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Atlas Sound – Parallax

Data di Uscita: 08/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le Avventure Acquatiche di Bradford Cox
di Stefano Ferreri

Il tempo delle sedute spiritiche è finito. L’Edward mani di forbice con il registratore ancora caldo in cameretta ha fissato a cinquecento i nastri con sopra incise ore e ore di trance, ipnotiche spirali di malinconia e gli abbracci algidi della pastorale psichedelica suburbana, qualunque cosa essa sia.
La grande casa in periferia non è più così grande e desolata. La Marfan rimane lì, congelata, ospite sgradito che non si può giubilare e condanna in via definitiva ad una vita di richiami chirurgici, sartani e betabloccanti. A farle compagnia c’è però sempre quell’intatta vocazione all’escapismo, l’arte della fuga terapeutica dalla realtà più cruda, che in principio fu gestita come ingenua celebrazione dell’istinto grazie ai detournement rumoristici (‘Let the blind lead those who can see but cannot feel’) e solo più tardi rivelò il suo altrove facendosi verbo pop in technicolor (‘Logos’). Per l’infelice teenager di Athens non si è mai trattato di un semplice passatempo o di un capriccio, e l’asserto è tanto più vero oggi che a quasi trent’anni Bradford ha scelto di improvvisarsi regista di un film intitolato ‘Parallax’. Per affrancare il vero dalla sua patina guasta, per concedersi finalmente una droga meno sciagurata o per risarcire il fanciullo dentro di sé dei tanti anni di infanzia deturpata. Nessun flash malandrino questa volta. Il volto scoperto nella locandina annulla trucchi e filosofie pretestuose, confinando le ultime scorte di romanticismo nella posa retrò del crooner e in quel contrasto di luci ed ombre colorato a pastello. Una fotografia che racconta la solitudine delle registrazioni come il solo male necessario. Senza sminuire la forza evocativa dell’immagine, è però la colonna sonora a fissare indelebilmente l’impronta. Un suono che rimpingua e trascende il rigore documentaristico degli Yo La Tengo di ‘The Sound of Sound of Science’, evitando nel contempo anche l’iperbolico teatro del grottesco art-rock dei Ween di ‘The Mollusk’, per concentrarsi solo e soltanto sulla delicata texture adamantina di uno smisurato cuore virtuale, ideale dimora dei sentimenti e set unico per le riprese. Se la stanza cantata un tempo in ‘Recent Bedroom’ era la metafora fatta dell’incapacità di piangere, adesso quelle stesse lacrime sembrano aver tracimato copiose sommergendo ogni singolo ambiente, saturandolo e preservandolo fino alla fine dei giorni. Lacrime per Trish Keenan anche, cui l’intero lavoro è dedicato, lacrime che non chiedono di morire in un fazzoletto. Chi adora struggersi con i drammoni può considerarsi esentato. Stando a quanto sostiene la 4AD nella sua paginetta promozionale, il genere è Science Fiction e non a caso forse: si parla della distanza, del siderale, per quanto nella maniera in assoluto più accessibile ed amabile. Modern Aquatic Nightsongs, potrebbe fungere da legenda per l’intera raccolta tanto è azzeccata come intestazione. Perfino il modo in cui le sue sinistre suggestioni evitano il freddo dell’abisso, o della morte, nasconde il termometro emotivo perfetto. L’avvolgente sfrigolio del pop western idrogenato di ‘Parallax’ rinnova l’impressione di un bambino perduto nel suo mondo ovattato e doloroso, anche se mai l’autismo espressivo di Bradford si era mostrato tanto indulgente e curioso verso noi intrusi. Dal suo buon ritiro placentare il giovane americano detta le morbide condizioni di un sogno: angoli smussati, bagliori in soft focus e finzioni dell’amore idealizzato. La dolcezza radiosa rievoca il chiarore mite dei Deerhunter, con il sole che per una volta non sa scaldare nemmeno una goccia. ‘Mona Lisa’ sembra il Corgan estatico del segmento ‘Twilight To Starlight’ alle prese con una cover di ‘Memory Boy’, ma i contorni restano quelli fumé dell’illusione, la meraviglia diventa fragilissima, l’effetto flou è ovunque. E ad ‘Angel is Broken’ non bastano il miglior refrain e i corridoi strumentali più plastici per sconfessare quel senso di luce solo filtrata, di lontananza, separazione e decadente malìa. Lo scaltro affabulatore del sommerso si concede con ‘Doldrums’ una danza un po’ triste nelle profondità, tra droni evanescenti, mulinelli in loop e nuance spacey in fondo risapute. Anche gli infiniti sha la la riescono attutiti nell’indicibile fossa delle Marianne domestica di ‘Praying Man’: l’armonica non porta sangue e non porta ferro, ricorda il sibilo inoffensivo di quando si penetra il mare in cerca di uno scheletro di riccio violaceo o di un’orecchia di madreperla, e si viene delicatamente rapiti dall’acqua. Il presente, suggerisce allora Cox, è una Terra Incognita per esplorare la quale non servono mappe, né atlanti, e ci si deve abbandonare al piacere del naufragio. Senza paura, perché i titoli di coda hanno a sorpresa il colore della speranza. E senza più esorcismi o diavolerie di sorta, con tutta la naturalezza di cui si è capaci. Come l’onda che muore nella sua schiuma abbracciando finalmente una spiaggia deserta, sotto la luce paziente della luna e di tutte le stelle.

2 Responses to “Atlas Sound – Parallax”

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