.
Una volta usciti, avremmo visto attraverso gli occhi di un adulto.
Mio padre mi accompagnò, fino ai margini.. ma non mi salutò come fecero gli altri genitori. Invece, tenendomi per mano, continuò a camminare, a camminare, a camminare, fin dove la vegetazione era così fitta che ogni passo costava tagli e sangue. All’inizio lo seguii con fiducia.. dopo mezz’ora cominciai a capire, e mi dovette trascinare mentre io urlavo e piangevo.
Arrivammo alla capanna, un povero tetto di una dozzina di tronchi.
Mi violentò per ore, fino a quando non dovette nemmeno più picchiarmi per farmi stare zitta.
Quello che Dio non vede”, ripeteva, “Dio non sa..”.
Io pensavo che Dio misero potesse essere, se bastavano pochi centimetri di legno a renderlo cieco..
Giacei lì distesa ben oltre i tre giorni di rito.. e quando tornai, sporca, nuda, mezza morta, guardavo la realtà con gli occhi di una creatura senza nome.
Passata qualche settimana il mio addome cominciò a gonfiarsi.
Sapevo che non avrei potuto parlare, con nessuno, mi aspettava una punizione e non una cura.. sapevo anche che avrei dovuto farmi male, tanto male, per guarire.
Entrai nella foresta.. ricordandomi gli avvertimenti di mia madre su quali radici raccogliere e quali animali toccare.
Feci tutto l’opposto.
Mi nutrii del legno velenoso che cresce sotto la terra, delle rane colorate con la morte disegnata sulla schiena. I contorni di quello che mi circondava si fecero sfumati, l’aria cominciò ad avere un sapore amaro a contatto con la mia lingua, ero circondata da una cacofonia di suoni e lamenti mentre la Natura urlava il suo sdegno. Ma non era sufficiente, sentivo ancora la vita dentro di me, allora mi scagliai contro gli alberi, mi ferii.
Non bastava.. cercai un bastone sottile e un sasso piatto e rotondo.
Quando mi distesi, anche Dio aggiunse la sua voce adirata al tumulto incomprensibile, graffiante, che sovrastava ogni cosa che mi circondava. Mostrai i denti, sputai la mia umanità avvelenata, e spinsi, spinsi, finchè il rumore diventò insostenibile e i miei timpani si lacerarono.
Mi svegliai qualche ora dopo.. c’era silenzio, ma solo perchè tutto quello intorno a me, sopra di me, e dentro di me, era morto.
Quando ritornai ai villaggio, gli uomini nei campi lasciarono cadere i loro attrezzi, le donne terrorizzate raccolsero a sé i loro vestiti, i vecchi intrecciavano le dita a formare arcaici segni di protezione.
Eulalie! Eulalie! Kersalia! Eulalie!”, urlavano.
Li guardavo, senza provare nulla.
Li guardavo, attraverso gli occhi della Luna.

Filippo Righetto

4. CunninLynguists – Oneirology

Data di Uscita: 22/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Predormitum. Passaggio, trasposizione verso l’Altro Mondo.
Un luogo multiforme e senza pareti, popolato da creature irreali, da maelström inversi che sono ingressi e non uscite.
La mente è un puzzle con la chiave di lettura persa nella sua complessità ma io vi dico, tutti passiamo di qua, ne sono certo.
Il mare con l’acqua nera, soccombere alle sue acque è il destino peggiore, bevine un sorso e non riaprirai più gli occhi.
Alcuni viaggiano su una mongolfiera composta da lucidi sorrisi, accecati, perchè le stelle sono ancora più brillanti quando la notte è più nera.

I am floating happy not knowing nautical course
Tie a wristwatch in slipknots and dock at my porch
Time is of no essence, the presence becomes presents
Peasants become pheasants and soar past acceptance
Current currencies worthless, fodder for feeding purses
With iron clad words I solder together verses
I’m trippin like I’m eatin’ the fungi
Leaving me cornered like the puss that crusts in ones eye

Sono un viaggiatore senza meta con solo l’oceano nero nei miei occhi. Setaccio ogni zigrinatura della mia barca ed ogni onda alla ricerca di segni, simboli e presagi, consapevole che la sabbia all’interno della mia clessidra potrebbe scomparire da un momento all’altro, e che sono i periodi bui quelli in cui gli eroi emergono.
Certe volte sono avvolto in un mantello di fumo senza essere bruciato dalle fiamme, e quando la nebbia si dirada il paesaggio lascia spazio ad ambienti cremisi ed alberi di diamanti. Questo è un mondo strano dove le regole non sono definite.

Il mio compito? Il mio vero scopo? Forse vi ponete la domanda ascoltando la mia voce o seguendo i miei consigli, mentre vi avvicinate alla riva del vostro sogno, al termine della vostra veglia.
Questo è solo il prologo, sta a voi decidere se morire con la spada di cartone sul fianco sinistro o su quello destro.
So just close pupils and be pupils and listen.

Filippo Righetto

5. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

6. Tinariwen – Tassili

Data di Uscita: 30/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

I popoli erranti nel deserto cantami, o Musa,
che avvolgono le loro teste in metri di veli
e vagano evocando Allah tra le dune.

Lo spirito del blues si è incarnato nel deserto, vagando tra montagne di sabbia, è disceso tra gli uomini blu e i loro dromedari. Così è stato deposto il kalashnikov e sono state imbracciate le chitarre. La nota blu è entrata delle teste dei Tuareg avvolte di tessuto blu, nero o bianco.

Dall’Africa siamo venuti e in Africa torneremo.

Perché tutto il mondo sarà Africa, ma soprattutto sarà Musica. Canteranno insieme il pescatore dell’Alaska e l’aborigeno dell’Australia, batteranno le mani sullo stesso tamburo; la balena della Groenlandia e la balena franca australe sintonizzeranno i loro ultrasuoni facendo penetrare le onde sonore in tutto ciò che vive, dall’estremo Sud all’estremo Nord del mondo, scontrandosi in gioia al centro del mondo, dove vaganti nel grande Sahara, i berberi fanno tornare in Africa la musica dei giganti neri del Mississippi.

Dove c’è movimento c’è Musica, ma dove non c’è movimento c’è Silenzio, amante ancestrale della dea Musica, oscuro protettore delle note, mentore del ritmo.

Alziamoci da terra e intoniamo il nostro coro col vento, diventeremo talmente leggeri da saltare sui granelli di sabbia; voliamo su corde di chitarra tra un’oasi e un’altra, guardando i dromedari liberi che corrono, di una corsa che sembra quasi una danza.

I suoni riuniscono tutte le loro religioni in un unico grande credo, la Musica, grande madre monoteistica, che non ha terre, viaggiando su tutto il pianeta e oltre, raggiungendo le frequenze rumorose di tutti i sistemi solari, di tutte le galassie nell’intero universo, nella meravigliosa bellezza dell’Armonia che mai è nata e mai morirà.

Marco di Memmo

7. PJ Harvey – Let England Shake

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

«Mamma, mamma, mamma!»
«Juliette, cosa c’è?»
«Mamma, che cos’è la guerra?» Paulene smise di scrivere gli appunti di lavoro che aveva sulla scrivania e si voltò verso la figlioletta. Che domanda strana, pensò. Deve aver sentito quella parola in televisione.
«La guerra è quando non fai i compiti e la mamma si arrabbia!»
«Non è vero!»
«E invece sì. Fila di sopra; su, su!» Si alzò per spegnere la tv e si risedette. Poi cominciò a pensare a suo padre morto sul fronte e ai racconti della madre, le lettere, la casa in cui avevano vissuto. Si domandò fra se e se: che cos’è la guerra?

Il fronte, questa terra di nessuno, è rosso e marrone: il colore del sangue. Gli alberi sono mani enormi che dicono basta, fermatevi. Ma gli uomini sono ancora lì, in attesa di qualche ordine, in attesa del prossimo attacco, in attesa di scamparla ancora una volta. Che cos’è la guerra se non l’attesa che la guerra stessa finisca?
Le corrispondenze tra il padre e la madre di Paulene sono ancora lì, riposte nel cassetto. Della vecchia casa dove era cresciuta resta soltanto il ricordo dei brandelli e le lacrime per le cose andate perdute e le vite spezzate. Le vite degli altri sono anche le nostre.

Più tardi la donna salì di sopra, nella camera della piccola Juliette, con delle fotografie e le vecchie lettere.
«Guarda, queste sono le lettere che tuo nonno e tua nonna si scrivevano quando c’era la guerra. Non potevano vedersi perché erano molto lontani.»
«E perché erano tanto lontani?»
«Perché tuo nonno aveva un compito. Doveva difendere l’Inghilterra.»
«Ma allora la guerra è una cosa bella, mamma.» Paulene sorrise amaramente. Poi chiese: «Perché pensi che sia una cosa bella?» Juliette prese una foto di suo nonno in divisa insieme a tutta la sua compagnia di reggimento: «Guarda, sono tutti sorridenti.»
«Sì, la guerra è una cosa bella quando finisce. E quando qualcosa di così brutto finisce vuol dire che la gente ha dato il meglio di sé. Vuol dire che c’è speranza.» Paulene non credeva sul serio a ciò che diceva alla figlia. Per lei non c’era speranza. La storia si ripete, sempre uguale; e il sangue versato ieri sarà uguale a quello che continuerà ad essere versato da qui all’eternità, inutilmente.
Si avvicinò alla finestra e le sembrò di udire la voce della madre suonare dalle colline – la sua voce era debole e acuta come il vento.

Che stupida, pensò. Questi pensieri… c’è altro da fare piuttosto che star qui a fissare gli uccelli muti sugli alberi e ascoltare le colline parlare.
E così Paulene tornò indifferente, e si rimise al lavoro con un lieve sorriso sulle labbra.

Andrea Russo

8. Deaf Center – Owl Splinters

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“Quando mi trovo in mezzo a questi enormi scheletri leviatanici, a crani, zanne, fauci, costole e vertebre, tutti caratterizzati da parziali somiglianze con le razze esistenti di mostri marini e che allo stesso tempo hanno notevoli affinità con i leviatani preistorici estinti, loro inimmaginabili antenati, mi sento trasportato, come da una marea, a quel periodo straordinario prima che il tempo stesso iniziasse, perché il tempo è iniziato con l’uomo”

Cosa si nasconde dietro quella tenda, Virginia?

Ci ho impiegato 4 secondi a dirlo, eppure quelle parole sono rimbalzate nelle mia testa fino a tramutarsi in una sentenza.

L’aria si è fatta densa, tu mi hai guardato in quel modo.

Non c’era più una giovane donna ed un bambino di 6 anni, ma un leviatano nel deserto del Perù intento a fissare famelico la sua preda.

Ero terrorizzato.. un bambino ha pochi strati emotivi, inferiori di gran lunga a quelli di un adulto, però io non avevo paura, ero terrorizzato, e sapevo la differenza.

Hai cominciato a farmi domande strane, mi hai chiesto se il corvo si era tramutato in un martin pescatore, se era la domanda a spaventarmi o la risposta, ed io replicavo, perché non volevo sembrare stupido, non volevo farti arrabbiare, non adesso, non quando i tuoi occhi erano diventati rossi, Virginia.

Il tuo sorriso si inarcava sempre di più, sembrava non avere più fine, io sono scoppiato a piangere, ricordando quando mi prendevi sulle tue ginocchia e mettendo le tue mani bianche sulle mie mi facevi suonare il pianoforte sotto la finestra, anche allora sorridevi, ma avevi sempre gli occhi chiusi e tutto sembrava normale, io non l’avevo mai notato.

Pianto, incontrollabile, mi sforzavo di smettere, di solito mi dicevi che gli ometti non devono piangere, ora stai in silenzio e mi guardi, sorridendo, per favore chiudi gli occhi, non li voglio vedere, non li voglio vedere Virginia, si, si, si, si, continuo a rispondere di si, voglio che il Velo di Maya si alzi, si, si, si.

Nascondo il viso nella mani minuscole, quando riapro gli occhi sei sparita, forse è tutto finito, sento le note acute del pianoforte, non hai mai suonato senza di me, però va bene perché hai sempre suonato solo quando eri felice, quindi va bene, va bene, è passato tutto, corro verso la stanza vicino alla veranda, non ti trovo..

Dietro la tenda, hai sempre detto, c’è un altro din don, però può essere suonato solo una volta bambino mio, solo una volta, e solo da me.

Mi sono tolto i sandali, per non fare rumore, e mi sono avvicinato a passi lenti alla stanza dietro la tenda.. vedevo qualcosa, dietro, una forma, una faccia forse, un palloncino.. se suoni vuol dire che sei felice, quindi è tutto a posto, giusto?

C’è tanto rumore mentre attraverso la tenda..

Forse si aprirà la porta del giardino del sultano del Guahìr e io giocherò con i fenicotteri in mezzo alle fontane.

Forse, incontrerò nonno..

Filippo Righetto

9. M83 – Hurry Up, We’re Dreaming

Data di Uscita: 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ces grand arbres…
di Marco Caprani

“Je reconnais cette forêt.
Ce n’est pas une forêt ordinaire, c’est une forêt de souvenirs
Mes souvenirs.
Cette rivière blanche et sonore, mon adolescence.
Ces grands arbres, les hommes que j’ai aimés
Cet oiseaux qui volent, au loin, mon père disparu.
Mes souvenirs ne sont plus des souvenirs, ils sont là, vivants, près de moi, ils dansent et m’enlacent,
chantent et me sourient.”

Sdraiato sui sedili posteriori di un’auto, mezzo addormentato, fisso la notte.
Agli occhi di Dio questa macchina è una micro machines.

“I’m slowly drifting to you…”

Il rewind di una vita, forse parallela, forse passata… forse non mia.
Eppure, scorre al di là del vetro e scorrono pensieri come bagliori, bagliori come pensieri.
Pare di sentirsi soli come le stelle o in una piazza in silenzio, con milioni di persone attorno.

“Raconte-moi une histoire… and you can jump all the time and everywhere.”

Due righe, butterò giù due righe…
Le disegnai: due righe lunghissime, infinite, ma laddove le parole non hanno fine intervengono l’amore e il silenzio.

“Je regarde mes mains, je caresse mon visage, j’ai 20 ans, et j’aime comme je n’ai jamais aimé.”

Dovrei svegliarmi, disconnesso da me stesso, per comprendere l’“Essere”…
Respiro sorpreso e mi accorgo che sto attraversando cattedrali di suono, marmi bianchi carichi di luce intensissima, vetri scuri e riflettenti, travi d’acciaio enormi, colonne e corpi statuari, albe, tramonti improvvisi… ed alberi… alberi giganti, immensi.
Carezze vocali e occhi infantili si mescolano violentemente con fisicità e massa, epicità e corpo in un mare di lacrime e d’immaginazione.

“…and your mommy suddenly becomes your daddy
and everything looks like a giant cupcake

and you keep laughing and laughing and laughing
nothing is ever quite the same really
and after you finish laughing
it’s time to turn into a frog yourself
it’s very funny to be a frog…”

10. Laura Marling – A Creature I Don’t Know

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

‘No te conoce nadie. No. Pero yo te canto’
(F.Garcia Lorca)

Sto solo sprecando inchiostro, lo so.
Il diario che ho tra le mani non può servire a niente, occupa solo un posto in un cassetto, anzi potrebbe solo portarmi dei problemi.
Non cambierà mai niente qui, in questo villaggio. Ci hanno abituato a non chiedere niente sin da piccole, a me e a mia sorella. Che diritto abbiamo di cambiare le cose?
Per fortuna sono da sola adesso, sdraiata sul letto e con la penna in mano e ho anche chiuso la porta a chiave.  ‘Night after night, day after day. Would you watch my body weaken, my mind drift away?’

La marcia della carrozza là fuori preannuncia un’altra inutile domenica. Non ho voglia di uscire dalla porta di casa e di sorridere ai passanti. Quell’uomo non può con orgoglio portarmi per le strade a braccetto come se ci amassimo davvero. Io non lo amo più, non posso dirlo a nessuno. Solo questa carta lo sa e da quasi un anno ormai.
Ma non serve proprio a niente,  c’è solo polvere in giro.
Eppure non sarò mica l’unica. Rosa, la moglie del dottor Alvarez, come può accettare ancora tutte quelle pubbliche umiliazioni? E che dire di Carmen, mia cugina, o di Teresa, alle preso con i figli del signor Gonzales.. Da generazioni abbiamo paura di non meritarci la grazia e non ci chiediamo neanche perché. Altro che avere dei dubbi …
Le luci della grande città in lontananza all’ora del caffè, tra le lenzuola rattoppate e ingiallite appese sui balconi e l’inevitabile avanzata del crepuscolo, mi ricordano il riflesso del sole sulle vetrate della chiesa il giorno del mio matrimonio. L’amore pareva un’altra cosa a diciassette anni e con indosso l’unico abito davvero bianco che abbia mai indossato in vita mia. Dove sono finite tutte quelle parole che mi hai regalato tenendomi per mano? Tutti quegli ornamenti inutili, tutta questa mia rabbia che non trova una via d’uscita, che da innocente si è ritrovata vittima di questa pena infinita, tradita dalla mia forza di agire.
Dove mi porterà questo scorrere della mia mano? E’ questo il deserto forse?
All’improvviso mi ricordo di Don Pedro, diceva che senza il sangue non si costruiscono le strade e i villaggi come questo, che non ci si può mai ben fidare della notte, soprattutto quella che nascosta è aldilà della collina. Schiava di un presente senza orizzonte, mi perderei senza rimorsi in qualsiasi angolo di notte, purché si trovi in un domani diverso . Ritorna cuore, trafitto da tre spade, continua a tendere verso dimensioni lontane. Recupera parte del mio amore che è stato rapito e violentato da questa terra rossastra e cerca di portarlo via con te.
Talvolta s’impossessa di me come la forza di un mare.
Mi scopro invasa da nude forze e quasi mi sento estranea a questo corpo e a questo mondo. Oh, non può essere solo la mancanza di sonno.
Canto di te che sei ovunque e in nessun luogo perché continui ad aiutarmi a resistere e a tenere lontana la mia mano da qualsiasi lasciapassare per tentativi di autodistruzione. Canto e prego non so più se per quel volto sorridente imprigionato in un’antica fotografia o se per uno spirito non ancora nato che proprio qui, in questa notte, sta cercando di condividere con me qualche misterioso segreto legato al futuro. Come se si trattasse di un passaggio di consegne tra la mia anima e un’altra però capace di liberarsi da qualsiasi catena.
Chiuse il diario sfinita.
Tra canti di vetro abortiti sul nascere posò la penna e si ritrovò in ginocchio ai piedi del letto.
Due lacrime scesero dai suoi occhi socchiusi. Una e due.
Rossa di sangue la prima, l’altra
che pareva cristallo.

Filippo Redaelli

Top Ten 2011 – Ilaria Pastoressa

1. M83 – Hurry Up, We’re Dreaming

Data di Uscita: 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Ces grand arbres…
di Marco Caprani

“Je reconnais cette forêt.
Ce n’est pas une forêt ordinaire, c’est une forêt de souvenirs
Mes souvenirs.
Cette rivière blanche et sonore, mon adolescence.
Ces grands arbres, les hommes que j’ai aimés
Cet oiseaux qui volent, au loin, mon père disparu.
Mes souvenirs ne sont plus des souvenirs, ils sont là, vivants, près de moi, ils dansent et m’enlacent,
chantent et me sourient.”

Sdraiato sui sedili posteriori di un’auto, mezzo addormentato, fisso la notte.
Agli occhi di Dio questa macchina è una micro machines.

“I’m slowly drifting to you…”

Il rewind di una vita, forse parallela, forse passata… forse non mia.
Eppure, scorre al di là del vetro e scorrono pensieri come bagliori, bagliori come pensieri.
Pare di sentirsi soli come le stelle o in una piazza in silenzio, con milioni di persone attorno.

“Raconte-moi une histoire… and you can jump all the time and everywhere.”

Due righe, butterò giù due righe…
Le disegnai: due righe lunghissime, infinite, ma laddove le parole non hanno fine intervengono l’amore e il silenzio.

“Je regarde mes mains, je caresse mon visage, j’ai 20 ans, et j’aime comme je n’ai jamais aimé.”

Dovrei svegliarmi, disconnesso da me stesso, per comprendere l’“Essere”…
Respiro sorpreso e mi accorgo che sto attraversando cattedrali di suono, marmi bianchi carichi di luce intensissima, vetri scuri e riflettenti, travi d’acciaio enormi, colonne e corpi statuari, albe, tramonti improvvisi… ed alberi… alberi giganti, immensi.
Carezze vocali e occhi infantili si mescolano violentemente con fisicità e massa, epicità e corpo in un mare di lacrime e d’immaginazione.

“…and your mommy suddenly becomes your daddy
and everything looks like a giant cupcake

and you keep laughing and laughing and laughing
nothing is ever quite the same really
and after you finish laughing
it’s time to turn into a frog yourself
it’s very funny to be a frog…”

2. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

3. dEUS – Keep You Close

Data di Uscita: 17/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Ci sono circostanze speciali, che accadono di rado, ma a volte accadono. C’è chi parla di destino, chi di volontà di Dio, chi di altro; io mi limito a credere nella fortuna, determinata dalla casualità e sostenuta dalla volontà umana. Ebbene, in queste circostanze “fortunate” capita di perdere la cognizione del tempo: dieci, dodici anni a tratti sembrano un’eternità, a tratti un istante.
Ne ragionano Lui e Lei nella colazione della domenica, sono passati diversi anni ma Lei non smetterà mai di amare quella luce viva che brilla negli occhi di Lui, né Lui finirà mai di adorare l’espressione amorevolmente arrabbiata negli occhi di Lei quando le ruba la ciabatta dal piede e la lancia in mezzo alla stanza. Loro due, caffè marmellata e cornflakes sul tavolo, lo stereo acceso, i biglietti dei concerti visti assieme appesi al frigo: the Notwist, Arcade Fire, ma su tutti i dEUS.
Hanno comprato immediatamente anche l’ultimo album del gruppo belga, il loro gruppo del cuore; Lei anzi lo attendeva dalla primavera, le piaceva credere che Barman e compagni avessero programmato la pubblicazione per farle il regalo di compleanno. Poi l’uscita slittò, e ora l’autunno è alle porte, ma la gioia è rimasta immutata: insieme scartano il cellophane, emozione palpabile, scintillii.
just like on the day we met”: una storia d’amore e musica.
I’m going to keep you ever close”: Lui a Lei, Lei a Lui, loro e i dEUS.
In grande stile, carico e maestoso si apre il disco tra cori violini e un incedere deciso, poi sfugge sinuoso in tre quarti, luci di chitarra e sessione ritmica accattivante; Lui segue la batteria con una mano sul davanzale, nell’altra c’è una sigaretta, il fumo li riporta al Velvet Club, a quando in fondo alla pista ondeggiavano composti sulle note di Theme From Turnpike (he said: no more loud music), anni fa così vividi nella memoria.
Poi esplode tutto e gli strumenti impennano, urla e rapimento puramente rock, fino a non capire più di chi sono le voci (Tom, Greg Dulli?); poco importa, quel che conta è l’insieme, lo spogliarsi dalle inibizioni e la libertà di scuotersi, a trent’anni come a venti, in camera da letto o di fronte a un palco – il sudore e l’adrenalina hanno lo stesso sapore aspro, frizzante. È coinvolgimento distillato, la sonorizzazione di due storie fuse insieme. Gli improvvisi cambi di registro, pop – rock – ballad, si rincorrono come le fasi della vita, le vicissitudini di una coppia comune e comunque speciale nella sua unicità. Lui e Lei lo sanno, non si dicono nulla ma si guardano complici; ridono quando Lui collega la leggerezza di Costant Now a quella Rag Doll degli Aerosmith che si insinua sistematica negli happy hour dei bar in televisione, tacciono quando i toni intimi di End of Romance li spinge indietro in un flashback emozionale, a commuoversi con For the Roses ai margini di un binario notturno.
Ho sempre creduto nella semplicità e nell’autenticità di persone, gesti, sentimenti. Il loro entusiasmo maturo e sincero ne tradisce la purezza. Parimenti si mostra il disco, onesto e immediato, una commistione di emozioni che scorre veloce e arriva in fondo senza dar tempo di accorgersene; il segno marcato resta però, chiaro e indelebile, profondo, consapevole. È la sostanza che conta, sempre.
Ora è notte e li vedo ancora Lui e Lei, stanno partendo in macchina per uno di quei viaggi lunghissimi che amano da sempre. I loro occhi sono tanto stanchi quanto felici; Lui guida sicuro, ha lo sguardo proteso verso la strada che sta per scorrere sotto di loro, Lei accomoda la testa sulla spalla di Lui, chiude le palpebre e si perde in fantasie su quei posti lontani. Gli archi di Easy li avvolgono, li abbracciano e li accompagnano; suonano solenni come a consacrare un’unione che si rafforza momento dopo momento, e scaldano e incendiano dentro come l’amore.

Federica Giaccani

4. Balam Acab – Wander / Wonder

Data di Uscita: 29/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Aiuto sto affogando, non respiro, non respiro, qualcuno mi tiene la testa sotto l’acqua di un lavandino colmo, sento un respiro ricco di affanno. La vista si annebbia e si annebbia ancora, la Madonna mi chiama a sé, fa cantare i suoi aiutanti frati. Non c’è uscita, il ritmo dei movimenti del braccio che mi blocca il cranio si innesca nel canto religioso. Esplode tutto, sono morto forse, l’acqua invade ogni cosa e sono trasportato su uno scivolo per l’aldilà, le voci si alzano d’intensità. Era solo un sogno, cioè un incubo. Welcome.

Fatichi ancora ad alzarti dal letto, le tendine celesti sono mosse dal vento che entra dalla finestra aperta. Arrivano anche echi di battiti intensi che si riflettono in un oceano di tessiture elettroniche al rallenty. Velocità minima, non riuscirai mai ad alzarti dal materasso credi. Vocine trasformate dai palloncini, vocioni caldi spalmati su pianoforti e sfuriate elettro-ambient. Calma, respira profondamente,  prova a reggerti almeno sui gomiti per alzare lo sguardo e capire da dove proviene il suono.

Niente, una forza questa volta leggera ti incolla al materasso bagnato di sudore. Ritorni al sole sfocato di qualche giorno fa, il mare che trasuda nebbia. L’innocenza dei bambini che giocano nel giardino di sotto si lega al beat di prima, una gioia squillante si collega alle tue meditazioni. Now time.

A cosa mirano questi echi proveniente dalla finestra, a volte le pulsazioni diventano profondissime quasi a spaccarti i timpani. Esplode davvero la stanza dici?, no torna sotto controllo un attimo dopo coperto da un velo liquido di fruscii. Oh Why?. Perché cavolo non ti alzi ancora?, ti aspettano a pranzo i tuoi genitori. Ti stai innervosendo sapendo che forse ti perderei i piatti prelibati sul tavolo, ma proprio non riesci per via di questi effetti sonori che ti entrano dalla finestra. Lieve, smussato, battente come la pioggia d’autunno, variopinto, variabile, confuso. Si mischia tutto, sei anche affascinato e non lo puoi negare. Forse è per quello che ti trovi immobile, però qualcosa di più dietro ci deve essere, non ti pare cosa semplice da spiegare questa situazione.

Per darti qualche appiglio provi a catalogare i suoni come quel tuo amico strano che parla di generi musicali, quello tutto scemo che dice parole a caso come IDM, GLO-FI,GLITCH. E tu lo ascolti senza capire e gli fai sì con la testa. No niente non ci riesci a fare come lui, mannaggia essere così fighi non è da tutti.

Ti riaddormenti ancora, questa volta non è un incubo. Guardi tue vecchie foto negli album e ridi, le pagine si girano da sole senza la tua mano. La fragilità invade tutto. La maglia larga di quella sera, con i drink scuri e i capelli scuri e la ragazza quasi annerita e vagamente poco sobria. Ma qui non ci sono streghe, sono state lasciate indietro nel tempo, fuori dalla finestra. Ti aspettavi ancora le streghe?, va bene lo stesso, apprezzare la fragilità spezzata sarà facile, tranquillo. Queste foto mostrano un altro panorama più disteso, non so quanto e se più rassicurante. I bambini gridano sommersi da suoni anni 80’ messi a nuotare nella melma, rattrappiti ma capaci di arrivare dentro le finestre di tutti.

“Svegliati cazzo, è ora di pranzo”.

Ti alzi subito, in fretta e furia, era un sogno per tutto il tempo, la finestra è chiusa. Era un incubo, è un incubo ci stanno le verdure in tavola, è un sogno.

Alessandro Ferri

5. Work Drugs – Aurora Lies

Data di Uscita: 07/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Cara Renée,
oggi la città è color magenta.  Son stanchissimo, dieci ore fuori casa e ho nelle narici ancora l’odore di tutta la gente che ha oltrepassato la porta dell’ ufficio, del mio pranzo giapponese freddo e così ben decorato che quasi mi dispiaceva mangiarlo, e delle auto in Madison Avenue. Ho comprato una pizza con carciofi e cotto per cena, non ho acceso alcuna luce e mangiucchiavo i bordi ascoltando i Röyksopp.  Kira miagolava ancora prima ch’entrassi, ha inciso dei graffiti sulla porta; come siamo primitivi! Gli manchi. A me no. Piuttosto ti desidero. Desidero la tua presenza, desidero ascoltare la tua voce, desidero guardarti mentre sorseggi il tè , porti avanti il piede sinistro sulla punta, ti si appannano gli occhiali e sorridi.
Ho comprato un nuovo maglione da indossare quando ci rivedremo, così potrai affondare la guancia sul mio petto che ti suonerà tante melodie monotone e monotòne  e poi danzeremo, mentre ti solletico i fianchi. Poi gonfierò la guancia sinistra su cui mi darai un bacino lungo minuti, poi  piangerai prendendotela con le teorie sul romanticismo della lontananza e delle distanze oceaniche.
Ogni sera da sei mesi, vado a dormire con l’immagine di te nello schermo ad intermittenza mentre le palpebre si chiudono, il tuo viso umido di malinconia e lo sguardo a proiettare tridimensionali pensieri che sono anche i miei e che custodisco.
Il sogno d’averti qui diventa incubo che sfogo soffocando il cuscino e facendo a pugni con l’aria.
Maledetta aurora che con il suo silenzio mente e non lascia andar via i mostri di ieri che son anche i mostri di oggi e domani, sempre presenti come shinigami pazienti e buoni.

inside, dreams last forever
outside, you’re still the one I need

Caro Mark,
Berlino è fredda  anche oggi. Di questo passo  non avrò bisogno di creme idratanti e supererò il gelo nel cuore con disinvoltura. M’alleno ogni giorno, lo sai. Ho un’ottima resistenza seppur precaria.
Ho aggiunto una tazza viola alla mia collezione, è in ceramica ed è a forma di margherita che a dirsi non entusiasma, ma ha le foglioline come presa. L’ho comprata al mercatino turco, insieme a delle mele buonissime e dei lamponi insapore ma grandi come quei cioccolatini ripieni ai cereali che m’hai portato l’ultima volta.
Natale s’avvicina, che ansia, eh?! Qui le luci si son accese da Ottobre, sono tutti impazienti.
C’era una mostra al Musikinstrumenten-Museum, ho fotografato delle chitarre pazzesche! Ce n’era una fatta completamente di specchi. Pensavo a tutta la sfiga delle note prodotte, alle canzoni sfortunate, al nostro amore per i gatti neri e per i numeri tra il 13 e il 17 compresi.
Ho ripreso a scrivere, seppur con fatica. Ho pensato che quando tutte queste parole riusciremo a dircele piuttosto che a scriverle sarà bellissimo. L’ho pensato e lo penso spesso, ma ieri non m’hai detto niente e mi guardavi e riuscivi solo a stento a salutarmi e avevo bisogno invece che mi abbracciassi e mi spiegassi perché t’è difficile separarti da me.
Come sono egoista. Quanto mi piacerebbe smettere d’esserlo.
Anche tu mi manchi poco, piuttosto m’appartieni e mi sento al sicuro. Mi appartiene il tuo corpo, mi appartengono i tuoi dischi e le tue mani, grandi bellissime, ruvide e delicatissime.  Mi appartengono i tuoi concerti e gli sguardi non occasionali tra un accordo e una goccia di sudore sul palco che cade a forma di cuore, lo stesso che non vorrei mai veder stampato su un pigiama o su una t-shirt. Mi appartiene il tuo spazzolino. Quello ce l’ho qui davvero.
Tesoro mio, l’insistenza di questa attesa mi consuma, vorrei esplodere nell’entusiasmo d’un abbraccio e prepararti un caffè la domenica mattina che è già ora di pranzo, e andare poi in un ristorante cinese, ordinare spaghetti di soia con verdure e sfidarci in bravura con le bacchette.
Amore mio, l’aurora inganna anche me con le sue sfumature mutevoli e le camaleontiche scenografie; il mio cuore si ferma nell’attimo tra il nero e l’azzurro, la sveglia suona e i sogni e gli incubi non finiscono mai.

Riuscire ad amarsi oltre i vetri e gli oceani e gli orologi, oltre i cali di tensione e i problemi tecnici delle compagnie telefoniche, oltre i chilometri in scala su carte geografiche colorate ad illuderci che basta un righello per tracciare la linea del nostro sceglierci ed esserci scelti.

Preparami la colazione, domani è domenica, io porto il caffè.

Ilaria Pastoressa

6. City and Colour – Little Hell

Data di Uscita: 07/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Spesso mi chiedo, cosa resta?

Cosa resta, del mio lavoro, dei miei sogni.

Impacchettare diversi strati di minerali di qualsiasi tonalità provenienti da ogni angolo del mondo, a formare, strato dopo strato, un cubetto di felicità.

Lasciarlo, di notte, nel cuore di Zuma Beach.

Svegliarsi ogni mattina e scoprire che quei tredici sedimenti di sabbia multicolore vengono drenati della loro bellezza.

Cosa resta?

I gusci infranti di quei cubetti, ordinati uno dopo l’altro, a formare una frase sulla spiaggia.

Te lo ha mai detto nessuno che quando sorridi inarchi leggermente le narici?

Filippo Righetto

7. Mogwai – Hardcore Will Never Die, But You Will

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


M’alzo col solito sapore di cenere ed amaro economico, m’alzo lentamente per dare il tempo alla testa d’aggrapparsi al collo e ristabilirsi al posto solito senza rovesciarsi in fastidiose emicranie post risveglio post sbornia post festa da postumi. Le braccia intorpidite dal formicolare continuo, ricco di fitte pungenti ed incontrollabili, sintomo di un collassante sonno scomodo. E lo stomaco. Dio lo stomaco, non c’è mai un buon risveglio, non lo sento elastico e sano da settimane ormai, decide lui se il cibo ed il beveraggio possono restare, al risveglio non vomitare è un terno al lotto. Vomito infatti. Vomito e mi sento meglio, doccia tiepida e ristoratrice, sciacquo la faccia, sciacquo i denti con acqua fredda, freddissima, che meraviglia. È per questo che mi piace tanto il sapore di cenere ed amaro al risveglio, perché assaporo il momento nel quale andrà via, ne pregusto ogni disgustoso sapore, mi inebrio del suo aroma sporco e nauseabondo realizzando che del fresco dentifricio allo xilitolo, che non so neanche cosa cazzo è, lo spazzerà via dalle mie papille gustative, ne annichilirà l’odore sostituendolo con uno fresco di menta scialba. M’agghindo al meglio per affrontare una giornata che sa di primavera ma trattiene il vento gelido dell’inverno, prima di scendere per fare quattro passi noto il cadavere quasi salasso di una bottiglia di amaro e un po’ più in là del pane raffermo lasciato fuori dal paniere da troppo. Li raccolgo entrambi e li metto in una busta pensando che oggi è il giorno ideale per andare a dar da mangiare ai piccoli. Scendo le scale con una certa calma degustando e scandendo gli attimi di attesa fra l’idea e la sua applicazione nel reale, m’immetto in strada e svicolo fra i passanti della città, uggiosi e indifferenti come sempre, presi dalle chiacchiere d’un cellulare o dal silenzio dei propri piedi, che ci sarà di prezioso nelle loro scarpe? Perché le fissano mentre camminano? Sono certo che se glielo chiedessi a bruciapelo nessuno sarebbe in grado di descrivermi i cornicioni dei palazzi che affiancano tornando a casa giorno dopo giorno. Arrivo nel parco cittadino, nei pressi della fontana centrale, mi siedo e caccio dalla busta il pane, lo innaffio con l’amaro e ne strappo piccole palline che offro alla fauna ornitologica locale. I piccioni, specie unica del suddetto ramo nel distorto ecosistema della città, s’avventano avari sul pasto gratuito ed io osservo compiaciuto il loro banchettare. Una bambina, grassa oltremisura, mi si avvicina e mi chiede che faccio, disgustato dalla domanda ovvia quasi quanto dalla dieta pessima che genitori incuranti viziosamente assecondano rispondo che do da mangiare ai miei piccoli. La bambina risponde, i tuoi piccoli sono gli uccelli? No, bambina, osserva bene. I piccioni, col loro veloce metabolismo, il loro piccolo stomaco, il loro proverbiale cervello sbattono a terra drogati dall’eccesso d’alcool, sbattono le ali nella speranza di prendere il volo ma privi d’equilibrio puntano rovinosamente a terra. Vedi, io do da mangiare ai gatti, le dico sorridendo, nel mentre una snella piccola pantera con passo furtivo s’avvicina alle prede facili. Mi giro verso la bambina che fissa sgomenta la scena, terrorizzata dalla visione è immobile, le chiedo, e tu, chi nutrirai ingolfandoti ancora di quelle porcherie? Di chi sarai il lieto pasto, bambina? La bambina mi fissa per pochi attimi e vede il diavolo nei miei occhi probabilmente, io nei suoi vedo una prossima redenzione dall’abuso di zuccheri, mi sta bene. Urla, scappa. Torno alla scena, la gatta trascina per il collo un ei fu piccione verso la base di un cespuglio dove ad attenderla ci sono i piccoli, mi guarda con riconoscenza, la osservo e me ne compiaccio.

