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The Orb – C Batter C

Data di Uscita: 11/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Michael strinse il pugno accartocciando quel pezzo di carta che significava la sua rovina, un cataclisma. “Contratto non rinnovato” c’era scritto, il che significava mettere tutto in discussione, ossia una rivoluzione in primo luogo interiore, per un uomo che fino a quel momento aveva fatto dell’abitudine uno stile di vita.
Paura, disorientamento totale. Il primo pensiero fu “che ne farò di tutte le mie cravatte?”.
Terrore.
Viveva in un piccolo e vecchio appartamento adiacente all’ufficio, stessa strada percorsa a piedi tutti i giorni, niente automobile, zero rischi. Il lavoro da ricercatore matematico l’aveva salvato fino a quel momento, la solitudine e i silenzi li aveva cuciti addosso da sempre. Non aveva amici e si rifugiava per tutto il tempo  nell’abbraccio rassicurante delle parentesi, le amava tutte ma specialmente quelle graffe, ché con le loro curve sinuose racchiudevano certezze sotto forma di equazioni.
Si sentì spiazzato e privo di appigli, per giunta lo sconforto e la completa mancanza di sicurezze lo colsero alle porte del Natale, e si sa, in questo periodo dell’anno ogni stato d’animo viene avvertito con maggiore intensità. Michael si ritrovò a muovere i suoi giorni nel completo isolamento, e spinto dalla ferma convinzione che per riemergere dalle sabbie mobili fosse necessario arrivare ad essere inghiottito d’angoscia fino alla fronte, decise di immolare la sera del venti dicembre alla riesumazione della propria infanzia. L’operazione-nostalgia, di impatto emotivo devastante, avvenne mediante un filmato in Super 8 registrato anni e anni addietro, diciassette minuti circa di colori caldi, sorrisi giovani, cappotti, anatre ed edifici dismessi; l’handmade dava consistenza materica ad ogni sequenza.
Questo masochismo a metà strada tra la lucidità e la folle incoscienza sfociò in pianto convulso; anche la notte rimase accovacciato sulla poltrona dispensando lacrime a profusione. La luce dell’alba decise di asciugargli il viso, il chiarore invernale lo spinse a ritrovare delle timide forze al caldo della sua vasca in ghisa colma di schiuma. Gli fece bene, ché in poco tempo indossò un completo pulito, camicia bianca, cravatta e cappotto e dopo giorni consumati in simbiosi con l’appartamento uscì, malgrado il lavoro non faceva già più parte della sua attuale vita.

Si spinse a Sud – Ovest di Londra, un’area della città in cui non metteva piede da tempi remoti. Le strade le aveva ancora impresse a fuoco nella memoria, però.
Brixton, Latchmere, ma soprattutto la vista della Battersea Power Station gli sfondarono quel cuore che credeva ormai anestetizzato per sempre. Si sedette su una panchina ai bordi del laghetto di Battersea, i raggi bassi del sole gli abbracciavano tiepidi le gambe stese, mentre respirava quell’aria insolita. Aveva timore del presente, e del futuro, ma si sentiva bene e non capiva il perché. Si tolse la cravatta.
Era la prima volta che ascoltava con attenzione i rumori intorno a sé, era la vita che stava parlando attraverso le molteplici sembianze in cui si manifestava: le anatre ancora placide in quell’acqua salmastra, i fruscii delle foglie sui rami, le persone che bisbigliavano non lontane da lui e i ragazzini che improvvisavano acrobazie sugli skateboard un po’ più in là, sul ciglio della strada, dubstep da un enorme stereo e ruote d’auto. Rimase ad assaporare queste nuove scoperte per un tempo imprecisato, poi afferrò un esile bastone in legno che trovò accanto alla sua seduta e iniziò a tracciare segni geometrici sulla ghiaia, finché un giovane, poco più di un bambino – per la precisione, gli si sedette accanto e picchiettando a terra il piede lo deconcentrò. Michael lo fissò indispettito, il ragazzo ricambiò lo sguardo con una seria aria di sfida, e si tolse le cuffie enormi che teneva alle orecchie. Notò un certo nervosismo nell’uomo elegante e composto che aveva vicino e gli chiese sfrontato: “Sei di Londra?”. La risposta arrivò dopo una lunga esitazione: “Dovrei esserlo, ma è come se avessi vissuto per anni in un microcosmo ovattato collocabile ovunque. Non riesco a collegare passato e presente. (…) Ho paura.” Il giovane sembrava disorientato dalla risposta così apparentemente sconnessa, riuscì solo a controbattere: “Non credo di capire.” Ma Michael stupì perfino se stesso quando avanzò la richiesta: “Se sei di qui, parlami tu di Londra, dimmi com’è.”
A quel punto il ragazzo gli porse le sue cuffie lo invitò ad indossarle, “Questa è Londra” – disse. Un caleidoscopio di suoni e melodie lo investì in pieno, rumori eterogenei come gli angoli di quella metropoli e carichi di vibranti emozioni come i caldi ricordi rivisti nel filmato la sera prima. Quella musica spaziava dalla delicatezza del pianoforte alle profondità del dub, fino a toccare anche i battiti elettronici della techno lanciata su binari notturni. Il risultato era struggente, intenso, ma in qualche modo oscuro anche incoraggiante e luccicante, un anello tra il passato e il futuro.
Michael abbozzò un sorriso, restituì le cuffie al ragazzo e se ne andò ringraziandolo. Trascorse il resto della giornata passeggiando per le vie di Londra in maniera del tutto casuale, qualche sosta per un sandwich una birra o un caffè e poi di nuovo in strada ad annusare l’aria e scoprire facce; quando sopraggiunsero la sera e la stanchezza decise di rincasare.

Andò per togliersi di dosso i vestiti, prima di coricarsi esausto, quando si accorse – toccandosi il collo – che la cravatta non c’era più. L’aveva senz’altro dimenticata su quella panchina, e si sorprese quando dovette ammettere a se stesso che quello che sentiva non era altro che sollievo.

Federica Giaccani

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