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Archive for novembre, 2011

Nils Frahm – Felt

D.d.U. 07/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Questo caos metodico, stormo di pettirossi.
Volgiti dentro di me e troverai la tempesta, battaglioni di violini che sbalzano dal pianissimo al forte.
Si chiama disordine ortogonale, confusione geometrica.
Ottobre – novembre, tempo di migrazioni; questa mia anima accidiosa deve volare verso posti caldi:

Io voglio il freddo pungente
che calmi il mio fuoco interiore
voglio le pagine dei libri
come suoni di gioia
che distolgano l’apatico
dall’amorosa morte.

Abbiamo sbagliato a rincorrerci in questa maniera, pensando che l’Antartide fosse un luogo per soli bambini, abbiamo fatto bene a mischiare i nostri corpi nelle notti d’estate, anche quando l’estate non sembrava ancora finita.
I figli del Sole non possono morire nel buio
i figli dell’ombra non possono perire in un abbaglio
Bernstein e Gould non poterono più suonare insieme.

Marco di Memmo

Oupa – Forget

D.d.U. 15/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Viso segnato e capelli di cenere, una donna mi ha preso la mano stamattina.
Era convinta di poterne fare una finestra sul mio mondo, di leggervi attraverso.
Ci sono brandelli d’amore a impedirti di stringere i pugni, m’ha sussurrato.

Ora con la punta della biro seguo le linee sul palmo.
Ci vedo il tuo profilo. Ci leggo il tuo nome.
Ti dimenticherai di me, un giorno. Succederà.

Annachiara Casimo

Lava Lava Love – A Bunch of Love Songs and Zombies

D.d.U. 16/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Accarezzare sentimenti come il capo d’un gatto adagiato sul tuo cuore che è pieno come il mio. Morbida l’erba.
Giocare ad indovinare se fuori pioverà o ci sarà il sereno annusando l’aria. guardarci;  ti cerco a pochi metri e qualcosa in più.
Ti offro parole che capirai e con delicatezza troverai “belline”, come i film che guardi tu nelle sere della tranquilla solitudine, di cui son gelosa, e in cui anch’io mi rifugio.
Andiamo a raccogliere fiori da metter in un vaso senz’acqua, tanto non sfioriranno mai tra le pagine dei libri, quelli che mi regalerai, quelle che poi mi leggerai.
Niente di speciale amore, dentro me: l’inverno, circolazione sanguigna bloccata;
fuori (di) me: primavera, con te.

Poeticherìe.

-Che fai?-
-Un’altra canzone allegra per il tuo umore-
-Spegni la radio, dai.-
-Ti ricordi quando m’hai detto che saresti morto per me?
Bhe, un po’ di coerenza, allora.-

Promesse ridicole per diventare immortali.

Ilaria Pastoressa

Accarezzare sentimenti come il capo d’un gatto adagiato sul tuo cuore che è pieno come il mio. Morbida l’erba.
Giocare ad indovinare se fuori pioverà o ci sarà il sereno annusando l’aria. guardarci; ti cerco a pochi metri e qualcosa in più.
Ti offro parole che capirai e con delicatezza troverai “belline”, come i film che guardi tu nelle sere della tranquilla solitudine, di cui son gelosa, e in cui anch’io mi rifugio.
Andiamo a raccogliere fiori da metter in un vaso senz’acqua, tanto non sfioriranno mai tra le pagine dei libri, quelli che mi regalerai, quelle che poi mi leggerai.
Niente di speciale amore, dentro me: l’inverno, circolazione sanguigna bloccata;
fuori (di) me: primavera, con te.

Poeticherìe.

-Che fai?-
-Un’altra canzone allegra per il tuo umore-
-Spegni la radio, dai.-
-Ti ricordi quando m’hai detto che saresti morto per me?
Bhe, un po’ di coerenza, allora.-

Promesse ridicole per diventare immortali.

Ayshay – WARN-U

D.d.U. 26/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“ E leva tra gli uomini voce d’invito al pellegrinaggio, sì che vengano a te a piedi, e su cammelli slanciati, che vengano a te da ogni valico tra i monti…” Corano XXII-27.

Passato e futuro, Islam, la Preghiera, la Zakāt, gli spettri del postmoderno che riescono a fondersi con la tradizione. Connubio trito e ritrito che qui assume forme degne, spettrali e cariche di potenza evocatrice. Corriamo attorno ed incontro a Fatima, facciamolo davvero senza badare a sedute spiritiche regalo con una lampada o a sacchetti di sale magico venduto da venditrice televisive urlanti.
Meglio di qualsiasi primavera araba mai sognata.

Alessandro Ferri

The Church of Synth – The Church of Synth

D.d.U. 03/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Uno scheletro di sintetizzatori fastidiosi mutuati dal passato, techno distorta e sotterranea, luci nella penombra di Berlino. Non siamo al Berghain, ma al KingKongKlub, monolitici assalti sonori. Speriamo siano abbastanza potenti da scavalcare le alpi, e a penetrare le nebbie padane. Noi seguiremo il tragitto senza dubbio alcuno. C’è anche il signor Burial Hex, marchio di qualità.

Alessandro Ferri

Luomo – Plus

D.d.U. 18/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le ore a cavallo dell’alba riportano a casa corpi sfatti su tacchi a spillo e impermeabili al vento.
Hanna è vestita in beige, rincasa coi capelli arruffati e a stento infila la chiave nella toppa; sorride febbrile mentre si specchia nel vetro del portone e si sistema la frangetta. Entra, un attimo dopo è già in doccia.
Chiude gli occhi, si morde il labbro inferiore.
Il ronzio post club permane nelle orecchie, è più forte del rumore dell’acqua che le lava via di dosso quel misto di odori e sudori rimastole come pegno. Tutto le scorre in testa: i colori glaciali, la techno-house calda e sensuale, il profumo aspro di lui mischiato a quello del tabacco, la vodka liscia al bancone del bar, la fuga e quel letto sconosciuto.
Brividi.
Gli ha lasciato il numero scritto su vecchio scontrino che aveva in tasca.
Sa già che non la richiamerà mai, la notte si è dileguata.