Alfonso Errico

8. Raein – Sulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti

Data di Uscita: 16/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Quello che stai scrivendo non è un libro ma solo gocce di inchiostro definito.
I segni del male non sono sentieri; percorri immagini che ti cancelleranno.
Sono il diavolo che tenta la mia mente e dico di voler cambiare per non soffrire, ma poi star male è la soluzione a morire.
Dove credi che abbia seppellito il mio cuore? C’è una quercia in giardino, puoi trovarmi lì.
Hai bisogno forse di scavare? Sono vivo solo per vederti.
Non mi senti.
Non mi annusi.
Ho un colore che non usi.
Vestiti con le mie preghiere ed implorazioni. Che maledizione sarebbe a non vedertela indossare?
Gli arcobaleni sono un imbroglio, disarmarti è quello che voglio.
Non puoi combattere contro le mie vene al sole, stan scoppiando, questione di circolazione.
Assicurati che non dia nutrimento ai vermi, potrei voler vivere prima o poi, potrebbe piacermi.
Sono sulla linea d’orizzonte tra questa mia “vita” e quella di tutti, che scorre al di là del mare, dove non voglio e non riesco ad arrivare.
Che nausea.
Sto così bene in questo niente da star male.
Cerco involontariamente di soffocarmi tra le lenzuola bianche, in questa notte nera, e sogno corse in cui arrivo sempre ultimo per esser primo.
Mi illudi, mi lasci credere che il risveglio sarà positivo, mentre i miei nuovi errori tornano insieme ai difetti lucenti, che quando sorrido nessuno vede.
Poveretti tutti e povero me, soprattutto.
Mi son guardato allo specchio, avevo il naso storto, m’hai tirato uno schiaffo per dar colore alla guancia; ero troppo pallido perché tu mi presentassi ai tuoi.
Dopo di noi, dopo questo schifo, oltre questo mare, c’è la libertà, in realtà.
Dopo di noi, arriveranno gioie  vere.
Devo riposare la mia mente pigra ed inconcludente e prepararmi il giorno in cui non sarò più codardo e chiuso in questa scatola, senza istruzioni per l’uso, senza componenti aggiuntivi.
Auto-eliminazione, la soluzione.
Mi dissolvo.
Bevimi, dissetati e non farti del male.
Da oggi, sarà sempre primavera qui.
Da domani, altro che la neve, margherite nel tuo vaso e sole al primo respiro.

Un passo alla volta, tornare a imparare da zero.
Fermati, senti lo spazio allargarsi nel petto.
Respira, scegli chi portare con te, chi abbandonare.

Ti aspetto.
Non mi aspetti.
Non mi aspetto.

Ilaria Pastoressa

9. Caso – Tutti dicono guardiamo avanti

D.d.U. 12/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Prendeva fuoco il mio laboratorio di coraggio, nitroglicerina e in un istante scoppia tutto.
Avrei dovuto accendere passioni, senza demolire ambienti di sentimenti e camere di emozioni.
Ma soluzioni estreme mai, comincio tutto e lascio a metà.
Il quadro, il libro, la palestra, l’università.
Ti amo, a sentirtelo dire, che felicità!
In questa danza delle possibilità tutti dicono: “guardiamo avanti”, ma non riesco a concludere la coreografia.
Nessun passo nemmeno verso te.
Le mattonelle blu, non ci sei più.
Forse siamo troppo fermi e quando apro la finestra sei triste e mi dici che vorresti andare al mare.
E ti ci porto, al mare.

Proviamo a spingerci oltre i palazzi: è una vita che aspettiamo un cambiamento.

Quell’appartamento proprio non ti piaceva.
Quest’inverno non ci sarà la neve a nasconder le cose.
Ho composto una canzone. Cantala con me.

Ilaria Pastoressa

10. Bianco – Nostalgina

D.d.U. 01/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Vedo dove vuoi arrivare anche stasera.
Il vinile gira ancora, non è una vecchia cantilena.
La candela muore, gli accordi si infittiscono, l’orgasmo non è unico.
Mi piace il temporale, la tempesta; fuori piove.
Come stavamo, prima?
Di cosa parlavamo quando parlavamo d’amore!?

Sono io il poeta senza poesia, il musicista e il paroliere che dei suoi testi non fa tesoro.
Ma sarebbe un sogno mantenere un figlio con il rock. Avere una famiglia sana ed uno stereo. Vivere in un mondo magico, con Marco Carta benzinaio e in classifica Josh Homme.
Presente, son presente io, da sempre.
Assente sei assente.

Ilaria Pastoressa

Top Ten 2011 – Filippo Redaelli

1. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

2. Beirut – The Rip Tide

Data di Uscita: 30/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Finding the way home. Lights, skies, sounds.
di Filippo Redaelli

Un ragazzo cammina e cammina per un lungo viale deserto impugnando il manico del suo ukulele con la mano sinistra. Sono le cinque del mattino, le luci
dei lampioni ti stordiscono e il vento dovrebbe indicarti la via di casa. Le spalle a momenti si sgretolano, l’andatura si fa incerta, una macchina sfreccia
dalla parte opposta della strada. La stanchezza soffoca melodie dentro al suo strumento mentre orchestre si alternano nella testa in un caleidoscopio di
sinfonie che, pare, non possa avere fine. Tutti i suoi viaggi lì dentro, reali o immaginari, tutto lo fa crescere e lui lo fa suono. Come se il suo lavoro fosse
quello di imprigionare alcuni pezzetti delle sensazioni della tua vita in tante piccole cartoline. Una magia tutta loro, dal bianco e nero a giustapposizioni di
colori più vivaci, tutta la scala cromatica delle emozioni. La strada e il vagabondare sempre grandi protagonisti, più che altro,a essere precisi,le luci e i cieli
dei paesi che trovi. I bar lungo i canali a notte fonda, pallidissimi ricordi di pomeriggi sul lungomare francese. Come l’anno della settimana in Italia o
quell’inverno sulle coste della Francia del Nord. E pure la grande metropoli,solo se si respira anche musica. Come quando si era più giovani lungo la
Senna, solo un gruppo di amici e una manciata di invenzioni.  Con lo scorrere infinito dell’acqua del fiume di fronte a noi, a ricordarci delle lacrime più
dolci. I nostri volti riflessi, sfumati,imprecisi, familiari,contorti tra i visi delle case con le rughe dei pescatori e una manciata di alberi che cadono nel vuoto.
Con quel poco che si riesce ad avere, creare situazioni. Santa Fe, la sua prima casa, racchiusa in una manciata di minuti diventa un brivido eterno
imprigionato sotto tutta la pelle. Ritrovare il calore di un fuoco che va a raggiungerti il cuore, sentirsi come dopo aver  terminato ‘Il giovane Holden’,
meno solo. Soltanto grazie ad una notte, diventare più saggi di un anno.

“Tonight we rest beside the fire, a smile upon your face. But don’t forget a candle’s fire is only just a flame”
Dimenticati delle fotografie mai scattate che non possono invecchiare o della sua immagine lontana e sfuocata.
Ieri scrivevi sul muro ‘la vita dovrebbe essere più viva’ e sempre,nonostante tutto, sorridiamo ancora.

La felicità impalpabile nell’aria scivola,si nasconde,precipita sulla tua pelle freddissima.
Cadendo, tra questo corpo e il chiasso della marea, ti ritrovi accecato.
Ho affidato, ferendo anche il vento, parole alla notte e in risposta ho ricevuto il mare.
La felicità, impalpabile, come le luci artificiali in lontananza sulla collina.
Comprendere che vedere quelle luci da lontano non è altro che la felicità stessa.

E il tramonto è rosso, il tramonto è bellissimo
come il graffio che la vita ti ha lasciato sulla mano
e che mi ricorda Berlino, centomila anni fa.

Zach, in fin dei conti, è un artigiano. Tutto il suo sapiente mestiere è al servizio della nostalgia. E’ per calmarsi che lo fa. E così anche un quartiere della
periferia di Bratislava o il via vai di un sentiero di East Harlem meritano di vivere per sempre. Per provare a non sentirsi mai più prigionieri della
solitudine. Più luoghi nel mondo come trasformati in un paese natìo. Portarseli sempre dietro sotto forma di canzone. Non temere di perdersi, non più.
Anche in una notte come questa, nonostante tutto sorridiamo ancora.
Perchè è la musica che ci riporterà sulla via di casa.

3. Real Estate – Days

Data di Uscita: 17/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Out of tune, a reversal film.
di Filippo Redaelli

“Hai bisogno di qualche cosa d’altro?” le chiesi, dopo essere entrato nella stanza cercando di soffocare l’abituale cigolio della porta. Fuori le nuvole incominciavano ad impossessarsi di sempre più angoli tersi di cielo e inevitabilmente la luce tutt’intorno si fece più fioca. Mentre in lontananza un campanile scandì le cinque del pomeriggio, il mio flusso di
pensieri si trovò di fronte ad un vaso di fiori posato al centro di un piccolo tavolo in legno scuro e antico, alla sinistra della sua poltrona. Siccome mi dava le spalle, immaginavo che il suo sguardo fosse concentrato su qualche imprecisabile particolare che poteva essere scorto tra i riflessi dei raggi solari sul vetro e gli eleganti ricami di una tenda leggermente
scostata. La sua mano giocherellava come impaziente con una tazzina bianca decorata con chiare pitture floreali, facendo tintinnare i suoi dorati e sottili bracciali, apparentemente inseparabili dalla sua pelle trasparente. Sembrava sempre sul punto di scappargli di mano, ma non cadde. Non appena feci in tempo ad accorgermi di una teiera di porcellana abbandonata, poco dopo aver allontanato di scatto il mio sguardo dalla coda di un gatto in fuga tra le siepi del giardino di fronte,
“solo un bicchiere d’acqua, ti ringrazio”,mi sentii rispondere.

Una stanza bianca, qualche mese prima. Tutto ciò che riesco a ricordarmi sono gli asciugamani che ti avvolgevano e il tuo sguardo assente, sciolto e indebolito da un’umidità insopportabile. Come sempre eri da sola con i tuoi sogni, e ti facevano paura. Con la mano sinistra ti accarezzavo la fronte, con l’altra tenevo un libro in equilibrio. Uscii qualche istante a prendere una boccata d’aria. Mi trovai da solo di fronte ad una fila di identiche costruzioni bianchissime. Mi guardavo intorno, niente dava segni di vita. D’un tratto un cane con una zampa ferita mi passò vicino, si fermò a guardarmi e ricominciò la sua marcia faticosa. Rientrai nella stanza. Leggermente rialzata tenevi in mano un bicchiere vuoto. Precipitò sul pavimento. “E’ sempre così scuro qui, mi dicesti prima di addormentarti, non sembra neanche estate”. Raccolsi i vetri rotti da terra, circondato da troppo chiarore.

Ti ricordi? Quando da bambina andavi sempre a correre e a nasconderti nei boschi. La mia stanza d’albergo buia e solitaria,questa notte. Pennellate scure di verde sfocate e una luce, per un attimo solo, contro i miei occhi. Da che parte si stava spostando la vita? La confusione di quei contorni sfumati, la campagna che protegge te e la tua bicicletta, sentire gli schiamazzi del mondo di fuori farsi più tenui. “You play along to songs written for you / but you’re all out of tune”. Mi addormentai.

Autunno. Riposiamo le nostre menti bruciate, senza bisogno di dirci niente. Né io, né te, né il mondo.
Calpesti le foglie con grazia: “Sono ormai precipitate, dici, sanguinano. Non posso alimentare altro dolore”.
Rientrammo in casa, dopo quei tuoi primi incerti passi in un mondo che con forza un tempo avevi rifiutato.
Il calore del the ed il suo fumo mi annebbiarono le lenti degli occhiali, il tuo sguardo accompagnò l’ultima luce del giorno tra i tetti delle case e gli alberi feriti.
Mi ricorderò per sempre dei colori di quel pomeriggio di fine ottobre, meravigliosamente tenui e così diversi da quel bianco assordante che ancora mi chiude lo stomaco.
Il celeste della tappezzeria, il rosa impercettibile delle tende, il verde timido dei tuoi occhi come separato dal resto del tuo corpo, il vivo pallore delle tue mani sottili.
Lentamente ti lasciavi gli ultimi mesi alle spalle.

Guarivi,
guardando morire le foglie.

4. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

5. Paolo Benvegnù – Hermann

Data di Uscita: 15/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La ballata di Johnnie e Jane
di Filippo Redaelli

John cerca di rendere ospitale una spiaggia deserta.
Il movimento del mare che scende, il movimento del mare che sale.
Da solo perso in questo silenzio, sotto questo cielo in rovina, guarda il riflesso del sole sull’acqua.
Accende un fuoco, si scalda le mani. Da giorni così, in viaggio in solitaria, da non si sa quanto tempo.
Più che la vicinanza con gli esseri umani gli manca di sentire il suono della propria voce, la parola.
Scrivendo cerca di sentirsi più vivo. L’immagine di questo isolamento involontario,
quando ad un tratto giunge all’orecchio una canzone …
Jane dall’altra parte della spiaggia barcolla per colpa del vento, cerca di evitare i sassi.
Saggiamente si ferma, prende in mano un ramoscello e si mette a disegnare sulla sabbia.
Qualche istante dopo trova un coccio di un vaso in terracotta appartenuto a chissà quale epoca con dei versi in greco incisi sulla sua superficie. Stralci di antiche poesie, arrivate fin qua. Mette il piccolo reperto nella tasca del giubbotto, ascolta il sussurro del vento, pensa all’infinito …
Hermann dall’alto li ascolta, gli occhi chiusi e accecati come quelli dei poeti.

Attraversa da sempre e per sempre utopie di cristallo, l’eterno ritorno di Odisseo, le indicazioni delle stelle, il continuo affannarsi dell’uomo, le notti, la religione, i legami della terra, il progresso, le madri in attesa, i tramonti,la resurrezione che segue l’abisso, un viaggio senza destinazione, ritrovarsi ad amare ogni cosa perché non c’è altro da fare.

La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che vive al di fuori di un corpo, e quindi anche al di fuori del tempo” (Sebastiano Vassalli, “Amore lontano”)

6. Wild Beasts – Smother

Data di Uscita: 09/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Come mi sono procurato questo taglio sulla mano? Bordeaux come il vino rovesciato sul tappeto ieri notte, ancora aperto come le cicatrici avvinghiate attorno al cuore. Con la mano fasciata mi accarezzo il viso non rasato, cerco di riconoscere i miei occhi. Il lenzuolo è completamente rovesciato per terra sul parquet. In che dimensione mi trovavo? Era davvero quella, la mia casa di sempre? Le tue unghie nella mia schiena come i tagli sulle tele degli artisti. Raccolgo il posacenere dal divano, cambio la camicia, preparo una tazza di caffè. Cerco ancora di districarmi in mezzo a tutta questa nebbia e come il sole che all’improvviso penetra attraverso il tessuto delle tende s’illuminò la mia mente nell’attimo in cui trovai e mi misi a leggere una scritta lasciata su un foglio di giornale dalla tua calligrafia irregolare.
Una delle tue solite frasi barocche, parlavi di ali e nuove possibilità. Prolungai la lettura aggiungendo le parole  ‘Sorvoliamo insieme i tetti delle case di questo mondo stupido, ora che siamo forti abbastanza per poterlo fare’. Quale fosse la loro origine non lo sapevo proprio. Mi stupii di me stesso. Passai la mano sulle labbra e sul mento, erano parole tue, quelle che avresti potuto aggiungere. Ti conoscevo sul serio così bene? Forse mi avevi soltanto stregato l’anima durante questi mesi, come una vecchia maga incantatrice e anche un po’malvagia.

Passeggio, tra i primi alberi in fiore, per i viali della Ville Lumière. Cerco di ripercorrere gli stessi isolati di quando, in quella brasserie in rue de Saint – Louis, ti vidi per la prima volta. Non mi guardasti mai negli occhi, mai una volta.
Quale forza ci aveva trasformato? Saresti ancora capace di rinchiuderti nella tua stanza come fosse una fortezza invalicabile e sognare e sognare come se al mondo non importasse altro? Mi servirà quella foto di te rannicchiata intorno alle tue ginocchia, sul tuo letto, con la finestra aperta su un cielo sereno e centinaia di piume disegnate che volteggiano nell’ aria. Decido che per il resto della giornata proverò a non pensarci. Ritorno a casa con passo svelto, senza risposte, mi addormento in poltrona, se mi misi a sognare ora non me lo ricordo più. Al mio risveglio andai subito ad aprire le persiane del piccolo balcone affacciato sulla città. Il sole dell’alba invase il mio corpo e la casa. Una sensazione di leggerezza inattesa, ripensare alle tue parole insieme all’immagine del tuo primo viso innocente. Verrò subito a cercarti, pensai. Chiusi gli occhi. Avrei voluto rimanere così fermo per sempre.

Filippo Redaelli

7. Laura Marling – A Creature I Don’t Know

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

‘No te conoce nadie. No. Pero yo te canto’
(F.Garcia Lorca)

Sto solo sprecando inchiostro, lo so.
Il diario che ho tra le mani non può servire a niente, occupa solo un posto in un cassetto, anzi potrebbe solo portarmi dei problemi.
Non cambierà mai niente qui, in questo villaggio. Ci hanno abituato a non chiedere niente sin da piccole, a me e a mia sorella. Che diritto abbiamo di cambiare le cose?
Per fortuna sono da sola adesso, sdraiata sul letto e con la penna in mano e ho anche chiuso la porta a chiave.  ‘Night after night, day after day. Would you watch my body weaken, my mind drift away?’

La marcia della carrozza là fuori preannuncia un’altra inutile domenica. Non ho voglia di uscire dalla porta di casa e di sorridere ai passanti. Quell’uomo non può con orgoglio portarmi per le strade a braccetto come se ci amassimo davvero. Io non lo amo più, non posso dirlo a nessuno. Solo questa carta lo sa e da quasi un anno ormai.
Ma non serve proprio a niente,  c’è solo polvere in giro.
Eppure non sarò mica l’unica. Rosa, la moglie del dottor Alvarez, come può accettare ancora tutte quelle pubbliche umiliazioni? E che dire di Carmen, mia cugina, o di Teresa, alle preso con i figli del signor Gonzales.. Da generazioni abbiamo paura di non meritarci la grazia e non ci chiediamo neanche perché. Altro che avere dei dubbi …
Le luci della grande città in lontananza all’ora del caffè, tra le lenzuola rattoppate e ingiallite appese sui balconi e l’inevitabile avanzata del crepuscolo, mi ricordano il riflesso del sole sulle vetrate della chiesa il giorno del mio matrimonio. L’amore pareva un’altra cosa a diciassette anni e con indosso l’unico abito davvero bianco che abbia mai indossato in vita mia. Dove sono finite tutte quelle parole che mi hai regalato tenendomi per mano? Tutti quegli ornamenti inutili, tutta questa mia rabbia che non trova una via d’uscita, che da innocente si è ritrovata vittima di questa pena infinita, tradita dalla mia forza di agire.
Dove mi porterà questo scorrere della mia mano? E’ questo il deserto forse?
All’improvviso mi ricordo di Don Pedro, diceva che senza il sangue non si costruiscono le strade e i villaggi come questo, che non ci si può mai ben fidare della notte, soprattutto quella che nascosta è aldilà della collina. Schiava di un presente senza orizzonte, mi perderei senza rimorsi in qualsiasi angolo di notte, purché si trovi in un domani diverso . Ritorna cuore, trafitto da tre spade, continua a tendere verso dimensioni lontane. Recupera parte del mio amore che è stato rapito e violentato da questa terra rossastra e cerca di portarlo via con te.
Talvolta s’impossessa di me come la forza di un mare.
Mi scopro invasa da nude forze e quasi mi sento estranea a questo corpo e a questo mondo. Oh, non può essere solo la mancanza di sonno.
Canto di te che sei ovunque e in nessun luogo perché continui ad aiutarmi a resistere e a tenere lontana la mia mano da qualsiasi lasciapassare per tentativi di autodistruzione. Canto e prego non so più se per quel volto sorridente imprigionato in un’antica fotografia o se per uno spirito non ancora nato che proprio qui, in questa notte, sta cercando di condividere con me qualche misterioso segreto legato al futuro. Come se si trattasse di un passaggio di consegne tra la mia anima e un’altra però capace di liberarsi da qualsiasi catena.
Chiuse il diario sfinita.
Tra canti di vetro abortiti sul nascere posò la penna e si ritrovò in ginocchio ai piedi del letto.
Due lacrime scesero dai suoi occhi socchiusi. Una e due.
Rossa di sangue la prima, l’altra
che pareva cristallo.

Filippo Redaelli

8. Brunori Sas – Vol. 2, Poveri Cristi

Data di Uscita: 17/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Ti ricordi quel giorno Luisa? Cosa ti ho detto quel pomeriggio quando sono entrato in cucina, nonostante il lavoro che va male e la fatica di andare avanti. Eravamo lontano da tutto e lo siamo anche ora, in mezzo a questi campi. Da decenni sempre a denti stretti, sotto il sole cocente, guai a farlo vedere. L’automobile è sempre quella da quindici anni, finché funziona. Stretti nei nostri colori, nel nostro paesaggio, con le nostre cicatrici sulle mani, con queste pupille che non hanno bisogno di parlare. Fotografie con le vesti degli antenati attorno al fuoco a bere il vino, e chissà le canzoni che cantavano. Stasera, credimi, ti regalerei la luna e poi ti porterò a ballare. E ascolta la fanfara che suona nella piazza, parla di tutti noi, e infatti canto

Filippo Redaelli

9. The Antlers – Burst Apart

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nemmeno il tempo di asciugarmi una lacrima che già mi lanciavo con il cappotto in mano calpestando il pavé  con il vento gelido a scolpirmi la pelle del viso nella voracità serale della città. Uscivo dal cinema, un piccolo cinema, due sale, che dalla strada non lo vedi neanche per sbaglio. Stavo sempre camminando a tutta velocità, con il cappotto in mano. Sfrecciavano i tram al mio fianco, facevo fatica ad accorgermi a dove stavo mettendo i piedi, forse qualche goccia di pioggia, le luci dei lampioni sono già accese, stordiscono, il cielo non ha colore, forse qualche goccia di pioggia ancora.
Prendi una scena di un film dove non si senta parlare nessuno, uno scorcio di un quartiere di una cittadina francese, basta che sia di sera, all’ora di cena, un inverno appena accarezzato. La città avanza lenta e placida nel suo monotono rispetto di ruoli incatenanti, in ogni parte del mondo, va bene qualsiasi nazione, basta che non si parli di streghe.
Lascia scivolare sulla poltrona di quel cinema tutti i tuoi fastidi, curati di malinconie, sogni infranti, inquadrature lente come lenta dovrebbe scorrere tutta la vita, scivola nella scena del film, negli occhi di quella ragazzina o di una madre ritrovata, cadi nell’acqua dei fiumi gelidi in terre lontanissime da qui, lasciati trasportare dalla corrente della pellicola, dal nervosismo per quella pagina che non sei riuscito a terminare, mancavano solo poche parole, dissolvi il nervosismo di quella camminata troppo frettolosa, ci vorrebbe anche una pioggia lieve fuori, benvenuto in questo magico bosco inesistente.
Un’altra sequenza lenta ti mostra Jacqueline in un giardino bianco e nero come il suo vestito a fiori ,come le sue mani, come i miei pensieri, come il fumo della sigaretta che tieni tra due dita mentre sulle nostre teste, forse, qualche goccia di pioggia ancora. Proteggici, in un’altra sequenza passata, torbida, dissolviamoci, perché andiamo sempre in due direzioni separate, in questa foresta ovattata , questo siamo noi, solo due anime bulimiche che si nutrono di vento. Allontana le antiche paure, sorridi.

Filippo Redaelli

10. Fleet Foxes – Helplessness Blues

Data di Uscita: 03/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


L’alba era già sbocciata ma, nel vagare, mi sono perso.
Andando avanti ho trovato un vecchio specchio.
Mi chiedete cosa vi ho visto riflesso?
Mio padre.

Giulia Delli Santi

Top Ten 2011 – Annachiara Casimo

1. James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

2. Nicolas Jaar – Space Is Only Noise

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Prendete un giornale.
Prendete un paio di forbici.

Kole rovistò nel porta giornali di sua mamma finché, fra sorrisi patinati e macchine lanciate ai centoventi su chissà quale albero, sbucò una rivista sobria con due girasoli smunti in copertina. “Scelta strana quella della foto di due fiori appassiti”, pensò, e ciò conferì ancor più fascino a quella stampa bimestrale da quattro soldi.

Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare alla vostra poesia.
Cominciò a sfogliare le pagine, la prima cosa che gli si parò davanti fu un’enorme pubblicità in cui una biondina poco più che ventenne, coperta solo di petali di rosa, mostrava in camera con fare ammiccante un paio di orribili scarpe rosse. Prestando poca attenzione a quei tacchi chilometrici, fece scorrere gli occhi sui titoli che incontrava, di foglio in foglio. Sulle facciate successive, fra invettive di politici improvvisati e cronache di ordinaria follia, finalmente scorse un trafiletto di una decina di righe, accanto ad una foto, bellissima. A prima vista gli parve la foto della superficie lunare, scala di grigi e minuscoli crateri qui e là; poi notò nell’angolo in alto a sinistra un bimbo placidamente sognante nel suo passeggino scuro.

Ritagliate l’articolo.
Tagliate ancora con cura ogni parola che forma tale articolo e mettete tutte le parole in un sacchetto.

Non trovava sacchetti, così decise che il cestino in cui sua mamma riponeva decine di gomitoli avrebbe fatto al caso suo. Ne svuotò il contenuto sul pavimento, con grande gioia del gatto che accorse divertito dai fili che s’intrecciavano fra loro, e vi ripose, parola dopo parola, l’intero articoletto scelto.
Euforicamente ripeté mentalmente, quasi fosse una formula magica di un rito arcaico: “Agitate dolcemente. Tirate fuori le parole una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le estrarrete. Copiatele coscienziosamente. La poesia vi rassomiglierà.”
Infilò la mano nel cesto con la stessa adrenalina con cui da bambino infilava il cucchiaio nel dolce della nonna mentre nessuno lo guardava, e con mano tremante cominciò a scrivere:

In strada annusai lo sguardo di cristallo,
puntolini scintillanti brillare,
gambe levate, frutto dell’immaginazione.
Invisibili soltanto nell’aria,
improvvisamente le montagne tutt’intorno
frastuoni udirono provenire.
Silenzio come zucchero.
Colori.
Space is only noise.

Kole si fermò improvvisamente, l’ultimo verso l’aveva in qualche modo stordito e soddisfatto insieme. Si rivolse compiaciuto al gatto che l’osservava di sottecchi dalla poltrona: «Eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare». Scoppiò a ridere, mentre il felino elegantemente saltava sul tavolo scombinando l’ordine delle parole e ricreando infinite poesie.

Annachiara Casimo

3. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

4. Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

5. PJ Harvey – Let England Shake

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

«Mamma, mamma, mamma!»
«Juliette, cosa c’è?»
«Mamma, che cos’è la guerra?» Paulene smise di scrivere gli appunti di lavoro che aveva sulla scrivania e si voltò verso la figlioletta. Che domanda strana, pensò. Deve aver sentito quella parola in televisione.
«La guerra è quando non fai i compiti e la mamma si arrabbia!»
«Non è vero!»
«E invece sì. Fila di sopra; su, su!» Si alzò per spegnere la tv e si risedette. Poi cominciò a pensare a suo padre morto sul fronte e ai racconti della madre, le lettere, la casa in cui avevano vissuto. Si domandò fra se e se: che cos’è la guerra?

Il fronte, questa terra di nessuno, è rosso e marrone: il colore del sangue. Gli alberi sono mani enormi che dicono basta, fermatevi. Ma gli uomini sono ancora lì, in attesa di qualche ordine, in attesa del prossimo attacco, in attesa di scamparla ancora una volta. Che cos’è la guerra se non l’attesa che la guerra stessa finisca?
Le corrispondenze tra il padre e la madre di Paulene sono ancora lì, riposte nel cassetto. Della vecchia casa dove era cresciuta resta soltanto il ricordo dei brandelli e le lacrime per le cose andate perdute e le vite spezzate. Le vite degli altri sono anche le nostre.

Più tardi la donna salì di sopra, nella camera della piccola Juliette, con delle fotografie e le vecchie lettere.
«Guarda, queste sono le lettere che tuo nonno e tua nonna si scrivevano quando c’era la guerra. Non potevano vedersi perché erano molto lontani.»
«E perché erano tanto lontani?»
«Perché tuo nonno aveva un compito. Doveva difendere l’Inghilterra.»
«Ma allora la guerra è una cosa bella, mamma.» Paulene sorrise amaramente. Poi chiese: «Perché pensi che sia una cosa bella?» Juliette prese una foto di suo nonno in divisa insieme a tutta la sua compagnia di reggimento: «Guarda, sono tutti sorridenti.»
«Sì, la guerra è una cosa bella quando finisce. E quando qualcosa di così brutto finisce vuol dire che la gente ha dato il meglio di sé. Vuol dire che c’è speranza.» Paulene non credeva sul serio a ciò che diceva alla figlia. Per lei non c’era speranza. La storia si ripete, sempre uguale; e il sangue versato ieri sarà uguale a quello che continuerà ad essere versato da qui all’eternità, inutilmente.
Si avvicinò alla finestra e le sembrò di udire la voce della madre suonare dalle colline – la sua voce era debole e acuta come il vento.

Che stupida, pensò. Questi pensieri… c’è altro da fare piuttosto che star qui a fissare gli uccelli muti sugli alberi e ascoltare le colline parlare.
E così Paulene tornò indifferente, e si rimise al lavoro con un lieve sorriso sulle labbra.

Andrea Russo

6. Paolo Benvegnù – Hermann

Data di Uscita: 15/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La ballata di Johnnie e Jane
di Filippo Redaelli

John cerca di rendere ospitale una spiaggia deserta.
Il movimento del mare che scende, il movimento del mare che sale.
Da solo perso in questo silenzio, sotto questo cielo in rovina, guarda il riflesso del sole sull’acqua.
Accende un fuoco, si scalda le mani. Da giorni così, in viaggio in solitaria, da non si sa quanto tempo.
Più che la vicinanza con gli esseri umani gli manca di sentire il suono della propria voce, la parola.
Scrivendo cerca di sentirsi più vivo. L’immagine di questo isolamento involontario,
quando ad un tratto giunge all’orecchio una canzone …
Jane dall’altra parte della spiaggia barcolla per colpa del vento, cerca di evitare i sassi.
Saggiamente si ferma, prende in mano un ramoscello e si mette a disegnare sulla sabbia.
Qualche istante dopo trova un coccio di un vaso in terracotta appartenuto a chissà quale epoca con dei versi in greco incisi sulla sua superficie. Stralci di antiche poesie, arrivate fin qua. Mette il piccolo reperto nella tasca del giubbotto, ascolta il sussurro del vento, pensa all’infinito …
Hermann dall’alto li ascolta, gli occhi chiusi e accecati come quelli dei poeti.

Attraversa da sempre e per sempre utopie di cristallo, l’eterno ritorno di Odisseo, le indicazioni delle stelle, il continuo affannarsi dell’uomo, le notti, la religione, i legami della terra, il progresso, le madri in attesa, i tramonti,la resurrezione che segue l’abisso, un viaggio senza destinazione, ritrovarsi ad amare ogni cosa perché non c’è altro da fare.

La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che vive al di fuori di un corpo, e quindi anche al di fuori del tempo” (Sebastiano Vassalli, “Amore lontano”)

7. Sandro Perri – Impossible Spaces

Data di Uscita: 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Nuoto nel nulla cosmico nel quale affoga il nostro amore.
Spazi impossibili ci circondano, impressionati su pellicola lucida.
Restano ricordi, angoli illuminati, sorrisi e pulviscolo.
Tienimi la mano, le gambe non reggono.

Annachiara Casimo

8. Balam Acab – Wander / Wonder

Data di Uscita: 29/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Aiuto sto affogando, non respiro, non respiro, qualcuno mi tiene la testa sotto l’acqua di un lavandino colmo, sento un respiro ricco di affanno. La vista si annebbia e si annebbia ancora, la Madonna mi chiama a sé, fa cantare i suoi aiutanti frati. Non c’è uscita, il ritmo dei movimenti del braccio che mi blocca il cranio si innesca nel canto religioso. Esplode tutto, sono morto forse, l’acqua invade ogni cosa e sono trasportato su uno scivolo per l’aldilà, le voci si alzano d’intensità. Era solo un sogno, cioè un incubo. Welcome.

Fatichi ancora ad alzarti dal letto, le tendine celesti sono mosse dal vento che entra dalla finestra aperta. Arrivano anche echi di battiti intensi che si riflettono in un oceano di tessiture elettroniche al rallenty. Velocità minima, non riuscirai mai ad alzarti dal materasso credi. Vocine trasformate dai palloncini, vocioni caldi spalmati su pianoforti e sfuriate elettro-ambient. Calma, respira profondamente,  prova a reggerti almeno sui gomiti per alzare lo sguardo e capire da dove proviene il suono.

Niente, una forza questa volta leggera ti incolla al materasso bagnato di sudore. Ritorni al sole sfocato di qualche giorno fa, il mare che trasuda nebbia. L’innocenza dei bambini che giocano nel giardino di sotto si lega al beat di prima, una gioia squillante si collega alle tue meditazioni. Now time.

A cosa mirano questi echi proveniente dalla finestra, a volte le pulsazioni diventano profondissime quasi a spaccarti i timpani. Esplode davvero la stanza dici?, no torna sotto controllo un attimo dopo coperto da un velo liquido di fruscii. Oh Why?. Perché cavolo non ti alzi ancora?, ti aspettano a pranzo i tuoi genitori. Ti stai innervosendo sapendo che forse ti perderei i piatti prelibati sul tavolo, ma proprio non riesci per via di questi effetti sonori che ti entrano dalla finestra. Lieve, smussato, battente come la pioggia d’autunno, variopinto, variabile, confuso. Si mischia tutto, sei anche affascinato e non lo puoi negare. Forse è per quello che ti trovi immobile, però qualcosa di più dietro ci deve essere, non ti pare cosa semplice da spiegare questa situazione.

Per darti qualche appiglio provi a catalogare i suoni come quel tuo amico strano che parla di generi musicali, quello tutto scemo che dice parole a caso come IDM, GLO-FI,GLITCH. E tu lo ascolti senza capire e gli fai sì con la testa. No niente non ci riesci a fare come lui, mannaggia essere così fighi non è da tutti.

Ti riaddormenti ancora, questa volta non è un incubo. Guardi tue vecchie foto negli album e ridi, le pagine si girano da sole senza la tua mano. La fragilità invade tutto. La maglia larga di quella sera, con i drink scuri e i capelli scuri e la ragazza quasi annerita e vagamente poco sobria. Ma qui non ci sono streghe, sono state lasciate indietro nel tempo, fuori dalla finestra. Ti aspettavi ancora le streghe?, va bene lo stesso, apprezzare la fragilità spezzata sarà facile, tranquillo. Queste foto mostrano un altro panorama più disteso, non so quanto e se più rassicurante. I bambini gridano sommersi da suoni anni 80’ messi a nuotare nella melma, rattrappiti ma capaci di arrivare dentro le finestre di tutti.

“Svegliati cazzo, è ora di pranzo”.

Ti alzi subito, in fretta e furia, era un sogno per tutto il tempo, la finestra è chiusa. Era un incubo, è un incubo ci stanno le verdure in tavola, è un sogno.

Alessandro Ferri

9. Anna Calvi – Anna Calvi

Data di Uscita: 17/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il diavolo col rossetto
di Gianfranco Costantiello

Si spensero le luci in sala, la ribalta s’infiammò d’un bagliore rossastro e nella fessura illuminata del sipario s’issò uno strano strumento in legno e a corde metalliche che venne avanti sospeso a mezz’aria in un passo solenne.
Una mano di donna affusolata si posò rapace sul corpo in palissandro, stringeva tra il pollice e l’indice una moneta d’argento luccicante che scivolò a lambire le corde, e al contempo l’altra mano, quella sinistra, attorcigliata al manico, saltellava abile e sicura lungo la tastiera e un vibratile crepitio metallico si diffuse nell’aria.
Poi la luce fasciò la figura rimasta nell’ombra che allungò l’esile collo in avanti, dischiuse le labbra coperte di un rossetto scarlatto e la voce soffiò debole e arrugginita -– aspetto Dio … che cada per me … che cada per me … –
Dal loggione si levò un ohhh di stupore seguito da qualche timido fischio, mentre il teatro attonito ammutoliva e sprofondava nelle poltrone cremisi.
… che cada per me … che cada–- cantò ancora gonfiandosi in bilico sui tacchi porpora.

Le guance arrossirono timidamente, i capelli scintillarono rischiarati dal lucore delle luci dorate e la bocca si spalancò lentamente ad inghiottire ogni respiro della sala.

il diavolo … il diavolo verrà -– cantò la donna
e dal loggione si levarono brusii e qualcuno sospirò oh santo Iddio e altri mossero le mani tremanti a formare un segno della croce e altri ancora sgambettavano increduli e irrequieti sgranando gli occhi.
Nel bel mezzo della platea un uomo calvo e pasciuto con un pince-nez incrinato sul naso si alzò dalla poltrona agitando le mani e cominciò a trotterellare verso il proscenio ansimando e imprecando contro la donna.
Ma lei continuava imperterrita collo sguardo fisso e algido davanti a sé, senza farsi impressionare da quei bigotti che starnazzavano il loro disappunto.

aspetto l’amore … che cada per me … e aspetto per sempre – incrinò la voce disperata e corrucciando la fronte aggiunse – adesso -–
e quella disperata richiesta svolazzò come una sentenza nell’aria soffocante prima di precipitare tra il pubblico, verso un uomo seduto nella platea accanto a una donnina coi guanti bianchi che gli teneva la mano. Rasato in volto, con una farfalla color mirtillo stretta al collo ricamato della camicia ricambiava lo sguardo impenetrabile e seducente della donna.

Liberatosi dalla stretta della moglie, si levò dalla poltrona cogli occhi ocra e fiammeggianti, serrò le palpebre e con voce da tenore–gridò – sarò il tuo uomo, il tuo amante – e improvvisamente bruciò in una fiamma tra le urla disperate della donnina dai guanti bianchi e della gente che gli sedeva vicino.

… il diavolo … il diavolo verrà – urlarono in coro roventi anime segaligne apparse sul palco.

Esse s’inerpicarono lungo il sipario e divennero fuoco e il fuoco raggiunse il soffitto che in una vampata brillò sulle teste degli spettatori. Tutti si riversarono verso le uscite, ma queste erano bloccate. Il soffitto cominciò a creparsi e scorticarsi e arrotolarsi su se stesso e a cedere alle fiamme; scaglie impazzite di legno infuocato caddero infilzando gli spettatori e le poltrone arsero sprigionando del fumo acre e tossico.

La donna vestita di rosso invocò ancora quel nome tendendo invasata e animosamente le corde dello strumento fin quasi a spezzarle
-– … il diavolo … il diavolo … il diavolo … il diavolo verrà -– e si dissolse in una fiamma che incenerì il teatro intero in un boato.
Colonne di fumo si levavano nel chiarore del mattino dalla zona del Globe Theatre e sovrastavano tutta la città di Londra. Non ci fu alcun sopravvissuto a quell’inferno e quel che rimase fu solo una montagna di cenere.