Federica Giaccani

Oneohtrix Point Never – Replica

Data di Uscita: 05/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Se ne rese conto con il sole invernale a scaldargli i pensieri.

Non gli importava.

Si scontrò lievemente con un estraneo davanti al benzinaio appena sotto casa sua, un tentativo maldestro di evitare l’impatto, frequente conseguenza quando due persone camminano lungo la stessa retta.

Ma, riflettè, non gli importava.

Il che era strano.. la sua indole era strana. Una personalità multiforme, mutevole, un’inclinazione a non lasciarsi scorrere nulla addosso. In molti avrebbero definito la sua vita come tormentata.. lui pensava fosse semplicemente ambizione.
Attribuì la stravaganza alla diversa marca di caffè, comprata il giorno prima.
Aveva bisogno di un nuovo vestito, uno spezzato magari, così da non essere troppo formale.
L’occasione era un premio minore che gli sarebbe stato consegnato quella sera per via del suo trattato sul potere della persuasione.
Scelse una giacca spigata grigia con delle venature marroni, dei pantaloni blu e una semplice camicia bianca con il colletto sottile, senza cravatta.
Si ritrovò a fissare i vestiti appena comprati mentre li ripiegavano, in particolare la camicia, alla quale erano stati allacciati solo la metà dei bottoni.
Non disse nulla fino a quando non ebbe pagato. Sulla soglia, già fuori per metà, si girò.

“Ho notato come abbiate allacciato solo un bottone ogni due.. non posso non chiedervene il motivo”.

La commessa finì di chiudere il cassetto dove aveva appena riposto il taccuino delle fatture, e con una ciocca di capelli che le dondolava sul viso rispose:

“A che serve?”.

Camminando per strada ripensò a quella frase. Non aveva senso..

Come “a che serve”, è ovvio, è una camicia, ci sono i bottoni e si devono chiudere..
Tutti?
Certo, tutti, altrimenti perchè li avrebbero messi?
Ragiona, è all’interno di una busta che porti dentro un sacchetto, nessuno la vedrà, inoltre ci metterai meno tempo ad indossarla.
Ma vanno allacciati tutti, tutti, li ho sempre allacciati tutti..

Mentre camminava si slacciò l’orologio e lo buttò in un cestino, senza farci caso.
Non prese nemmeno un taxi, probabilmente si sarebbe dimenticato di pagarlo.
Camminò, invece.
Arrivò vicino alla stazione della metropolitana che prendeva ogni giorno per andare al lavoro.. non aveva mai notato il venditore di fiori lì vicino. Avrebbe potuto prendere una rosa, salire all’ultimo piano ed abbracciare Beatrix, anche se non aveva molta confidenza con lei.
Non si era mai reso conto prima di quanto dovesse soffrire per la sua condizione personale dopo gli ultimi avvenimenti.. del resto, serve una persona sana per riconoscere un malato.
Solo ora, con quel senso di serenità portato ai massimi livelli, poteva capire quanto l’aggettivo “tormentato” fosse così poco adatto a descrivere la sua vita.
Non aveva bisogno di nulla, ma soprattutto, era felice.

Quando entrò nell’ampio salone dei ricevimenti fu accolto da occhiate indiscrete per via del suo abbigliamento sconveniente. Indossava i vestiti con cui era uscito la mattina, la borsa con i nuovi acquisti era stata abbandonata con noncuranza.
Si mise la mano nelle tasche, e cominciò a svuotarle man mano che si avvicinava al suo tavolo.
Come ultima cosa estrasse un oggetto rettangolare dall’interno della giacca, il suo portasigarette d’argento.
Oltre alle sue iniziali, vide un viso scheletrico riflesso sulla superficie.
Nonostante l’assenza di tessuti molli, sorrideva..
Le falangi della mano sinistra continuarono a giocherellarci ancora un po’, prima di lasciare cadere l’ultimo oggetto fisico che gli apparteneva, mentre Nassau continuava a camminare, a camminare, e a sorridere.

Filippo Righetto

Fleet Foxes @ Teatro Smeraldo, Milano (20/11/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

Il giovane guardava alla musica, la guardava dalla finestra.
Strinse la mano a pugno, la strofinò sul vetro.
Le dita fredde, rosse, gli si macchiarono di brina.
Avvicinò le mani alla bocca per scaldarsele, poi si abbassò e prese in braccio la ragazzina.
Una sciarpa di lana grezza ad avvolgerle la testa, aveva i capelli troppo lunghi.
Gli entrarono in bocca quando provò a parlare.