10. Hauschka – Salon des Amateurs

Data di Uscita: 11/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Le mani vitree  volteggiano sui tasti eburnei talmente repentine che non si ha il tempo di vederle affondare e rialzarsi. Le note partono velocissime sulle corde vibranti per finire ad impattarsi violentemente sulle viti e sulle lamelle inserite fra l’acciaio armonico ed il rame.
Un colpo al nero ed uno al bianco; poi ancora al nero e di nuovo al bianco: il pavimento a scacchi del Salon Des Amateurs è un gigantesco pianoforte da suonare tenendosi per mano e danzando frenetici.

Annachiara Casimo

Top Ten 2011 – Andrea Russo

1. PJ Harvey – Let England Shake

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

«Mamma, mamma, mamma!»
«Juliette, cosa c’è?»
«Mamma, che cos’è la guerra?» Paulene smise di scrivere gli appunti di lavoro che aveva sulla scrivania e si voltò verso la figlioletta. Che domanda strana, pensò. Deve aver sentito quella parola in televisione.
«La guerra è quando non fai i compiti e la mamma si arrabbia!»
«Non è vero!»
«E invece sì. Fila di sopra; su, su!» Si alzò per spegnere la tv e si risedette. Poi cominciò a pensare a suo padre morto sul fronte e ai racconti della madre, le lettere, la casa in cui avevano vissuto. Si domandò fra se e se: che cos’è la guerra?

Il fronte, questa terra di nessuno, è rosso e marrone: il colore del sangue. Gli alberi sono mani enormi che dicono basta, fermatevi. Ma gli uomini sono ancora lì, in attesa di qualche ordine, in attesa del prossimo attacco, in attesa di scamparla ancora una volta. Che cos’è la guerra se non l’attesa che la guerra stessa finisca?
Le corrispondenze tra il padre e la madre di Paulene sono ancora lì, riposte nel cassetto. Della vecchia casa dove era cresciuta resta soltanto il ricordo dei brandelli e le lacrime per le cose andate perdute e le vite spezzate. Le vite degli altri sono anche le nostre.

Più tardi la donna salì di sopra, nella camera della piccola Juliette, con delle fotografie e le vecchie lettere.
«Guarda, queste sono le lettere che tuo nonno e tua nonna si scrivevano quando c’era la guerra. Non potevano vedersi perché erano molto lontani.»
«E perché erano tanto lontani?»
«Perché tuo nonno aveva un compito. Doveva difendere l’Inghilterra.»
«Ma allora la guerra è una cosa bella, mamma.» Paulene sorrise amaramente. Poi chiese: «Perché pensi che sia una cosa bella?» Juliette prese una foto di suo nonno in divisa insieme a tutta la sua compagnia di reggimento: «Guarda, sono tutti sorridenti.»
«Sì, la guerra è una cosa bella quando finisce. E quando qualcosa di così brutto finisce vuol dire che la gente ha dato il meglio di sé. Vuol dire che c’è speranza.» Paulene non credeva sul serio a ciò che diceva alla figlia. Per lei non c’era speranza. La storia si ripete, sempre uguale; e il sangue versato ieri sarà uguale a quello che continuerà ad essere versato da qui all’eternità, inutilmente.
Si avvicinò alla finestra e le sembrò di udire la voce della madre suonare dalle colline – la sua voce era debole e acuta come il vento.

Che stupida, pensò. Questi pensieri… c’è altro da fare piuttosto che star qui a fissare gli uccelli muti sugli alberi e ascoltare le colline parlare.
E così Paulene tornò indifferente, e si rimise al lavoro con un lieve sorriso sulle labbra.

Andrea Russo

2. Simon Scott – Bunny

Data di Uscita: 07/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Skandalopetra
di Andrea Russo

Liberamente ispirato dalle gesta di Georgios Haggi Statti.

Georgios Haggi Statti
aveva un rito prima di immergersi:
si sciacquava le mani e la bocca
con l’acqua del mare.

C’era una volta un pescatore di spugne del Mar Egeo che riusciva a immergersi sott’acqua per oltre sette minuti e a raggiungere decine e decine di metri di profondità. Georgios – questo il suo nome –  era diventato con gli anni il più famoso pescatore di spugne dell’isola di Simi.

Un giorno, una grande nave italiana navigò le acque limpide dell’Egeo ma nel tentativo di ancoraggio si spezzò la catena e così l’ancora andò giù, giù, giù nelle buie profondità del mare.
La notizia si sparse rapidamente sull’isola di Simi, nel cui porto aveva cercato di ancorarsi la famosa nave italiana. Il capitano di bordo, un uomo alto e barbuto, ordinò subito ai suoi uomini di cercare qualcuno in grado di recuperare la preziosa ancora prima che fosse troppo tardi.
Gli abitanti dell’isola di Simi non ebbero dubbi. Soltanto Georgios era in grado di riuscire in un’impresa così ardua: recuperare un’ancora a oltre ottanta metri di profondità.

Tuttavia il dottore di bordo nutriva molte perplessità su Georgios. Il “coniglio” di Simi – così lo soprannominavano a causa dei suoi grandi baffi e dei suoi denti che lo facevano rassomigliare ad un coniglietto – aveva una corporatura troppo esile, un buco ai polmoni, un timpano rotto e l’altro quasi completamente perduto. Infine, visitato dal medico, non riusciva a trattenere il respiro per oltre quaranta secondi. Come poteva riuscire in un’impresa del genere un uomo dal fisico assolutamente inadatto? Eppure, diceva Georgios:
«Giù, giù, giù è tutta un’altra faccenda. Non si sente più nulla se non il peso di tutto il mare premere sulle spalle. Se l’acqua è abbastanza chiara si riesce anche a vedere, non è detto che a ottanta metri sott’acqua sia tutto buio. Ce la faccio, ripeto, ce la faccio. L’ho fatto tante volte, e giuro sui quattro figli che ho che vi riporterò la vostra ancora».
Nessuno a bordo della nave italiana gli credeva ma, tant’è… non avevano nulla da perdere e in fin dei conti erano tutti molto incuriositi da quell’ometto coi baffoni e i denti da coniglio.

Arrivò il grande giorno. Georgios gettò un sguardo verso l’altra sponda; le case erano allineate come giocatori di una squadra di calcio in posa. Il sole picchiava forte in testa ma, nonostante tutto, la folla era accorsa numerosa, tra il molo e il porto, ad assistere all’evento della giornata.
E così si immerse, e per gli isolani di Simi quelli furono i minuti più lunghi della loro vita. Georgios aveva rifiutato mascherina e tuta e si era immerso soltanto con una pietra di ardesia legata ad una corda controllabile in superficie. Gli erano familiari quelle nuvole d’acqua formate dal suo passaggio. L’ancora era lì, la avvertiva. «Eccola!», esclamò elettrizzato fra sé e sé, e agganciò un cavo d’acciaio ad una marra dell’ancora che finalmente ritornava alla luce. L’ancora era tornata alla luce!

Un boato di gioia ed esaltazione accolse Georgios quando riemerse dalle buie profondità marine. Provato, stremato dalla fatica, ebbe solo la forza di fare un cenno con la mano e sorridere al dottore di bordo che non avrebbe scommesso mezza dracma su di lui.

Georgios aveva un rito prima di immergersi: si sciacquava le mani e la bocca con l’acqua del mare. Il suo mare.

3. Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

4. Matana Roberts – Coin Coin Chapter One: Gens de couleur libres

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio nome significa figlia della Luna.
Non è il nome che mi diede mia madre al momento della mia nascita.. quello che conta veramente nel mio paese è come ti chiameranno una volta emersa dalla foresta.
Non mi sono mai piaciuti gli alberi, sono creature che prendono in giro gli uomini e il destino. Ai miei fratelli piaceva giocare a chi si arrampicava più veloce, ma una volta raggiunta la cima non c’era nessun premio ad attenderli.. mi sembrava stupido.
A volte qualcuno cadeva e si faceva male, mio padre li picchiava con il bastone: “una bocca senza braccia da sfamare!” diceva.
Qualcuno si salvava tra i loro rami dalla leonessa o dal giaguaro, per morire qualche giorno dopo per il morso del serpente o per l’acqua cattiva.
Gli alberi sono una mano sugli occhi di Dio” diceva mia madre, “Lui non può proteggere quello che non vede”.
Quando il mio corpo è fiorito avevo nove anni, ma riuscii a nasconderlo per altri due. Non volevo entrare nella foresta.
Entri bambino, esci uomo”.
Quella mattina indossai il vestito bianco che mia madre aveva iniziato a tessere sin dalla mia nascita, mi addentrai nella foresta accompagnata da mio padre, così come gli altri bambini.
Tre giorni abbandonati tra le braccia della Natura, a cibarci di essa, a vivere di essa.
Una volta usciti, avremmo visto attraverso gli occhi di un adulto.
Mio padre mi accompagnò, fino ai margini.. ma non mi salutò come fecero gli altri genitori. Invece, tenendomi per mano, continuò a camminare, a camminare, a camminare, fin dove la vegetazione era così fitta che ogni passo costava tagli e sangue. All’inizio lo seguii con fiducia.. dopo mezz’ora cominciai a capire, e mi dovette trascinare mentre io urlavo e piangevo.
Arrivammo alla capanna, un povero tetto di una dozzina di tronchi.
Mi violentò per ore, fino a quando non dovette nemmeno più picchiarmi per farmi stare zitta.
Quello che Dio non vede”, ripeteva, “Dio non sa..”.
Io pensavo che Dio misero potesse essere, se bastavano pochi centimetri di legno a renderlo cieco..
Giacei lì distesa ben oltre i tre giorni di rito.. e quando tornai, sporca, nuda, mezza morta, guardavo la realtà con gli occhi di una creatura senza nome.
Passata qualche settimana il mio addome cominciò a gonfiarsi.
Sapevo che non avrei potuto parlare, con nessuno, mi aspettava una punizione e non una cura.. sapevo anche che avrei dovuto farmi male, tanto male, per guarire.
Entrai nella foresta.. ricordandomi gli avvertimenti di mia madre su quali radici raccogliere e quali animali toccare.
Feci tutto l’opposto.
Mi nutrii del legno velenoso che cresce sotto la terra, delle rane colorate con la morte disegnata sulla schiena. I contorni di quello che mi circondava si fecero sfumati, l’aria cominciò ad avere un sapore amaro a contatto con la mia lingua, ero circondata da una cacofonia di suoni e lamenti mentre la Natura urlava il suo sdegno. Ma non era sufficiente, sentivo ancora la vita dentro di me, allora mi scagliai contro gli alberi, mi ferii.
Non bastava.. cercai un bastone sottile e un sasso piatto e rotondo.
Quando mi distesi, anche Dio aggiunse la sua voce adirata al tumulto incomprensibile, graffiante, che sovrastava ogni cosa che mi circondava. Mostrai i denti, sputai la mia umanità avvelenata, e spinsi, spinsi, finchè il rumore diventò insostenibile e i miei timpani si lacerarono.
Mi svegliai qualche ora dopo.. c’era silenzio, ma solo perchè tutto quello intorno a me, sopra di me, e dentro di me, era morto.
Quando ritornai ai villaggio, gli uomini nei campi lasciarono cadere i loro attrezzi, le donne terrorizzate raccolsero a sé i loro vestiti, i vecchi intrecciavano le dita a formare arcaici segni di protezione.
Eulalie! Eulalie! Kersalia! Eulalie!”, urlavano.
Li guardavo, senza provare nulla.
Li guardavo, attraverso gli occhi della Luna.

Filippo Righetto

5. James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

6. Tom Waits – Bad As Me

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Poi decidemmo di andarcene. Accatastai una pila di scatoloni vuoti e cominciai a selezionare indumenti. I più semplici, nonché quelli meno ingombranti, li avremmo portati con noi. Gli altri li avrei lasciati in beneficienza. Chiamai la padrona di casa. Quella parassita non c’era, così le lasciai un messaggio in segreteria. Avremmo disdetto il contratto di affitto e avremmo lasciato la casa nel giro di tre giorni. Destinazione: Chicago.
Quando abbandonammo il nostro appartamento, io e Sara non ci guardammo indietro e non salutammo nessuno fatta eccezione per un bambino che giocava da solo in cortile.
Sara era sorridente, erano anni che mi pregava di andarcene da quella città cadaverica e di provare nuove esperienze altrove. Ogni tanto ci immaginavamo in un locale degli anni ’60 a sorseggiare whiskey scozzese e scambiare parole con tipi come Allen Ginsberg o Miles Davis. Ma tutto ciò lo potevamo solo sognare presi dall’entusiasmo per la lettura di un libro o l’ascolto di un disco in camera.

Ma cosa credi, che cambiando aria cambi qualcosa? Ebbene no, amico – come dicono nei film americani: amico – non cambia proprio nulla. Credi di vivere in un pessimo b-movie dove tutto gira per il verso giusto? Dove ogni cazzo di scena sembra studiata appositamente per andarti di culo? Nessuno ti lascerà salire su un taxi se non hai i soldi in tasca o se i tuoi abiti non annunciano benessere. Ed è inutile che ti affanni per raggiungere la metropolitana se sei in ritardo, non riuscirai a salirci su gettando prima le valigie. La donna che desideri e che guardi dalla panchina opposta non verrà casualmente a chiederti da accendere, non vi scontrerete mai all’angolo di una strada e non raccoglierai i suoi fottuti fogli di lavoro lasciandole il tuo numero. Non succederà. Credi che freghi qualcosa a qualcuno delle tue poesie da quattro soldi o delle canzoni che scrivi con una chitarra scordata? Non è cambiando aria che incontrerai qualcuno a cui possano piacere e che ti presenterà a sua volta ad altra gente fighissima che ti prometterà un mucchio di soldi.
In realtà tutto ciò che ti spinge a cambiare aria è la paura, non il desiderio di respirare aria nuova. Sono polmoni nuovi quelli che ti servono.
Siamo-tutti-quanti-ineluttabilmente-soli. E viviamo come nella repubblica delle chiavi andate perdute e mai più ritrovate; siamo come mosche annegate in un bicchiere di birra, come le lettere spedite a Santa Claus o un paio di scarpe passate di moda. Perciò, ascolta, togli quella foto dalla cornice e torna tra la folla.

Andrea Russo

7. Evangelista – In Animal Tongue

Data di Uscita: 20/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le nuvole rosseggiavano in cielo e la figura sghemba e minuta di una giovane donna in bicicletta faceva capolino tra le tende dell’ampio soggiorno di casa Wellington.
La signora Anne leggeva comodamente la lettera che il figlio le aveva mandato ormai tanto tempo fa. La rileggeva sempre soffermandosi su ogni dettaglio della calligrafia; le parole, che denotavano un carattere avventuroso e ribelle, si confondevano a causa delle lacrime che di tanto in tanto si formavano tra le palpebre serrate della donna, esaurendosi in stille salate sulla carta o sulla gonna scura.
La signora e il signor Wellington non avevano avuto più notizie del figlio e la Legge aveva ormai archiviato il caso del giovane Rick, dichiarandolo ufficialmente deceduto.
Margaret pedalava a denti stretti lungo il viale semisterrato non riuscendo tuttavia a non pensare alle numerose formali chiamate di lavoro che aveva ricevuto in giornata e alla sua scrivania, stracolma di carte. A un certo punto, l’eccessiva foga e la disattenzione fecero rotolare a terra la povera Margaret che si vide costretta a chiedere aiuto. Era caduta vicino l’accesso di una vecchia abitazione che avrebbe scommesso fosse disabitata. Il cancello corroso dalla ruggine, i fiori e l’erba del vialetto interno ridotti in poltiglia dalla pioggia e dal vento. Margaret si avvicinò e scorse, con sua grande sorpresa, una figura vicino il portico di quella grande abitazione. Al suo fianco un cane ululava mestamente la sua litania pomeridiana.
“Signore, mi scusi,” esordì la giovane Margaret.
“Sono caduta dalla bicicletta, potrebbe farmi entrare gentilmente? Giusto il tempo di tamponare i graffi e ripulirmi le mani.”
Il signor Wellington fece un gesto di approvazione e così Margaret aprì il cancello dirigendosi verso quell’uomo.
Vista da vicino, quella vecchia casa le sembrava ancora più imponente ma al tempo stesso notò che la pioggia e l’incuria avevano disegnato ora delle croci nere ora delle enormi vene che parevano dei serpenti sotto il tetto e lungo il canale di scolo.
“Entrate pure,” disse con eccessiva gentilezza l’uomo che era vestito in maniera molto elegante, con dei pantaloni finissimi e una camicia bianca come la neve. Tuttavia Margaret non mancò di notare il volto particolarmente pallido dell’uomo e il suo sguardo perso nel vuoto, fluttuante come una rondine ubriaca. Margaret entrò in casa.
“Buonasera, signora.”
“…”
“Mi chiamo Margaret, avrei bisogno di un po’ d’acqua per…”
“Margaret, sei tu. La fidanzata di Rick!”
“No, sign…”
“Accomodati, mia cara Margaret. Come sei bella… ma cosa sono questi vestiti che hai addosso?”
Margaret, capìta la situazione, assecondò la signora Wellington e si accomodò sul pregiato divano in stile ottocentesco. A dire il vero, gli interni di questa casa erano molto curati; il soggiorno era arredato in maniera classica, il tavolo in legno pregiato con una finissima tovaglia bianca impreziosita da eleganti ricami fatti a mano. Anche il modo di vestire della signora Wellington era particolarmente ricercato seppur semplice nella sua eleganza, mentre i capelli erano raccolti in stile biedermeier risultando quasi artificiosi.
“Avrei bisogno solo d’un po’ d’acqua, signora… ah! Complimenti davvero per la casa.”
“Ma certo, Margaret… Ecco. Oh, ma guarda che brutto graffio.”
“…”
“Ora non dovrebbe più sanguinare.”
“Grazie, signora. Molto gentile. Ora però dovrei andare. Si sta facendo buio, ringrazi anche suo marito per l’ospitalità.”
“Aspetta Margaret… Tieni. Ho sempre voluto darti questa lettera. Sono le ultime notizie che abbiamo ricevuto dal nostro povero Richard. Io ormai la conosco a memoria; ogni virgola, ogni lettera. E ogni volta che la rileggo i battiti del mio cuore sembrano quelli di una campana infuocata: ogni rintocco mi brucia l’anima.”
La signora Wellington porse la lettera a Margaret e istintivamente strinse le sue mani. Le dita dell’una, secche come il cuoio, entro quelle minute dell’altra, sembravano quasi scomparire e per un attimo Margaret si sentì sola dentro una casa completamente vuota; il suo animo rabbrividì.
“Signora, che mani fredde che ha.”
Tornata alla propria abitazione, Margaret cenò col suo compagno. La televisione faceva da sottofondo inutile. Poi fecero l’amore e prima di addormentarsi, spento il telefono cellulare, aprì la lettera che quella cupa signora le aveva donato, cominciando a leggere sottovoce.

«Cari genitori,
qui i giorni passano in maniera frenetica e il posto ci sta davvero entusiasmando. Sono lieto di annunciarvi che finalmente potremo spostarci dalla parte ovest del Paese alla parte est, dove finalmente potremo esplorare ciò che ancora non è stato esplorato. Il tempo è davvero rigido, tuttavia l’amicizia che mi lega ai miei compagni vanifica tutti i cattivi pensieri anche se il calore di casa mi manca tremendamente! Mi mancate voi, gli amici e soprattutto mi manca la dolce Margaret.
Il tempo è davvero tiranno e mi vogliate scusare se scrivo in maniera didascalica ma, come già detto, c’è molta frenesia e i ritagli di tempo libero sono davvero limitati, dunque devo già concludere questa lettera che spero arrivi presto a casa.
Petrozadovsk, lì 1 dicembre 1843

Richard Wellington»

Andrea Russo

8. Suono C – Fobetore

Data di Uscita: 07/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Si era fatto buio e la candela era ormai poco più che un mozzicone. La inclinai e versai qualche goccia di cera sulla superficie fredda del tavolino, poi ne presi una nuova e la fissai su quella base morbida e calda.
Dopo aver estratto un fiammifero e averlo strofinato sul bordo ruvido della scatola, avvicinai la fiamma allo stoppino ancora vergine.
Passarono alcuni secondi prima che sembrasse aver attecchito. Spensi d’impulso il cerino ormai consumato per timore di bruciarmi i polpastrelli ma, appena la nuova fiammella non venne più alimentata, s’affievolì spegnendosi.
Dalla finestra socchiusa, il vento s’insidiava nella stanza con dei sibili oscuri e mi accarezzava il collo, gelido. Ebbi un sussulto di timore, sporsi la testa appoggiandomi agli infissi e fui travolto in pieno viso dalla velocità dell’aria. A meno che non fossimo entrati in una galleria senza che me ne fossi reso conto, la notte era una cappa di fuliggine impenetrabile. Nonostante strizzassi gli occhi nel tentativo di percepire i contorni del paesaggio attorno, non riuscivo a vedere nulla che non fosse quel nero asfissiante.

D’improvviso un cono di luce si stagliò prepotente nell’aria. Non so dire come ma mi ritrovai un lembo di lenzuolo stretto attorno al collo e la fronte madida. Nel ventaglio luminoso che s’era ricreato sulla parete scorrevano danze lievi di ombre cinesi, accompagnate dalla melodia soffusa di un pianoforte.
Una voce ronzante raccontava una fiaba, ne ero certo nonostante non riuscissi a distinguerne le parole.

La porta di fianco al letto si spalancò. Fui travolto dal frastuono della strada, le auto sfrecciavano, i bimbi piangevano, o ridevano, non so. Riuscii a distinguere il lamento malinconico di un flauto, mi sembrò capace di ipnotizzare tutti i rettili del pianeta. Da bambino guardavo per ore lo stesso identico cartone animato: un uomo in turbante, carnagione scura, soffiava dentro un flauto a tre fori mentre, dinanzi a lui, un lungo serpente sbucava da una cesta di vimini.
Mi resi conto che le punte della dita mi si stavano riscaldando inaspettatamente, abbassai lo sguardo e mi vidi sbuffare dentro un flauto puntellato di infiniti fori. Tentai di fermarmi: non ci riuscii.
Il cono di luce ora rifletteva il viso di mia madre, stilizzato con tratti leggeri violacei. Piansi, e ogni lacrime che mi cadeva sulle guance rigava l’ombra della sua faccia che a contatto con l’acqua si sformava, quasi fosse d’inchiostro. Solo quando riuscii ad avvicinarmi, mi resi conto che quelle che prima m’erano parse linee rossicce, non erano altro che file interminabili di formiche disposte a disegnare lineamenti di donna.
Mi ritrovai il corpo completamente coperto di formiche. Urlai e mi si riempì anche la bocca.
L’ossigeno intorno diminuì all’improvviso, i muri mi venivano addosso con fare incalzante. Li toccai, li sentii freddi, metallici. Presi a batterci contro con i pugni, puntando i piedi. Non cedettero. Non riuscivo più a muovermi.
All’esterno, il flauto era soffocato dai rumori.

Non ho idea di quanto tempo passò prima che riuscissi a riprendere conoscenza ma sono certo di una cosa: aperti gli occhi,  distinsi subito due mozziconi di candela su un tavolinetto coperto di cera.

Annachiara Casimo

9. WU LYF – Go Tell Fire to the Mountain

Data di Uscita: 13/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

WY LUF  =  World Unite Lucifer Youth Foundation

Manifesto programmatico

1)    “I woke up today to hear the baby say : We can’t live this way I won’t hold this crown”. Organizzazione musicale che mira a conquistare il mondo con un suono che i critici musicali con gli occhiali chiamano “ HEAVY POP”.

1.2) Ci piace la definizione data, aiuterà sicuramente nel raccoglimento di fondi. L’organizzazione mira anche a penetrare nelle orecchie di chiunque abbia voglia e tempo di ascoltarci. “in our position we can see no reason to sign to a record label”.

2) Chiunque farebbe bene a trovare voglia e tempo di ascoltarci. “Nah don’t call the police I’m begging ya please ya please ya please!”.

3) Miriamo a unire più persone, miriamo a inondarvi di batterie dure e ritmate, di voci da vecchio cantautore americano ubriaco in una chiesa, chitarre e bassi penetranti, vi penetreremo nelle orecchie. Non ci accontentiamo di passare sulle radio di tutto il mondo. “We want WU LYF to be more than a band, in the same way FC Barcelona is “more than a club”.”.

4) Insieme ci divertiremo, non siamo solo cazzoni ma ci divertiremo tantissimo. “we want to enjoy ourselves and live as authentic and free as little puppy dogs in the yard”.

5) Il momento è arrivato, abbiamo lavorato tanto, il seguito arriverà, si vede che siete stanchi, che volete unirvi. “Now spitting blood spitting blood like the golden sun god.”.

5.2) La stagione è arrivata, vi amiamo tutti, ricordatevi di noi, non fatevi fottere dalle costruzioni fittizie, siamo genuini e vi amiamo, vi amiamo.

“She lays down in summers bliss. The LYF aspires to create things that have a genuine connection with people”.

Alessandro Ferri

10. True Widow – As High As the Highest Heavens and From the Center to the Circumference of the Earth

Data di Uscita: 29/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

I vulcani in attività sembrano imponenti bestie sanguinanti. Le cavità della terra, come orbite di un teschio, sono aride distese di morte.
L’umanità dopo l’umanità è l’ultimo spettacolo di un maestoso teatro della rovina.
Ciò che resta è il suono definitivo del crollo. Che infanga anche il cielo. Fino a turbare il paradiso e gli angeli.
Tutti.

Andrea Russo

Top Ten 2011 – Gianfranco Costantiello

1. A Winged Victory for the Sullen – A Winged Victory for the Sullen

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ABBANDONO

All farewells are sudden

Lui, steep hills of vicodin tears.

Non ricordo sussurrava ai passanti, volti lividi segnati dalla coltre di una nebbia perpetua.
L’uomo avanzava lungo il fiume inseguendo l’argine fin dove non vi erano più case, solo qualche voce ovattata sospinta da una barca e lo sciabordio del remo che distante sfibrava la superficie.
L’aria madida colava sui capelli già scarmigliati, la barba grondava brinosa e gli stivali sgretolavano il sentiero. Avrebbe solcato un pantano tra le lacrime degli alberi ammutoliti a fissar i pori della terra grumosa.
Non ricordo–mormorava, ancora, sfiorato da passi estranei -– pesanti e infangati dalla vita – piegandosi stanco coi palmi delle mani sulle ginocchia e la lingua a rimescolare la saliva calda.
Insegue fantasmi, fantasmi di rugiada e resina tra le scorze dei tronchi di pioppo, avrebbe pensato il contadino senza volto di ritorno dalla campagna.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il greto del fiume ritiratosi silente.
Tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio di giada intagliata -– e ricordò il giorno in cui lei glielo fece scivolare sulla tavola – e sul fondo si rincorrevano, scosse da un leggero tremito delle mani, un paio di pillole che ingoiò avidamente, poi ghermì una sigaretta ma non l’accese, l’avrebbe accesa più tardi. Si rannicchiò tra le foglie e la rugiada a mirare la cresta del fiume che inghiottiva la città, e tese l’orecchio ai ciottoli e la fanghiglia, e il silenzio incrinato dal fischio inatteso di un treno.

Lei, a symphony pathétique.

Una donna si mise alle spalle la porta di casa: scese in fretta i gradini che la separavano dal giardino e varcò la nebbia con la sua consunta valigia di cartone. I tacchi affondarono nel mattino senza sole per guadagnare una nuova vita forse, poi il cancello cigolò.
Non era forse il rumore della nostalgia ?
Il rombo di un motore crebbe lento e s’arrestò davanti alla villa. Una piccola targa luminosa rosseggiava vaporosa sulla cappotta bianca e il conducente a testa bassa lasciò cadere una parola afferrando la valigia e sistemandola nel portabagagli. La donna agile s’era già adagiata sui sedili posteriori percorrendo ansante le pieghe della lunga gonna e dal finestrino appannato spiava l’uomo che aveva amato, distante, in piedi dietro i vetri di una finestra.
Alla stazione soffiò e l’auto si mosse.
Era ormai da tempo che aveva preso la decisione. Aveva anche atteso a lungo, troppo a lungo si disse.
Gliel’aveva sussurrato in un orecchio mentre i loro corpi erano uniti e imploranti tra le grinze delle lenzuola, così il dolore era stato lenito dal piacere, non l’aveva assalito di colpo, ma solamente stordito per laceragli in seguito il cuore. Ma anche il suo non aveva retto.
Le ruote macinavano l’asfalto adesso e il sentiero sterrato che squassava l’auto e fendeva i pensieri era un ricordo distante.
Il conducente nascondeva gli occhi dietro delle lenti scure e spesso curiosi vagavano oltre, sullo specchietto retrovisore, fissandosi sulla sagoma che affiorava dai fari scialbi delle auto in coda. Capelli biondo cenere, occhi che parevano delle fessure grigie, labbra sottili e pelle molto chiara che si screziava di un impercettibile rossore sulle guance. Era bellissima, una sirena si disse.
Stringeva tra le mani un telefonino, quando il display s’era improvvisamente illuminato rischiarando il volto precipitato nella penombra, piangeva.

Ho paura di dimenticare il tuo volto, la tua voce, il tuo modo di camminare e d’inclinare la testa quando rifletti, e il tuo sorriso, le tue labbra morbide, il tuo sapore ancora addosso che già non ricordo.

La mano svuotata d’ogni forza vitale s’aprì e il telefono scivolò nella borsa, quando l’auto decelerò e si accostò lungo la piazzola dal perimetro giallo.
Quando chiuse dietro di sé la portiera e la vita la investì in pieno volto senza avvisaglie, sentì una mancanza toglierle il respiro e il vuoto scavare avidamente nello stomaco. Non avvertì il peso della valigia, né il lastricato del marciapiede e la sua voce e quella dell’uomo della biglietteria.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il pavimento della stazione.
Col fazzoletto tamponò le scie nerastre che rigavano il volto in un tremito riflesso del piccolo specchio da borsa, quando lo sferragliare brumoso del treno divenne sempre più opprimente e salì, salì inghiottendo lo sbadiglio inguantato della donna ricoperta di piume e gli sbracci alieni del capostazione e l’alito caldo delle bocche dischiuse degli amanti che incrinavano il freddo dicendosi a presto.

Gianfranco Costantiello

2. PJ Harvey – Let England Shake

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

«Mamma, mamma, mamma!»
«Juliette, cosa c’è?»
«Mamma, che cos’è la guerra?» Paulene smise di scrivere gli appunti di lavoro che aveva sulla scrivania e si voltò verso la figlioletta. Che domanda strana, pensò. Deve aver sentito quella parola in televisione.
«La guerra è quando non fai i compiti e la mamma si arrabbia!»
«Non è vero!»
«E invece sì. Fila di sopra; su, su!» Si alzò per spegnere la tv e si risedette. Poi cominciò a pensare a suo padre morto sul fronte e ai racconti della madre, le lettere, la casa in cui avevano vissuto. Si domandò fra se e se: che cos’è la guerra?

Il fronte, questa terra di nessuno, è rosso e marrone: il colore del sangue. Gli alberi sono mani enormi che dicono basta, fermatevi. Ma gli uomini sono ancora lì, in attesa di qualche ordine, in attesa del prossimo attacco, in attesa di scamparla ancora una volta. Che cos’è la guerra se non l’attesa che la guerra stessa finisca?
Le corrispondenze tra il padre e la madre di Paulene sono ancora lì, riposte nel cassetto. Della vecchia casa dove era cresciuta resta soltanto il ricordo dei brandelli e le lacrime per le cose andate perdute e le vite spezzate. Le vite degli altri sono anche le nostre.

Più tardi la donna salì di sopra, nella camera della piccola Juliette, con delle fotografie e le vecchie lettere.
«Guarda, queste sono le lettere che tuo nonno e tua nonna si scrivevano quando c’era la guerra. Non potevano vedersi perché erano molto lontani.»
«E perché erano tanto lontani?»
«Perché tuo nonno aveva un compito. Doveva difendere l’Inghilterra.»
«Ma allora la guerra è una cosa bella, mamma.» Paulene sorrise amaramente. Poi chiese: «Perché pensi che sia una cosa bella?» Juliette prese una foto di suo nonno in divisa insieme a tutta la sua compagnia di reggimento: «Guarda, sono tutti sorridenti.»
«Sì, la guerra è una cosa bella quando finisce. E quando qualcosa di così brutto finisce vuol dire che la gente ha dato il meglio di sé. Vuol dire che c’è speranza.» Paulene non credeva sul serio a ciò che diceva alla figlia. Per lei non c’era speranza. La storia si ripete, sempre uguale; e il sangue versato ieri sarà uguale a quello che continuerà ad essere versato da qui all’eternità, inutilmente.
Si avvicinò alla finestra e le sembrò di udire la voce della madre suonare dalle colline – la sua voce era debole e acuta come il vento.

Che stupida, pensò. Questi pensieri… c’è altro da fare piuttosto che star qui a fissare gli uccelli muti sugli alberi e ascoltare le colline parlare.
E così Paulene tornò indifferente, e si rimise al lavoro con un lieve sorriso sulle labbra.

Andrea Russo

3. Anna Calvi – Anna Calvi

Data di Uscita: 17/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il diavolo col rossetto
di Gianfranco Costantiello

Si spensero le luci in sala, la ribalta s’infiammò d’un bagliore rossastro e nella fessura illuminata del sipario s’issò uno strano strumento in legno e a corde metalliche che venne avanti sospeso a mezz’aria in un passo solenne.
Una mano di donna affusolata si posò rapace sul corpo in palissandro, stringeva tra il pollice e l’indice una moneta d’argento luccicante che scivolò a lambire le corde, e al contempo l’altra mano, quella sinistra, attorcigliata al manico, saltellava abile e sicura lungo la tastiera e un vibratile crepitio metallico si diffuse nell’aria.
Poi la luce fasciò la figura rimasta nell’ombra che allungò l’esile collo in avanti, dischiuse le labbra coperte di un rossetto scarlatto e la voce soffiò debole e arrugginita -– aspetto Dio … che cada per me … che cada per me … –
Dal loggione si levò un ohhh di stupore seguito da qualche timido fischio, mentre il teatro attonito ammutoliva e sprofondava nelle poltrone cremisi.
… che cada per me … che cada–- cantò ancora gonfiandosi in bilico sui tacchi porpora.

Le guance arrossirono timidamente, i capelli scintillarono rischiarati dal lucore delle luci dorate e la bocca si spalancò lentamente ad inghiottire ogni respiro della sala.

il diavolo … il diavolo verrà -– cantò la donna
e dal loggione si levarono brusii e qualcuno sospirò oh santo Iddio e altri mossero le mani tremanti a formare un segno della croce e altri ancora sgambettavano increduli e irrequieti sgranando gli occhi.
Nel bel mezzo della platea un uomo calvo e pasciuto con un pince-nez incrinato sul naso si alzò dalla poltrona agitando le mani e cominciò a trotterellare verso il proscenio ansimando e imprecando contro la donna.
Ma lei continuava imperterrita collo sguardo fisso e algido davanti a sé, senza farsi impressionare da quei bigotti che starnazzavano il loro disappunto.

aspetto l’amore … che cada per me … e aspetto per sempre – incrinò la voce disperata e corrucciando la fronte aggiunse – adesso -–
e quella disperata richiesta svolazzò come una sentenza nell’aria soffocante prima di precipitare tra il pubblico, verso un uomo seduto nella platea accanto a una donnina coi guanti bianchi che gli teneva la mano. Rasato in volto, con una farfalla color mirtillo stretta al collo ricamato della camicia ricambiava lo sguardo impenetrabile e seducente della donna.

Liberatosi dalla stretta della moglie, si levò dalla poltrona cogli occhi ocra e fiammeggianti, serrò le palpebre e con voce da tenore–gridò – sarò il tuo uomo, il tuo amante – e improvvisamente bruciò in una fiamma tra le urla disperate della donnina dai guanti bianchi e della gente che gli sedeva vicino.

… il diavolo … il diavolo verrà – urlarono in coro roventi anime segaligne apparse sul palco.

Esse s’inerpicarono lungo il sipario e divennero fuoco e il fuoco raggiunse il soffitto che in una vampata brillò sulle teste degli spettatori. Tutti si riversarono verso le uscite, ma queste erano bloccate. Il soffitto cominciò a creparsi e scorticarsi e arrotolarsi su se stesso e a cedere alle fiamme; scaglie impazzite di legno infuocato caddero infilzando gli spettatori e le poltrone arsero sprigionando del fumo acre e tossico.

La donna vestita di rosso invocò ancora quel nome tendendo invasata e animosamente le corde dello strumento fin quasi a spezzarle
-– … il diavolo … il diavolo … il diavolo … il diavolo verrà -– e si dissolse in una fiamma che incenerì il teatro intero in un boato.
Colonne di fumo si levavano nel chiarore del mattino dalla zona del Globe Theatre e sovrastavano tutta la città di Londra. Non ci fu alcun sopravvissuto a quell’inferno e quel che rimase fu solo una montagna di cenere.

4. St. Vincent – Strange Mercy

Data di Uscita: 13/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Invisible Monster
di Giulia Delli Santi

“Chi diavolo è?!”
Una voce più alta e cordiale, “Possiamo esserti d’aiuto?”
“Sono qui per la selezione da capo Cheerleader.”
Si presentava di fronte a loro una figura slanciata, arida, dal portamento goffo e innaturale; un’insolita amalgama di mania ed estrema riservatezza. Piede più lungo del profilo, pantaloni fascianti, si, un chiaro gonfiore tra le gambe.
La t-shirt dalle maniche evidentemente asportate, più grande di almeno due misure, raffigurava la locandina sbiadita di un vecchio spettacolo di Broadway. Nella mano una solida fune mentre lo sguardo allungato e apatico chiedeva alle due esaminatrici di presentarsi.
Era sua quella voce mascherata in maniera grottesca, un colpo per schiarirla: “Mi chiamo Chloe..
Scoppiarono in una risata tracotante ed attesa.
“Tesoro, hai sbagliato stanza. Questa selezione è riservata solo a ragazze.”
Con la mano tesa a giustificarsi, non riuscì a prendere parola perché interrotto dalla prima palesemente infastidita: “Levati di torno! Pensi che qui ci sia tempo da perdere con te, sgorbio?”
La sua espressione, in un primo momento remissiva e scoraggiata, cominciò a mutare senza fretta. Un respiro più sicuro:

When I was young / Coach called me “the tiger”. I always had / A knack with the danger.
Living in fear in the year of the tiger.
I had to be the best of the bourgeoisie / And my kingdom for a cup of coffee.

Ancora un istante e i suoi occhi si fecero seri prevaricatori. Avanzavano con brutalità opprimente e, in prima linea, erano completamente sottomessi a quello sguardo agghiacciante come fossero bestie al guinzaglio.

Mi avete mai guardato come io vi guardo?
Avete mai scritto una preghiera per me?
Vi siete mai presi cura di me come io ho fatto con voi?
Non potete fuggire.

Solo pochi secondi, il sorriso folle mutò ancora una volta le sue intenzioni. La mano devota al giudizio, estrasse dalla tasca un vecchio rasoio Soligen pronto al taglio, un salto deciso per raggiungere le sue rivali. Legata la prima con la corda, non dimenticando di tapparle la bocca con uno straccio, si rivolse all’altra completamente impietrita dalle circostanze. A cavalcioni su di lei, prese a fissarla ordinandole di non proferire suono. La scrutava intensamente come a cercare il senso di quelle lacrime e, non trovandolo, con un unico continuo movimento del braccio, affondò la lama partendo da uno dei temporali per terminare all’altro, dividendo in due parti l’iride oceano. Un urlo e le mani alla faccia, rivolto all’altra:

I’ll make a living telling people what they want to hear / It’s not a killing, but it’s enough to keep the cobwebs clear. ‘Cause I make a living telling people what they want to hear / But I tell ya, it’s gonna be a champagne year.

Con queste parole, la stessa lama che aveva offeso la prima, si orientò su di lei, sul suo piccolo orecchio, toccato fino a quel momento solo da un discreto punto luce. L’affondo di una precisone chirurgica e il leggero padiglione era sul pavimento.
Avrebbe potuto abbandonarle mutilate, ma la pietà è una virtù sottovalutata: Le sollevò dalle ormai spettinate capigliature, una alla volta e con un taglio netto recise ad entrambe la vena giugulare. Un inchino di riconoscenza, s’allontanò lasciando le due spettatrici coinvolte dissanguate sul pavimento.

Bodies, can’t you see what everybody wants from you?

Ho sempre pensato che l’isteria meritasse un pubblico.
Cruel, Cruel, Cruel..

5. Still Corners – Creatures of an Hour

Data di Uscita: 11/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

UN’ESTATE SENZA FINE
di Gianfranco Costantiello

Quest’estate finirà, ogni cosa avrà la sua fine.
Quando t’ho incontrato ho creduto che la bellezza del tuo viso e delle tue labbra avrebbe colmato per sempre il vuoto della mia anima.
Quando guardo adesso il tuo viso, e le tue labbra, adesso che sono diventate fredde, estranee, comprendo che tu sei stato un pezzo della mia vita …
tu non sei diverso da questo mondo, tu appartieni a questo mondo – –

Un alito di vento investì Greg e una fronda di capelli cadde a coprirgli la fronte. Avrebbe voluto avere capelli più lunghi, che gli coprissero gli occhi. Le parole di Tessa –- le aveva davvero pronunciate lei, era quella la sua voce ? – s’insidiarono come un ronzio nelle orecchie fino ad invadere la mente, già confusa. Una grossa vu piumata di bianco squillò nell’aria e lui sollevò il capo in un grido rappreso in fondo alla gola che diceva portatemi via, portatemi via. Altrove. Che pena.
Poi lo sguardo ricadde al suolo – le impronte di lei sulla battigia, defilata, con le braccia stagnanti lungo il corpo e gli occhi inafferrabili -, i piedi toccarono l’acqua e le parole svanirono.
Fu il mare a parlare: il suo verso incessante avviluppò i sentimenti appena rivelati sulla spiaggia deserta. Greg sentì la sabbia bagnata sfaldarsi sotto i suoi passi, credeva che avrebbe perso l’equilibrio, così toccò un masso di pietra ruvida e umida, la più vicina, e si sedette. Lo sguardo vagò assente nel cielo che trascolorava in un tenue rossore di tramonto – meraviglioso modo di congedarsi pensò – e una lacrima corse tra il naso e la guancia, poi le labbra, la lingua. Era salata.
Tessa cercò una sigaretta nella borsetta e non trovandola scagliò quel rettangolo di cuoio liso tra gli scogli più alti, già immersi nell’aria fresca della sera, dove l’accolse un’eco sorda e il debole fischio del vento. Con passo lento, prestando attenzione a dove mettesse i piedi, proseguì verso il mare: un’onda tiepida bagnò il vestito e accarezzò le ginocchia. Il sole andava posandosi sul mare e le tornarono alla mente alcuni versi di Rimbaud letti nel metrò qualche giorno prima.
Raccolse la lunga veste color borgogna tra le sue braccia e si sedette accanto a Greg, leggermente più in alto. Da lì poteva sentire il respiro pesante dell’uomo.
La sua mano lambì la nuca di lui, ma ritornò indietro tremante, per poi riaprirsi e accarezzare i capelli con fare innaturale, mentre un gabbiano atterrò sulla superficie dell’acqua, a pochi passi, e diede loro il dorso.
Sai -– iniziò a parlare Tessa con voce ferma, mentre la mano aveva preso un movimento più elastico e naturale – i gabbiani sono uccelli davvero strani – –

Greg si girò a guardarla cogli occhi di un crocifisso e intercettò una smorfia, un piccolo sorriso su quel volto che si stagliava nel cielo oramai piceo alle loro spalle. Sì, era un sorriso, un po’ smagato e un po’ sognante, inatteso, un grazioso stridore. E cercando conferma della pietà che sembrava venire dalla sua amante balbettò un perché, fievole, un guaito.

Vagano tra le onde del mare e le discariche di rifiuti -–

Dopo l’ultima sillaba, che sembrò riverberare nell’aria, Greg ruppe in un pianto nascondendo il viso tra le gambe di lei, che, posando gli occhi vitrei su quella nuca sussultante, fece scomparire, ancora una volta, l’esile mano tra i capelli.

6. Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

7. Memoryhouse – The Years

Data di Uscita: 03/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

E Denise afferrava la brezza
di Gianfranco Costantiello

A piedi nudi sul molo Denise afferrava la brezza e chiudeva la mano mentre l’etichetta del vestito stava casualmente di fuori. Un barbaglio di luce si srotolava sull’acqua, così l’estate andava e i fantasmi di cobalto se ne stavano alle spalle, in cerchio, a dischiudere le labbra come petali in balìa della brezza, ignorando gli scricchiolii ad ogni infaticabile onda. E l’America, quieta, all’orecchio bisbigliava versi, poco prima di chiudere il giorno nella scatola informe, oltre la baia.

7. Dustin O’Halloran – Lumiere

Data di Uscita: 22/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era una stanza specchiata e lei saltellava sulla punta dei piedi, poi s’arrestò assumendo la plastica posa di un fenicottero e attese statuaria un segnale negli specchi – la silenziosa perfezione del gesto – e sciogliendo quella posizione si concesse al pavimento col busto eretto, dosando i movimenti delle braccia e inchinando il capo ora a destra, ora a sinistra. E fu in uno di quegli inchini che incrociò lo sguardo timido di un ragazzo che non osava superare la sottile linea della soglia.
E fuori la neve, poi la pioggia, e la luce.

Gianfranco Costantiello

9. Grouper – A I A

Data di Uscita: 15/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

She loves me that way
di Filippo Righetto

Era venuto sulla Terra in cerca di affetto.
Tramite il suo casco in policarbonato rigido, i suoni lo raggiungevano ovattati e spenti.
Si muoveva lentamente, la sua tenuta era massiccia, ingombrante.
Tutto era così.. dolce.
Il viso colmo di stupor gioioso, era circondato da luci, e da persone, e queste persone erano tutte così vive, scollegate globalmente ed allo stesso tempo collegate in un armonioso coacervo, e tutto mutava così in fretta, senza che nessuno se ne accorgesse, o senza risentirne apparentamente.
Erano bellissime, lo facevano piangere.
Però.. però..
Forse si muovevano troppo velocemente, ed alla fine del giorno, lui era ancora solo.
Nessuno gli aveva sorriso.
Si sedette su una centralina elettrica.
Il cuore, colmo, sopraffatto. Felice. Nonostante tutto, felice. Perché la vita, esiste. E brilla. Sempre.

L’entrata in scena di una singola persona malandata, con tutti i suoi beni dentro un carrello, con la soddisfazione di essere vivo.

“The Moon… the Moon… the Moon is sharp, my friend”

Infine, la scoperta, di quella perla perfetta nella sua imperfezione.
L’incontro, dopo un viaggio che sembrava interminabile.
La catarsi.
Tra l’alieno e la pietra lunare.

10. Fovea Hex – Here Is Where We Used To Sing

Data di Uscita: 18/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Every evening
di Gianfranco Costantiello

Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte.
K.Gibran

Il corpo piegato sulle ginocchia. Il capo reclinato, leggermente, verso il basso, al pavimento in marmo della stanza fredda. Le mani giunte, poi incrociate, una preghiera bisbigliata.
Il comodino, un lume puntato sul Cristo in croce e un chiodo spiovente a  reggerlo storto alla parete bianca, scrostata, e poi paglierina al soffitto umido. Sussurra Amen e si rialza, sistemandosi la camicetta da notte, che nel movimento improvviso, si è sollevata, sguarnendo le cosce lattiginose. Infilatasi nelle polverose e pungenti lenzuola di flanella, allunga il viso sul lume della candela: il suo profilo disegnato sulla parete, la sagoma spiata, furtivamente, con la coda dell’occhio, inghiotte la stanza al suo secco soffio tra le labbra che sgonfia i polmoni e annichilisce la fiamma. La luce si è dissolta, ma il suo ricordo è rimasto imprigionato sul fondo della retina che lentamente si scuote e vibra in un effervescente ed indomabile grigiore puntinato. Tende al bluastro quando gli occhi si muovono, cercano i contorni, la stanza.
Fenditura caleidoscopica
Sentimento del tempo
Immagine di vita in fieri.

Definirsi: guadagnare la superficie, a chiazze, e sconfinare, mancare: un rivolo di luce lunare tra la fuga del pavimento e una ruga di cera già solida al contatto con la fredda porcellana, ogni sera, prima che arrivi l’alba.

Esperanza – Esperanza

D.d.U. 21/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il viaggio parte dall’Italia con il tiepido sole basso di dicembre, e assume contorni onirici, epici. Proiezioni del passato, i viaggi di Marco Polo de Le mille e una notte secano i percorsi di Jules Verne intorno al globo; le tappe sono intense e vivide, la memoria non può sfumare né dissolversi, piuttosto si carica di vibrazioni.
E il Giappone, il Medio Oriente e Berlino sono contigui e li tocchi e li vivi, se chiudi gli occhi.
E le fisarmoniche, la disco-house e il pop nostalgico si intrecciano e si fondono, se chiudi gli occhi.
Nasce di inverno ma lascia intendere un prosieguo indefinito lungo tutte le stagioni questo sogno itinerante, è un viaggio animato dai bagliori del desiderio.
(E)speranza.

Federica Giaccani

Top Ten 2011 – Maurizio Narciso

1. Umberto Palazzo – Canzoni della notte e della controra

Data di Uscita: 30/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

<<Che paletta schifosa!>>

Papà è vigoroso e gioca con me tutto il giorno, costruendo castelli di sabbia o buche per trovare l’acqua. Ogni tanto si riposa sulla sdraio, ma è quello il momento per ricoprirgli i piedi di sabbia oppure fargli il solletico col rastrello blu.

Mamma prende il sole ma ha sempre un occhio vigile, non mi fa allontanare più del dovuto, ma a dirla tutta non ne sento la necessità! Aspetto il momento del bagno: ho mangiato due pizzette ed un cremino e dovrò attendere almeno un’oretta.

Nella controra cerco un nuovo compagno di giochi, gli ombrelloni vicini sono pieni di ragazzini della mia età che riposano, mangiano oppure fanno giochi svogliati con secchielli pieni di acqua salata.

Dallo stabilimento arrivano rumori di palline e grida dei ragazzi più grandi che giocano a biliardino, ma sopratutto canzoni italiane sparate a grande volume dagli altoparlanti seccati dal sole. La musica non mi interessa, anche se viene inevitabilmente assorbita da ogni mio poro.

La mia ricerca è finita! Trovo un ragazzo circondato da un arsenale di giochi, clessidre avveniristiche e gonfiabili per affrontare le onde. Recupero la mia paletta da sabbia preferita e corro verso di lui, piè veloce per non scottarmi nella distanza tra i due ombrelli di mare.

Mi presento. Lui, da sotto la visiera del cappellino rosso, senza nemmeno guardarmi in viso, mi dice:<<Che paletta schifosa!>>. Nell’aria risuona “Metafisica” di Umberto Palazzo, una canzone che mi rimarrà dentro per sempre!

Maurizio Narciso

2. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

3. Mogwai – Hardcore Will Never Die, But You Will

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

M’alzo col solito sapore di cenere ed amaro economico, m’alzo lentamente per dare il tempo alla testa d’aggrapparsi al collo e ristabilirsi al posto solito senza rovesciarsi in fastidiose emicranie post risveglio post sbornia post festa da postumi. Le braccia intorpidite dal formicolare continuo, ricco di fitte pungenti ed incontrollabili, sintomo di un collassante sonno scomodo. E lo stomaco. Dio lo stomaco, non c’è mai un buon risveglio, non lo sento elastico e sano da settimane ormai, decide lui se il cibo ed il beveraggio possono restare, al risveglio non vomitare è un terno al lotto. Vomito infatti. Vomito e mi sento meglio, doccia tiepida e ristoratrice, sciacquo la faccia, sciacquo i denti con acqua fredda, freddissima, che meraviglia. È per questo che mi piace tanto il sapore di cenere ed amaro al risveglio, perché assaporo il momento nel quale andrà via, ne pregusto ogni disgustoso sapore, mi inebrio del suo aroma sporco e nauseabondo realizzando che del fresco dentifricio allo xilitolo, che non so neanche cosa cazzo è, lo spazzerà via dalle mie papille gustative, ne annichilirà l’odore sostituendolo con uno fresco di menta scialba. M’agghindo al meglio per affrontare una giornata che sa di primavera ma trattiene il vento gelido dell’inverno, prima di scendere per fare quattro passi noto il cadavere quasi salasso di una bottiglia di amaro e un po’ più in là del pane raffermo lasciato fuori dal paniere da troppo. Li raccolgo entrambi e li metto in una busta pensando che oggi è il giorno ideale per andare a dar da mangiare ai piccoli. Scendo le scale con una certa calma degustando e scandendo gli attimi di attesa fra l’idea e la sua applicazione nel reale, m’immetto in strada e svicolo fra i passanti della città, uggiosi e indifferenti come sempre, presi dalle chiacchiere d’un cellulare o dal silenzio dei propri piedi, che ci sarà di prezioso nelle loro scarpe? Perché le fissano mentre camminano? Sono certo che se glielo chiedessi a bruciapelo nessuno sarebbe in grado di descrivermi i cornicioni dei palazzi che affiancano tornando a casa giorno dopo giorno. Arrivo nel parco cittadino, nei pressi della fontana centrale, mi siedo e caccio dalla busta il pane, lo innaffio con l’amaro e ne strappo piccole palline che offro alla fauna ornitologica locale. I piccioni, specie unica del suddetto ramo nel distorto ecosistema della città, s’avventano avari sul pasto gratuito ed io osservo compiaciuto il loro banchettare. Una bambina, grassa oltremisura, mi si avvicina e mi chiede che faccio, disgustato dalla domanda ovvia quasi quanto dalla dieta pessima che genitori incuranti viziosamente assecondano rispondo che do da mangiare ai miei piccoli. La bambina risponde, i tuoi piccoli sono gli uccelli? No, bambina, osserva bene. I piccioni, col loro veloce metabolismo, il loro piccolo stomaco, il loro proverbiale cervello sbattono a terra drogati dall’eccesso d’alcool, sbattono le ali nella speranza di prendere il volo ma privi d’equilibrio puntano rovinosamente a terra. Vedi, io do da mangiare ai gatti, le dico sorridendo, nel mentre una snella piccola pantera con passo furtivo s’avvicina alle prede facili. Mi giro verso la bambina che fissa sgomenta la scena, terrorizzata dalla visione è immobile, le chiedo, e tu, chi nutrirai ingolfandoti ancora di quelle porcherie? Di chi sarai il lieto pasto, bambina? La bambina mi fissa per pochi attimi e vede il diavolo nei miei occhi probabilmente, io nei suoi vedo una prossima redenzione dall’abuso di zuccheri, mi sta bene. Urla, scappa. Torno alla scena, la gatta trascina per il collo un ei fu piccione verso la base di un cespuglio dove ad attenderla ci sono i piccoli, mi guarda con riconoscenza, la osservo e me ne compiaccio.

Alfonso Errico

4. Radiohead – The King of Limbs

Data di Uscita: 18/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

The Aroma of Tea
di Giulia Delli Santi

Sono infermiere al Leavesden Mental Hospital e ho sempre amato il mio lavoro.

Mia madre voleva che diventassi medico, però dopo tre anni di studi ho cominciato a mostrare strani sintomi: perdita di entusiasmo, frustrazione, apatia. Il medico, riflettendo sul mio stato emotivo, decide di somministrarmi il Maslach. Risultai essere un soggetto intimamente burnout; così, in pieno esaurimento emotivo, decisi, in alternativa al suicidio, di abbracciare uno stile di vita meno faticoso, soprattutto di sciogliermi dalla morsa di quel nodo scorsoio che era il rapporto con mia madre. Naturalmente lei si oppose con vigore perché io non lasciassi gli studi di medicina. Evidentemente non aveva capito quale fosse l’alternativa. A dire il vero, non credo di averglielo mai chiesto.

Del mio lavoro amo il rapporto con i pazienti. S’incontrano nature interessanti in una clinica psichiatrica: dai meno articolati ossessivo compulsivi a disturbi profondi della personalità.

Una mattina il capo reparto, m’informa dell’arrivo di un nuovo paziente. “Difficile” mi viene detto. Noi operatori abbiamo un codice che ci permette di distinguere a prima impronta quale tipo di comportamento è necessario adottare con un paziente di cui ancora non si conoscono le particolarità patologiche, così da essere sempre preparati.

Effettivamente mr. Megpie si rivelò essere una persona con forti disturbi dell’umore: era capace di passare da violente crisi d’isteria nevrotica al più totale disinteresse per ciò che lo circondava. Di lui si diceva che in un’altra vita fosse stato un prestigiatore e che sia andato fuori di testa dopo aver perso il coniglio nel suo cilindro. Ne ero assolutamente affascinato.

“Good morning Mr. Magpie
How are we today?
Now you’ve stolen all the magic
And took my melody “

Emblema dell’innocenza, il suo camice bianco che chiamava notti di sogni dai risvegli tormentati. Non aveva alcuna colpa. Mi spiegava che la vita è il gioco di un abile illusionista che ti scivola in gola e radica nel tuo vuoto. Ma lui sapeva come liberarmi dal grande peso del vizio, diceva, e che sarebbe stato come cadere dal letto dopo un lungo sonno.

Tutti eravamo a conoscenza delle pratiche coercitive sottoposte ai pazienti dal team medico. Erano considerati test necessari: elettroshock, somministrazione di psicofarmaci senza alcuna norma. Abusi li definirebbero sostenitori dei diritti umani, ma non avevo avuto la forza di oppormi fino a quel momento.

Mr. Megpie  muore in un indifferente febbraio per attacco cardiaco, ma le informazioni sulla cartella clinica erano frammentarie.
I miei avvocati sono scettici rispetto alla volontà d’istanza che ho promosso, in ogni caso ho ottenuto il congedo dai miei compiti dall’istituto, come richiesto. Mia madre naturalmente si è opposta con vigore perché non lasciassi il mio posto di lavoro. Evidentemente non aveva capito quale fosse l’alternativa. A dire il vero, non credo di averglielo chiesto.

Spalancare la bocca in un universo di sospiri è ciò che mi tiene in vita, come un pesce nell’acquario dopo la rottura dell’incantesimo.

Slide your hand, Jump off the end. The water’s clear and innocent.

5. James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

6. Burial – Street Halo EP

Data di Uscita: 28/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Dubstep tra i fumi delle ciminiere.
Metropolitana di superficie in un’alba scura di vento e pioggia. Scruto i visi che incrocio dal filtro del finestrino sporco, ne noto le impurità ed ognuna tradisce una propria malinconia grigia, ognuna è assorta e ognuna è intimamente e dolcemente inquieta.
Battiti cadenzati e una voce femminile musicano illusioni di forti legami affettivi; la realtà parla di una somma di solitudini urbane, le traiettorie si intersecano solo in casi fortuiti.
Ti guardavo passare ogni giorno sotto il Brooklyn Bridge. Avrei potuto aspettarti e seguirti mentre ti calavi in quel buco nel terreno all’incrocio tra Dekalb e Flatbush Avenue, Q Line diceva l’insegna, ma a me non piace scendere sottoterra.
Questa città è grande, oscura, e può inghiottirti se mantieni il tuo sguardo fisso sul terreno e ti dimentichi, ogni tanto, di guardare verso l’alto.
Bastava che anche tu te ne accorgessi, solo una volta, per vedere la rosa che ogni giorno lanciavo oltre al ponte mentre la carrozza sfrecciava sotto di me.
Non vedevi quello che vedevo io..

Federica Giaccani & Filippo Righetto

7. A Winged Victory for the Sullen – A Winged Victory for the Sullen

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ABBANDONO

All farewells are sudden

Lui, steep hills of vicodin tears.

Non ricordo sussurrava ai passanti, volti lividi segnati dalla coltre di una nebbia perpetua.
L’uomo avanzava lungo il fiume inseguendo l’argine fin dove non vi erano più case, solo qualche voce ovattata sospinta da una barca e lo sciabordio del remo che distante sfibrava la superficie.
L’aria madida colava sui capelli già scarmigliati, la barba grondava brinosa e gli stivali sgretolavano il sentiero. Avrebbe solcato un pantano tra le lacrime degli alberi ammutoliti a fissar i pori della terra grumosa.
Non ricordo–mormorava, ancora, sfiorato da passi estranei -– pesanti e infangati dalla vita – piegandosi stanco coi palmi delle mani sulle ginocchia e la lingua a rimescolare la saliva calda.
Insegue fantasmi, fantasmi di rugiada e resina tra le scorze dei tronchi di pioppo, avrebbe pensato il contadino senza volto di ritorno dalla campagna.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il greto del fiume ritiratosi silente.
Tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio di giada intagliata -– e ricordò il giorno in cui lei glielo fece scivolare sulla tavola – e sul fondo si rincorrevano, scosse da un leggero tremito delle mani, un paio di pillole che ingoiò avidamente, poi ghermì una sigaretta ma non l’accese, l’avrebbe accesa più tardi. Si rannicchiò tra le foglie e la rugiada a mirare la cresta del fiume che inghiottiva la città, e tese l’orecchio ai ciottoli e la fanghiglia, e il silenzio incrinato dal fischio inatteso di un treno.

Lei, a symphony pathétique.

Una donna si mise alle spalle la porta di casa: scese in fretta i gradini che la separavano dal giardino e varcò la nebbia con la sua consunta valigia di cartone. I tacchi affondarono nel mattino senza sole per guadagnare una nuova vita forse, poi il cancello cigolò.
Non era forse il rumore della nostalgia ?
Il rombo di un motore crebbe lento e s’arrestò davanti alla villa. Una piccola targa luminosa rosseggiava vaporosa sulla cappotta bianca e il conducente a testa bassa lasciò cadere una parola afferrando la valigia e sistemandola nel portabagagli. La donna agile s’era già adagiata sui sedili posteriori percorrendo ansante le pieghe della lunga gonna e dal finestrino appannato spiava l’uomo che aveva amato, distante, in piedi dietro i vetri di una finestra.
Alla stazione soffiò e l’auto si mosse.
Era ormai da tempo che aveva preso la decisione. Aveva anche atteso a lungo, troppo a lungo si disse.
Gliel’aveva sussurrato in un orecchio mentre i loro corpi erano uniti e imploranti tra le grinze delle lenzuola, così il dolore era stato lenito dal piacere, non l’aveva assalito di colpo, ma solamente stordito per laceragli in seguito il cuore. Ma anche il suo non aveva retto.
Le ruote macinavano l’asfalto adesso e il sentiero sterrato che squassava l’auto e fendeva i pensieri era un ricordo distante.
Il conducente nascondeva gli occhi dietro delle lenti scure e spesso curiosi vagavano oltre, sullo specchietto retrovisore, fissandosi sulla sagoma che affiorava dai fari scialbi delle auto in coda. Capelli biondo cenere, occhi che parevano delle fessure grigie, labbra sottili e pelle molto chiara che si screziava di un impercettibile rossore sulle guance. Era bellissima, una sirena si disse.
Stringeva tra le mani un telefonino, quando il display s’era improvvisamente illuminato rischiarando il volto precipitato nella penombra, piangeva.

Ho paura di dimenticare il tuo volto, la tua voce, il tuo modo di camminare e d’inclinare la testa quando rifletti, e il tuo sorriso, le tue labbra morbide, il tuo sapore ancora addosso che già non ricordo.

La mano svuotata d’ogni forza vitale s’aprì e il telefono scivolò nella borsa, quando l’auto decelerò e si accostò lungo la piazzola dal perimetro giallo.
Quando chiuse dietro di sé la portiera e la vita la investì in pieno volto senza avvisaglie, sentì una mancanza toglierle il respiro e il vuoto scavare avidamente nello stomaco. Non avvertì il peso della valigia, né il lastricato del marciapiede e la sua voce e quella dell’uomo della biglietteria.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il pavimento della stazione.
Col fazzoletto tamponò le scie nerastre che rigavano il volto in un tremito riflesso del piccolo specchio da borsa, quando lo sferragliare brumoso del treno divenne sempre più opprimente e salì, salì inghiottendo lo sbadiglio inguantato della donna ricoperta di piume e gli sbracci alieni del capostazione e l’alito caldo delle bocche dischiuse degli amanti che incrinavano il freddo dicendosi a presto.

Gianfranco Costantiello

8. FaltyDL – You Stand Uncertain

Data di Uscita: 14/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Riflessioni sull’incertezza
di Maurizio Narciso

Boards of Canada: la musica degli scozzesi nel tempo è diventata più “chitarrosa”, per quanto sempre densa di scricchiolii elettronici e di momenti ambientali assai evocativi. Nessuna traccia di dubstep nella loro musica (segno dei tempi forse, l’ultimo dischetto risale al 2006), ma sono pronto a scommettere che nelle uscite future rimarranno fedeli a loro stessi, ignorando il paradigma del momento che sembra catturare l’intera intellighenzia musical-elettronica e non.

Altri lidi quelli del buon FaltyDL, che sfalda la sua classica attitudine garage/dubstep percorrendo una strada impervia, quella del ritorno alle radici, attraversando nel contempo ere musicali dell’elettronica: da certa drum’n’bass in odor di trip-hop all’ambient dei Boards, passando per melodie vicine alla house.

Ha l’occhio lungo, oppure semplicemente si è stufato di scandagliare le profondità più estreme col basso in pugno, moderno Don Chisciotte accompagnato nell’occasione da eteree voci femminili, riuscirà ad imporre la propria visione non come semplice fuga ma come contestualizzazione di un intero genere?

Forse è questo il futuro del dubstep (salvo i lanci in orbita operati da Clubroot e da EL-B in tempi recenti…..)

9. Nicolas Jaar – Space Is Only Noise

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Prendete un giornale.
Prendete un paio di forbici.

Kole rovistò nel porta giornali di sua mamma finché, fra sorrisi patinati e macchine lanciate ai centoventi su chissà quale albero, sbucò una rivista sobria con due girasoli smunti in copertina. “Scelta strana quella della foto di due fiori appassiti”, pensò, e ciò conferì ancor più fascino a quella stampa bimestrale da quattro soldi.

Scegliete nel giornale un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare alla vostra poesia.
Cominciò a sfogliare le pagine, la prima cosa che gli si parò davanti fu un’enorme pubblicità in cui una biondina poco più che ventenne, coperta solo di petali di rosa, mostrava in camera con fare ammiccante un paio di orribili scarpe rosse. Prestando poca attenzione a quei tacchi chilometrici, fece scorrere gli occhi sui titoli che incontrava, di foglio in foglio. Sulle facciate successive, fra invettive di politici improvvisati e cronache di ordinaria follia, finalmente scorse un trafiletto di una decina di righe, accanto ad una foto, bellissima. A prima vista gli parve la foto della superficie lunare, scala di grigi e minuscoli crateri qui e là; poi notò nell’angolo in alto a sinistra un bimbo placidamente sognante nel suo passeggino scuro.

Ritagliate l’articolo.
Tagliate ancora con cura ogni parola che forma tale articolo e mettete tutte le parole in un sacchetto.

Non trovava sacchetti, così decise che il cestino in cui sua mamma riponeva decine di gomitoli avrebbe fatto al caso suo. Ne svuotò il contenuto sul pavimento, con grande gioia del gatto che accorse divertito dai fili che s’intrecciavano fra loro, e vi ripose, parola dopo parola, l’intero articoletto scelto.
Euforicamente ripeté mentalmente, quasi fosse una formula magica di un rito arcaico: “Agitate dolcemente. Tirate fuori le parole una dopo l’altra, disponendole nell’ordine con cui le estrarrete. Copiatele coscienziosamente. La poesia vi rassomiglierà.”
Infilò la mano nel cesto con la stessa adrenalina con cui da bambino infilava il cucchiaio nel dolce della nonna mentre nessuno lo guardava, e con mano tremante cominciò a scrivere:

In strada annusai lo sguardo di cristallo,
puntolini scintillanti brillare,
gambe levate, frutto dell’immaginazione.
Invisibili soltanto nell’aria,
improvvisamente le montagne tutt’intorno
frastuoni udirono provenire.
Silenzio come zucchero.
Colori.
Space is only noise.

Kole si fermò improvvisamente, l’ultimo verso l’aveva in qualche modo stordito e soddisfatto insieme. Si rivolse compiaciuto al gatto che l’osservava di sottecchi dalla poltrona: «Eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, incompresa dalla gente volgare». Scoppiò a ridere, mentre il felino elegantemente saltava sul tavolo scombinando l’ordine delle parole e ricreando infinite poesie.

Annachiara Casimo

10. Seefeel – Seefeel

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

<Si prenda pure una vacanza, passi del tempo con sua moglie, oppure magari vada in montagna, si è aperta la stagione della caccia al cervo…>

Manco fossi “il cacciatore”, non ho neppure una moglie, il mio capo non mi conosce. Ho subito un trauma sul posto di lavoro e da allora non riesco più a chiudere occhio…

DRIIIIIIIIIIIIIIIIIN!!! (la sveglia)

La spengo. Devo aver sognato qualcosa di oscuro, forse ero in un bosco, non ricordo bene, ho solo la vaga sensazione di essere stato accecato dal riflesso del sole sulla liscia superficie immobile di un lago montano…

La vista si fa precisa, mi guardo intorno, non è la mia stanza e sopra il comò in legno massello c’è un Walkman. Schiaccio il pulsante di avvio e dalla cassetta parte una sorta di fruscio

DRIN DRIN DRIN!  DRIN DRIN DRIN!  (la sveglia del cellulare)

La spengo! Devo essermi addormentato con le cuffiette del lettore mp3 indosso, adesso è scarico. Balzo fuori dal letto e accendo la basetta ricarica i-pod e schiaccio il tasto “play”: ne vien fuori un suono di batteria secca, sgraziata.

Mentre mi lavo percepisco nella musica dei cambiamenti: increspature elettroniche che distruggono un lieve tappeto analogico.

Ora è il contrario, è il rintoccare di strumenti analogici che sporcano delicati paesaggi sonori digitali.

A volte fa capolino una voce femminile che si inserisce delicata nel trambusto “tiepidi canti di sirene in evanescenza” (cit.)

Sono confuso

Mi sembra di aver scaricato questa musica ieri sera oppure si tratta del riversamento in digitale di quella vecchia cassetta che ho ritrovato su  in cantina qualche tempo fa.

Leggo dal display digitale “Too pure 1993 – Warp 2011”

18 anni di musica?

DRIN DRION DRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Maurizio Narciso

Top Ten 2011 – Federica Giaccani

1. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

2. Mogwai – Hardcore Will Never Die, But You Will

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

M’alzo col solito sapore di cenere ed amaro economico, m’alzo lentamente per dare il tempo alla testa d’aggrapparsi al collo e ristabilirsi al posto solito senza rovesciarsi in fastidiose emicranie post risveglio post sbornia post festa da postumi. Le braccia intorpidite dal formicolare continuo, ricco di fitte pungenti ed incontrollabili, sintomo di un collassante sonno scomodo. E lo stomaco. Dio lo stomaco, non c’è mai un buon risveglio, non lo sento elastico e sano da settimane ormai, decide lui se il cibo ed il beveraggio possono restare, al risveglio non vomitare è un terno al lotto. Vomito infatti. Vomito e mi sento meglio, doccia tiepida e ristoratrice, sciacquo la faccia, sciacquo i denti con acqua fredda, freddissima, che meraviglia. È per questo che mi piace tanto il sapore di cenere ed amaro al risveglio, perché assaporo il momento nel quale andrà via, ne pregusto ogni disgustoso sapore, mi inebrio del suo aroma sporco e nauseabondo realizzando che del fresco dentifricio allo xilitolo, che non so neanche cosa cazzo è, lo spazzerà via dalle mie papille gustative, ne annichilirà l’odore sostituendolo con uno fresco di menta scialba. M’agghindo al meglio per affrontare una giornata che sa di primavera ma trattiene il vento gelido dell’inverno, prima di scendere per fare quattro passi noto il cadavere quasi salasso di una bottiglia di amaro e un po’ più in là del pane raffermo lasciato fuori dal paniere da troppo. Li raccolgo entrambi e li metto in una busta pensando che oggi è il giorno ideale per andare a dar da mangiare ai piccoli. Scendo le scale con una certa calma degustando e scandendo gli attimi di attesa fra l’idea e la sua applicazione nel reale, m’immetto in strada e svicolo fra i passanti della città, uggiosi e indifferenti come sempre, presi dalle chiacchiere d’un cellulare o dal silenzio dei propri piedi, che ci sarà di prezioso nelle loro scarpe? Perché le fissano mentre camminano? Sono certo che se glielo chiedessi a bruciapelo nessuno sarebbe in grado di descrivermi i cornicioni dei palazzi che affiancano tornando a casa giorno dopo giorno. Arrivo nel parco cittadino, nei pressi della fontana centrale, mi siedo e caccio dalla busta il pane, lo innaffio con l’amaro e ne strappo piccole palline che offro alla fauna ornitologica locale. I piccioni, specie unica del suddetto ramo nel distorto ecosistema della città, s’avventano avari sul pasto gratuito ed io osservo compiaciuto il loro banchettare. Una bambina, grassa oltremisura, mi si avvicina e mi chiede che faccio, disgustato dalla domanda ovvia quasi quanto dalla dieta pessima che genitori incuranti viziosamente assecondano rispondo che do da mangiare ai miei piccoli. La bambina risponde, i tuoi piccoli sono gli uccelli? No, bambina, osserva bene. I piccioni, col loro veloce metabolismo, il loro piccolo stomaco, il loro proverbiale cervello sbattono a terra drogati dall’eccesso d’alcool, sbattono le ali nella speranza di prendere il volo ma privi d’equilibrio puntano rovinosamente a terra. Vedi, io do da mangiare ai gatti, le dico sorridendo, nel mentre una snella piccola pantera con passo furtivo s’avvicina alle prede facili. Mi giro verso la bambina che fissa sgomenta la scena, terrorizzata dalla visione è immobile, le chiedo, e tu, chi nutrirai ingolfandoti ancora di quelle porcherie? Di chi sarai il lieto pasto, bambina? La bambina mi fissa per pochi attimi e vede il diavolo nei miei occhi probabilmente, io nei suoi vedo una prossima redenzione dall’abuso di zuccheri, mi sta bene. Urla, scappa. Torno alla scena, la gatta trascina per il collo un ei fu piccione verso la base di un cespuglio dove ad attenderla ci sono i piccoli, mi guarda con riconoscenza, la osservo e me ne compiaccio.

Alfonso Errico

3. dEUS – Keep You Close

Data di Uscita: 17/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci sono circostanze speciali, che accadono di rado, ma a volte accadono. C’è chi parla di destino, chi di volontà di Dio, chi di altro; io mi limito a credere nella fortuna, determinata dalla casualità e sostenuta dalla volontà umana. Ebbene, in queste circostanze “fortunate” capita di perdere la cognizione del tempo: dieci, dodici anni a tratti sembrano un’eternità, a tratti un istante.
Ne ragionano Lui e Lei nella colazione della domenica, sono passati diversi anni ma Lei non smetterà mai di amare quella luce viva che brilla negli occhi di Lui, né Lui finirà mai di adorare l’espressione amorevolmente arrabbiata negli occhi di Lei quando le ruba la ciabatta dal piede e la lancia in mezzo alla stanza. Loro due, caffè marmellata e cornflakes sul tavolo, lo stereo acceso, i biglietti dei concerti visti assieme appesi al frigo: the Notwist, Arcade Fire, ma su tutti i dEUS.
Hanno comprato immediatamente anche l’ultimo album del gruppo belga, il loro gruppo del cuore; Lei anzi lo attendeva dalla primavera, le piaceva credere che Barman e compagni avessero programmato la pubblicazione per farle il regalo di compleanno. Poi l’uscita slittò, e ora l’autunno è alle porte, ma la gioia è rimasta immutata: insieme scartano il cellophane, emozione palpabile, scintillii.
just like on the day we met”: una storia d’amore e musica.
I’m going to keep you ever close”: Lui a Lei, Lei a Lui, loro e i dEUS.
In grande stile, carico e maestoso si apre il disco tra cori violini e un incedere deciso, poi sfugge sinuoso in tre quarti, luci di chitarra e sessione ritmica accattivante; Lui segue la batteria con una mano sul davanzale, nell’altra c’è una sigaretta, il fumo li riporta al Velvet Club, a quando in fondo alla pista ondeggiavano composti sulle note di Theme From Turnpike (he said: no more loud music), anni fa così vividi nella memoria.
Poi esplode tutto e gli strumenti impennano, urla e rapimento puramente rock, fino a non capire più di chi sono le voci (Tom, Greg Dulli?); poco importa, quel che conta è l’insieme, lo spogliarsi dalle inibizioni e la libertà di scuotersi, a trent’anni come a venti, in camera da letto o di fronte a un palco – il sudore e l’adrenalina hanno lo stesso sapore aspro, frizzante. È coinvolgimento distillato, la sonorizzazione di due storie fuse insieme. Gli improvvisi cambi di registro, pop – rock – ballad, si rincorrono come le fasi della vita, le vicissitudini di una coppia comune e comunque speciale nella sua unicità. Lui e Lei lo sanno, non si dicono nulla ma si guardano complici; ridono quando Lui collega la leggerezza di Costant Now a quella Rag Doll degli Aerosmith che si insinua sistematica negli happy hour dei bar in televisione, tacciono quando i toni intimi di End of Romance li spinge indietro in un flashback emozionale, a commuoversi con For the Roses ai margini di un binario notturno.
Ho sempre creduto nella semplicità e nell’autenticità di persone, gesti, sentimenti. Il loro entusiasmo maturo e sincero ne tradisce la purezza. Parimenti si mostra il disco, onesto e immediato, una commistione di emozioni che scorre veloce e arriva in fondo senza dar tempo di accorgersene; il segno marcato resta però, chiaro e indelebile, profondo, consapevole. È la sostanza che conta, sempre.
Ora è notte e li vedo ancora Lui e Lei, stanno partendo in macchina per uno di quei viaggi lunghissimi che amano da sempre. I loro occhi sono tanto stanchi quanto felici; Lui guida sicuro, ha lo sguardo proteso verso la strada che sta per scorrere sotto di loro, Lei accomoda la testa sulla spalla di Lui, chiude le palpebre e si perde in fantasie su quei posti lontani. Gli archi di Easy li avvolgono, li abbracciano e li accompagnano; suonano solenni come a consacrare un’unione che si rafforza momento dopo momento, e scaldano e incendiano dentro come l’amore.