Cosa vedi.
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The Crookes @ Barrio’s, Milano (13/11/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

Il sole tramonta all’orizzonte e regala una sfumatura ambro-dorata al mare che s’increspa lievemente per colpa di una brezza tardiva. Ora s’incendia. È’ un rosso purpureo, ora rubino, ecco ora è di quel colore che avevano le arance che mi riportavi dai tuoi viaggi in Trinacria. Quanto erano buone. Ne sento ancora il sapore sulla punta della lingua.
Ricordo le tue mani che gesticolavano frenetiche quando mi parlavi con entusiasmo di quanto fosse bello tornare a casa. I tuoi occhi cerulei che si infiammavano ancora di più a contrasto con la tua pelle abbronzata, io ti ascoltavo rapita e non vivevo che della tua gioia riflessa.
Che cosa significa ritornare a casa? Che cosa significa trovare qualcuno che non vede l’ora di stringerti tanto forte che la tua stessa circolazione si è fermata? Ho dimenticato questa sensazione. The trouble with time is…it moves too fast when i’m in bliss.
Il cortile della scuola … la mia nuova scuola. Le ragazze portavano in faccia i luminosi segni di baci furtivi rubati su un bagnasciuga e potevi leggere l’impazienza chiaramente dipinta sui loro volti mentre cercavano le amiche. Le avrebbero presto inebetite con fiumi di parole. I loro discorsi intermezzati da qualche rossore fugace.
Il mio fardello comprendeva delle valigie semi sfatte, una nuova camera, e un disagio improvviso sapendo di dover rincominciare tutto un’altra volta. Gli inizi sono sempre i più difficili

“Take me where there’s music. I love to dance”
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Agnes Obel, Evening Hymns, Martin John Henry, Diego Morga @ Time Zones, Bari (17/11/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

Cap. I – Da qui passano i venti

La prima luce del giorno ritaglia lieve origami luminosi fra le lenzuola fredde. Cerco le tue cosce con i piedi gelidi, mi rifugio nel tuo tepore. Socchiudi le palpebre sorridenti e mi sussurri buongiorno. Come fa la gente a non andare ai concerti e vivere bene?, ti chiedo.
Hai poggiato il palmo della mano aperta sulla coperta scura, disegnando una piccola tastiera di un pianoforte. Ci picchietto su le mie dita e riesco a sentire le note dolci di un motivo malinconico: abbracciami o il nuovo giorno mi travolgerà brutalmente.
L’anima dei pianisti è sempre troppo fragile, abituata al bianco e nero dei tasti e delle fotografie di un tempo che fu. Ora non ho voglia di colori, ti fisserò le sfumature d’ombra sul viso, scale di grigi familiari.

Diego Morga

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The Orb – C Batter C

Data di Uscita: 11/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Michael strinse il pugno accartocciando quel pezzo di carta che significava la sua rovina, un cataclisma. “Contratto non rinnovato” c’era scritto, il che significava mettere tutto in discussione, ossia una rivoluzione in primo luogo interiore, per un uomo che fino a quel momento aveva fatto dell’abitudine uno stile di vita.
Paura, disorientamento totale. Il primo pensiero fu “che ne farò di tutte le mie cravatte?”.
Terrore.
Viveva in un piccolo e vecchio appartamento adiacente all’ufficio, stessa strada percorsa a piedi tutti i giorni, niente automobile, zero rischi. Il lavoro da ricercatore matematico l’aveva salvato fino a quel momento, la solitudine e i silenzi li aveva cuciti addosso da sempre. Non aveva amici e si rifugiava per tutto il tempo  nell’abbraccio rassicurante delle parentesi, le amava tutte ma specialmente quelle graffe, ché con le loro curve sinuose racchiudevano certezze sotto forma di equazioni.
Si sentì spiazzato e privo di appigli, per giunta lo sconforto e la completa mancanza di sicurezze lo colsero alle porte del Natale, e si sa, in questo periodo dell’anno ogni stato d’animo viene avvertito con maggiore intensità. Michael si ritrovò a muovere i suoi giorni nel completo isolamento, e spinto dalla ferma convinzione che per riemergere dalle sabbie mobili fosse necessario arrivare ad essere inghiottito d’angoscia fino alla fronte, decise di immolare la sera del venti dicembre alla riesumazione della propria infanzia. L’operazione-nostalgia, di impatto emotivo devastante, avvenne mediante un filmato in Super 8 registrato anni e anni addietro, diciassette minuti circa di colori caldi, sorrisi giovani, cappotti, anatre ed edifici dismessi; l’handmade dava consistenza materica ad ogni sequenza.
Questo masochismo a metà strada tra la lucidità e la folle incoscienza sfociò in pianto convulso; anche la notte rimase accovacciato sulla poltrona dispensando lacrime a profusione. La luce dell’alba decise di asciugargli il viso, il chiarore invernale lo spinse a ritrovare delle timide forze al caldo della sua vasca in ghisa colma di schiuma. Gli fece bene, ché in poco tempo indossò un completo pulito, camicia bianca, cravatta e cappotto e dopo giorni consumati in simbiosi con l’appartamento uscì, malgrado il lavoro non faceva già più parte della sua attuale vita.