Federica Giaccani

4. Washed Out – Within and Without

Data di Uscita: 12/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il sole inizia timido a fare capolino, l’alba fatica a colorare la spiaggia, l’alone giallastro è ancora lontano dall’imprimere forma all’ambiente circostante. Cammini lentamente sulla battigia, i piedi risucchiati dalla sabbia vengono bagnati dall’acqua placida. In lontananza piccole imbarcazioni con pescatori partono per la loro giornata lavorativa, tu sei in vacanza. Sul lungomare ragazzi ubriachi tornano da qualche party urlando, cercano il loro hotel per andare finalmente a dormire, probabilmente ti scambiano per uno di loro.  Niente feste per te ieri, solo echi luminosi della serata di due giorni fa passata sul litorale tra un drink e l’altro, “Echoes” appunto, pop elettronico sfumato nel riverbero.
Continui a camminare tranquillo mentre la timidezza del sole scompare piano piano; la tua resta, e quando una ragazza che sta facendo jogging ti sorride incrociandoti, non trovi la forza di sorridere o dire qualcosa. Si sta iniziando a colorare tutto, è tuttavia ancora presto e il luogo resta deserto. I primi colori del giorno, quelli che di solito non puoi goderti ti inondano e ne sei irrimediabilmente travolto, devi smettere di camminare e necessiti di una fermata. Ti siedi, sulla sabbia fine e guardi davanti a te le onde.
Nelle tasche un i-pod che accendi e lasci andare sulle solite tracce di questi giorni.
Spensieratezza ed eterno ritorno si susseguono: “Amor Fati”. Sensualità e candore. Davanti a te un mondo che c’è, non c’è e c’è ancora, within and without insieme per sempre scolpiti. La leggerezza di una presenza vicino a te, un fantasma colorato che riflette la schiuma, ti sembra di sentire ancora la sua voce e di vedere i suoi capelli, il tutto accompagnato da un beat mai invadente, ovattato: “You and I” ,ancora una volta. “Before” , trasporta, dona freschezza, richiama una gioia calda e tranquilla, e le piccole cose di tutti i giorni. Chiudi il tuo sogno ad occhi aperti con i primi raggi veri di sole sul viso, accecato mantieni la scia e imprimi una dedica sulla sabbia, con tutta la delicatezza di questo mondo: “A Dedication”.
La forza è quella delle ricorrenze, l’onda d’urto però non è sempre quella, difficilmente un sintetizzatore, pur accompagnato, può raggiungere picchi emotivi così elevati e raffinati. Lo sai, è estate, lo aspettavi, è arrivato e ti sei innamorato come una volta, più dell’altra volta, come quell’altra volta ancora. Dentro e fuori da te per sempre.

Alessandro Ferri

5. The Field – Looping State of Mind

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“Alex, you know there’s only one way we’re going to end all this. […]”
(Dan Curtis, “Night of Dark Shadows”, 1971)

The End, la fine: sarò superficiale, ma anche sforzandomi non riesco a coglierne l’aspetto.
C’era l’illusione di un punto di approdo Alex, di un arrivo. Avremmo dovuto scorgere una conclusione, ma le mie presunte certezze vacillano. Ci vedo camminare senza sosta alcuna lungo questo nastro di Moebius e mi chiedo se i miei piedi saranno sufficientemente resistenti per percorrere la traiettoria un’ennesima volta, se mi verranno i calli sui talloni, se sanguineranno. Percorsi già vissuti e un eterno deja-vu martellante, asfissiante.

Looping path.
Looping state of mind.

Tu mi richiami all’ordine e mi inviti a riflettere sui cambi di prospettiva, sulle quasi impercettibili variazioni del suono di volta in volta. In effetti alle mie orecchie stavolta attente e sospese arriva una mutevolezza nuova, delicata. Se mi pregassero di utilizzare un’espressione sintetica per descrivere ciò che percepisco, non potrei che propendere per “solidità soffice”. Un ossimoro, non biasimarmi ma non vedo alternative. Da una musicalità corposa diramano milioni di scie in dissolvenza, anch’esse tracciano disegni che ripiegano su se stessi, e poi schizzano lontano, curvano e tornano indietro.
Ti avevo addirittura proposto tempo fa di imparare a suonare la batteria per animare i samplers di nuovi colori tangibili, ancora ricordo l’esplodere della tua risata e il dito puntato contro. Alla fine non avevo poi tutti i torti quel giorno, ora respiri anche tu necessità di virate analogiche.
Sì, sono queste le variazioni a tre anni di distanza. Ad occhi chiusi a cavallo del loop ci si accorge eccome, e se a momenti ci viene naturale procedere correndo e ballando – It’s up there – in altri istanti ci ritroviamo intrappolati in un’ipnosi glitch e ci blocchiamo rallentati in estasi – Burned Out, Arpeggiated Love. Fascinazione nuova, forte come accadde quella notte lontana mentre ti conobbi a quel club, entrai su Everday e annullasti d’istante tutto il resto. Ora quella techno pura non esiste più, ma la folgorazione permane, d’altra parte avevi promesso (a me e non solo) che From here we go sublime! Ti seguii rapita anche gli anni successivi, dancefloor stavolta intervallati da parentesi più intimiste (Leave it vs Everybody’s Got To Learn Sometime), beat come costante di fondo però, Yesterday and today. E i loop.
Persa nelle reti dei ricordi ricomincio a seguirti nelle traiettorie odierne, emozioni corpose, distillate. Un andare e venire continuo. Sei troppo veloce per le mie gambe affaticate, tento invano di afferrarti un braccio ma sembri dissolverti.
Blackout.

****

Suono insistente della sveglia, addio dimensione onirica, buongiorno mondo. Le cifre abnormi dell’orologio mi trafiggono le retine al buio, premo l’interruttore della grande lampada sopra di noi. Poi ti svegli anche tu e intuisci che quella luce improvvisa equivale a violenza, la spegni tu per me, preferendo il fioco bagliore dell’abat-jour. Proiettiamo le ombre delle nostre mani sulla parete spoglia, dita grigio/nere su fondo caldo chiaro. Una tisana calda al limone della sera prima e i miei libri di letteratura americana sul comodino. Chiudiamo gli occhi e il bianco prevale sul nero, battiti ovattati di estrema delicatezza ci sfiorano le spalle come la neve cadeva al mare sui nostri cappotti, di inverno. Then it’s white, solo una voce piena riecheggia da lontano e un pianoforte malinconico. Stoicamente ti scopri dal piumone e decidi di alzare le serrande di un grigio mattino già avanzato, mi copro gli occhi investiti di luce sgradita. Gesti analoghi dalle finestre di palazzi contigui, Stoccolma si mette in moto pigramente tra luci caliginose e acqua del colore del ghiaccio.
In fondo al letto raccogli i fogli accatastati in questi giorni, abbiamo passato ore a rendere omaggio alla matematica tracciando loop in maniera ossessiva; ovunque capitava imprimevamo il segno dell’infinito, sui quotidiani, su quaderni, sulle nostre mani, perché la tua convinzione ti porta a pensare che non esiste definizione migliore per il tuo lavoro.
E adesso Alex sei davanti a me e continui a tracciare idealmente quella traiettoria magica davanti ai miei occhi, poi mi appoggi sulle gambe l’ultimo pezzo di carta vuoto che riesci a trovare, mi passi un pennarello rosso e tenendomi la mano disegniamo quel simbolo insieme. Mi abbracci, sorridi e mi sussurri “Sweet, slow, baby”.

Federica Giaccani

6. Burial – Street Halo EP

Data di Uscita: 28/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Dubstep tra i fumi delle ciminiere.
Metropolitana di superficie in un’alba scura di vento e pioggia. Scruto i visi che incrocio dal filtro del finestrino sporco, ne noto le impurità ed ognuna tradisce una propria malinconia grigia, ognuna è assorta e ognuna è intimamente e dolcemente inquieta.
Battiti cadenzati e una voce femminile musicano illusioni di forti legami affettivi; la realtà parla di una somma di solitudini urbane, le traiettorie si intersecano solo in casi fortuiti.
Ti guardavo passare ogni giorno sotto il Brooklyn Bridge. Avrei potuto aspettarti e seguirti mentre ti calavi in quel buco nel terreno all’incrocio tra Dekalb e Flatbush Avenue, Q Line diceva l’insegna, ma a me non piace scendere sottoterra.
Questa città è grande, oscura, e può inghiottirti se mantieni il tuo sguardo fisso sul terreno e ti dimentichi, ogni tanto, di guardare verso l’alto.
Bastava che anche tu te ne accorgessi, solo una volta, per vedere la rosa che ogni giorno lanciavo oltre al ponte mentre la carrozza sfrecciava sotto di me.
Non vedevi quello che vedevo io..

Federica Giaccani & Filippo Righetto

7. Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

8. Moby – Destroyed

Data di Uscita: 16/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ed è stato come uno di quei film che durano soltanto l’arco di una notte e invece sembrano ricoprire una vita intera. Vestire i panni di una triste camminata, di un sorriso leggero, di un amore profondo.
E ci siamo incrociati poco dopo le 2, il tuo incedere così affascinante m’ha spinta a seguirti, schivando solitudini urbane intente nel loro daffare, la tua scia emetteva bagliori intermittenti. Come la tua musica.
È così che mi innamorai di te Moby, ancora una volta. Forse ero destroyed anch’io, anzi, lo ero sicuramente.
Potevamo trovarci nel cuore di New York come nelle campagne più anonime della mia terra, il centro Italia, non faceva alcuna differenza. Ti sei fermato di scatto, ho inciampato sui tuoi passi, “è uno stato d’animo, i riferimenti spazio-temporali si annullano e perdono di senso” – mi hai detto. Mi sono tornati alla mente quei discorsi sul binomio passato/futuro con cui tanti si riempiono la bocca in mancanza di sostanza effettiva, quell’altro binomio Terra/Spazio che rende tanto tangibile la prima quanto evanescente il secondo, quelle frasi fatte sul guardare avanti. Mi è sembrato un no-sense generale questo voler distinguere ed ergere barriere invalicabili, certe circostanze trascendono dalle definizioni, al pari della tua musica.
The broken places cosparse di caligine i lampioni e irradiò melodie ambient in bilico tra Autechre e il primo Aphex Twin, ci trovavamo su una strada quasi buia e deserta, ma forse la nostra dimensione era proiettata in un viaggio interstellare, la batteria – le chitarre – le tastiere attaccarono all’unisono – Be the one, una voce elettrica ricordava in modo ossessivo “I was the one when you needed love”.
Siamo partiti, direzione Sevastopol, o qualsiasi altro posto distante da qui, una cavalcata elettronica che saliva e correva via al galoppo, per poi confluire in un amalgama di atmosfere placide e sostenute. Tu sei fuggito avanti più veloce di me, non riuscivo ad afferrarti, ma mi è bastato chiudere gli occhi e ti ho sentito stringermi in un abbraccio. Dietro di te c’era una donna, cantava con la voce dell’anima, disperata e teatrale.
“Now that you’re gone, the sun will be no more.”
(Ti riconosco, ti conosco da sempre. Destroyed riporta al presente Play e 18, e non solo.)
Stringerti era come stringere la notte e lasciarsi trasportare in un ballo sinuoso senza tempo, sul pianoforte di Victoria Lucas, (morbida come lo erano Extreme ways o Why does my heart feel so bad?), una dolcezza che rimase intatta nonostante l’incedere incalzante della sessione ritmica. Era come se mi stessi sussurrando all’orecchio qualcosa di infinito. E finimmo sullo spazio – After. Blue moon. Ritmi ballabili, voci campionate, sentimenti dichiarati.
“I promise you will never be alone”
È terminato in toni epici il nostro vagabondare congiunto, fermi sul tetto di un edificio in malora a vedere sorgere l’alba. Stella maris mi ha messo i brividi, ti guardavo, una voce in lontananza si insinuava in una dolce melodia d’archi, eterea, i tuoi occhi scrutavano oltre – chissà cosa vedevano, se vedevano. Finché il pianoforte entrò di soppiatto, si sovrappose agli archi, e prese corpo una marcia in climax con la batteria che scandiva passo dopo passo. The violent bear it away. Siamo tornati nelle nostre rispettive solitudini distrutte, te ne sei andato senza nemmeno dire una parola lasciandomi a guardare la città dal basso.
Sotto di me i tuoi passi, e la vita che si risvegliava.
Lacrimae.

Federica Giaccani

9. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

10. Peter Kernel – White Death Black Heart

Data di Uscita: 03/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“We don’t care about parties, drugs, fashion, girls, power, people, melody,
We don’t care.”
Abbiamo appena sentito queste parole propagarsi dallo stereo della macchina e siamo arrivati a Zagabria, stiamo lì una settimana, ci baciamo sempre e io prendo finalmente le calze della Croazia e la maglietta originale della Dinamo Zagabria.
Andiamo a vedere la moschea perché rompo il cazzo, qualche museo e i negozietti di cose belle e inutili. Non ci interessa nulla di nulla ma perseveriamo nel nostro incedere. Si segue il ritmo che sempre ci accompagna, rallenta, esplode, tira, scende e sale, è nevrosi continua, un casino con un senso, coro finale. Anthem of Hearts.
È tempo di andare a Belgrado, un’altra settimana qui. Ci ricordiamo ancora i cori finali di prima, ci piacevano un sacco. Qui ritmo che si protende sotto e chitarre che ogni tanto risalgono per graffiare braccia e viso. Non temere tanto ti copro io, e se alzo il volume non temere, è che non resisto nel degrado finale. “Hold it up Give it up Dream it up I bleed you”. Siamo lì tra le palazzine e i grattacieli e le bionde che mi camminano davanti e intorno sono troppo belle, provo a non guardarle che poi ti incazzi. La luce delle ultime ore del giorno si stende sulle costruzioni sovietiche, il grigio e la guerra, svastiche e falci e martello, nazionalismi vari. I murales vari. Tinte fosche con la sera, visi bianchi e sofferenti, esplosione finale con vortice sonoro. È mattina, siamo nel centro storico e ci baciamo, andiamo a vedere il Danubio e ci baciamo. Panico! This is Love. Sali scendi del territorio urbano che perfettamente innescano una spirale killer con i suoni, siamo rapiti. Hello My Friend. Camminiamo sgangherati dopo qualche birra e ridiamo. Continua il noise misto a qualche altra cosa alla quale qualche buon recensore musicale troverà un nome ultra figo. Andiamo via, prima però mi prendo la maglia della Stella Rossa e poi quando torniamo ci faccio scrivere dietro Dejan Savićević, il Genio.
“Discipline and chaos put together. The people understood that the situation is no longer under control. The captain is nowhere to be found.”
Basta è tempo di Vienna. Arriviamo di notte seguendo il Danubio, attraversiamo il Donaukanal ed eccoci nel Karmeliterviertel; Sofitel Hotel, che lusso, cosa ci facciamo qui? Stride un po’, amen. Abbiamo un letto singolo perché vogliamo stare stretti. Si dorme e fuori c’è una leggera nebbiolina; il mattino, in questo ex ghetto ebraico, lo passiamo al mercato. Umanità e groviglio metropolitano, gli ebrei total-black ci sono e girano per strada. Tide’s High: The Captain’s Drunk!
Luci con installazioni ovunque, soup-caffè e ci baciamo perché non se ne può fare a meno, sarebbe contro natura. Mangiamo da Skopik & Lohn. Ci manca solo il vecchio teatro ebraico e via, possiamo andare verso una nuova città. The Peaceful. Furore, entusiasmo e furore.
Asciutto, posato e pieno di senso. Riflessione e novità, creatività totale e capacità di ipnotizzare. “Floating in the sea. Freezing in the night. Dreaming of a wave. To sway us home tonight.” Noi ci lasciamo volentieri trasportare dalle parole e dal ritmo costante e mutante, un sussurro, un cullare consapevole. Il Rapid Vienna mi sta sul cazzo.
Budapest e ci facciamo attirare dai palazzoni e dai lavori in corso e dai cantieri. We’re Not Gonna Be The Same Again. Buda, Pest e Óbuda unite dai ponti, le vediamo tutte e ci baciamo, ma non è un film di Moccia, è la nostra luna di miele. La sinagoga enorme e l’isola di Margherita. Stiamo bene e non vogliamo andare via, le persone sono gentili e disponibili, visi scavati e duri ma più puliti. Incantevoli spaccati di vita quotidiana e andiamo a un festival di musica classica senza capirci un cazzo. Beviamo pure altra birra per piacere, “Love me now”. Make, Love, Choose, Take.
Mi prendo una maglia vecchissima della nazionale ungherese e andiamo via. Puskás.
Bratislava e le donne che mi danno i foglietti per i loro spettacolini porno alle 3 di pomeriggio, ridiamo moltissimo di questo. Siamo un po’ stanchi ma ubriachi di felicità, magari siamo anche un po’ cinici per i commenti che ci lasciamo sfuggire, ma non ci interessa. Want You Dirty, Want You Sweet. Possiamo stare quanto vogliamo qui, non c’è tempo in grado di bloccarci, a stare insieme ci rafforziamo continuamente, eh sì, ci baciamo. Camminiamo fino al Bratislavský hrad, pic-nic e birra. Scendiamo e saliamo per le vie strette del centro, e non guardo le solite super fighe per strada. Il solito Danubio in mezzo a noi, lo guardiamo perduti nel tempo infinito che prende nuove strade. Ma che ora abbiamo fatto ormai?. Organizing Optimizing Time.
La maglia della Slovacchia di Hamsik neanche se me la regalano grazie.
La luna di miele è finita, torniamo alla vita normale, studio e lavoro. Non si dimentica nulla, nuove emozioni impresse nel profondo.
There’s Nothing Left To Laugh About, siamo sposati e consapevoli, stiamo da dio e ci provochiamo sempre.
E non abbiamo mai smesso di ascoltarlo questo disco, è stato una specie di mantra, una ripetizione infinita, perché bisogna ascoltarlo molte volte, è complesso ed è stupendo, un ibrido strano proprio come noi.
Rock nelle forme più varie e chi se ne frega di dire quale genere rappresenta, questi sono suoni potenti e dritti al cuore, fatti con stomaco e cervello, pieni di vita e da assaporare con consapevolezza che si è dinnanzi a qualcosa di fuori dal normale.
Noi li aspettiamo dal vivo, vederli da sposati. E vedeteli anche voi, se non li conoscete hanno suonato con i Wolf Parade. Se non conoscete neanche loro andate comunque.

Alessandro Ferri

Top Ten 2011 – Stefano Ferreri

1. Tom Waits – Bad As Me

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Poi decidemmo di andarcene. Accatastai una pila di scatoloni vuoti e cominciai a selezionare indumenti. I più semplici, nonché quelli meno ingombranti, li avremmo portati con noi. Gli altri li avrei lasciati in beneficienza. Chiamai la padrona di casa. Quella parassita non c’era, così le lasciai un messaggio in segreteria. Avremmo disdetto il contratto di affitto e avremmo lasciato la casa nel giro di tre giorni. Destinazione: Chicago.
Quando abbandonammo il nostro appartamento, io e Sara non ci guardammo indietro e non salutammo nessuno fatta eccezione per un bambino che giocava da solo in cortile.
Sara era sorridente, erano anni che mi pregava di andarcene da quella città cadaverica e di provare nuove esperienze altrove. Ogni tanto ci immaginavamo in un locale degli anni ’60 a sorseggiare whiskey scozzese e scambiare parole con tipi come Allen Ginsberg o Miles Davis. Ma tutto ciò lo potevamo solo sognare presi dall’entusiasmo per la lettura di un libro o l’ascolto di un disco in camera.

Ma cosa credi, che cambiando aria cambi qualcosa? Ebbene no, amico – come dicono nei film americani: amico – non cambia proprio nulla. Credi di vivere in un pessimo b-movie dove tutto gira per il verso giusto? Dove ogni cazzo di scena sembra studiata appositamente per andarti di culo? Nessuno ti lascerà salire su un taxi se non hai i soldi in tasca o se i tuoi abiti non annunciano benessere. Ed è inutile che ti affanni per raggiungere la metropolitana se sei in ritardo, non riuscirai a salirci su gettando prima le valigie. La donna che desideri e che guardi dalla panchina opposta non verrà casualmente a chiederti da accendere, non vi scontrerete mai all’angolo di una strada e non raccoglierai i suoi fottuti fogli di lavoro lasciandole il tuo numero. Non succederà. Credi che freghi qualcosa a qualcuno delle tue poesie da quattro soldi o delle canzoni che scrivi con una chitarra scordata? Non è cambiando aria che incontrerai qualcuno a cui possano piacere e che ti presenterà a sua volta ad altra gente fighissima che ti prometterà un mucchio di soldi.
In realtà tutto ciò che ti spinge a cambiare aria è la paura, non il desiderio di respirare aria nuova. Sono polmoni nuovi quelli che ti servono.
Siamo-tutti-quanti-ineluttabilmente-soli. E viviamo come nella repubblica delle chiavi andate perdute e mai più ritrovate; siamo come mosche annegate in un bicchiere di birra, come le lettere spedite a Santa Claus o un paio di scarpe passate di moda. Perciò, ascolta, togli quella foto dalla cornice e torna tra la folla.

Andrea Russo

2. Stephin Merritt – Obscurities

Data di Uscita: 23/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il blues è la musica del diavolo, non il rock n’roll, non il metal né tanto meno il punk. Lo è per costrizione, all’inizio non voleva far da messo al grande divisore, c’è stato costretto. Costretto dai poteri forti dei padroni nei campi, non capivano le note del pianto, non ne apprezzavano il colore, la densità e i legamenti, non erano fraseggi ma evocazioni sataniche.

Mentre alla penombra del plenilunio, nel candido biancore della luna estiva si immaginava il velo della vergine il padrone delle messi inveiva contro i cialtroni che casinavano invece di dormire.

La mattina dopo, dannazione come fanno la mattina dopo a tirar dritto sotto il sole, bestie incredibili amor mio. Vado a schiantarli magari si placano, diceva così e si slacciava la cinta, ma non un solo maschio venne vergato quella notte, solo una donna raccolse il seme della discordia, sotto la luce placida che non poteva, alla luce dei fatti, essere il velo di Maria.

Piangevano e pregavano il dio bianco, e lo fecero per molto tempo, ma poi, serpe astuta mise il dubbio, che piacere c’è nel servire i bianchi in vita e cercarne la pietà da morti? Dannato lo sarai comunque. E la non vergine mise al mondo il figlio del peccato, lo crebbe in una stalla fredda, scaldato dai porci e dalle capre, che il signore delle mosche comanda bene.

Non lo mangiarono e lui mangiò loro, ne bevve il latte ne assaggiò il sangue e si fece forte all’ombra della coorte che ne nascose l’esistenza, si fece adolescente e uscii solo d’estate, quando il sole lo abbronzava e lo faceva parer nero come gli altri, d’inverno era più chiaro ma viveva da ombra.

Giunse il giorno della genesi al contrario, uccise Abele, tentò Eva e rinnegò il padre, distrusse il creato della terra promessa dal Signore e padrone. Sciolse la genia che lo aveva generato e fuggì in un bayou che pareva il brodo primordiale.

Conobbe donne, conobbero loro i suoi figli e li crebbero in solitudine, e via via si schiarivano fino a parere bianchi. Come il velo della vergine.

Alfonso Errico

3. Gruff Rhys – Hotel Shampoo

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Un’altra band, un’altra stanza d’albergo tramutata in piccola Grozny dal rabbioso bivacco di una mandria di bisonti drogati. Dio solo sa quanto cinema e quanta cattiva letteratura si siano industriati negli anni per perpetuare il frusto luogo comune che vuole le rockstar e gli hotel legati indissolubilmente in una miscela esplosiva, un po’ come il fuoco e la paglia o le donne e i motori. Per quanto ad uno di quei disgraziatissimi artiodattili ci somigli pure ed il suo nome di battesimo richiami per onomatopea proprio il verso animalesco del mite bovide americano, Gruffydd “Gruff” Rhys è il candidato ideale qualora si intenda sconsacrare il cliché. Forte di un concept creativo ed autobiografico semplicemente superbo, il nostro ha voluto raccontare in un disco – il terzo in solitaria per lui – il suo punto di vista di privilegiato a contatto con quell’insana routine di attimi e relazioni fuggenti che è poi la vita dell’artista giramondo. Dio solo sa quanti alberghi nei cinque continenti ne abbiano accolto i sonni in oltre quindici anni di onorata carriera, e quanti gadget e ricordini lo abbiano seguito da quelle camere fino in Galles. Non tutti quei saponi, quegli shampoo, quelle ciabatte e cuffiette per doccia hanno avuto l’onore di finire nel bizzarro sacrario realizzato dal cantante e venduto come fumo ad una nota galleria d’arte di Cardiff, con abile operazione promozionale, ma è certo che fossero veramente una legione. Al di là della simpatica fuffa pubblicitaria, il leader dei Super Furry Animals ha saputo regalare un concreto asilo alla sua anima di musico randagio, plasmando questa splendente collezione di gemme easy listening supportato da un progetto grafico geniale per davvero, di quelli che farebbero la gioia dei semiologi. Dio solo sa, si diceva. God Only Knows. Ecco. Non per caso si va sempre a inciampare nelle melodie impossibili di quei Beach Boys, nella magia di una musica leggera che sembra poter arrivare proprio dappertutto. ‘Pet Sounds’ è sempre stato molto più che un semplice disco: un genere a sé, una visione, un’utopia forse. Qualcosa che Gruff deve aver inalato mentre scriveva questo suo piccolo album, qualcosa che rifulge in controluce e disegna sorrisi, l’anidride carbonica che saluta la bibita e ti si libra trionfante su per il naso. ‘Hotel Shampoo’ funziona per una caterva di motivi così insignificanti da risultare imprescindibili. Allieta allitterando, per dire, ha in custodia titoli fantastici ed ostenta carisma a tutto campo, come l’affabile primo della classe che ti conquisti a suon di goliardate e di compiti in classe gentilmente offerti. Abbaglia la linearità di ogni trama, i grani dorati del rosario sono semplici e semplicemente decorati. Scivolano fra le dita uno via l’altro, con tanta sfacciata nonchalance da avvalorare l’impressione che nulla al mondo sia più facile che comporre canzoncine ipercatchy come quelle a marchio Rhys. I numeri in colore lunghi due minuti e mezzo finiscono con l’incarnare la modestia nella perfezione anche meglio degli zero a zero del leggendario Annibale Frossi: partita sublime quella in cui il disco non si schioda più dal lettore.
La capanna di boccette e flaconcini va forse ripensata come metafora di un fantasmagorico laboratorio sul pop dove giocare senza posa al piccolo clonatore, replicando fragranze vecchie di quarant’anni senza coloranti o conservanti e con una minima percentuale di additivi aggiunti. Sorprende in tal senso l’intelligenza con cui l’elettronica è messa a completo servizio dei pezzi, con interventi parchi e mai invasivi che si adattano a meraviglia al fattivo songwriting di Gruff e dialogano amabilmente con i suoi sfiziosi arrangiamenti. Alterazione dei valori d’orecchiabilità, maliziose sporcature applicate a remoti afflati tex-mex (‘Sensation in the Dark’), sottili pacchianerie sintetiche che accentuino il ricordo di un futuristico synthpop anni settanta à la Rod Argent (‘Christopher Columbus’). E poi quel senso di ironica e assai gustosa falsificazione che impregna il disco dalla prima nota di ‘Shark Ridden Waters’, acque infestate da squali gonfiabili sotto quello stesso air-conditioned sun di cui vagheggiava Beck qualche tempo fa: il teatro ideale per riassimilare con stile lontane primizie soft pop come una muffita cover di Bacharach rifatta da un terzetto di carneadi americani, i Cyrkle. Molta meno caciara rispetto agli standard del suo gruppo. Il barbuto gallese organizza un tranquillo party nella sua camera, alternando senza preavviso la maschera del fantasma dei carnevali passati e quella del moderno indiepopper: garbo e fiati rubati ai Belle & Sebastian (‘Take a Sentence’), spiccioli di dandysmo di seconda mano in combutta con Sarah Assbring aka El Perro del Mar (‘Space Dust #2’, praticamente Stevie Jackson che rifà Bowie con una compagna di classe), un novello Ray Davies in piena estasi wilsoniana (‘Honey All Over’, titolo eloquente), la melodia straziacuori di chiara deriva Zombies (‘Vitamin K’, orgasmica) e il Neil Hannon di ‘Promenade’ riveduto e corretto (‘At The Heart of Love’). A mo’ di contentino per i fan irriducibili viene inclusa di straforo anche quella che ha tutta l’aria di un’outtake Super Furry Animals – l’acidula e trascinante ‘Patterns of Power’ – sorta di crocevia tra il sole californiano di Van Dyke Parks e le lande psichedeliche dei conterranei Gorky’s Zygotic Mynci. Ma si tratta di un’eccezione. In comune con le compagne ha solo il luogo del concepimento: un letto d’albergo, magari anche modesto. Preservato dalla devastazione idiota degli eterni scavezzacollo e destinato unicamente alla sceneggiatura dei propri sogni.

Stefano Ferreri

4. Shannon and the Clams – Sleep Talk

Data di Uscita: 05/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Freaks
di Stefano Ferreri

I mostri che abbiamo dentro, cantava Gaber qualche tempo fa. Soggetto in fondo assai corteggiato dalle penne dei cantautori impegnati, ma non disdegnato anche da quegli interpreti che con leggerezza hanno provato ad esorcizzare in musica timori e brutture e segreti per lo più inconfessabili, accatastandoli in cumuli rozzamente abbozzati per poi affidarli all’abbraccio di una vampa gretta e spietata. Nessuna condiscendenza, nessuna pietà per loro. I mostri che siamo dentro non trovano posto nelle canzoni che amiamo, se non nell’apoteosi farisea di un ritornello espiatorio, nell’appendicite melodica che raschia via il marcio della diversità per restituirci il lindore smagliante di un conformismo sereno e inconsapevole. L’estasi canzonettara e l’ottimismo pop hanno svolto per decenni il loro compito di testimonial impeccabili nel paradiso delle coscienze sempre a posto. Per dirla tutta continuano a farlo con impressionante devozione alla causa, accompagnati alla pensione ben oltre la lecita data di scadenza e riassunti il giorno stesso in guisa di consulenti esterni, pubblicitari d’esperienza al soldo dell’estetica imperante. Certo un inconveniente ai trasmettitori di quest’idillio intramontabile può starci, pur se di rado, ma non è mai un vero problema per i valenti tecnici del sistema. Di tanto in tanto non manca di farsi viva una voce che metta in dubbio l’autenticità del grande romanzo, tetro e sublime nella sua impassibile vocazione al congelamento. Acquartierata come un corpo estraneo nella più insignificante delle note a piè di pagina, nascosta dietro all’ultimo degli asterischi o coperta dalla soffice bambagia di una minuscola parentesi.

Quest’anno si è trattato senza dubbio del mirabile contralto della burrosa Shannon Shaw, primo premio ai campionati nazionali per la cantante emergente più improbabile della scena alternativa tutta. Affiancata per l’intera durata del torneo da un paio di spalle comiche come non le ricordavamo dai pirotecnici anni di Yattaman, la biondona di Oakland ha sbaragliato una concorrenza non proprio irresistibile regalando a noi ridotta platea di reietti il più credibile elogio del diverso da un po’ di tempo a questa parte. Per riuscire nell’impresa ha dovuto indossare i panni grotteschi dell’inguaribile passatista, rimestando senza pace nel gorgogliante calderone della tradizione pop americana per smascherarne trucchi, ipocrisie e morale fasulla. In cerca del refrain perfetto con cui infiorettare il trionfo dei perdenti di lungo corso, ha dato prova di un romanticismo schietto, mimetico nella forma e graffiante nella sostanza, amplificatore ideale del desiderio di rivalsa di una schiera di artisti da sempre relegati all’ombra del successo. Oltremodo sincera e potente la scelta di campo, guidata dal primitivismo ingenuo e dall’insopprimibile e corrosiva attitudine freak del trio, scandita dal pulsare selvaggio ed ipnotico di un mantra (One of us! One of us!) rubato ad uno dei capolavori maledetti della storia del cinema, ora e più che mai rivendicazione di un’appartenenza e di un’identità plasmata per forza di cose nel contrasto. Il terzo album di Shannon e delle Vongole è però molto più di un semplice omaggio a Tod Browning e al suo indimenticabile plotone di scherzi della natura. E’ un sontuoso accumulo di citazioni più o meno colte, cortocircuiti kitsch e rimandi sgargianti al polveroso retrobottega culturale americano degli Oldies but Goodies, ben assortiti tra loro in nome dell’irriverente sottotesto di fondo. Non importa apparire brutti, sporchi o cattivi quando questo è il solo volto che si ha da mostrare, almeno a chi non ne merita di migliori. Il politically correct è un riguardo umiliante oltreché inutile in un persistente clima di buonismo iscariota, e tutti i compromessi possono prepararsi al confino eccetto quello che lega dolcezza e ruvidezza in una liaison irresistibile: non deve essere affatto facile suonare grezzi e raffinati al contempo, annullando gli scompensi dell’operazione recupero con la grinta commovente di chi si ostina a vivere tra le pagine di uno sbiadito album dei ricordi.

Con ‘Baby Don’t Do It’ e ‘You Will Always Bring Me Flowers’ si parte all’insegna di un’integerrima riscoperta del Doo-wop e dei Girl Group, ma è solo la prima di una lunga serie di scaltre illusioni espressive. Il ricamo dei golfini delle pin up è presto corrotto dalle bizzose orlature rockabilly dell’elettrica di Cody Blanchard, mentre la tavola viene imbandita con ogni sorta di stravizio soul, R&B o proto-twee, con bizzarrie degne della svendita di un rigattiere (la chitarrina calypso e le congas di ‘Oh Louie’) mentre il beat impartisce dall’alto la sua benedizione come un Dio buono e misericordioso. Quello di ‘Sleep Talk’ è un perfido Garage Revival per cultori: prepotente, infettivo, commovente nella sua purezza e nella giustezza del suo modernariato, irrimediabilmente fuori moda come solo King Khan e Mark Sultan sembrano oggi in grado di essere. Anche la malinconia è accessorio vintage di gran classe nella vetrina di questi abili falsari statunitensi: non si spiegano altrimenti le creste surf-pop rivisitate alla radice con la determinazione degli amatori intransigenti e senza blande smanie di contaminazione con il presente. L’unico elemento realmente originale è quell’indole scarmigliata, incontaminata, ludica e sempre un tantino inquietante che fa apparire Shannon & The Clams la versione psicotica e indignata delle Shangri-Las, soddisfacente nuova linfa per una collezione di stili altrimenti indirizzati all’oblio della pura accademia. Anche nella loro variante più ispida e ribelle, la procace frontwoman ed i suoi accoliti riescono a non tradire l’artificio dietro al minimo dettaglio, si rivelano bravi economi in fatto di fronzoli arrivando a svelare nell’emblematica ‘Toxic Revenge’ la propria ideale certificazione genealogica tra Ramones e Ronettes (il nome Ramonettes avrebbe forse semplificato troppo le cose), prima dei fumi alcolici di un delirio no-wave degno delle Bride of No-No. Come per numerosi altri apostoli del genere, la cura del particolare non lascia al caso nemmeno un riff, né un watt. In ‘Sleep Talk’ questa precisione ha un esito davvero stupefacente nella resa sonora analogica, Pasqua solenne del riverbero, una chicca che i critici dalla memoria sempre troppo corta potrebbero archiviare per somma dabbenaggine come bassa fedeltà e arrivederci, facendo al disco il torto insopportabile di un apparentamento forzato alla scena neo-surf pidocchiosa del circuito californiano. Mezza chitarra in più la merita da sola l’interpretazione grandiosa della Shannon cantante, da brividi per come sa portare un alito di vita vera tra gli impeccabili fondali di cartapesta del filologicamente corretto.

Una galleria di virtuosismi non leziosi destinati tuttavia al solo catalogo delle buone intenzioni senza quel taglio straniante, quella weirdness canaglia, le sinistre atmosfere di cui sono impregnati come spugne i dodici episodi dell’album. Lo stesso magico sgomento del ballo di fine anno sulle note di Love Among The Stars, con la trappola a sorpresa predisposta questa volta proprio dalla novella reginetta Carrie nella sua versione extralarge, impaziente di lordarsi di sangue nell’attimo stesso della sua incoronazione. Favole che trascolorano in incubi, armonie svolazzanti che si fanno spettrali, cuori velenosi racchiusi nel guscio di una manciata di vecchie caramelle, così innocenti nel loro incarto di foglie d’oro e d’argento. In canzoni come ‘The Woodsman’ risplende tutta la delizia dell’uomo nero. Rivivono gli anni cinquanta del sogno incontaminato, riletti nel candore guasto delle teen tragedy ballads dei sessanta e del death rock dei settanta, quattro minuti semplicemente strepitosi. E più di tutto i colori acidi di quello stesso sogno, ormai falsati dal tempo, nella pellicola condannata ad un’eternità sempre più rancida nella pancia di un’anziana Kodak. La voce di Shannon racconta come nessun’altra l’umore languido, malato, torbido e feroce di chi si è rassegnato alle seduzioni della propria mostruosità: sopra le righe ma in maniera autentica, dignitosa, tragica e non macchiettistica, straziata come Liz Taylor dallo sconfinato dolore della bellezza che si logora.

5. Low – C’mon

Data di Uscita: 12/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Arte e confusione, nient’altro che cuore. L’autoritratto dei Low, versione duemilaundici, suona anche come una delle più belle descrizioni della loro musica di oggi e di ieri. Il celeberrimo Piero Scaruffi ha provato a raccontarla in maniera meno folgorante ma ugualmente valida, riconoscendo nel loro stile l’equivalente rock dell’haiku giapponese, del mantra tibetano, dell’aforisma greco. Abiti sonori intessuti con la stessa estatica compostezza delle poesie nipponiche – così potenti nel loro olimpico equilibrio – per quanto non estranei alle lacerazioni dell’angoscia ed al dolore. Seguendo il filo dell’accostamento, viene quasi naturale considerare Alan Sparhawk e Mimi Parker sarti più talentuosi di tanti apprezzati guru della metrica come Michael Stipe, che dei componimenti haiku hanno fatto una specie di personale ossessione. Eppure, a cercarla bene, anche nella sterminata discografia dei R.E.M. è possibile intercettare almeno una grande canzone per cui valga l’asserto del discusso critico musicale. Una di quelle in ombra, penalizzate magari dalla convivenza gomito a gomito con il più populista di tutti i loro pezzi killer. Ecco, sinceramente si può dubitare che dietro l’ironia di questa identità vi sia qualcosa più del semplice caso, ma appare comunque preziosa la coincidenza affidata al titolo del brano in questione, Low per l’appunto. Anche il testo è curiosamente opportuno, in linea figurata. Certi passaggi sembrano rivelare con qualche anno d’anticipo alcuni segreti del credo slowcore, dell’arte della band di Duluth ed in particolare di questo suo nono LP: “Moving in a still frame”, movimento nella cornice di un fotogramma fisso, l’essere evocativi anche dietro le dinamiche rallentate del sostanziale; “I skipped the part about love”, il medesimo pudore nel trattare le fiammate affettive che ora torna in un episodio come ‘$20’, vero inno all’amore incondizionato e disinteressato, quello che non ha bisogno di legende o sottotitoli per essere raccontato. Alcune canzoni sembrano burro, altre ostentano la fragranza dei dolci fatti in casa ed il solo fine è il bene di chi ascolta. ‘C’mon’ non impiega molto per palesare un potenziale archetipico ed una concretezza semplicemente clamorosi. Ogni dettaglio è cruciale nella sua franchezza, nulla è superfluo o, a giochi fatti, accessorio. Nulla va sprecato. Non una nota, non un watt, mentre la bussola indica sempre e comunque la direzione del cuore. Banale la poetica dei coniugi Sparhawk non è mai stata – è pacifico – ma qui la sintesi di emotività e linearità comunicativa raggiunge esiti davvero notevoli. A livello musicale l’approdo è una identica essenziale significanza. I Low risultano eclatanti e trascinanti senza mai forzare: nella lentezza, negli scarti melodici infinitesimi, nell’accennare contrasti di luce destinati a farsi via via sempre più perentori. Nel giusto contesto il fascino ipnotico di queste nuove creature può seriamente causare assuefazione: lo lasciano intendere l’energia trattenuta a stento di ‘Majesty/Magic’ e soprattutto il placido incedere di ‘Witches’, elegia spain-iana in cui il cantato di Alan gioca di mimesi con quello di Josh Haden, uno spirito affine. Dopo certi automatismi pop di ‘Great Destroyer’, forse non troppo bene assortiti con la radicata indole introspettiva del gruppo, dopo l’autismo minimalista e la disperata claustrofobia sentimentale di ‘Drums and Guns’, ‘C’mon’ potrebbe dare l’erronea impressione del passo del gambero, ma la verità è un’altra. “We need to figure out how to get through the next moment, together, as human beings”: una supplica laica, non certo da mormoni infervorati, l’appello capace di conferire un tono definitivo ai propositi umanitaristi dei Low. Il disco è una proiezione di questo spirito, assemblata nella stessa chiesa sconsacrata in cui Tom Herbers e Tchad Blake aiutarono a rendere l’urgenza di ‘Trust’. Stavolta la rifinitura è avvenuta a Los Angeles per mano di Matt Beckley, uno sin qui abituato al futile pop milionario delle Katy Perry, delle Avril Lavigne e, sì, delle Paris Hilton. Idea vincente. Quello di ‘C’mon’ è davvero un prodigio esteso al popolare, Easy Listening che si fa adulto svelando una sua terrena solennità. Non sono i paradossi che sembrano. Per una band a proposito della quale si è spesso tirato in ballo l’appellativo “aulico”, ha senso parlare di una nuova e più tangibile epica (ed etica, anche), una moderna classicità forse meno bruciante rispetto ai capolavori riconosciuti, meno sanguinante, ma più matura. Sentimento del tempo e Sehnsucht sono sempre incendiari. In più si impone un’atmosfera di pacificazione diffusa, dopo le asprezze del passato remoto e la presa di posizione politica ed antimilitarista del lavoro precedente: il clima si fa estatico, fiero, anche in momenti più drammatici come ‘Done’, anche quando la malinconia parrebbe destinata a tracimare. Soprattutto non c’è più spazio per la rassegnazione, specie in un finale (‘Something’s Turning Over’) che suona come ultima chiamata al Carpe Diem e svela corrispondenze impressionanti con la freschezza autunnale degli Yo La Tengo più appagati, come se dopo un lungo percorso anche questa coppia di rocker avesse trovato il proprio little corner of the world. “Andiamo!”, dicono loro, cadenzando la riscossa con il lungo memorabile refrain in crescendo di ‘Nothing But Heart’. Meno irrisolti, meno problematici, meno cupi di un tempo, ma con uno sguardo forse mai tanto lucido ed esatto. Netto come il primato della sintesi nella scelta delle parole, soppesate una ad una per mettere ordine nel proprio irriducibile garbuglio interiore. Arte e confusione possono convivere in fin dei conti, ma solo grazie al cuore.

6. Acid House Kings – Music Sounds Better With You

Data di Uscita: 22/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel giugno del 1990, in un girone che si disputava ad un tiro di sputo da casa mia, venne giocata una delle più irrilevanti partite nella lunga e gloriosa storia dei mondiali di calcio. Uno Svezia – Scozia che per gli addetti ai lavori avrebbe dovuto valere come sorta di spareggio qualificazione dietro l’immancabile corazzata carioca, poi liquidata dall’Argentina di Maradona qualche giorno più tardi. Come sempre in questi casi, tra le due contendenti l’avrebbe spuntata il classico terzo incomodo, il piccolo Costa Rica, ma questa è tutta un’altra storia. Seguendo in televisione il match vinto di misura dagli scozzesi, mai avrei potuto immaginare che di lì a qualche anno questa sarebbe diventata sfida di cartello in ben altro contesto: per il primato in ambito indie-pop, dopo i fasti inglesi di fine anni ’80 e quelli americani all’inizio del decennio successivo. Se nel lustro che ha chiuso i novanta lo scettro se lo sono agevolmente assicurato i campioni del pop da cameretta di Glasgow ed Edimburgo, merito quasi esclusivo della squadra Belle & Sebastian allora in stato di grazia, gli ultimi dieci anni hanno di fatto sancito una sempre più netta supremazia scandinava, frutto di programmazione, fausta convergenza di talenti ed artigianato d’eccellenza. “Scuola” non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente. Gli Acid House Kings possono fregiarsi del titolo di pionieri avendo provveduto a spargere i primi germi in quella che presto si sarebbe delineata come una vera scena, con un proprio sound caratteristico ed una piccola label di riferimento chiamata Labrador in omaggio all’omonima razza canina (o alla penisola del Canada, non è dato saperlo). Certo il termine “sovrani” può apparire leggermente fuori luogo in una realtà musicale democratica e corale come poche altre, ma è pur vero che, ad eccezione del solo Jens Lekman, la band dei fratelli Angergård è forse l’unica a poter meritare cotanta nomea all’interno della propria ragione sociale: i venti anni di onorato servizio e l’elevato standard qualitativo delle sue sporadiche pubblicazioni legittimano di fatto l’appellativo, e così sia. In anni di sostanziale riflusso di idee, con sempre più blanda omologazione sonora verso gli sciatti cliché di un dream pop immancabilmente sporcato dal rumore, la limpidezza sontuosa e le abbaglianti trame melodiche dei redivivi Acid House Kings di ‘Music Sounds Better With You’ hanno il sapore di una autentica quanto rigenerante riforma easy listening. Difficile dire cosa colpisca più positivamente in un disco che arriva a ben sei anni dal precedente rendendo in fondo insignificante una simile attesa, sin dal primo esaltante assaggio. Forse la consapevolezza delle proprie migliori doti, coltivate e valorizzate con la naturale sobrietà che contraddistingue i veri artisti. Forse la coerenza di fondo che tiene legate queste dieci nuove canzoni, senza negare all’ascolto il piacere di suggestioni ed aromi apparentemente anche lontani tra loro. Oppure il genio con cui viene miscelato un autentico tripudio di ingredienti (chitarre a profusione, tastierine, archi, fiati, svolazzi vocali) in un insieme sontuoso e per nulla barocco, catchy ma non stucchevole, sofisticato senza ombre manieriste, decisamente user friendly. Che all’unanime benevolenza della critica contribuisca anche la strizzatina d’occhio inclusa nel titolo? Può essere. Una lusinga non ruffiana che è solo l’ultima dimostrazione in ordine di tempo del riguardo a dir poco minuzioso riservato dal terzetto svedese alla sfera conativa dei propri lavori, come a voler compensare la patologica ritrosia a imbarcarsi in tour promozionali: da una band che ha pubblicato un album dal titolo ‘Canta assieme agli Acid House Kings’, allegando alle prime duemila copie un DVD con i videoclip di tutti i brani in versione karaoke, era proprio il minimo che ci si potesse aspettare. Più ritmo rispetto ai Club 8 – l’altro grande progetto dell’Angergård giovane – a fronte delle medesime chitarre sbarazzine, di uno stuolo di ritornelli ugualmente assassini e di una meccanica nel songwriting non meno perfetta. Il risultato è un bignami sfizioso, un breve ma intensissimo compendio sulle meraviglie della musica leggera, sull’aria frizzantina della primavera inoltrata e sul sole svedese. Con dentro il chamber pop più fluido dai tempi di ‘Let’s Get Out of This Country’ dei Camera Obscura (‘Would You Say Stop?’), una Isobel Campell finalmente guarita dal diabete (‘I’m in a Chorus Line’) ed una roboante lezione di delicatezza elettrica impartita a domicilio agli outsider più accreditati del momento, i Pains of Being Pure at Heart (‘Under Water’, estatica). Non fosse sufficiente, ecco in ‘Where Have We Been?’ l’illusione di una più accentuata mediterraneità (mandolino, chitarra spagnoleggiante, tromba, una grandinata di nacchere), specchio di un calore comunque più che sincero, come ad accompagnare idealmente il cristallizzato passo di flamenco di Julia Lannerheim nella bellissima copertina. Poi certo, a voler esser pignoli ci sarebbero anche le voci negative del caso, quel paio di canzoni appena appena più ordinarie, cosa pur plausibile non trovandoci al cospetto di un capolavoro definitivo. Peccati veniali, dettagli di poco conto che per indie poppers meno scafati degli Acid House Kings varrebbero addirittura oro colato e che al sottoscritto nemmeno va di citarvi. In fin dei conti chi sarebbe così pazzo da fare le pulci al volenteroso fantasista in astinenza da goal, in una squadra che ha appena portato a casa una vittoria così bella e rotonda?

7. Boston Spaceships – Let It Beard

Data di Uscita: 02/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Una volta c’era Nick Saloman a tenergli testa. C’era la Bevis Frond con il suo onesto commercio di uova lo-fi e la piccola azienda iperattiva il cui nome poteva ricordare quello di una vodka o di un mediano della nazionale sovietica, Woronzow. Lontani ricordi anni novanta. Forse per l’incapacità di incassare e rilanciare, forse per l’inaridirsi della fonte, il ritiro giunse presto e come di schianto. Oggi le regole sono cambiate, e sono cambiati i rocker. Chi ha un paio di cartucce in tasca tende a spararle subito, poi rallenta e scopre il marketing, il synth-pop, la darkwave, il piacere perverso degli hiatus, delle reunion, delle ristampe deluxe e delle pensioni dorate, mentre i vecchi animali insistono ad officiare il solenne rito della fatica. Con Billy Childish che ha finalmente intuito come qualità e quantità di rado vadano d’accordo, e con John Dwyer dei Thee Oh Sees che è ancora solo una discreta promessa del circuito, Robert Pollard pare destinato a vincere il campionato degli artisti più munifici per manifesta superiorità. Soltanto Makoto Kawabata degli Acid Mothers Temple avrebbe i numeri per surclassarlo, ma è in odore di squalifica: troppo facile alzarsi al mattino, accendere le macchine e registrare qualunque gorgheggio la propria chitarra sia in vena di produrre, intere mezzore di sibilante agonia impacchettate quattro alla volta in nuove scintillanti uscite discografiche. Il vandalo di Nagoya è un baro, sia messo a verbale. Al contrario gioca pulito e gioca forte l’ex maestro elementare di Dayton, Ohio, che ad annata non ancora conclusa ha già licenziato cinque album di inediti veri, moltiplicando gli alias e le collaborazioni quasi fosse l’unico modo per gestire onorevolmente la propria terrificante incontinenza creativa. Un paio di episodi a proprio nome, gli altri condivisi con singoli ex compagni di squadra in altrettante compagini – dai Lifeguards ai Circus Devils ai Boston Spaceships – accreditando implicitamente chi ritiene sia tempo di riesumare i Guided By Voices. Con o senza la band regina, il vecchio Bob è sempre stato uno che nelle proprie ingarbugliate impressioni elettriche ha sguazzato fino alla nausea. Puntuali come spedizioni in contrassegno, i suoi dischi sono scariche di mitragliatore che arrivano presto all’ultimo bossolo e poi riattaccano, a piacimento e ad oltranza. Scatoloni inverosimilmente stipati di idee. Oddities, memorabilia, chincaglieria assortita, col sigillo bianco rosso e blu della denominazione di origine là in bella mostra. E così da anni, un trasloco dietro l’altro, senza mai partire davvero: potevate perderlo di vista per qualche tempo, ma l’avreste ritrovato comunque dove l’avevate lasciato, stessa identica espressione volpina, i capelli appena appena più grigi, niente altro. Per gli amanti del gioco delle differenze, quello dei “venticinque piccoli particolari”, occorre chiarire che il nuovo Boston Spaceships è quanto di più prossimo alla leggenda del gruppo grazie al quale Pollard sarà ricordato. Illude, e lo fa con stile. Prendete la propensione al frammento, al quadretto acustico sghembo e destrutturato, allo schematismo tascabile di queste piccole gioiose macchine da guerra, di questi laminati inni al disincanto. Nelle singole tonalità del rame, un’arte curatissima che si rinnova. Riconoscete l’amore per quel suono grezzo ma non spaccone, il “White Album che incontra Quadrophenia che incontra Same Place The Fly Got Smashed”, ovvero le proprie radici che chiudono il cerchio e arrivederci. E’ l’indie di prima che l’etichetta venisse sputtanata dal pulviscolo seriale delle repliche e delle controrepliche. E’ il rock strascicato ed antintellettuale messo giù alla buona, sporco di olio di motore, di grasso, di sudore, che ancora ama flirtare con le sirene del pop senza uscirne svilito. Un travestimento appena, il felice trucco dell’easy ruvido che ‘Mag Earwhig’ ha già elevato a paradigma. E ancora l’intatta fragranza della piega nostalgica, autentico numero di prestigio in repertorio, o l’accortezza del sarto mestierante che sa come armonizzare le sue risapute fettucce – enfasi e rarefazioni, muscoli e misticismo – in un nuovo spavaldo accessorio. Oggi come ieri Pollard è artista del discontinuo, l’asceta con le scarpe di tela, un talento falsario. Quasi sovrapponibili le due monete, passate a matita sul foglio di carta. Ma suono diverso. Metallo diverso. Nessun collage dada in copertina questa volta, i rattoppi sono confinati nella sola sfera musicale. Dove può capitare che la classica matrice elettracustica venga infettata da remote suggestioni space, virata ora verso l’estatico ora verso il marziale, dando vita a ibridi lunghi, diseguali, dal fascino estremo, oppure ceda docilmente alle tentazioni di un desert-folk crepuscolare, di un’indolente voce e chitarra con l’immancabile micro-illuminazione inclusa nel prezzo. Dove possono fare capolino un ameno pastiche power-pop inturgidito dai violini, l’imitazione delle più abusate pose Stipe-iane (con tanto di spoken word declamatorio), la faccia del sosia Steve Wynn imprigionata dietro lo specchio ed un lussureggiante assolo di Fender Jazzmaster griffato J Mascis. Forse è proprio il tenore degli ospiti a comprovare quanto già eloquentemente suggerito dall’ironico titolo e dalle fotografie dei musicisti sulla cover. Disco ispido questo ‘Let It Beard’, amabilmente trasandato come un Pollard mai così a proprio agio nei panni dimessi dell’intrigante pauperista. E’ il suo candore sgualcito quello che ha impressionato i nastri, colmato gli hard-disk e offerto a tutti un altro giro di bad whiskey. E’ la sua anima scarmigliata. Tradotta in luminoso caos espressivo, arrangiata con sincera approssimazione in pezzi adorabili per la loro inconcludenza, vestita a festa con l’abito buono che è poi anche l’unico nel vecchio armadio, non certo un costume di scena: caffettano caratteriale, fibra robusta, lana arruffata e fedeltà a tratti bassa, mai bassissima. La sua penna ha sfrondato. Ha fatto piazza pulita di tanto meraviglioso e superfluo ciarpame, ma l’interpretazione resta quella rude di sempre. Corposi tagli al budget del proprio songwriting, essenzialità atmosferica che non rinuncia a qualche bordata ma ha smesso da tempo di grondare riverberi, imprevedibilità ridotta alla minimale durezza delle pitture di sfondo. Eppure la quadra è miracolosa. Non chiedete come ci riesca ancora, a cinquattaquattro anni suonati, ma il vecchio bob non ha dimenticato come essere incisivo. Barattando il misurato perbenismo delle canzoni compiute con una caterva di ipotiposi sabbiate, oppure suonando come vertiginosi xilofoni la sua collezione di dorsi di stegosauro. Una stilizzazione policroma che potrebbe annunciare l’ennesimo tornante per la maturità o velare il piacere impagabilmente futile del divertissement. In condizioni normali ci troveremmo a parlare di dilemma, ma con Mr. Guided By Voices è tutto più trasparente, tutto più pratico. E più incalzante, anche. Non toccherà nemmeno attendere chissà quanto per saperne di più, giusto quei due o tre mesi che ci separano dalla prossima puntata.

Stefano Ferreri

8. Scott Matthew – Gallantry’s Favorite Son

Data di Uscita: 10/06/2011

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La parola questa volta è consapevolezza, il carburante indispensabile quando il “difficile terzo album” è un viaggio destinato ad andare in porto così agilmente. Scott Matthew i numeri li ha sempre avuti, a mancare era forse soltanto quel briciolo di personalità, la finta ed il guizzo per disimpegnarsi dall’ingombrante marcatura stretta dei due centrali ed involarsi da solo verso la poesia della rete. Antony Hegarty da un lato, Devendra Banhart dall’altro, come le sfingi de ‘La Storia Infinita’ piazzate dalla critica a sbarrargli il passo e da lui accolte senza sollevare una sola obiezione. Tre anni dopo, Scotty non ha smesso la tunica variopinta da hippy postmoderno, né ha invalidato le tante corrispondenze con il celebrato usignolo transgender. Semplicemente, sembra aver trovato la posizione ideale ed un movimento tanto semplice quanto fluido per aggirare gli apparentamenti di rito con questi inediti Scilla e Cariddi. Nei versi del suo nuovo manifesto, ‘Black Bird’, il monumentale Calimero australiano si disegna fragile e ben conscio dei propri limiti, inseguendo l’illusione che tutti i confronti possano essere annullati ad oltranza, che non si debba necessariamente spiccare il volo per poter stare al mondo. La parola è consapevolezza ed è ferma in ogni rigo. E’ il diritto a condurre una vita magari tragica o grottesca, ma affidata in esclusiva al fallibile estro del proprio cuore. La rivendicazione del primato del pensiero sul demone oscurantista dell’ignoranza, e del buon senso comune sugli spauracchi di un’eterna dannazione. L’esser consci d’aver inumato ambizioni che ancora respirano, e sanguinano, e il non arrendersi anche quando ci si inabissa, non rinunciare al sofferto onore della battaglia, non cedere alla rinuncia, alle tentazioni auree dell’ultimo nihilismo. Scott William Matthew il neo-umanista, l’adorabile fanciullo con la barba posticcia, cantore sul limitare del giorno, guida buona: e ancora c’è in rete chi lo liquida come un folksinger qualunque, beata approssimazione da nuovi media…
Nestled in the dark. Inevitabile scelta per l’acquartieramento, ideale per far risaltare una voce che non si potrebbe desiderare più luminosa. Mai così avvolto nella tenebra, mai così incoraggiante: meraviglie dell’arte dei contrasti. Nella quasi completa oscurità bastano un mandolino o uno stringato coro femminile, lontani, ad annullare l’idea stessa della paura. La giustezza degli arrangiamenti – parsimoniosa chitarra Made in Sparta, trama e ordito al grado zero – denuncia una disciplina del concreto che non ha in sé davvero nulla di lugubre. Se aggiungete poche note di piano e una manciata di parole adagiate nel refrain perfetto, il sole avrà già fatto irruzione ovunque voi siate. Luce bianca del mattino, non l’algido neon della fascinazione col trucco. Luce tersa e rinfrancante, invece che i tramonti affettati e le loro illecite rendite in emozione corrente. Scotty non è certo tipo da biechi ricatti, non è il bandito della malinconia a comando ma un magico autodidatta del lirismo più limpido, quello disarmante. E si perfeziona, un passo alla volta. Sembra aver alimentato la propria vocazione classicista frequentando le migliori scuole serali della tradizione yankee, se nel delizioso cantilenare di una ‘No Place Called Hell’ risuonano le medesime suggestioni ed il calore senza tempo di quella vecchia nenia gospel cantata spesso ad una sola voce assieme al pubblico rapito dei suoi concerti, ‘Tonight You Belong To Me’. A lezione di storia per regalarsi una svolta, per respirare l’armonia dell’essenziale. Addestramento proficuo a giudicare da episodi come ‘Buried Alive’, dove l’andatura lenta, il fare riflessivo, il lavoro sui minimi scarti, segnano l’approdo ad un livello d’intensità forse ancora inesplorato per il languido aussie, senza che una sola nota vada sprecata, senza che l’intatta fragranza delle canzoni risulti adulterata dalla tentazione del teatro. Più maturo rispetto all’acerba bellezza dell’esordio, meno dispersivo che nel pregevole sophomore dal titolo straripante, incredibilmente fedele a se stesso anche per via di quella sua destrezza negli alleggerimenti: la frugale letizia di un fischiettìo, antidoto asciutto alla melassa di certi scivoloni di ieri, o l’atmosfera tra il sofisticato e l’ingenuo, frizzantina ma per nulla frivola, chiamata in causa per raccontare l’incanto dell’innamoramento. Proprio in questi passaggi, dove l’equilibrio tra dolce ed amaro sembra sfiorare il miracolo, Matthew si lascia apprezzare come artista completo, fine e non pedante, sconfessando chi continua a vedere in lui nulla più che una pittoresca macchietta indubbiamente dotata.
Niente male davvero per il piccolo e brutto anatroccolo che aveva timore d’imparare a volare.

Stefano Ferreri

9. St. Vincent – Strange Mercy

Data di Uscita: 13/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Invisible Monster
di Giulia Delli Santi

“Chi diavolo è?!”
Una voce più alta e cordiale, “Possiamo esserti d’aiuto?”
“Sono qui per la selezione da capo Cheerleader.”
Si presentava di fronte a loro una figura slanciata, arida, dal portamento goffo e innaturale; un’insolita amalgama di mania ed estrema riservatezza. Piede più lungo del profilo, pantaloni fascianti, si, un chiaro gonfiore tra le gambe.
La t-shirt dalle maniche evidentemente asportate, più grande di almeno due misure, raffigurava la locandina sbiadita di un vecchio spettacolo di Broadway. Nella mano una solida fune mentre lo sguardo allungato e apatico chiedeva alle due esaminatrici di presentarsi.
Era sua quella voce mascherata in maniera grottesca, un colpo per schiarirla: “Mi chiamo Chloe..
Scoppiarono in una risata tracotante ed attesa.
“Tesoro, hai sbagliato stanza. Questa selezione è riservata solo a ragazze.”
Con la mano tesa a giustificarsi, non riuscì a prendere parola perché interrotto dalla prima palesemente infastidita: “Levati di torno! Pensi che qui ci sia tempo da perdere con te, sgorbio?”
La sua espressione, in un primo momento remissiva e scoraggiata, cominciò a mutare senza fretta. Un respiro più sicuro:

When I was young / Coach called me “the tiger”. I always had / A knack with the danger.
Living in fear in the year of the tiger.
I had to be the best of the bourgeoisie / And my kingdom for a cup of coffee.

Ancora un istante e i suoi occhi si fecero seri prevaricatori. Avanzavano con brutalità opprimente e, in prima linea, erano completamente sottomessi a quello sguardo agghiacciante come fossero bestie al guinzaglio.

Mi avete mai guardato come io vi guardo?
Avete mai scritto una preghiera per me?
Vi siete mai presi cura di me come io ho fatto con voi?
Non potete fuggire.

Solo pochi secondi, il sorriso folle mutò ancora una volta le sue intenzioni. La mano devota al giudizio, estrasse dalla tasca un vecchio rasoio Soligen pronto al taglio, un salto deciso per raggiungere le sue rivali. Legata la prima con la corda, non dimenticando di tapparle la bocca con uno straccio, si rivolse all’altra completamente impietrita dalle circostanze. A cavalcioni su di lei, prese a fissarla ordinandole di non proferire suono. La scrutava intensamente come a cercare il senso di quelle lacrime e, non trovandolo, con un unico continuo movimento del braccio, affondò la lama partendo da uno dei temporali per terminare all’altro, dividendo in due parti l’iride oceano. Un urlo e le mani alla faccia, rivolto all’altra:

I’ll make a living telling people what they want to hear / It’s not a killing, but it’s enough to keep the cobwebs clear. ‘Cause I make a living telling people what they want to hear / But I tell ya, it’s gonna be a champagne year.

Con queste parole, la stessa lama che aveva offeso la prima, si orientò su di lei, sul suo piccolo orecchio, toccato fino a quel momento solo da un discreto punto luce. L’affondo di una precisone chirurgica e il leggero padiglione era sul pavimento.
Avrebbe potuto abbandonarle mutilate, ma la pietà è una virtù sottovalutata: Le sollevò dalle ormai spettinate capigliature, una alla volta e con un taglio netto recise ad entrambe la vena giugulare. Un inchino di riconoscenza, s’allontanò lasciando le due spettatrici coinvolte dissanguate sul pavimento.

Bodies, can’t you see what everybody wants from you?

Ho sempre pensato che l’isteria meritasse un pubblico.
Cruel, Cruel, Cruel..

10. Ween – Caesar Demos

Data di Uscita: 11/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Avevo proprio bisogno di musica allegra, di musica che chiama le persone per nome e fa suoni buffi e magici, hello Johnny! Mi ha fatto tornare in mente gli amici immaginari che avevamo Luca ed io da piccoli, Jack e Nick, gli amici con cui facevamo viaggi spaziali sulla nostra navicella, la gioia di un pomeriggio libero in cui non si aveva niente ma si aveva tutto, quando la fantasia era davvero al potere.

In tenda il freddo si faceva sentire, la vallata era come un giardino enorme dove cinque lupi giovani cercavano di mordere la preda agognata da ogni essere.

E facciamo quello che ci pare, ci passa per la mente l’hard rock? Chiamiamo Lemmy e si suona, dov’è il problema? La chitarra è più libera di qualunque oggetto creatura creante, può suonare tutto questo mondo di note e tutto questo mondo di esseri umani.
La musica ascoltata la prima volta ci fa lo stesso effetto dei regali, di quando si scarta un pacco, di quando ci danno qualche cosa fatta a mano o riportata da un posto lontano.

Ci mettemmo parecchio tempo per prepararci, poi salimmo sperando in una colazione che non ci fu. Si doveva salire di molto e le stradine erano ripide e strette con precipizi profondi accanto.

Si potrebbero mettere insieme milioni di lettere per dare forma alla bellezza della musica, ma il modo migliore è parlarne col suo stesso linguaggio, le note, i suoni, il suono, che come scrisse Karolyi, sicuramente accompagnò la nascita dell’universo. Non c’è vita senza suono.
Ricordo quando mi chiudevo a chiave con la fender per far crollare le pareti di casa, era da poco che mi sentivo figlio naturale della luna ed avevo un’infinita voglia di rumore armonico e l’amplificatore ricorda ancora quella mia rabbia siderale che scatenavo sulle corde.

Il Corno Grande è un monte aspro e imponente, graffiandomi le mani, ancorando i nostri piedi, siamo riusciti ad arrivare davanti al suo ghiacciaio, quello più a Sud d’Europa. Riscendere fu straordinario.

Lasciami correre, lasciami riposare, lasciami creare, lasciami distruggere, lasciami cospargere questa terra di parole, lasciami credere, lasciami ripensare, lasciami amare le nuvole, lasciami maledire il sole e poi ringraziarlo pentito, lasciami ringraziare tutta la materia, lasciami imitare mentalmente Mastroianni nostalgico, lasciami al vento, lasciami al caldo, lasciami maledirti, lasciami pensare di lasciarti, lasciami pensare di amarti, lasciami ringraziarti.

Marco di Memmo

Patrick Wolf @ Tunnel, Milano (02/12/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

La pece aveva fatto diventare bianche la punta delle sue dita e si alzava di tanto in tanto una nuvoletta bianca che perdeva di consistenza poco a poco fino a sparire e nascondersi dalle parti del riccio … Le corde, per cui aveva risparmiato tanto, vibravano ora decise e i suoi occhi si chiusero appena mentre con un’abilità quasi innaturale cambiò dalla prima alla terza posizione. Il modo in cui eseguì quel vibrato poi era semplicemente impeccabile. Per gli occhi del suo unico spettatore non esisteva spettacolo più inaspettato e sorprendente. Chi era costui che produceva con tanta destrezza quei suoni puri e così limpidi, come potevano esistere poi note simili ? un’ottava più in su e lacererai il mio cuore già provato…
Scioccamente non era mai venuto ad assistere prima d’ora. Aveva sempre ascoltato distratto mentre egli spendeva fior di parole sulla noia di uno studio di Kreutzer o era forse Prokofiev? Procedevano lenti come vite già vissute i suoi pomeriggi votati a una singola pagina poiché non tradotta con abbastanza sentimento.
(altro…)

Top Ten 2011 – Giulia Delli Santi

1. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

2. St. Vincent – Strange Mercy

Data di Uscita: 13/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Invisible Monster
di Giulia Delli Santi

“Chi diavolo è?!”
Una voce più alta e cordiale, “Possiamo esserti d’aiuto?”
“Sono qui per la selezione da capo Cheerleader.”
Si presentava di fronte a loro una figura slanciata, arida, dal portamento goffo e innaturale; un’insolita amalgama di mania ed estrema riservatezza. Piede più lungo del profilo, pantaloni fascianti, si, un chiaro gonfiore tra le gambe.
La t-shirt dalle maniche evidentemente asportate, più grande di almeno due misure, raffigurava la locandina sbiadita di un vecchio spettacolo di Broadway. Nella mano una solida fune mentre lo sguardo allungato e apatico chiedeva alle due esaminatrici di presentarsi.
Era sua quella voce mascherata in maniera grottesca, un colpo per schiarirla: “Mi chiamo Chloe..
Scoppiarono in una risata tracotante ed attesa.
“Tesoro, hai sbagliato stanza. Questa selezione è riservata solo a ragazze.”
Con la mano tesa a giustificarsi, non riuscì a prendere parola perché interrotto dalla prima palesemente infastidita: “Levati di torno! Pensi che qui ci sia tempo da perdere con te, sgorbio?”
La sua espressione, in un primo momento remissiva e scoraggiata, cominciò a mutare senza fretta. Un respiro più sicuro:

When I was young / Coach called me “the tiger”. I always had / A knack with the danger.
Living in fear in the year of the tiger.
I had to be the best of the bourgeoisie / And my kingdom for a cup of coffee.

Ancora un istante e i suoi occhi si fecero seri prevaricatori. Avanzavano con brutalità opprimente e, in prima linea, erano completamente sottomessi a quello sguardo agghiacciante come fossero bestie al guinzaglio.

Mi avete mai guardato come io vi guardo?
Avete mai scritto una preghiera per me?
Vi siete mai presi cura di me come io ho fatto con voi?
Non potete fuggire.

Solo pochi secondi, il sorriso folle mutò ancora una volta le sue intenzioni. La mano devota al giudizio, estrasse dalla tasca un vecchio rasoio Soligen pronto al taglio, un salto deciso per raggiungere le sue rivali. Legata la prima con la corda, non dimenticando di tapparle la bocca con uno straccio, si rivolse all’altra completamente impietrita dalle circostanze. A cavalcioni su di lei, prese a fissarla ordinandole di non proferire suono. La scrutava intensamente come a cercare il senso di quelle lacrime e, non trovandolo, con un unico continuo movimento del braccio, affondò la lama partendo da uno dei temporali per terminare all’altro, dividendo in due parti l’iride oceano. Un urlo e le mani alla faccia, rivolto all’altra:

I’ll make a living telling people what they want to hear / It’s not a killing, but it’s enough to keep the cobwebs clear. ‘Cause I make a living telling people what they want to hear / But I tell ya, it’s gonna be a champagne year.

Con queste parole, la stessa lama che aveva offeso la prima, si orientò su di lei, sul suo piccolo orecchio, toccato fino a quel momento solo da un discreto punto luce. L’affondo di una precisone chirurgica e il leggero padiglione era sul pavimento.
Avrebbe potuto abbandonarle mutilate, ma la pietà è una virtù sottovalutata: Le sollevò dalle ormai spettinate capigliature, una alla volta e con un taglio netto recise ad entrambe la vena giugulare. Un inchino di riconoscenza, s’allontanò lasciando le due spettatrici coinvolte dissanguate sul pavimento.

Bodies, can’t you see what everybody wants from you?

Ho sempre pensato che l’isteria meritasse un pubblico.
Cruel, Cruel, Cruel..

3. Tom Waits – Bad As Me

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Poi decidemmo di andarcene. Accatastai una pila di scatoloni vuoti e cominciai a selezionare indumenti. I più semplici, nonché quelli meno ingombranti, li avremmo portati con noi. Gli altri li avrei lasciati in beneficienza. Chiamai la padrona di casa. Quella parassita non c’era, così le lasciai un messaggio in segreteria. Avremmo disdetto il contratto di affitto e avremmo lasciato la casa nel giro di tre giorni. Destinazione: Chicago.
Quando abbandonammo il nostro appartamento, io e Sara non ci guardammo indietro e non salutammo nessuno fatta eccezione per un bambino che giocava da solo in cortile.
Sara era sorridente, erano anni che mi pregava di andarcene da quella città cadaverica e di provare nuove esperienze altrove. Ogni tanto ci immaginavamo in un locale degli anni ’60 a sorseggiare whiskey scozzese e scambiare parole con tipi come Allen Ginsberg o Miles Davis. Ma tutto ciò lo potevamo solo sognare presi dall’entusiasmo per la lettura di un libro o l’ascolto di un disco in camera.

Ma cosa credi, che cambiando aria cambi qualcosa? Ebbene no, amico – come dicono nei film americani: amico – non cambia proprio nulla. Credi di vivere in un pessimo b-movie dove tutto gira per il verso giusto? Dove ogni cazzo di scena sembra studiata appositamente per andarti di culo? Nessuno ti lascerà salire su un taxi se non hai i soldi in tasca o se i tuoi abiti non annunciano benessere. Ed è inutile che ti affanni per raggiungere la metropolitana se sei in ritardo, non riuscirai a salirci su gettando prima le valigie. La donna che desideri e che guardi dalla panchina opposta non verrà casualmente a chiederti da accendere, non vi scontrerete mai all’angolo di una strada e non raccoglierai i suoi fottuti fogli di lavoro lasciandole il tuo numero. Non succederà. Credi che freghi qualcosa a qualcuno delle tue poesie da quattro soldi o delle canzoni che scrivi con una chitarra scordata? Non è cambiando aria che incontrerai qualcuno a cui possano piacere e che ti presenterà a sua volta ad altra gente fighissima che ti prometterà un mucchio di soldi.
In realtà tutto ciò che ti spinge a cambiare aria è la paura, non il desiderio di respirare aria nuova. Sono polmoni nuovi quelli che ti servono.
Siamo-tutti-quanti-ineluttabilmente-soli. E viviamo come nella repubblica delle chiavi andate perdute e mai più ritrovate; siamo come mosche annegate in un bicchiere di birra, come le lettere spedite a Santa Claus o un paio di scarpe passate di moda. Perciò, ascolta, togli quella foto dalla cornice e torna tra la folla.