Si spinse a Sud – Ovest di Londra, un’area della città in cui non metteva piede da tempi remoti. Le strade le aveva ancora impresse a fuoco nella memoria, però.
Brixton, Latchmere, ma soprattutto la vista della Battersea Power Station gli sfondarono quel cuore che credeva ormai anestetizzato per sempre. Si sedette su una panchina ai bordi del laghetto di Battersea, i raggi bassi del sole gli abbracciavano tiepidi le gambe stese, mentre respirava quell’aria insolita. Aveva timore del presente, e del futuro, ma si sentiva bene e non capiva il perché. Si tolse la cravatta.
Era la prima volta che ascoltava con attenzione i rumori intorno a sé, era la vita che stava parlando attraverso le molteplici sembianze in cui si manifestava: le anatre ancora placide in quell’acqua salmastra, i fruscii delle foglie sui rami, le persone che bisbigliavano non lontane da lui e i ragazzini che improvvisavano acrobazie sugli skateboard un po’ più in là, sul ciglio della strada, dubstep da un enorme stereo e ruote d’auto. Rimase ad assaporare queste nuove scoperte per un tempo imprecisato, poi afferrò un esile bastone in legno che trovò accanto alla sua seduta e iniziò a tracciare segni geometrici sulla ghiaia, finché un giovane, poco più di un bambino – per la precisione, gli si sedette accanto e picchiettando a terra il piede lo deconcentrò. Michael lo fissò indispettito, il ragazzo ricambiò lo sguardo con una seria aria di sfida, e si tolse le cuffie enormi che teneva alle orecchie. Notò un certo nervosismo nell’uomo elegante e composto che aveva vicino e gli chiese sfrontato: “Sei di Londra?”. La risposta arrivò dopo una lunga esitazione: “Dovrei esserlo, ma è come se avessi vissuto per anni in un microcosmo ovattato collocabile ovunque. Non riesco a collegare passato e presente. (…) Ho paura.” Il giovane sembrava disorientato dalla risposta così apparentemente sconnessa, riuscì solo a controbattere: “Non credo di capire.” Ma Michael stupì perfino se stesso quando avanzò la richiesta: “Se sei di qui, parlami tu di Londra, dimmi com’è.”
A quel punto il ragazzo gli porse le sue cuffie lo invitò ad indossarle, “Questa è Londra” – disse. Un caleidoscopio di suoni e melodie lo investì in pieno, rumori eterogenei come gli angoli di quella metropoli e carichi di vibranti emozioni come i caldi ricordi rivisti nel filmato la sera prima. Quella musica spaziava dalla delicatezza del pianoforte alle profondità del dub, fino a toccare anche i battiti elettronici della techno lanciata su binari notturni. Il risultato era struggente, intenso, ma in qualche modo oscuro anche incoraggiante e luccicante, un anello tra il passato e il futuro.
Michael abbozzò un sorriso, restituì le cuffie al ragazzo e se ne andò ringraziandolo. Trascorse il resto della giornata passeggiando per le vie di Londra in maniera del tutto casuale, qualche sosta per un sandwich una birra o un caffè e poi di nuovo in strada ad annusare l’aria e scoprire facce; quando sopraggiunsero la sera e la stanchezza decise di rincasare.

Andò per togliersi di dosso i vestiti, prima di coricarsi esausto, quando si accorse – toccandosi il collo – che la cravatta non c’era più. L’aveva senz’altro dimenticata su quella panchina, e si sorprese quando dovette ammettere a se stesso che quello che sentiva non era altro che sollievo.

Federica Giaccani

Yuck – Yuck

D.d.U. 15/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Puoi dirmi di tutto, fare di me un cumulo di carta ove scrivere ciò che vuoi. Non ho molte pretese, vuoi venire con me giù in cantina? Ti mostro la chitarra che mi hanno regalato a quattordici anni. La uso ancora, sai? Qualche annetto fa ho comprato questo distorsore di terza mano ma i vicini sono troppo irritabili, quindi lo uso poche volte e con parsimonia, quasi fosse un oggetto vietato.
Io ti dico che fa tutto schifo qui. Tu mi dici di fregarmene.

Andrea Russo

Memoryhouse – The Years EP

D.d.U. 13/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

E Denise afferrava la brezza
di Gianfranco Costantiello

A piedi nudi sul molo Denise afferrava la brezza e chiudeva la mano mentre l’etichetta del vestito stava casualmente di fuori. Un barbaglio di luce si srotolava sull’acqua, così l’estate andava e i fantasmi di cobalto se ne stavano alle spalle, in cerchio, a dischiudere le labbra come petali in balìa della brezza, ignorando gli scricchiolii ad ogni infaticabile onda. E l’America, quieta, all’orecchio bisbigliava versi, poco prima di chiudere il giorno nella scatola informe, oltre la baia.

Vladislav Delay, Azita @ Time Zones, Bari (12/11/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

– Perché Santa Teresa dei Maschi…?
– Shhh.
– No, sul serio, cos’ha Santa Teresa contro noi donne?

Le finestre della chiesa vibrarono potentemente, messe a dura prova dai bassi potenti. Orgasmicamente, B. era entrato in un vortice marino, la navata principale era ora di un profondo in cui faceva fatica a respirare e nel quale si muoveva sospinto dalle correnti. Strabuzzò gli occhi e si sforzò di tenerli aperti nonostante il buio gli intorpidisse le pupille.
Righe su righe. Quella maglia a strisce, prolungamento dell’orizzonte; le candele parallele e perfette sul lampadario al centro della volta; le poltroncine rosse allineate, morbide; i lembi del panno bianco perfettamente teso.
E su tutto questo, la bellezza del caos.
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King’s Daughters & Sons – If Then Not When

Data di Uscita: 21/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“Adesso mi siedo qua di fianco alla finestra e aspetto in silenzio il temporale” disse la signora Myers dopo aver scrutato il cielo.

E’ guardando il volo degli uccelli che l’ha capito, questo ormai lo sapevo. Non era ancora scesa una sola goccia di pioggia.
L’avrà previsto anche dagli odori dei prati qua intorno, statene pur certi. Non che dominasse quel paesaggio che circondava la sua piccola villetta di periferia americana, piuttosto lei e quella natura deformata dal dollaro respiravano insieme, parti della stessa realtà.

Mi sono svegliato da poco, devo essermi addormentato subito dopo pranzo sul divano. L’aroma del caffè inizia ad invadere la cucina mentre sfoglio distrattamente le pagine di un libro trovato sul tavolo, senza concentrarmi su nessuna parola in particolare.