Andrea Russo

4. Atlas Sound – Parallax

Data di Uscita: 08/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le Avventure Acquatiche di Bradford Cox
di Stefano Ferreri

Il tempo delle sedute spiritiche è finito. L’Edward mani di forbice con il registratore ancora caldo in cameretta ha fissato a cinquecento i nastri con sopra incise ore e ore di trance, ipnotiche spirali di malinconia e gli abbracci algidi della pastorale psichedelica suburbana, qualunque cosa essa sia.
La grande casa in periferia non è più così grande e desolata. La Marfan rimane lì, congelata, ospite sgradito che non si può giubilare e condanna in via definitiva ad una vita di richiami chirurgici, sartani e betabloccanti. A farle compagnia c’è però sempre quell’intatta vocazione all’escapismo, l’arte della fuga terapeutica dalla realtà più cruda, che in principio fu gestita come ingenua celebrazione dell’istinto grazie ai detournement rumoristici (‘Let the blind lead those who can see but cannot feel’) e solo più tardi rivelò il suo altrove facendosi verbo pop in technicolor (‘Logos’). Per l’infelice teenager di Athens non si è mai trattato di un semplice passatempo o di un capriccio, e l’asserto è tanto più vero oggi che a quasi trent’anni Bradford ha scelto di improvvisarsi regista di un film intitolato ‘Parallax’. Per affrancare il vero dalla sua patina guasta, per concedersi finalmente una droga meno sciagurata o per risarcire il fanciullo dentro di sé dei tanti anni di infanzia deturpata. Nessun flash malandrino questa volta. Il volto scoperto nella locandina annulla trucchi e filosofie pretestuose, confinando le ultime scorte di romanticismo nella posa retrò del crooner e in quel contrasto di luci ed ombre colorato a pastello. Una fotografia che racconta la solitudine delle registrazioni come il solo male necessario. Senza sminuire la forza evocativa dell’immagine, è però la colonna sonora a fissare indelebilmente l’impronta. Un suono che rimpingua e trascende il rigore documentaristico degli Yo La Tengo di ‘The Sound of Sound of Science’, evitando nel contempo anche l’iperbolico teatro del grottesco art-rock dei Ween di ‘The Mollusk’, per concentrarsi solo e soltanto sulla delicata texture adamantina di uno smisurato cuore virtuale, ideale dimora dei sentimenti e set unico per le riprese. Se la stanza cantata un tempo in ‘Recent Bedroom’ era la metafora fatta dell’incapacità di piangere, adesso quelle stesse lacrime sembrano aver tracimato copiose sommergendo ogni singolo ambiente, saturandolo e preservandolo fino alla fine dei giorni. Lacrime per Trish Keenan anche, cui l’intero lavoro è dedicato, lacrime che non chiedono di morire in un fazzoletto. Chi adora struggersi con i drammoni può considerarsi esentato. Stando a quanto sostiene la 4AD nella sua paginetta promozionale, il genere è Science Fiction e non a caso forse: si parla della distanza, del siderale, per quanto nella maniera in assoluto più accessibile ed amabile. Modern Aquatic Nightsongs, potrebbe fungere da legenda per l’intera raccolta tanto è azzeccata come intestazione. Perfino il modo in cui le sue sinistre suggestioni evitano il freddo dell’abisso, o della morte, nasconde il termometro emotivo perfetto. L’avvolgente sfrigolio del pop western idrogenato di ‘Parallax’ rinnova l’impressione di un bambino perduto nel suo mondo ovattato e doloroso, anche se mai l’autismo espressivo di Bradford si era mostrato tanto indulgente e curioso verso noi intrusi. Dal suo buon ritiro placentare il giovane americano detta le morbide condizioni di un sogno: angoli smussati, bagliori in soft focus e finzioni dell’amore idealizzato. La dolcezza radiosa rievoca il chiarore mite dei Deerhunter, con il sole che per una volta non sa scaldare nemmeno una goccia. ‘Mona Lisa’ sembra il Corgan estatico del segmento ‘Twilight To Starlight’ alle prese con una cover di ‘Memory Boy’, ma i contorni restano quelli fumé dell’illusione, la meraviglia diventa fragilissima, l’effetto flou è ovunque. E ad ‘Angel is Broken’ non bastano il miglior refrain e i corridoi strumentali più plastici per sconfessare quel senso di luce solo filtrata, di lontananza, separazione e decadente malìa. Lo scaltro affabulatore del sommerso si concede con ‘Doldrums’ una danza un po’ triste nelle profondità, tra droni evanescenti, mulinelli in loop e nuance spacey in fondo risapute. Anche gli infiniti sha la la riescono attutiti nell’indicibile fossa delle Marianne domestica di ‘Praying Man’: l’armonica non porta sangue e non porta ferro, ricorda il sibilo inoffensivo di quando si penetra il mare in cerca di uno scheletro di riccio violaceo o di un’orecchia di madreperla, e si viene delicatamente rapiti dall’acqua. Il presente, suggerisce allora Cox, è una Terra Incognita per esplorare la quale non servono mappe, né atlanti, e ci si deve abbandonare al piacere del naufragio. Senza paura, perché i titoli di coda hanno a sorpresa il colore della speranza. E senza più esorcismi o diavolerie di sorta, con tutta la naturalezza di cui si è capaci. Come l’onda che muore nella sua schiuma abbracciando finalmente una spiaggia deserta, sotto la luce paziente della luna e di tutte le stelle.

5. James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

6. A Winged Victory for the Sullen – A Winged Victory for the Sullen

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ABBANDONO

All farewells are sudden

Lui, steep hills of vicodin tears.

Non ricordo sussurrava ai passanti, volti lividi segnati dalla coltre di una nebbia perpetua.
L’uomo avanzava lungo il fiume inseguendo l’argine fin dove non vi erano più case, solo qualche voce ovattata sospinta da una barca e lo sciabordio del remo che distante sfibrava la superficie.
L’aria madida colava sui capelli già scarmigliati, la barba grondava brinosa e gli stivali sgretolavano il sentiero. Avrebbe solcato un pantano tra le lacrime degli alberi ammutoliti a fissar i pori della terra grumosa.
Non ricordo–mormorava, ancora, sfiorato da passi estranei -– pesanti e infangati dalla vita – piegandosi stanco coi palmi delle mani sulle ginocchia e la lingua a rimescolare la saliva calda.
Insegue fantasmi, fantasmi di rugiada e resina tra le scorze dei tronchi di pioppo, avrebbe pensato il contadino senza volto di ritorno dalla campagna.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il greto del fiume ritiratosi silente.
Tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio di giada intagliata -– e ricordò il giorno in cui lei glielo fece scivolare sulla tavola – e sul fondo si rincorrevano, scosse da un leggero tremito delle mani, un paio di pillole che ingoiò avidamente, poi ghermì una sigaretta ma non l’accese, l’avrebbe accesa più tardi. Si rannicchiò tra le foglie e la rugiada a mirare la cresta del fiume che inghiottiva la città, e tese l’orecchio ai ciottoli e la fanghiglia, e il silenzio incrinato dal fischio inatteso di un treno.

Lei, a symphony pathétique.

Una donna si mise alle spalle la porta di casa: scese in fretta i gradini che la separavano dal giardino e varcò la nebbia con la sua consunta valigia di cartone. I tacchi affondarono nel mattino senza sole per guadagnare una nuova vita forse, poi il cancello cigolò.
Non era forse il rumore della nostalgia ?
Il rombo di un motore crebbe lento e s’arrestò davanti alla villa. Una piccola targa luminosa rosseggiava vaporosa sulla cappotta bianca e il conducente a testa bassa lasciò cadere una parola afferrando la valigia e sistemandola nel portabagagli. La donna agile s’era già adagiata sui sedili posteriori percorrendo ansante le pieghe della lunga gonna e dal finestrino appannato spiava l’uomo che aveva amato, distante, in piedi dietro i vetri di una finestra.
Alla stazione soffiò e l’auto si mosse.
Era ormai da tempo che aveva preso la decisione. Aveva anche atteso a lungo, troppo a lungo si disse.
Gliel’aveva sussurrato in un orecchio mentre i loro corpi erano uniti e imploranti tra le grinze delle lenzuola, così il dolore era stato lenito dal piacere, non l’aveva assalito di colpo, ma solamente stordito per laceragli in seguito il cuore. Ma anche il suo non aveva retto.
Le ruote macinavano l’asfalto adesso e il sentiero sterrato che squassava l’auto e fendeva i pensieri era un ricordo distante.
Il conducente nascondeva gli occhi dietro delle lenti scure e spesso curiosi vagavano oltre, sullo specchietto retrovisore, fissandosi sulla sagoma che affiorava dai fari scialbi delle auto in coda. Capelli biondo cenere, occhi che parevano delle fessure grigie, labbra sottili e pelle molto chiara che si screziava di un impercettibile rossore sulle guance. Era bellissima, una sirena si disse.
Stringeva tra le mani un telefonino, quando il display s’era improvvisamente illuminato rischiarando il volto precipitato nella penombra, piangeva.

Ho paura di dimenticare il tuo volto, la tua voce, il tuo modo di camminare e d’inclinare la testa quando rifletti, e il tuo sorriso, le tue labbra morbide, il tuo sapore ancora addosso che già non ricordo.

La mano svuotata d’ogni forza vitale s’aprì e il telefono scivolò nella borsa, quando l’auto decelerò e si accostò lungo la piazzola dal perimetro giallo.
Quando chiuse dietro di sé la portiera e la vita la investì in pieno volto senza avvisaglie, sentì una mancanza toglierle il respiro e il vuoto scavare avidamente nello stomaco. Non avvertì il peso della valigia, né il lastricato del marciapiede e la sua voce e quella dell’uomo della biglietteria.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il pavimento della stazione.
Col fazzoletto tamponò le scie nerastre che rigavano il volto in un tremito riflesso del piccolo specchio da borsa, quando lo sferragliare brumoso del treno divenne sempre più opprimente e salì, salì inghiottendo lo sbadiglio inguantato della donna ricoperta di piume e gli sbracci alieni del capostazione e l’alito caldo delle bocche dischiuse degli amanti che incrinavano il freddo dicendosi a presto.

Gianfranco Costantiello

7. Fleet Foxes – Helplessness Blues

Data di Uscita: 03/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’alba era già sbocciata ma, nel vagare, mi sono perso.
Andando avanti ho trovato un vecchio specchio.
Mi chiedete cosa vi ho visto riflesso?
Mio padre.

Giulia Delli Santi

8. Youth Lagoon – The Year of Hibernation

Data di Uscita: 27/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Daydream
di Marco Caprani

Non sempre le linee determinano forme, a volte si spengono o cessano semplicemente di esistere, a volte svaniscono nel nulla…
E tu guardi l’intenso raggio di luce solare penetrare attraverso le veneziane e tagliare il tuo foglio.
È un tramonto di luglio, fuori e controluce i bambini correndo sul bagnasciuga fan scintillare l’acqua del mare. Fa freddo per essere luglio…

Non sempre le prospettive hanno dei punti di fuga, a volte sfumano esili in un orizzonte sfuocato, perlato, lontano, più lontano di quello del mare.
E ti accorgi che quelle fughe sono i ricordi che reggono le linee del presente sulle quali costruisci solidi di materia, solidi di sogni, solidi di memoria, solidi d’amore…
E poi sogni, sogni, sogni di giorno… perché in fondo hai diciassette anni.
E non chiederti mai che cosa disegnerai, che forma avrà il futuro… chiedi alla linea che cosa vuole diventare.

Con i disegni non si scherza, le matite sono indelebili, cancellare è un’illusione: lo spazio necessita di respirare le proiezioni della tua mente e la mano di sbagliare… è ad occhi chiusi che disegni il futuro.

Don’t stop to imagine me…

E le linee incerte che definiscono le tue fantasie son come vocalizzi filtrati dal passare del tempo dove i contorni si percepiscono appena e le sagome non sono mature: sono figure immerse nel suono e turbate dai riverberi.
E tu bambina immagini il futuro un’enorme bolla di sapone, vaga, diffusa, sospesa tra i bagliori di nuvole d’oro che circondano un mondo goloso di desideri dove vorresti vivere insieme ai suoi astronauti e ti lasci andare nell’iperspazio non euclideo delle tue idee perfette e mai nate.
E il caldo the alla menta che stringi tra le mani ti rende sicura e contrasta il brivido della brezza marina che penetra attraverso le fessure nei muri della tua casa di legno…
E sogni e tracci raggi di luce e ti accorgi che una linea bianca è più importante di mille obiettivi perché priva di meta…

Ma poi apri gli occhi e guardi il foglio, ferma e sorpresa alzi il capo da chino che era: attraverso la finestra quella bolla ora è di fronte a te, informe, traslucida, ondeggia leggera… pura e bellissima.

E l’ammiri, ci guardi attraverso e capisci che le trasparenze son essenziali alla conoscenza e le vorresti poter disegnare, ma ti accorgi che quel mondo non è reale e che ora ci vedi davvero…
E il tramonto è spento e la grigia città s’illumina e le ciminiere bruciano, fumano all’orizzonte…
E non è questo ciò che vuoi, e non è questo il luogo dov’eri…
E allora non staccherai mai più la matita dal foglio, non ripasserai mai due volte la stessa linea e chiuderai gli occhi come prima.

9. Scott Matthew – Gallantry’s Favorite Son

Data di Uscita: 10/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La parola questa volta è consapevolezza, il carburante indispensabile quando il “difficile terzo album” è un viaggio destinato ad andare in porto così agilmente. Scott Matthew i numeri li ha sempre avuti, a mancare era forse soltanto quel briciolo di personalità, la finta ed il guizzo per disimpegnarsi dall’ingombrante marcatura stretta dei due centrali ed involarsi da solo verso la poesia della rete. Antony Hegarty da un lato, Devendra Banhart dall’altro, come le sfingi de ‘La Storia Infinita’ piazzate dalla critica a sbarrargli il passo e da lui accolte senza sollevare una sola obiezione. Tre anni dopo, Scotty non ha smesso la tunica variopinta da hippy postmoderno, né ha invalidato le tante corrispondenze con il celebrato usignolo transgender. Semplicemente, sembra aver trovato la posizione ideale ed un movimento tanto semplice quanto fluido per aggirare gli apparentamenti di rito con questi inediti Scilla e Cariddi. Nei versi del suo nuovo manifesto, ‘Black Bird’, il monumentale Calimero australiano si disegna fragile e ben conscio dei propri limiti, inseguendo l’illusione che tutti i confronti possano essere annullati ad oltranza, che non si debba necessariamente spiccare il volo per poter stare al mondo. La parola è consapevolezza ed è ferma in ogni rigo. E’ il diritto a condurre una vita magari tragica o grottesca, ma affidata in esclusiva al fallibile estro del proprio cuore. La rivendicazione del primato del pensiero sul demone oscurantista dell’ignoranza, e del buon senso comune sugli spauracchi di un’eterna dannazione. L’esser consci d’aver inumato ambizioni che ancora respirano, e sanguinano, e il non arrendersi anche quando ci si inabissa, non rinunciare al sofferto onore della battaglia, non cedere alla rinuncia, alle tentazioni auree dell’ultimo nihilismo. Scott William Matthew il neo-umanista, l’adorabile fanciullo con la barba posticcia, cantore sul limitare del giorno, guida buona: e ancora c’è in rete chi lo liquida come un folksinger qualunque, beata approssimazione da nuovi media…
Nestled in the dark. Inevitabile scelta per l’acquartieramento, ideale per far risaltare una voce che non si potrebbe desiderare più luminosa. Mai così avvolto nella tenebra, mai così incoraggiante: meraviglie dell’arte dei contrasti. Nella quasi completa oscurità bastano un mandolino o uno stringato coro femminile, lontani, ad annullare l’idea stessa della paura. La giustezza degli arrangiamenti – parsimoniosa chitarra Made in Sparta, trama e ordito al grado zero – denuncia una disciplina del concreto che non ha in sé davvero nulla di lugubre. Se aggiungete poche note di piano e una manciata di parole adagiate nel refrain perfetto, il sole avrà già fatto irruzione ovunque voi siate. Luce bianca del mattino, non l’algido neon della fascinazione col trucco. Luce tersa e rinfrancante, invece che i tramonti affettati e le loro illecite rendite in emozione corrente. Scotty non è certo tipo da biechi ricatti, non è il bandito della malinconia a comando ma un magico autodidatta del lirismo più limpido, quello disarmante. E si perfeziona, un passo alla volta. Sembra aver alimentato la propria vocazione classicista frequentando le migliori scuole serali della tradizione yankee, se nel delizioso cantilenare di una ‘No Place Called Hell’ risuonano le medesime suggestioni ed il calore senza tempo di quella vecchia nenia gospel cantata spesso ad una sola voce assieme al pubblico rapito dei suoi concerti, ‘Tonight You Belong To Me’. A lezione di storia per regalarsi una svolta, per respirare l’armonia dell’essenziale. Addestramento proficuo a giudicare da episodi come ‘Buried Alive’, dove l’andatura lenta, il fare riflessivo, il lavoro sui minimi scarti, segnano l’approdo ad un livello d’intensità forse ancora inesplorato per il languido aussie, senza che una sola nota vada sprecata, senza che l’intatta fragranza delle canzoni risulti adulterata dalla tentazione del teatro. Più maturo rispetto all’acerba bellezza dell’esordio, meno dispersivo che nel pregevole sophomore dal titolo straripante, incredibilmente fedele a se stesso anche per via di quella sua destrezza negli alleggerimenti: la frugale letizia di un fischiettìo, antidoto asciutto alla melassa di certi scivoloni di ieri, o l’atmosfera tra il sofisticato e l’ingenuo, frizzantina ma per nulla frivola, chiamata in causa per raccontare l’incanto dell’innamoramento. Proprio in questi passaggi, dove l’equilibrio tra dolce ed amaro sembra sfiorare il miracolo, Matthew si lascia apprezzare come artista completo, fine e non pedante, sconfessando chi continua a vedere in lui nulla più che una pittoresca macchietta indubbiamente dotata.
Niente male davvero per il piccolo e brutto anatroccolo che aveva timore d’imparare a volare.

Stefano Ferreri

10. Timber Timbre – Creep On Creepin’ On

Data di Uscita: 05/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Heartbreak Hotel
di Giulia Delli Santi

There’s a hair on the bed and The clock has stopped ticking.
“Quando sono solo, i ricordi mi tornano alla mente, come le bollicine in un bicchiere di acqua gassata.”
Nel nostro giardino non cresceva più nulla e la ragione non era da cercare solo nel difetto di luce. Ma il tuo fantasma mi tormenta ogni notte perché ho dimenticato di dar da bere alle piante.
No incantation now will save us, now that we’re too old to die young.
Mi chiedo perché, seppure libero dal malessere, il mio cuore è ancora infelice.
E quando non troverò che la tua assenza, mi rivolgerò al barista in cambio di uno Scotch and Coke.
For all of those who couldn’t be here.

Tyler, The Creator – Goblin

D.d.U. 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“If Tegan and Sara need some hard dick, hit me up!”
Era francamente ora che esplodesse con rara potenza mediatica un collettivo del genere, lui è il boss, spaccone, offensivo più per spettacolo che per altro. Piano e synth debordanti, immagine da ragazzotto violento. Ghetto, sesso e violenza più una inaspettata dose di introspezione= boom.
Era francamente ora. Speriamo che quando se ne parlerà pure qui, arriviamo sempre irrimediabilmente dopo, nessun pseudo rapper italiano faccia un tentativo di inutile emulazione.
Non abbiamo nessuna Los Angeles.

Alessandro Ferri

The Twerps – The Twerps

D.d.U. 14/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Rinchiudici pure dentro a questo scantinato umido e malsano.
I nostri sogni troveranno lo stesso uno spazio, tra le ragnatele.
Solo delle grate ci permettono un contatto con il mondo, ci basta.
Quale mondo poi? Ci sono gli oceani tra noi e le vostre feste alla moda.
E ci faremo sentire lo stesso, non vi preoccupate, ce la faremo.
A costo di bruciarci le mani e perdere la voce continuando a rincorrere note fuori dalla nostra portata.
Fa freddo ora, invecchieremo così, sempre coltivando speranze senza un senso.
Niente di nuovo sotto questo soffitto, la nostra sincerità non ci abbandonerà mai.
Vi lasciamo anche questa foto insieme alle nostre voci infrante.
Adesso possiamo anche rilassarci e bere qualcosa di caldo davanti a un camino.
Non stiamo così male, in fondo.

Filippo Redaelli

The Horrors @ Magazzini Generali, Milano (22/11/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi sono sempre chiesto perché la gente abbia continuamente bisogno di catalogare meticolosamente ogni cosa.

Uomo, Donna.
Buono, Cattivo.
Giusto e Sbagliato.

Tutto ciò che è nel mezzo mi è sempre parso mille volte più interessante, ma sta proprio in quella loro convinzione presuntuosa, in quel sapere di poter incasellare ogni cosa con la loro etichetta, è proprio lì che giace la loro falsa rassicurazione. Rimanere incastrati in qualche categoria a noi scomoda… non sia mai. La forza di poter giudicare qualcosa non ci ha mai reso più forti.  Rimanere sospesi in qualche definizione che non riusciamo a comprendere ci spaventa e atterrisce. Quante idiozie.
(altro…)

Salem – I’m Still in the Night

D.d.U. 22/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

È ancora notte insomma. È ancora un misticismo oscuro, molto più dilatato e più morbido però, a tratti sognante. Una visione dove tutte le immagini restano sfocate. Krawl con il cantato, marchio di fabbrica, e le sue stratificazioni è un intermezzo utile a restare volentieri nella notte. La difficoltà di percepire i confini non è un problema, il mondo è tutto così.
Ancora nella notte si sta molto bene, e poi c’è sua Divinità Massima Gisele Bündchen con noi.

Alessandro Ferri

Top Ten 2011 – Marco Caprani

1. Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

2. Metronomy – The English Riviera

Data di Uscita: 11/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Catwalking on a bass line
di Marco Caprani

“I call the shots
Till you wake up
Count every second on every clock
It’s getting late, *yeah* that i know
The hours come, the hours go”…

Alzata da una notte nervosa, alternata tra tic e sogni profondi:
vivere con l’eterno fastidio di essere troppo sexy, troppo attraente, la rende troppo annoiata, a tratti depressa.
Quel mondo chiccóso, pettinato e patinato, fatto di gay, mode e modelli le è stretto; ha bisogno di più:
forse vorrebbe qualcuno al suo fianco e vedere nuova luce nei minuti che passano…

“And Girl if you’re dreaming deep tonight
I’ll lie with you by reading light
A glass of water by your side
And gone are hopes are getting tired”…

C’è chi se ne va e chi resta.
Lui se n’è andato: non prova rancore, soltanto distanza… dovrebbe essere meno snob per poterlo fare.

“Oh Corinne,
I take this pain in my heart”…

Libera, ora può emozionarsi e divertirsi con la nuova ricchezza e scorrere con una cabrio lungo la riviera inglese, con l’aria fresca e spensierata tra i capelli, un bicchiere di Cosmo’s tra le dita.
Il tempo le scivola addosso a ritmo di un freckles bass seducente come una puttana in calore, ma sempre con estrema classe ed eleganza, con un savoir faire internazionale.

“Because this isn’t Paris
And this isn’t London
And it’s not Berlin
And it’s not Hong Kong
Not Tokyo
If you want to go
I’ll take you back one day”…

A volte gioca col fuoco e lo sa: “…gli uomini sono tutti uguali…”
Finalmente si sente a casa: in riva al mare, sdraiata, rotea le chiavi dell’auto in aria col dito e quando può, spende tantissimo.

“This town is the oldest friend of mine”

Nessuno potrà più prendersi la sua plastica libertà, nessuno oserà più fotografare così tanta bellezza:
pochi artisti ne sarebbero all’altezza, dovrebbero esser così… sensibili…

“It feels so good in the bay,
It feels so good in the bay.”

Perché Lei è esclusiva. Fottutamente esclusiva.” – le disse il suo capo.

3. Youth Lagoon – The Year of Hibernation

Data di Uscita: 27/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Daydream
di Marco Caprani

Non sempre le linee determinano forme, a volte si spengono o cessano semplicemente di esistere, a volte svaniscono nel nulla…
E tu guardi l’intenso raggio di luce solare penetrare attraverso le veneziane e tagliare il tuo foglio.
È un tramonto di luglio, fuori e controluce i bambini correndo sul bagnasciuga fan scintillare l’acqua del mare. Fa freddo per essere luglio…

Non sempre le prospettive hanno dei punti di fuga, a volte sfumano esili in un orizzonte sfuocato, perlato, lontano, più lontano di quello del mare.
E ti accorgi che quelle fughe sono i ricordi che reggono le linee del presente sulle quali costruisci solidi di materia, solidi di sogni, solidi di memoria, solidi d’amore…
E poi sogni, sogni, sogni di giorno… perché in fondo hai diciassette anni.
E non chiederti mai che cosa disegnerai, che forma avrà il futuro… chiedi alla linea che cosa vuole diventare.

Con i disegni non si scherza, le matite sono indelebili, cancellare è un’illusione: lo spazio necessita di respirare le proiezioni della tua mente e la mano di sbagliare… è ad occhi chiusi che disegni il futuro.

Don’t stop to imagine me…

E le linee incerte che definiscono le tue fantasie son come vocalizzi filtrati dal passare del tempo dove i contorni si percepiscono appena e le sagome non sono mature: sono figure immerse nel suono e turbate dai riverberi.
E tu bambina immagini il futuro un’enorme bolla di sapone, vaga, diffusa, sospesa tra i bagliori di nuvole d’oro che circondano un mondo goloso di desideri dove vorresti vivere insieme ai suoi astronauti e ti lasci andare nell’iperspazio non euclideo delle tue idee perfette e mai nate.
E il caldo the alla menta che stringi tra le mani ti rende sicura e contrasta il brivido della brezza marina che penetra attraverso le fessure nei muri della tua casa di legno…
E sogni e tracci raggi di luce e ti accorgi che una linea bianca è più importante di mille obiettivi perché priva di meta…

Ma poi apri gli occhi e guardi il foglio, ferma e sorpresa alzi il capo da chino che era: attraverso la finestra quella bolla ora è di fronte a te, informe, traslucida, ondeggia leggera… pura e bellissima.

E l’ammiri, ci guardi attraverso e capisci che le trasparenze son essenziali alla conoscenza e le vorresti poter disegnare, ma ti accorgi che quel mondo non è reale e che ora ci vedi davvero…
E il tramonto è spento e la grigia città s’illumina e le ciminiere bruciano, fumano all’orizzonte…
E non è questo ciò che vuoi, e non è questo il luogo dov’eri…
E allora non staccherai mai più la matita dal foglio, non ripasserai mai due volte la stessa linea e chiuderai gli occhi come prima.

4. Washed Out – Within and Without

Data di Uscita: 12/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il sole inizia timido a fare capolino, l’alba fatica a colorare la spiaggia, l’alone giallastro è ancora lontano dall’imprimere forma all’ambiente circostante. Cammini lentamente sulla battigia, i piedi risucchiati dalla sabbia vengono bagnati dall’acqua placida. In lontananza piccole imbarcazioni con pescatori partono per la loro giornata lavorativa, tu sei in vacanza. Sul lungomare ragazzi ubriachi tornano da qualche party urlando, cercano il loro hotel per andare finalmente a dormire, probabilmente ti scambiano per uno di loro.  Niente feste per te ieri, solo echi luminosi della serata di due giorni fa passata sul litorale tra un drink e l’altro, “Echoes” appunto, pop elettronico sfumato nel riverbero.
Continui a camminare tranquillo mentre la timidezza del sole scompare piano piano; la tua resta, e quando una ragazza che sta facendo jogging ti sorride incrociandoti, non trovi la forza di sorridere o dire qualcosa. Si sta iniziando a colorare tutto, è tuttavia ancora presto e il luogo resta deserto. I primi colori del giorno, quelli che di solito non puoi goderti ti inondano e ne sei irrimediabilmente travolto, devi smettere di camminare e necessiti di una fermata. Ti siedi, sulla sabbia fine e guardi davanti a te le onde.
Nelle tasche un i-pod che accendi e lasci andare sulle solite tracce di questi giorni.
Spensieratezza ed eterno ritorno si susseguono: “Amor Fati”. Sensualità e candore. Davanti a te un mondo che c’è, non c’è e c’è ancora, within and without insieme per sempre scolpiti. La leggerezza di una presenza vicino a te, un fantasma colorato che riflette la schiuma, ti sembra di sentire ancora la sua voce e di vedere i suoi capelli, il tutto accompagnato da un beat mai invadente, ovattato: “You and I” ,ancora una volta. “Before” , trasporta, dona freschezza, richiama una gioia calda e tranquilla, e le piccole cose di tutti i giorni. Chiudi il tuo sogno ad occhi aperti con i primi raggi veri di sole sul viso, accecato mantieni la scia e imprimi una dedica sulla sabbia, con tutta la delicatezza di questo mondo: “A Dedication”.
La forza è quella delle ricorrenze, l’onda d’urto però non è sempre quella, difficilmente un sintetizzatore, pur accompagnato, può raggiungere picchi emotivi così elevati e raffinati. Lo sai, è estate, lo aspettavi, è arrivato e ti sei innamorato come una volta, più dell’altra volta, come quell’altra volta ancora. Dentro e fuori da te per sempre.

Alessandro Ferri

5. MillionYoung – Replicants

Data di Uscita: 11/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

E guardavi fuori dalla finestra, intorno solo e solo distese di nebbia. I camion passavano e si notavano i fari e i nomi illuminati dei camionisti… Pietro The King… Antonio il Boss… e altri nominativi ridicoli. Nell’aria c’era l’attesa per il disco del gruppo della vita, dopo un silenzio lunghissimo e un isolamento totale. Il dolore fisico in arrivo derivante da questo, l’attesa e ancora l’attesa. Intorno tra le nebbie voci arrivano sorde, voci di intellettuali di serie z parlano di dischi probabilmente senza sapore, personaggi leggermente barbuti che si lodano tutto il giorno in maniera indiretta e compiaciuta. La rabbia derivante da questo stato di cose svanisce quando un raggio di sole arriva da ovest, un beat lunare, solare, stellare, universale, luci di astronavi ufo e stronzate del genere. Tutto si trasforma. La catapulta creata dai suoni porta a ritrovarsi in maglietta a maniche corte in un grande festival musicale all’estero, dove ti chiedi come mai nella tua nazione non sia possibile realizzare eventi del genere nonostante la fanfara continua delle varie associazioni culturali. Ondeggiare il corpo e ritrovarsi poco dopo su una spiaggia dorata della Florida dove si assiste ad un revival degno di un classico telefilm americano anni 80’, belle signorine e ragazzi con il cappellino a tre quarti dappertutto sulla costa e così via. Banalità?, solita immagine?, nessuna novità?. Certe situazioni, momenti che non perdono mai di intensità e non finiranno mai di dare piacere. Questo raggio si prolunga e invade tutto donando serenità e spensieratezza necessaria per affrontare un anno che ancora non decide di partire completamente, rischiando di passare le giornate a sognare l’America che prima o poi visiterai, un rischio da correre. Spaventosi picchi di allucinazioni estive e passate si accendono fosforescenti con “Forerunner” che ti propone quel ritmo spezzettato irresistibile a qualsiasi orecchio umano in grado di cogliere sfumature a volte al rallenty. Appare poi il fantasma di Panda Bear che esce dal mare e si unisce idealmente al gruppo in “Perfect eyes”, e continui a ripetere che non ci si può annoiare proprio. Quando parte “Sentimental” proprio non riesci a trattenerti e ti ritrovi con le braccia intorno al collo di una ragazza dai capelli lunghissimi biondi con collane dai mille colori che ti sfiorano il corpo e ti imprimono una sensazione di infinita piacevolezza. La gravità disperde la bionda e arrivano portate dalle onde voci fuori campo innestate su un fluire composto di beat sempre più sporchi fino ad un esplosione finale che fa saltare tutti in modo che la sabbia intrappolata negli interstizi vari si liberi creando un turbine caldo. Sulla costa cala il tramonto con le ultime esplosioni piano piano sempre più rade in “Synanthropic”. Il dopo spiaggia porta sulla pista da ballo fino a notte fonda grazie alla trance creata da “On, on“.
Quando tutto ha termine si torna nel mondo delle nebbie con la sensazione di scorgere tra il grigiore imperante dei riflessi dorati. È la luce dei lampioni perché ormai il cielo chiama la sera e poi la notte ma a te piace pensare che siano la proiezione del movimento travolgente destato dalla visione. Ti tasti i capelli per vedere se cade un po’ di sabbia, nulla. Capisci che è stato un sogno ad occhi aperti, un bellissimo sogno ad occhi aperti.

Alessandro Ferri

6. James Blake – James Blake

Data di Uscita: 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ardito, in pochi avevano mischiato nel loro calderone magico questi ingredienti, forse nessuno. Spaventati dallo “sporcarsi” con misture commerciali in molti scelgono di essere autoreferenziali, qui invece si propone una miscela fluida e strutturata. La struttura non risulta plastica o artefatta ma nella sua diversità si fonde e fila via liscia, mentre scivola però i segni del passaggio sono ben visibili, scottature e bruciature interne come quelle procurate dall’amore.

Intimità + tastiere + tocchi di pianoforte + voce che assume tonalità diverse, con dei falsetti che dicevi essere della musica hip hop di merda?, ma cara mia non stiamo parlando dei rapper italiani. Qui si parla potenzialmente di classifiche mondiali, di milioni e milioni di dischi, folle più o meno enormi possono apprezzare tutto questo.

Quando mi dici che è troppo soffuso o troppo scheletrico riesco anche a venirti incontro, è vero magari lo è. Ma poi con “Give Me My Mouth” ti si scioglie il cuore, ti va a fuoco in meno di due minuti. Echi di musica classica, all’università ti dicono che il post-moderno ha ucciso tutto e tu ridi. Questi esempi mostrano che tutto si è distrutto per essere riplasmato e solo le situazioni prive di fondamenta serie sono state spazzate via senza poter rinascere mai più.

Limit To Your Love” ti apre davanti il talento puro e cristallino, senza possibilità di uscita nel definire la situazione. Vuoi muoverti in maniera non troppo scomposta mantenendo le tue linee, vuoi ballare senza sembrare ad un rave?, basta chiederlo e ti faccio ascoltare “I Mind” che con i battiti dubstep sbiaditi riesce a non perdere forza, ti muovo o no cazzo?

Vuoi andare a teatro?, ti ci porto subito. Andiamoci prima quando non c’è nessuno e “I NeverLearnt To Share” inizia a farci perdere la cognizione del tempo con la lentezza di una partenza ritardata, poi però arriva gente nel teatro e si alza il sipario e le luci accecano mischiando novità e tradizione. Ormai dovresti aver capito, manifesta i bisogni essenziali della gente e cerca di coniugarli, quelli semplici e liberi, non quelli costruiti.

Cioè ti ho parlato di tutto, ho prosciugato la saliva e mi sono salvato abbeverandomi dal calderone magico, tu dove sei ora?, mi hai lasciato qui da solo?. Tu forse non hai capito quando ti ho fatto ascoltare il mio monito, più che ascoltare è utile dire percepire, questa richiesta diretta e racchiusa nel minuto e mezzo di “WhyDon’tYou Call Me”.

Insomma perché non lo fai?, whydon’tyou call me?.

Forse ho esagerato, è troppo tutto questo per ora, troppo magico il calderone.

Come dicono i primi filosofi dell’islam medievale con la loro scienza, qui siamo di fronte a un sapere da far conoscere a gradi, anche perché manca nel mondo una buona dose di lucidità. Scusami se ti ho fatta scappare via.

Alessandro Ferri

7. Tim Hecker – Ravedeath, 1972

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

1972 e un pianoforte che cade.
Tu ci vedi qualcosa dietro, eppure quel pianoforte non funzionava. Ravedeath dici.
Noi restiamo a guardarti attoniti, sei da poco tornato dall’Islanda, non è un’esperienza da niente. Tu, Ben, e poco altro. Reykjavik, una chiesa dimenticata dal mondo e un organo di cui ancora non ti stanchi di parlare.
Ce lo immaginiamo cadere quel piano. Descrive una traiettoria parabolica, moto rettilineo uniformemente accelerato, schianto al suolo. È come far morire la musica, ma prima che accada scattiamo un’istantanea, il tempo si congela e si crea il vuoto intorno; scuro come il rumore di fondo, come un’immagine notturna non adeguatamente messa a fuoco, fluttuano synth e droni, su e giù a salire, e poi scendere in picchiata. E riemergere.

“La prossima volta che andrò vi chiamerò al telefono. L’organo si sentirà anche via etere. Non sentite? È la nebbia che vi parla. Come se stessimo giocando a mosca cieca tra gli alberi.” Come se un faro lontano chissà dove ci stesse richiamando, evanescente come una melodia ambient, tagliente come un synth che non si esaurisce mai. Tensione, pathos glaciale.

No drums. (“No, ti prego. Vorrei qualcosa di più soft, le percussioni non fanno per me”, penso io). L’organo ci chiama come dagli abissi. Si espandono onde circolari, le vediamo allargarsi a pelo d’acqua e poi salire. Riverberi a non finire, ed echi. Reminiscenze di ambient inglese anni novanta, reminiscenze liquide di ambient italiana di qualche anno fa. Ma non te lo diciamo perché ovviamente tutto ciò non è premeditato, né voluto, anzi.

Sei tornato dal nulla ma non confonderci con il cliché di colui che ricerca se stesso nella solitudine. Nessuno ci crede. Ci lanci messaggi in codice criptici su cui gli specialisti del settore hanno già costruito chissà quali verità, ma perché intitolare un capolavoro musicale proprio Hatred of Music? Forse era provocazione, chissà. Ti nascondi dietro un ermetico silenzio. E alla fine ci sta anche bene, finché saremo investiti da sinfonie sintetiche così emotivamente devastanti, “let the music play” – come si suol dire. Chiudiamo gli occhi in questa cattedrale di suoni elettronici, il climax ci innalza con sé come se fossimo ipnotizzati.

E poi precipitiamo di nuovo giù, nel buio.
Rassegnazione e ineluttabilità della fine; che la musica sia morta davvero, al di là di tutto? Ci compili un necrologio, con riferimenti temporali sintetici, in cui non c’è via di scampo.
Analog Paralysis, 1978
Studio Suicide, 1980

Tuttavia non ci sembra affatto sepolta, suona cupa e solenne, arriva ad angosciarci, ma pulsa di battiti propri e ci scuote. Se questa è morte, allora cosa possiamo chiamare “vita”?

Forse è il chiudersi circolare di quest’opera un messaggio di speranza. In the air.
Ancora droni, ancora tastiere distorte, ma si scorge un bagliore al di là della trama sintetica. Suoni classici al pianoforte e una luce fredda dal Nord.
Ma cadrà davvero il pianoforte? In fondo, credo di no.

Federica Giaccani

8. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

9. Mogwai – Hardcore Will Never Die, But You Will

Data di Uscita: 14/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

M’alzo col solito sapore di cenere ed amaro economico, m’alzo lentamente per dare il tempo alla testa d’aggrapparsi al collo e ristabilirsi al posto solito senza rovesciarsi in fastidiose emicranie post risveglio post sbornia post festa da postumi. Le braccia intorpidite dal formicolare continuo, ricco di fitte pungenti ed incontrollabili, sintomo di un collassante sonno scomodo. E lo stomaco. Dio lo stomaco, non c’è mai un buon risveglio, non lo sento elastico e sano da settimane ormai, decide lui se il cibo ed il beveraggio possono restare, al risveglio non vomitare è un terno al lotto. Vomito infatti. Vomito e mi sento meglio, doccia tiepida e ristoratrice, sciacquo la faccia, sciacquo i denti con acqua fredda, freddissima, che meraviglia. È per questo che mi piace tanto il sapore di cenere ed amaro al risveglio, perché assaporo il momento nel quale andrà via, ne pregusto ogni disgustoso sapore, mi inebrio del suo aroma sporco e nauseabondo realizzando che del fresco dentifricio allo xilitolo, che non so neanche cosa cazzo è, lo spazzerà via dalle mie papille gustative, ne annichilirà l’odore sostituendolo con uno fresco di menta scialba. M’agghindo al meglio per affrontare una giornata che sa di primavera ma trattiene il vento gelido dell’inverno, prima di scendere per fare quattro passi noto il cadavere quasi salasso di una bottiglia di amaro e un po’ più in là del pane raffermo lasciato fuori dal paniere da troppo. Li raccolgo entrambi e li metto in una busta pensando che oggi è il giorno ideale per andare a dar da mangiare ai piccoli. Scendo le scale con una certa calma degustando e scandendo gli attimi di attesa fra l’idea e la sua applicazione nel reale, m’immetto in strada e svicolo fra i passanti della città, uggiosi e indifferenti come sempre, presi dalle chiacchiere d’un cellulare o dal silenzio dei propri piedi, che ci sarà di prezioso nelle loro scarpe? Perché le fissano mentre camminano? Sono certo che se glielo chiedessi a bruciapelo nessuno sarebbe in grado di descrivermi i cornicioni dei palazzi che affiancano tornando a casa giorno dopo giorno. Arrivo nel parco cittadino, nei pressi della fontana centrale, mi siedo e caccio dalla busta il pane, lo innaffio con l’amaro e ne strappo piccole palline che offro alla fauna ornitologica locale. I piccioni, specie unica del suddetto ramo nel distorto ecosistema della città, s’avventano avari sul pasto gratuito ed io osservo compiaciuto il loro banchettare. Una bambina, grassa oltremisura, mi si avvicina e mi chiede che faccio, disgustato dalla domanda ovvia quasi quanto dalla dieta pessima che genitori incuranti viziosamente assecondano rispondo che do da mangiare ai miei piccoli. La bambina risponde, i tuoi piccoli sono gli uccelli? No, bambina, osserva bene. I piccioni, col loro veloce metabolismo, il loro piccolo stomaco, il loro proverbiale cervello sbattono a terra drogati dall’eccesso d’alcool, sbattono le ali nella speranza di prendere il volo ma privi d’equilibrio puntano rovinosamente a terra. Vedi, io do da mangiare ai gatti, le dico sorridendo, nel mentre una snella piccola pantera con passo furtivo s’avvicina alle prede facili. Mi giro verso la bambina che fissa sgomenta la scena, terrorizzata dalla visione è immobile, le chiedo, e tu, chi nutrirai ingolfandoti ancora di quelle porcherie? Di chi sarai il lieto pasto, bambina? La bambina mi fissa per pochi attimi e vede il diavolo nei miei occhi probabilmente, io nei suoi vedo una prossima redenzione dall’abuso di zuccheri, mi sta bene. Urla, scappa. Torno alla scena, la gatta trascina per il collo un ei fu piccione verso la base di un cespuglio dove ad attenderla ci sono i piccoli, mi guarda con riconoscenza, la osservo e me ne compiaccio.