Ho ancora sonno e il cielo fuori sembra davvero in procinto di scurirsi. Riesco a ricordarmi qualcosa che devo aver sognato, si tratta di due sequenze diverse tra loro che ho in mente. Nella prima scena mi trovo rannicchiato ai piedi di una scalinata in legno circondato dall’oscurità. Tremante la mia mano scivola nella tasca del cappotto e afferra una scatola di fiammiferi. Davanti a me giace un candelabro a tre braccia con una sola candela a mia disposizione. Tra spifferi gelidi di vento e i battiti affrettati del cuore mi sento come costretto ad illuminare quel luogo. Appoggio il palmo della mano contro il muro alla mia sinistra, percorro con le dita la superficie di ogni pietra che sembra comporlo. Tra le mie mani, prende vita una flebile fiamma pronta a illuminare. Chiudo gli occhi stringendoli forte, ancora per qualche secondo di buio.

Pochi attimi dopo mi vedo mentre attraverso la strada dirigendomi verso un parco, ci passo attraverso di corsa, un dolore straziante mi rimbomba nella testa. Quasi nessun lampione acceso, affretto il più possibile il mio passo. All’improvviso mi pare di vedere come delle vecchie maghe incappucciate avanzare verso le sponde di un lago con in braccio delle giovani donne completamente nude con ferite sulle braccia e sulle gambe. Passo oltre, scelgo di non uscire dal cancello dorato che mi trovo davanti, preferisco sedermi su una panchina.

Mi sdraio, davanti a me una cattedrale dalle modeste dimensioni. Schiarisce il cielo all’improvviso. Come fosse stato da sempre nella mia mente, il canto etereo e sospeso di una donna mi rapisce. Una luce dorata sembra tagliare il cielo a metà. Ritorno nel salone. Il temporale stava arrivando, era ormai una questione di secondi.

La signora Myers stese una coperta beige sulle sue ginocchia e si tolse gli occhiali da lettura.
Chiedeva silenzio. Cosa potevo fare? Mi misi ad aspettare anch’io.

Filippo Redaelli

U.S. Girls – U.S. Girls on Kraak

Data di Uscita: 03/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci sei riuscito, hai scandagliato milioni di giornaletti per trovare i vari coupon sconto offerti in giro, rigorosamente con possibilità di accumularli uno sull’altro. Felice e totalmente in estasi, pieno zeppo di pezzi di carta dai mille colori, ti dirigi con decisione verso il primo grande magazzino di elettronica.
Ammucchi i vari coupon, chiedi informazioni agli addetti delle televisioni e ti accorgi di riuscire ad acquistare una solo modello. In molti foglietti colorati non avevi letto la tragica scritta “non cumulabile”, scritta in piccolissimo in un angolino. Sei comunque felice perché hai il tuo nuovo televisore senza spendere un dollaro; non sarà ultrapiatto 1000 pollici ma ha rifiniture screziate che lo rendono vintage. Bene ci sono anche le istruzioni, scritte in mille lingue. La sintonizzazione è facile ti assicurano. Corri a casa con passo malfermo oberato dal peso della nuova macchina per le immagini, vuoi proprio vedere l’NBA, inizia proprio il giorno di Natale in questa stagione, super.
Divano, casa, nuova arrivata sul piano di fronte al divano stesso, patatine, birra scadente e telecomando. Il potere discrezionale di zapping è nella tua mano destra, togli il cellofan e ti si gela il sangue nelle vene, non c’è nessun bottone numerato sopra. Il gelo si estende a tutto il corpo, e ora?. Come funziona?, Come si accende?, Come si sintonizza?.
Ti fai forza, alzi le chiappe dal comodo divano, accendi con i minimali comandi incorporati sul bordo esterno il televisore nuovo, che ora ha acquisito un alone di mistero.
Grigiore e zero immagini, una vocina da neonato dice “Test test test”, dura dieci secondi. Respira profondamente e parte una scarica di immagini davanti ai tuoi occhi speranzosi. Tutto è ferocemente fagocitato dall’immagine successiva, tutto si muove e spodesta l’altro, confusione totale. Pubblicità di famiglie felici che partono per le vacanze, pubblicità di caramelle gommose masticate da una seducente modella, western a velocità doppia rispetto al normale, sparatorie al rallentatore, iracheni inneggianti ai Salafiti, ragazzotti di provincia che si fumano le canne in garage, primi piani sulle nuvole di fumo sopra le loro teste. Non vuoi spegnere perché la confusione crea la curiosità di sapere cosa c’è oltre, in questo caso è assuefazione al mezzo, alla velocità o solo voglia di aspettare per vedere se finalmente trovi Bulls contro Lakers. Focalizzando di più l’attenzione percepisci i suoni collegati alle immagini. Tutto, anche i momenti meno frenetici mostrano un ritmo glaciale, a tratti annegato in un mare di caramello pop che però viene corrotto inesorabilmente da un incedere difficoltoso verso isole scure e disabitate. Island Song. Distese ambientali rese snervanti da droni abrasivi. Iran Then, Iraqognized Her. Cambi di ritmo da crisi di nervi, voce ubriaca, una sorta di country industriale(?), stai pensando di spegnere?. Friendlies + Pamela + GG. Un country più coordinato ti dà un barlume di speranza, noti più pulizia tra i mille rumori assordanti, da questo punto di vista è comunque una televisione migliore delle altre che hai avuto.

Ti ritrovi sul divano con la tv spenta, il telecomando ora ha ogni bottone utile e ti sintonizzi tranquillamente sulla ESPN e inizi a sentire il boato del pubblico alla presentazione dei vari Rose e Noah e Boozer senza più il barbone, giocano in casa i Bulls.
Tu in sottofondo continui a sentire rumori strani ma non ne capisci la provenienza, prendi la birra e inizi a guardare la partita senza preoccupartene.

Alessandro Ferri

Atlas Sound – Parallax

Data di Uscita: 08/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le Avventure Acquatiche di Bradford Cox
di Stefano Ferreri

Il tempo delle sedute spiritiche è finito. L’Edward mani di forbice con il registratore ancora caldo in cameretta ha fissato a cinquecento i nastri con sopra incise ore e ore di trance, ipnotiche spirali di malinconia e gli abbracci algidi della pastorale psichedelica suburbana, qualunque cosa essa sia.
La grande casa in periferia non è più così grande e desolata. La Marfan rimane lì, congelata, ospite sgradito che non si può giubilare e condanna in via definitiva ad una vita di richiami chirurgici, sartani e betabloccanti. A farle compagnia c’è però sempre quell’intatta vocazione all’escapismo, l’arte della fuga terapeutica dalla realtà più cruda, che in principio fu gestita come ingenua celebrazione dell’istinto grazie ai detournement rumoristici (‘Let the blind lead those who can see but cannot feel’) e solo più tardi rivelò il suo altrove facendosi verbo pop in technicolor (‘Logos’). Per l’infelice teenager di Athens non si è mai trattato di un semplice passatempo o di un capriccio, e l’asserto è tanto più vero oggi che a quasi trent’anni Bradford ha scelto di improvvisarsi regista di un film intitolato ‘Parallax’. Per affrancare il vero dalla sua patina guasta, per concedersi finalmente una droga meno sciagurata o per risarcire il fanciullo dentro di sé dei tanti anni di infanzia deturpata. Nessun flash malandrino questa volta. Il volto scoperto nella locandina annulla trucchi e filosofie pretestuose, confinando le ultime scorte di romanticismo nella posa retrò del crooner e in quel contrasto di luci ed ombre colorato a pastello. Una fotografia che racconta la solitudine delle registrazioni come il solo male necessario. Senza sminuire la forza evocativa dell’immagine, è però la colonna sonora a fissare indelebilmente l’impronta. Un suono che rimpingua e trascende il rigore documentaristico degli Yo La Tengo di ‘The Sound of Sound of Science’, evitando nel contempo anche l’iperbolico teatro del grottesco art-rock dei Ween di ‘The Mollusk’, per concentrarsi solo e soltanto sulla delicata texture adamantina di uno smisurato cuore virtuale, ideale dimora dei sentimenti e set unico per le riprese. Se la stanza cantata un tempo in ‘Recent Bedroom’ era la metafora fatta dell’incapacità di piangere, adesso quelle stesse lacrime sembrano aver tracimato copiose sommergendo ogni singolo ambiente, saturandolo e preservandolo fino alla fine dei giorni. Lacrime per Trish Keenan anche, cui l’intero lavoro è dedicato, lacrime che non chiedono di morire in un fazzoletto. Chi adora struggersi con i drammoni può considerarsi esentato. Stando a quanto sostiene la 4AD nella sua paginetta promozionale, il genere è Science Fiction e non a caso forse: si parla della distanza, del siderale, per quanto nella maniera in assoluto più accessibile ed amabile. Modern Aquatic Nightsongs, potrebbe fungere da legenda per l’intera raccolta tanto è azzeccata come intestazione. Perfino il modo in cui le sue sinistre suggestioni evitano il freddo dell’abisso, o della morte, nasconde il termometro emotivo perfetto. L’avvolgente sfrigolio del pop western idrogenato di ‘Parallax’ rinnova l’impressione di un bambino perduto nel suo mondo ovattato e doloroso, anche se mai l’autismo espressivo di Bradford si era mostrato tanto indulgente e curioso verso noi intrusi. Dal suo buon ritiro placentare il giovane americano detta le morbide condizioni di un sogno: angoli smussati, bagliori in soft focus e finzioni dell’amore idealizzato. La dolcezza radiosa rievoca il chiarore mite dei Deerhunter, con il sole che per una volta non sa scaldare nemmeno una goccia. ‘Mona Lisa’ sembra il Corgan estatico del segmento ‘Twilight To Starlight’ alle prese con una cover di ‘Memory Boy’, ma i contorni restano quelli fumé dell’illusione, la meraviglia diventa fragilissima, l’effetto flou è ovunque. E ad ‘Angel is Broken’ non bastano il miglior refrain e i corridoi strumentali più plastici per sconfessare quel senso di luce solo filtrata, di lontananza, separazione e decadente malìa. Lo scaltro affabulatore del sommerso si concede con ‘Doldrums’ una danza un po’ triste nelle profondità, tra droni evanescenti, mulinelli in loop e nuance spacey in fondo risapute. Anche gli infiniti sha la la riescono attutiti nell’indicibile fossa delle Marianne domestica di ‘Praying Man’: l’armonica non porta sangue e non porta ferro, ricorda il sibilo inoffensivo di quando si penetra il mare in cerca di uno scheletro di riccio violaceo o di un’orecchia di madreperla, e si viene delicatamente rapiti dall’acqua. Il presente, suggerisce allora Cox, è una Terra Incognita per esplorare la quale non servono mappe, né atlanti, e ci si deve abbandonare al piacere del naufragio. Senza paura, perché i titoli di coda hanno a sorpresa il colore della speranza. E senza più esorcismi o diavolerie di sorta, con tutta la naturalezza di cui si è capaci. Come l’onda che muore nella sua schiuma abbracciando finalmente una spiaggia deserta, sotto la luce paziente della luna e di tutte le stelle.