Alfonso Errico

10. M83 – Hurry Up, We’re Dreaming

Data di Uscita: 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ces grand arbres…
di Marco Caprani

“Je reconnais cette forêt.
Ce n’est pas une forêt ordinaire, c’est une forêt de souvenirs
Mes souvenirs.
Cette rivière blanche et sonore, mon adolescence.
Ces grands arbres, les hommes que j’ai aimés
Cet oiseaux qui volent, au loin, mon père disparu.
Mes souvenirs ne sont plus des souvenirs, ils sont là, vivants, près de moi, ils dansent et m’enlacent,
chantent et me sourient.”

Sdraiato sui sedili posteriori di un’auto, mezzo addormentato, fisso la notte.
Agli occhi di Dio questa macchina è una micro machines.

“I’m slowly drifting to you…”

Il rewind di una vita, forse parallela, forse passata… forse non mia.
Eppure, scorre al di là del vetro e scorrono pensieri come bagliori, bagliori come pensieri.
Pare di sentirsi soli come le stelle o in una piazza in silenzio, con milioni di persone attorno.

“Raconte-moi une histoire… and you can jump all the time and everywhere.”

Due righe, butterò giù due righe…
Le disegnai: due righe lunghissime, infinite, ma laddove le parole non hanno fine intervengono l’amore e il silenzio.

“Je regarde mes mains, je caresse mon visage, j’ai 20 ans, et j’aime comme je n’ai jamais aimé.”

Dovrei svegliarmi, disconnesso da me stesso, per comprendere l’“Essere”…
Respiro sorpreso e mi accorgo che sto attraversando cattedrali di suono, marmi bianchi carichi di luce intensissima, vetri scuri e riflettenti, travi d’acciaio enormi, colonne e corpi statuari, albe, tramonti improvvisi… ed alberi… alberi giganti, immensi.
Carezze vocali e occhi infantili si mescolano violentemente con fisicità e massa, epicità e corpo in un mare di lacrime e d’immaginazione.

“…and your mommy suddenly becomes your daddy
and everything looks like a giant cupcake

and you keep laughing and laughing and laughing
nothing is ever quite the same really
and after you finish laughing
it’s time to turn into a frog yourself
it’s very funny to be a frog…”

Top Ten 2011 – Alessandro Ferri

1. Atlas Sound – Parallax

Data di Uscita: 08/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le Avventure Acquatiche di Bradford Cox
di Stefano Ferreri

Il tempo delle sedute spiritiche è finito. L’Edward mani di forbice con il registratore ancora caldo in cameretta ha fissato a cinquecento i nastri con sopra incise ore e ore di trance, ipnotiche spirali di malinconia e gli abbracci algidi della pastorale psichedelica suburbana, qualunque cosa essa sia.
La grande casa in periferia non è più così grande e desolata. La Marfan rimane lì, congelata, ospite sgradito che non si può giubilare e condanna in via definitiva ad una vita di richiami chirurgici, sartani e betabloccanti. A farle compagnia c’è però sempre quell’intatta vocazione all’escapismo, l’arte della fuga terapeutica dalla realtà più cruda, che in principio fu gestita come ingenua celebrazione dell’istinto grazie ai detournement rumoristici (‘Let the blind lead those who can see but cannot feel’) e solo più tardi rivelò il suo altrove facendosi verbo pop in technicolor (‘Logos’). Per l’infelice teenager di Athens non si è mai trattato di un semplice passatempo o di un capriccio, e l’asserto è tanto più vero oggi che a quasi trent’anni Bradford ha scelto di improvvisarsi regista di un film intitolato ‘Parallax’. Per affrancare il vero dalla sua patina guasta, per concedersi finalmente una droga meno sciagurata o per risarcire il fanciullo dentro di sé dei tanti anni di infanzia deturpata. Nessun flash malandrino questa volta. Il volto scoperto nella locandina annulla trucchi e filosofie pretestuose, confinando le ultime scorte di romanticismo nella posa retrò del crooner e in quel contrasto di luci ed ombre colorato a pastello. Una fotografia che racconta la solitudine delle registrazioni come il solo male necessario. Senza sminuire la forza evocativa dell’immagine, è però la colonna sonora a fissare indelebilmente l’impronta. Un suono che rimpingua e trascende il rigore documentaristico degli Yo La Tengo di ‘The Sound of Sound of Science’, evitando nel contempo anche l’iperbolico teatro del grottesco art-rock dei Ween di ‘The Mollusk’, per concentrarsi solo e soltanto sulla delicata texture adamantina di uno smisurato cuore virtuale, ideale dimora dei sentimenti e set unico per le riprese. Se la stanza cantata un tempo in ‘Recent Bedroom’ era la metafora fatta dell’incapacità di piangere, adesso quelle stesse lacrime sembrano aver tracimato copiose sommergendo ogni singolo ambiente, saturandolo e preservandolo fino alla fine dei giorni. Lacrime per Trish Keenan anche, cui l’intero lavoro è dedicato, lacrime che non chiedono di morire in un fazzoletto. Chi adora struggersi con i drammoni può considerarsi esentato. Stando a quanto sostiene la 4AD nella sua paginetta promozionale, il genere è Science Fiction e non a caso forse: si parla della distanza, del siderale, per quanto nella maniera in assoluto più accessibile ed amabile. Modern Aquatic Nightsongs, potrebbe fungere da legenda per l’intera raccolta tanto è azzeccata come intestazione. Perfino il modo in cui le sue sinistre suggestioni evitano il freddo dell’abisso, o della morte, nasconde il termometro emotivo perfetto. L’avvolgente sfrigolio del pop western idrogenato di ‘Parallax’ rinnova l’impressione di un bambino perduto nel suo mondo ovattato e doloroso, anche se mai l’autismo espressivo di Bradford si era mostrato tanto indulgente e curioso verso noi intrusi. Dal suo buon ritiro placentare il giovane americano detta le morbide condizioni di un sogno: angoli smussati, bagliori in soft focus e finzioni dell’amore idealizzato. La dolcezza radiosa rievoca il chiarore mite dei Deerhunter, con il sole che per una volta non sa scaldare nemmeno una goccia. ‘Mona Lisa’ sembra il Corgan estatico del segmento ‘Twilight To Starlight’ alle prese con una cover di ‘Memory Boy’, ma i contorni restano quelli fumé dell’illusione, la meraviglia diventa fragilissima, l’effetto flou è ovunque. E ad ‘Angel is Broken’ non bastano il miglior refrain e i corridoi strumentali più plastici per sconfessare quel senso di luce solo filtrata, di lontananza, separazione e decadente malìa. Lo scaltro affabulatore del sommerso si concede con ‘Doldrums’ una danza un po’ triste nelle profondità, tra droni evanescenti, mulinelli in loop e nuance spacey in fondo risapute. Anche gli infiniti sha la la riescono attutiti nell’indicibile fossa delle Marianne domestica di ‘Praying Man’: l’armonica non porta sangue e non porta ferro, ricorda il sibilo inoffensivo di quando si penetra il mare in cerca di uno scheletro di riccio violaceo o di un’orecchia di madreperla, e si viene delicatamente rapiti dall’acqua. Il presente, suggerisce allora Cox, è una Terra Incognita per esplorare la quale non servono mappe, né atlanti, e ci si deve abbandonare al piacere del naufragio. Senza paura, perché i titoli di coda hanno a sorpresa il colore della speranza. E senza più esorcismi o diavolerie di sorta, con tutta la naturalezza di cui si è capaci. Come l’onda che muore nella sua schiuma abbracciando finalmente una spiaggia deserta, sotto la luce paziente della luna e di tutte le stelle.

2. Robedoor – Too Down to Die

Data di Uscita: 11/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Se ne esce trasfigurati: non consigliati agli addetti della pulizia del suono, non consigliati ai deboli di cuore, non consigliati agli amanti dell’immediatezza sonora, non consigliati a persone limpide e pulite, non consigliati per le radio. Qui si capisce chiaramente cosa significa la parola Underground, nel vero senso del termine dico.
Non quello fittizio e costruito per vendersi meglio, qui è l’attitudine vera, la fonte di tutto si trova qui e in queste zone geografiche, tra le pieghe più nascoste e esplosive.
Siamo nella parte scura di Los Angeles, chissà come mai ci ritroviamo sempre in California e in America, non penso sia proprio un caso.
C’era bisogno di saturare le vene, senza essere tossici, noi che siamo allergici agli aghi dovevamo trovare altro. E lo abbiamo finalmente trovato. La saturazione è una delle sensazione più intime che si possano provare, in varie forme siamo riusciti a raggiungerla. Non c’era molta gente quella sera, ma si ondeggiava tremendamente dispersi tra i suoni. NOT NOT FUN sui muri e il suo padrone lì dentro. I Brown nel loro ruolo e nella loro missione sciamanica ci hanno fatto entrare, avevamo finalmente ricevuto i maledetti accrediti dal capo. Siamo di Monthly Music gli diciamo noi, loro ci fanno entrare ma non capiscono, sono già in trance probabilmente. Le birre costano pochissimo e le persone bevono e altri fumano, non le sigarette dagli odori in giro.
C’è nell’aria l’energia oscura, si percepisce il battito del luogo, ma ancora non esplode nulla. È come essere da soli, si parla in giro con qualcuno ma quando tutto parte si è da soli con se stessi; è un dialogo singolare che rafforza quello globale. I singoli nelle loro differenze si rispecchiano e si scontrano con i rumori, cosa ne esce fuori non è raccontabile poi. Si chiama mistica, esperienza diretta sacrale e non comunicabile.
Non si offendano i credenti ma il sacro è riscontrabile a più livelli, specialmente attualmente dove si può assistere alla sua mercificazione; non è questo il caso. Qui di fenomeno collettivo non c’è nulla, le individualità non riducibili sono plasmate in mille modi.
Si parte, cavalcate lisergiche, drone nerissimo e di più, sempre di più, sferzate violente, distorsioni acute, scuro, pece, batteria cadenzata e ipnotica. Sì c’è tutta questa roba alla massima potenza e noi siamo ormai persi e i minuti scorrono. Questi si accartocciano in maniera vile e pericolosa, tornano su se stessi mostrando corpi scheletrici, percuotono con ritmi che paiono tanto formule magiche. Parallel Wanderer apre e toglie il respiro, ci si dilata per poi cadere inesorabilmente nel delirio di un balzo nel vuoto, minuti di rituale e di eco che paiono ore e ore. È tempo di emigrare, si continua a restare in sospeso per poi precipitare. Ma il lido della caduta è diverso, qui si può percepire una caduta che è una salita verso l’alto. L’aria è rarefatta e il cosmico pervade inesorabile tutto. Pulsa il ritmo e si sale sempre di più tra il crepitio celeste e cupo. Sferzate di fuoco nel buio per le nostre migrazioni. (In The) Cybershade/Universal Migration. Allucinazione sonora, filtri per la voce, incedere lento e sofferto. Dungeon Crossroads. La chiusura dà il saggio di tutto, gli sciamani si asciugano lievemente il sudore e ci propongono un addio tutto in loop con voci quasi drammatiche, si vive e si capta la caduta definitiva nello sporco. Energia quasi trattenuta e rilasciata in modo quasi controllato, l’ultima ipnosi culla in posti sconosciuti, si è definitivamente risucchiati e annientati nelle ripetizioni da marziani.
Questa è pura magia. Afterburners.

Non è forse spiegabile concretamente tutto ciò, non si capirà a pieno il tutto. Questo è il punto: non si può capire alla perfezione, bisogna ascoltare in un luogo silenzioso per apprezzare ogni sfumatura.
Solo successivamente ci si potrà far trasportare da questi sciamani in un viaggio tutto personale.

Alessandro Ferri

3. Peter Kernel – White Death Black Heart

Data di Uscita: 03/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“We don’t care about parties, drugs, fashion, girls, power, people, melody,
We don’t care.”
Abbiamo appena sentito queste parole propagarsi dallo stereo della macchina e siamo arrivati a Zagabria, stiamo lì una settimana, ci baciamo sempre e io prendo finalmente le calze della Croazia e la maglietta originale della Dinamo Zagabria.
Andiamo a vedere la moschea perché rompo il cazzo, qualche museo e i negozietti di cose belle e inutili. Non ci interessa nulla di nulla ma perseveriamo nel nostro incedere. Si segue il ritmo che sempre ci accompagna, rallenta, esplode, tira, scende e sale, è nevrosi continua, un casino con un senso, coro finale. Anthem of Hearts.
È tempo di andare a Belgrado, un’altra settimana qui. Ci ricordiamo ancora i cori finali di prima, ci piacevano un sacco. Qui ritmo che si protende sotto e chitarre che ogni tanto risalgono per graffiare braccia e viso. Non temere tanto ti copro io, e se alzo il volume non temere, è che non resisto nel degrado finale. “Hold it up Give it up Dream it up I bleed you”. Siamo lì tra le palazzine e i grattacieli e le bionde che mi camminano davanti e intorno sono troppo belle, provo a non guardarle che poi ti incazzi. La luce delle ultime ore del giorno si stende sulle costruzioni sovietiche, il grigio e la guerra, svastiche e falci e martello, nazionalismi vari. I murales vari. Tinte fosche con la sera, visi bianchi e sofferenti, esplosione finale con vortice sonoro. È mattina, siamo nel centro storico e ci baciamo, andiamo a vedere il Danubio e ci baciamo. Panico! This is Love. Sali scendi del territorio urbano che perfettamente innescano una spirale killer con i suoni, siamo rapiti. Hello My Friend. Camminiamo sgangherati dopo qualche birra e ridiamo. Continua il noise misto a qualche altra cosa alla quale qualche buon recensore musicale troverà un nome ultra figo. Andiamo via, prima però mi prendo la maglia della Stella Rossa e poi quando torniamo ci faccio scrivere dietro Dejan Savićević, il Genio.
“Discipline and chaos put together. The people understood that the situation is no longer under control. The captain is nowhere to be found.”
Basta è tempo di Vienna. Arriviamo di notte seguendo il Danubio, attraversiamo il Donaukanal ed eccoci nel Karmeliterviertel; Sofitel Hotel, che lusso, cosa ci facciamo qui? Stride un po’, amen. Abbiamo un letto singolo perché vogliamo stare stretti. Si dorme e fuori c’è una leggera nebbiolina; il mattino, in questo ex ghetto ebraico, lo passiamo al mercato. Umanità e groviglio metropolitano, gli ebrei total-black ci sono e girano per strada. Tide’s High: The Captain’s Drunk!
Luci con installazioni ovunque, soup-caffè e ci baciamo perché non se ne può fare a meno, sarebbe contro natura. Mangiamo da Skopik & Lohn. Ci manca solo il vecchio teatro ebraico e via, possiamo andare verso una nuova città. The Peaceful. Furore, entusiasmo e furore.
Asciutto, posato e pieno di senso. Riflessione e novità, creatività totale e capacità di ipnotizzare. “Floating in the sea. Freezing in the night. Dreaming of a wave. To sway us home tonight.” Noi ci lasciamo volentieri trasportare dalle parole e dal ritmo costante e mutante, un sussurro, un cullare consapevole. Il Rapid Vienna mi sta sul cazzo.
Budapest e ci facciamo attirare dai palazzoni e dai lavori in corso e dai cantieri. We’re Not Gonna Be The Same Again. Buda, Pest e Óbuda unite dai ponti, le vediamo tutte e ci baciamo, ma non è un film di Moccia, è la nostra luna di miele. La sinagoga enorme e l’isola di Margherita. Stiamo bene e non vogliamo andare via, le persone sono gentili e disponibili, visi scavati e duri ma più puliti. Incantevoli spaccati di vita quotidiana e andiamo a un festival di musica classica senza capirci un cazzo. Beviamo pure altra birra per piacere, “Love me now”. Make, Love, Choose, Take.
Mi prendo una maglia vecchissima della nazionale ungherese e andiamo via. Puskás.
Bratislava e le donne che mi danno i foglietti per i loro spettacolini porno alle 3 di pomeriggio, ridiamo moltissimo di questo. Siamo un po’ stanchi ma ubriachi di felicità, magari siamo anche un po’ cinici per i commenti che ci lasciamo sfuggire, ma non ci interessa. Want You Dirty, Want You Sweet. Possiamo stare quanto vogliamo qui, non c’è tempo in grado di bloccarci, a stare insieme ci rafforziamo continuamente, eh sì, ci baciamo. Camminiamo fino al Bratislavský hrad, pic-nic e birra. Scendiamo e saliamo per le vie strette del centro, e non guardo le solite super fighe per strada. Il solito Danubio in mezzo a noi, lo guardiamo perduti nel tempo infinito che prende nuove strade. Ma che ora abbiamo fatto ormai?. Organizing Optimizing Time.
La maglia della Slovacchia di Hamsik neanche se me la regalano grazie.
La luna di miele è finita, torniamo alla vita normale, studio e lavoro. Non si dimentica nulla, nuove emozioni impresse nel profondo.
There’s Nothing Left To Laugh About, siamo sposati e consapevoli, stiamo da dio e ci provochiamo sempre.
E non abbiamo mai smesso di ascoltarlo questo disco, è stato una specie di mantra, una ripetizione infinita, perché bisogna ascoltarlo molte volte, è complesso ed è stupendo, un ibrido strano proprio come noi.
Rock nelle forme più varie e chi se ne frega di dire quale genere rappresenta, questi sono suoni potenti e dritti al cuore, fatti con stomaco e cervello, pieni di vita e da assaporare con consapevolezza che si è dinnanzi a qualcosa di fuori dal normale.
Noi li aspettiamo dal vivo, vederli da sposati. E vedeteli anche voi, se non li conoscete hanno suonato con i Wolf Parade. Se non conoscete neanche loro andate comunque.

Alessandro Ferri

4. Verdena – WOW

Data di Uscita: 18/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Era nella sera candida di un’estate inesplicabilmente radiosa, resa forse bianca dal luminoso proiettarsi del candore lucido dei neon su un cielo bigio e ben coperto che te ne andasti. Senza rabbia, né rimpianti, né soddisfazione. Eravamo stesi sul freddo marmo di quella pista di pattinaggio di una periferia malconcia di una città mal addobbata di miseria e sudiciume, un marmo bianco candido, offeso qua e là da colpi di vernice spray che dichiaravano amori, passioni e dimensioni irreali per peni bidimensionali. Ho deciso che la finisco qui. Smetterai di farti? Smetterò di farvi. Smetterò di rendervi reali, me ne vado e non voglio più saperne nulla, voglio saper di nulla, l’inferno siete voi, più del sangue marcio che mi scorre in vena, più del tornare lucida, più di saperti il massimo che ho avuto come partner, voglio che tu lo sappia ora che sono in questa condizione che vigliaccamente farai inventrice della mia prossima asserzione, mi fa ribrezzo saperti così inutile e saperti al mio fianco, sei ridicola come la miriade di insetti che fuggo ogni volta che mi faccio. Mi spaccasti il cuore con quelle parole e non feci altro che assecondarle gridandoti che la dovevi smettere, tu avresti assecondato me in un modo che al tempo non avrei mai considerato accettabile. Ti amavo, come solo una stupida quindicenne può amare una tossica di qualche anno più grande, amavo il tuo modo di sbattere a terra fregandotene di dove spalmavi quella pelle così bianca, amavo la sinuosità di un corpo così giovane dal sembrare non ancora sconvolto dall’abuso e quella saccente predisposizione all’odio e al disgusto. Cosa ci vedevi in me? Quella notte me lo dicesti, assolutamente nulla, ero endorfina e basta. Crepasti quella notte, stupida puttana, portandomi in un inferno che non condividemmo, tu facesti un’ascesa morbida e comoda, nemmeno lo sentisti il trapasso. A me rimase lo sgomento, la polizia, il mamma sono lesbica e la donna che amavo se n’è andata con gli scoppi sulle braccia, trentacinque chili d’ossa e solitudine, lo psicologo, la psichiatra, le caviglie strette della fisioterapista, un bacio che manda affanculo il codice deontologico, un nuovo amore di approssimazione e d’accontentarsi, il riscoprirsi meno mediocri di come si pensava, l’amare nuovamente una persona ancora mia e continuare a farlo ogni giorno. Guardami mentre mi godo il trionfo dell’imberbe me, crescendo t’ho superata in età e non solo, ragazzina guardami, è molto più rivoluzionario avere un fisico in grado di affrontare questo martirio, è molto più nichilista accettare questo caos lanciandosi dal ciglio della routine nel mare della vita prossima. Andrò in paradiso e porterò con me il tuo turbamento, l’ho reso inoffensivo, l’ho asservito.

Alfonso Errico

5. Washed Out – Within and Without

Data di Uscita: 12/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il sole inizia timido a fare capolino, l’alba fatica a colorare la spiaggia, l’alone giallastro è ancora lontano dall’imprimere forma all’ambiente circostante. Cammini lentamente sulla battigia, i piedi risucchiati dalla sabbia vengono bagnati dall’acqua placida. In lontananza piccole imbarcazioni con pescatori partono per la loro giornata lavorativa, tu sei in vacanza. Sul lungomare ragazzi ubriachi tornano da qualche party urlando, cercano il loro hotel per andare finalmente a dormire, probabilmente ti scambiano per uno di loro.  Niente feste per te ieri, solo echi luminosi della serata di due giorni fa passata sul litorale tra un drink e l’altro, “Echoes” appunto, pop elettronico sfumato nel riverbero.
Continui a camminare tranquillo mentre la timidezza del sole scompare piano piano; la tua resta, e quando una ragazza che sta facendo jogging ti sorride incrociandoti, non trovi la forza di sorridere o dire qualcosa. Si sta iniziando a colorare tutto, è tuttavia ancora presto e il luogo resta deserto. I primi colori del giorno, quelli che di solito non puoi goderti ti inondano e ne sei irrimediabilmente travolto, devi smettere di camminare e necessiti di una fermata. Ti siedi, sulla sabbia fine e guardi davanti a te le onde.
Nelle tasche un i-pod che accendi e lasci andare sulle solite tracce di questi giorni.
Spensieratezza ed eterno ritorno si susseguono: “Amor Fati”. Sensualità e candore. Davanti a te un mondo che c’è, non c’è e c’è ancora, within and without insieme per sempre scolpiti. La leggerezza di una presenza vicino a te, un fantasma colorato che riflette la schiuma, ti sembra di sentire ancora la sua voce e di vedere i suoi capelli, il tutto accompagnato da un beat mai invadente, ovattato: “You and I” ,ancora una volta. “Before” , trasporta, dona freschezza, richiama una gioia calda e tranquilla, e le piccole cose di tutti i giorni. Chiudi il tuo sogno ad occhi aperti con i primi raggi veri di sole sul viso, accecato mantieni la scia e imprimi una dedica sulla sabbia, con tutta la delicatezza di questo mondo: “A Dedication”.
La forza è quella delle ricorrenze, l’onda d’urto però non è sempre quella, difficilmente un sintetizzatore, pur accompagnato, può raggiungere picchi emotivi così elevati e raffinati. Lo sai, è estate, lo aspettavi, è arrivato e ti sei innamorato come una volta, più dell’altra volta, come quell’altra volta ancora. Dentro e fuori da te per sempre.

Alessandro Ferri

6. The Field – Looping State of Mind

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“Alex, you know there’s only one way we’re going to end all this. […]”
(Dan Curtis, “Night of Dark Shadows”, 1971)

The End, la fine: sarò superficiale, ma anche sforzandomi non riesco a coglierne l’aspetto.
C’era l’illusione di un punto di approdo Alex, di un arrivo. Avremmo dovuto scorgere una conclusione, ma le mie presunte certezze vacillano. Ci vedo camminare senza sosta alcuna lungo questo nastro di Moebius e mi chiedo se i miei piedi saranno sufficientemente resistenti per percorrere la traiettoria un’ennesima volta, se mi verranno i calli sui talloni, se sanguineranno. Percorsi già vissuti e un eterno deja-vu martellante, asfissiante.

Looping path.
Looping state of mind.

Tu mi richiami all’ordine e mi inviti a riflettere sui cambi di prospettiva, sulle quasi impercettibili variazioni del suono di volta in volta. In effetti alle mie orecchie stavolta attente e sospese arriva una mutevolezza nuova, delicata. Se mi pregassero di utilizzare un’espressione sintetica per descrivere ciò che percepisco, non potrei che propendere per “solidità soffice”. Un ossimoro, non biasimarmi ma non vedo alternative. Da una musicalità corposa diramano milioni di scie in dissolvenza, anch’esse tracciano disegni che ripiegano su se stessi, e poi schizzano lontano, curvano e tornano indietro.
Ti avevo addirittura proposto tempo fa di imparare a suonare la batteria per animare i samplers di nuovi colori tangibili, ancora ricordo l’esplodere della tua risata e il dito puntato contro. Alla fine non avevo poi tutti i torti quel giorno, ora respiri anche tu necessità di virate analogiche.
Sì, sono queste le variazioni a tre anni di distanza. Ad occhi chiusi a cavallo del loop ci si accorge eccome, e se a momenti ci viene naturale procedere correndo e ballando – It’s up there – in altri istanti ci ritroviamo intrappolati in un’ipnosi glitch e ci blocchiamo rallentati in estasi – Burned Out, Arpeggiated Love. Fascinazione nuova, forte come accadde quella notte lontana mentre ti conobbi a quel club, entrai su Everday e annullasti d’istante tutto il resto. Ora quella techno pura non esiste più, ma la folgorazione permane, d’altra parte avevi promesso (a me e non solo) che From here we go sublime! Ti seguii rapita anche gli anni successivi, dancefloor stavolta intervallati da parentesi più intimiste (Leave it vs Everybody’s Got To Learn Sometime), beat come costante di fondo però, Yesterday and today. E i loop.
Persa nelle reti dei ricordi ricomincio a seguirti nelle traiettorie odierne, emozioni corpose, distillate. Un andare e venire continuo. Sei troppo veloce per le mie gambe affaticate, tento invano di afferrarti un braccio ma sembri dissolverti.
Blackout.

****

Suono insistente della sveglia, addio dimensione onirica, buongiorno mondo. Le cifre abnormi dell’orologio mi trafiggono le retine al buio, premo l’interruttore della grande lampada sopra di noi. Poi ti svegli anche tu e intuisci che quella luce improvvisa equivale a violenza, la spegni tu per me, preferendo il fioco bagliore dell’abat-jour. Proiettiamo le ombre delle nostre mani sulla parete spoglia, dita grigio/nere su fondo caldo chiaro. Una tisana calda al limone della sera prima e i miei libri di letteratura americana sul comodino. Chiudiamo gli occhi e il bianco prevale sul nero, battiti ovattati di estrema delicatezza ci sfiorano le spalle come la neve cadeva al mare sui nostri cappotti, di inverno. Then it’s white, solo una voce piena riecheggia da lontano e un pianoforte malinconico. Stoicamente ti scopri dal piumone e decidi di alzare le serrande di un grigio mattino già avanzato, mi copro gli occhi investiti di luce sgradita. Gesti analoghi dalle finestre di palazzi contigui, Stoccolma si mette in moto pigramente tra luci caliginose e acqua del colore del ghiaccio.
In fondo al letto raccogli i fogli accatastati in questi giorni, abbiamo passato ore a rendere omaggio alla matematica tracciando loop in maniera ossessiva; ovunque capitava imprimevamo il segno dell’infinito, sui quotidiani, su quaderni, sulle nostre mani, perché la tua convinzione ti porta a pensare che non esiste definizione migliore per il tuo lavoro.
E adesso Alex sei davanti a me e continui a tracciare idealmente quella traiettoria magica davanti ai miei occhi, poi mi appoggi sulle gambe l’ultimo pezzo di carta vuoto che riesci a trovare, mi passi un pennarello rosso e tenendomi la mano disegniamo quel simbolo insieme. Mi abbracci, sorridi e mi sussurri “Sweet, slow, baby”.

Federica Giaccani

7. Moby – Destroyed

Data di Uscita: 16/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ed è stato come uno di quei film che durano soltanto l’arco di una notte e invece sembrano ricoprire una vita intera. Vestire i panni di una triste camminata, di un sorriso leggero, di un amore profondo.
E ci siamo incrociati poco dopo le 2, il tuo incedere così affascinante m’ha spinta a seguirti, schivando solitudini urbane intente nel loro daffare, la tua scia emetteva bagliori intermittenti. Come la tua musica.
È così che mi innamorai di te Moby, ancora una volta. Forse ero destroyed anch’io, anzi, lo ero sicuramente.
Potevamo trovarci nel cuore di New York come nelle campagne più anonime della mia terra, il centro Italia, non faceva alcuna differenza. Ti sei fermato di scatto, ho inciampato sui tuoi passi, “è uno stato d’animo, i riferimenti spazio-temporali si annullano e perdono di senso” – mi hai detto. Mi sono tornati alla mente quei discorsi sul binomio passato/futuro con cui tanti si riempiono la bocca in mancanza di sostanza effettiva, quell’altro binomio Terra/Spazio che rende tanto tangibile la prima quanto evanescente il secondo, quelle frasi fatte sul guardare avanti. Mi è sembrato un no-sense generale questo voler distinguere ed ergere barriere invalicabili, certe circostanze trascendono dalle definizioni, al pari della tua musica.
The broken places cosparse di caligine i lampioni e irradiò melodie ambient in bilico tra Autechre e il primo Aphex Twin, ci trovavamo su una strada quasi buia e deserta, ma forse la nostra dimensione era proiettata in un viaggio interstellare, la batteria – le chitarre – le tastiere attaccarono all’unisono – Be the one, una voce elettrica ricordava in modo ossessivo “I was the one when you needed love”.
Siamo partiti, direzione Sevastopol, o qualsiasi altro posto distante da qui, una cavalcata elettronica che saliva e correva via al galoppo, per poi confluire in un amalgama di atmosfere placide e sostenute. Tu sei fuggito avanti più veloce di me, non riuscivo ad afferrarti, ma mi è bastato chiudere gli occhi e ti ho sentito stringermi in un abbraccio. Dietro di te c’era una donna, cantava con la voce dell’anima, disperata e teatrale.
“Now that you’re gone, the sun will be no more.”
(Ti riconosco, ti conosco da sempre. Destroyed riporta al presente Play e 18, e non solo.)
Stringerti era come stringere la notte e lasciarsi trasportare in un ballo sinuoso senza tempo, sul pianoforte di Victoria Lucas, (morbida come lo erano Extreme ways o Why does my heart feel so bad?), una dolcezza che rimase intatta nonostante l’incedere incalzante della sessione ritmica. Era come se mi stessi sussurrando all’orecchio qualcosa di infinito. E finimmo sullo spazio – After. Blue moon. Ritmi ballabili, voci campionate, sentimenti dichiarati.
“I promise you will never be alone”
È terminato in toni epici il nostro vagabondare congiunto, fermi sul tetto di un edificio in malora a vedere sorgere l’alba. Stella maris mi ha messo i brividi, ti guardavo, una voce in lontananza si insinuava in una dolce melodia d’archi, eterea, i tuoi occhi scrutavano oltre – chissà cosa vedevano, se vedevano. Finché il pianoforte entrò di soppiatto, si sovrappose agli archi, e prese corpo una marcia in climax con la batteria che scandiva passo dopo passo. The violent bear it away. Siamo tornati nelle nostre rispettive solitudini distrutte, te ne sei andato senza nemmeno dire una parola lasciandomi a guardare la città dal basso.
Sotto di me i tuoi passi, e la vita che si risvegliava.
Lacrimae.

Federica Giaccani

8. Sleep ∞ Over – Forever

Data di Uscita: 27/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Volevi andare in California e io ho trovato due biglietti scontatissimi e ti ho fatto una sorpresa, ti ho chiamata e non dicevi nulla e ridevi e non ci credevi e io ero felicissimo e tu anche. Dobbiamo fare scalo in Texas, ad Austin, sai che non possiamo viaggiare in “first class” e senza scali. L’altra sorpresa è che in Texas non ci sarà nessun aereo ma dovremo fare più di mille miglia per la destinazione californiana, tra le mie paranoie di perdermi tra Fort Stockton, Juarez, Tacson, Phoenix, Riverside e poi Long Beach. Un po’ lo faccio apposta, un po’ lo faccio per tenerti la mano mentre guiderai tu e un po’ lo faccio perché non mi hai mai visto guidare. Sai quanto amo l’America e sai quanto amo te, sarà stupendo, le terre desolate e piene di elettricità, ti vedo che metti la mano fuori dal finestrino e accarezzi l’aria sempre troppo calda. Non ci sarà più tempo definito in quello spazio ovattato, arido e come detto senza tempo, le distese con il sole a infangare l’aria, a rendere la vista difficoltosa con le goccioline di sudore sulle palpebre. Saremo bellissimi e ti porterò a fare le passeggiate di sera sulla spiaggia, mentre i tamarri fanno i loro falò e noi ci faremo cullare da caldi synth e da voci ammalianti. Romantic Streams. Staremo via Forever.
Ti riprendo le mani, tutto in delay, ci perdiamo in me + te e non capiamo più niente con le mani avvolte. Porcelain Hands.
La direzione dei nostri sogni che ci diventa realtà tra le mani , nelle mani. Cori da chiesa nelle nostre orecchie disperse, tutto gorgheggia e il nastro non si ferma più facendoci rivivere il sogno più reale di tutti, le percussioni soffici ci sfigurano il cuore. Casual Diamond. C’è un problema grosso anche qui, che sarebbe anche qui che mi piaci troppo. Tutto diventa spettrale pur rimanendo brillante per noi. Cryingame.
Tu ridi, sorridi, ti sporchi e ti accarezzo i capelli dicendoti che non è successo nulla. Ti provoco, ti prendo per il culo, tu comunista fervente portata qui in America da me, un liberale di merda, un consumista infame nel suo paradiso di liberalità, e prenderò per il culo i pecoroni incappucciati dei centri sociali che giocano alla rivoluzione, laureandosi in quindici anni per una misera triennale di lettere e filosofia. Mi lancerò in spaventose disamine politiche, e in qualche modo strano finiremo per essere d’accordo. Continuerò a provocarti perché non posso farne a meno e mi tirerai pugni ben assestati e ti amo anche per questo.
I canali americani con i quiz a premi e i vecchi film western intervallati da pubblicità incentrate sul mondo del fitness. Gli spasmi in palestra sotto un beat annaffiato nei soliti cori ancestrali e spaziali. Flying Saucers are Real
Ti ci vedi?, le immagini e i fotogrammi di noi lì riempiranno gli spazi della vita di tutti i giorni una volta tornati. Gli uffici spesso vuoti diventeranno pieni di me + te, e le strade idem e le nostre case idem, engaged. E il nostro segno dell’infinito che brilla per sempre, ∞ Forever.
I daydreaming, quelli più piccoli diventati realtà, oggi.

Alessandro Ferri

9. Grouper – A I A

Data di Uscita: 15/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

She loves me that way
di Filippo Righetto

Era venuto sulla Terra in cerca di affetto.
Tramite il suo casco in policarbonato rigido, i suoni lo raggiungevano ovattati e spenti.
Si muoveva lentamente, la sua tenuta era massiccia, ingombrante.
Tutto era così.. dolce.
Il viso colmo di stupor gioioso, era circondato da luci, e da persone, e queste persone erano tutte così vive, scollegate globalmente ed allo stesso tempo collegate in un armonioso coacervo, e tutto mutava così in fretta, senza che nessuno se ne accorgesse, o senza risentirne apparentamente.
Erano bellissime, lo facevano piangere.
Però.. però..
Forse si muovevano troppo velocemente, ed alla fine del giorno, lui era ancora solo.
Nessuno gli aveva sorriso.
Si sedette su una centralina elettrica.
Il cuore, colmo, sopraffatto. Felice. Nonostante tutto, felice. Perché la vita, esiste. E brilla. Sempre.

L’entrata in scena di una singola persona malandata, con tutti i suoi beni dentro un carrello, con la soddisfazione di essere vivo.

“The Moon… the Moon… the Moon is sharp, my friend”

Infine, la scoperta, di quella perla perfetta nella sua imperfezione.
L’incontro, dopo un viaggio che sembrava interminabile.
La catarsi.
Tra l’alieno e la pietra lunare.

10. Burial – Street Halo EP

Data di Uscita: 28/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Dubstep tra i fumi delle ciminiere.
Metropolitana di superficie in un’alba scura di vento e pioggia. Scruto i visi che incrocio dal filtro del finestrino sporco, ne noto le impurità ed ognuna tradisce una propria malinconia grigia, ognuna è assorta e ognuna è intimamente e dolcemente inquieta.
Battiti cadenzati e una voce femminile musicano illusioni di forti legami affettivi; la realtà parla di una somma di solitudini urbane, le traiettorie si intersecano solo in casi fortuiti.
Ti guardavo passare ogni giorno sotto il Brooklyn Bridge. Avrei potuto aspettarti e seguirti mentre ti calavi in quel buco nel terreno all’incrocio tra Dekalb e Flatbush Avenue, Q Line diceva l’insegna, ma a me non piace scendere sottoterra.
Questa città è grande, oscura, e può inghiottirti se mantieni il tuo sguardo fisso sul terreno e ti dimentichi, ogni tanto, di guardare verso l’alto.
Bastava che anche tu te ne accorgessi, solo una volta, per vedere la rosa che ogni giorno lanciavo oltre al ponte mentre la carrozza sfrecciava sotto di me.
Non vedevi quello che vedevo io..

Federica Giaccani & Filippo Righetto