M+A – Things.Yes

D.d.U. 15/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Criniere, specchietti, treccine. Ruotano, ruotano.
Sorrisi e zucchero filato, polaroid d’ambra e avorio.
Il piede destro della ballerina ancora non sa quanto freddo sia il pavimento, continua a danzare nel tutù sdrucito, sulle note del carillon; la macchina di latta non ha più la molla, cuore meccanico dei suoi ingranaggi rugginosi e il corno del grammofono, conchiglia di ninna nanne d’altri tempi, ospita un nido di rondinini.
La vecchia scatola di scarpe coperta da pastelli rossi di cuori spigolosi conserva ancora ritratti ingialliti della nostra innocenza più bella.
Il pulviscolo danza nei minuscoli spettri di luce che punteggiano la soffitta, prende per mano i miei ricordi sorridenti e volteggia.

Annachiara Casimo

Other Lives @ Tunnel, Milano (08/10/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

A volte non riesco a credere di trovarmi proprio qui. Una gentile vibrazione nella tasca dei miei pantaloni è la prova inconfutabile che il mio assistente esiste e cerca di raggiungermi inutilmente da una decina di minuti, una specie di record. Una volta le pause pranzo erano sacre. Mi piaceva passarle a rimirare il mio riflesso nei muri specchiati, come un moderno Narciso che assapora dall’alto l’estasi del potere. Debolezze da analyst intern, associate, vice-qualcosa …  Ho amato le grandi responsabilità, il rispetto guadagnato al prezzo di notti insonni, e quella tremenda esaltazione febbrile della gioventù quando pensi di avere il mondo ai piedi. Quotidianità nutrita da un accomplishment dopo l’altro…parola fin troppo radicata nella mia tradizione familiare. Non che fossi l’unico o il più brillante sia chiaro.
But it feels like forever on the run.
E’ bastato un nonnulla.
I had took the long way. I was in the heat. I don’t mind I’m so far away.
(altro…)

Tycho – Dive

Data di Uscita: 15/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Dive!
di Marco Caprani

A walk.

Lentamente, cerco di raggiungere la cima della scogliera… a piccoli passi contro il tempo quella punta s’avvicina, tra i cespugli, i sentieri erbosi pettinati dal vento e la terra arida, sabbiosa e rossa, asciugata da una giornata di sole intenso ormai quasi trascorsa.
Ormai è mia, ci sono!

Hours.

Il piede s’inarca e la gamba è tesa, la forza si scarica, il mio corpo protende in avanti, le mie braccia si aprono completamente, i miei occhi si chiudono: lo stacco e il mio lancio e poi l’abisso ai miei piedi…
Una sensazione divina e una melodia si schiude nell’aria immobile e m’avvolge con suoni stupefatti, sospeso nel vuoto a 3 secondi dall’acqua del mare, immortalato nel vento: gli attimi in ore e i pensieri come romanzi di Joyce…
Libidine pura.

Daydream.

In caduta libera a testa in giù, volo sopra le onde bagnato dagl’ultimi raggi di sole: scintillii e colori pastello, ritmi smussati e aerodinamici accompagnano le mie movenze.
Da lontano: un corpo che cade nella fotografia tridimensionale della sua vita: una lunga esposizione infinita, un flash bianco di luce in uno spazio di marmo e intanto la roccia di mare si trasforma in sabbia, l’acqua evapora e condensa sui corpi e tantissima nebbia, una fusione tra cielo terra: un grido sordo, un’esplosione particellare.
Il contatto col liquido, il gelo…

Dive!…

Ascension.

Era da tempo che volevo farlo… un tuffo nell’infinito, al morire del sole, nelle ombre delle nuvole specchiate sull’oceano, in quel freddo frizzante che mi tiene vivo. I brividi sono ovunque sulla pelle.

Epigram.

Riemergo e mi distendo sopra una roccia, sta per arrivare quella che i fotografi chiamano “l’heure bleue”.
Ripenso all’emozione e non so perché, ad un uomo che una volta seppe suggerirmi una musica e raccontarmi una melodia tra la luce e l’ombra, tra gli schizzi dell’acqua di mare.

Suono C – Fobetore

Data di Uscita: 07/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Si era fatto buio e la candela era ormai poco più che un mozzicone. La inclinai e versai qualche goccia di cera sulla superficie fredda del tavolino, poi ne presi una nuova e la fissai su quella base morbida e calda.
Dopo aver estratto un fiammifero e averlo strofinato sul bordo ruvido della scatola, avvicinai la fiamma allo stoppino ancora vergine.
Passarono alcuni secondi prima che sembrasse aver attecchito. Spensi d’impulso il cerino ormai consumato per timore di bruciarmi i polpastrelli ma, appena la nuova fiammella non venne più alimentata, s’affievolì spegnendosi.
Dalla finestra socchiusa, il vento s’insidiava nella stanza con dei sibili oscuri e mi accarezzava il collo, gelido. Ebbi un sussulto di timore, sporsi la testa appoggiandomi agli infissi e fui travolto in pieno viso dalla velocità dell’aria. A meno che non fossimo entrati in una galleria senza che me ne fossi reso conto, la notte era una cappa di fuliggine impenetrabile. Nonostante strizzassi gli occhi nel tentativo di percepire i contorni del paesaggio attorno, non riuscivo a vedere nulla che non fosse quel nero asfissiante.

D’improvviso un cono di luce si stagliò prepotente nell’aria. Non so dire come ma mi ritrovai un lembo di lenzuolo stretto attorno al collo e la fronte madida. Nel ventaglio luminoso che s’era ricreato sulla parete scorrevano danze lievi di ombre cinesi, accompagnate dalla melodia soffusa di un pianoforte.
Una voce ronzante raccontava una fiaba, ne ero certo nonostante non riuscissi a distinguerne le parole.

La porta di fianco al letto si spalancò. Fui travolto dal frastuono della strada, le auto sfrecciavano, i bimbi piangevano, o ridevano, non so. Riuscii a distinguere il lamento malinconico di un flauto, mi sembrò capace di ipnotizzare tutti i rettili del pianeta. Da bambino guardavo per ore lo stesso identico cartone animato: un uomo in turbante, carnagione scura, soffiava dentro un flauto a tre fori mentre, dinanzi a lui, un lungo serpente sbucava da una cesta di vimini.
Mi resi conto che le punte della dita mi si stavano riscaldando inaspettatamente, abbassai lo sguardo e mi vidi sbuffare dentro un flauto puntellato di infiniti fori. Tentai di fermarmi: non ci riuscii.
Il cono di luce ora rifletteva il viso di mia madre, stilizzato con tratti leggeri violacei. Piansi, e ogni lacrime che mi cadeva sulle guance rigava l’ombra della sua faccia che a contatto con l’acqua si sformava, quasi fosse d’inchiostro. Solo quando riuscii ad avvicinarmi, mi resi conto che quelle che prima m’erano parse linee rossicce, non erano altro che file interminabili di formiche disposte a disegnare lineamenti di donna.
Mi ritrovai il corpo completamente coperto di formiche. Urlai e mi si riempì anche la bocca.
L’ossigeno intorno diminuì all’improvviso, i muri mi venivano addosso con fare incalzante. Li toccai, li sentii freddi, metallici. Presi a batterci contro con i pugni, puntando i piedi. Non cedettero. Non riuscivo più a muovermi.
All’esterno, il flauto era soffocato dai rumori.

Non ho idea di quanto tempo passò prima che riuscissi a riprendere conoscenza ma sono certo di una cosa: aperti gli occhi,  distinsi subito due mozziconi di candela su un tavolinetto coperto di cera.

Annachiara Casimo

Work Drugs – Aurora Lies

Data di Uscita: 07/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Cara Renée,
oggi la città è color magenta.  Son stanchissimo, dieci ore fuori casa e ho nelle narici ancora l’odore di tutta la gente che ha oltrepassato la porta dell’ ufficio, del mio pranzo giapponese freddo e così ben decorato che quasi mi dispiaceva mangiarlo, e delle auto in Madison Avenue. Ho comprato una pizza con carciofi e cotto per cena, non ho acceso alcuna luce e mangiucchiavo i bordi ascoltando i Röyksopp.  Kira miagolava ancora prima ch’entrassi, ha inciso dei graffiti sulla porta; come siamo primitivi! Gli manchi. A me no. Piuttosto ti desidero. Desidero la tua presenza, desidero ascoltare la tua voce, desidero guardarti mentre sorseggi il tè , porti avanti il piede sinistro sulla punta, ti si appannano gli occhiali e sorridi.
Ho comprato un nuovo maglione da indossare quando ci rivedremo, così potrai affondare la guancia sul mio petto che ti suonerà tante melodie monotone e monotòne  e poi danzeremo, mentre ti solletico i fianchi. Poi gonfierò la guancia sinistra su cui mi darai un bacino lungo minuti, poi  piangerai prendendotela con le teorie sul romanticismo della lontananza e delle distanze oceaniche.
Ogni sera da sei mesi, vado a dormire con l’immagine di te nello schermo ad intermittenza mentre le palpebre si chiudono, il tuo viso umido di malinconia e lo sguardo a proiettare tridimensionali pensieri che sono anche i miei e che custodisco.
Il sogno d’averti qui diventa incubo che sfogo soffocando il cuscino e facendo a pugni con l’aria.
Maledetta aurora che con il suo silenzio mente e non lascia andar via i mostri di ieri che son anche i mostri di oggi e domani, sempre presenti come shinigami pazienti e buoni.

inside, dreams last forever
outside, you’re still the one I need

Caro Mark,
Berlino è fredda  anche oggi. Di questo passo  non avrò bisogno di creme idratanti e supererò il gelo nel cuore con disinvoltura. M’alleno ogni giorno, lo sai. Ho un’ottima resistenza seppur precaria.
Ho aggiunto una tazza viola alla mia collezione, è in ceramica ed è a forma di margherita che a dirsi non entusiasma, ma ha le foglioline come presa. L’ho comprata al mercatino turco, insieme a delle mele buonissime e dei lamponi insapore ma grandi come quei cioccolatini ripieni ai cereali che m’hai portato l’ultima volta.
Natale s’avvicina, che ansia, eh?! Qui le luci si son accese da Ottobre, sono tutti impazienti.
C’era una mostra al Musikinstrumenten-Museum, ho fotografato delle chitarre pazzesche! Ce n’era una fatta completamente di specchi. Pensavo a tutta la sfiga delle note prodotte, alle canzoni sfortunate, al nostro amore per i gatti neri e per i numeri tra il 13 e il 17 compresi.
Ho ripreso a scrivere, seppur con fatica. Ho pensato che quando tutte queste parole riusciremo a dircele piuttosto che a scriverle sarà bellissimo. L’ho pensato e lo penso spesso, ma ieri non m’hai detto niente e mi guardavi e riuscivi solo a stento a salutarmi e avevo bisogno invece che mi abbracciassi e mi spiegassi perché t’è difficile separarti da me.
Come sono egoista. Quanto mi piacerebbe smettere d’esserlo.
Anche tu mi manchi poco, piuttosto m’appartieni e mi sento al sicuro. Mi appartiene il tuo corpo, mi appartengono i tuoi dischi e le tue mani, grandi bellissime, ruvide e delicatissime.  Mi appartengono i tuoi concerti e gli sguardi non occasionali tra un accordo e una goccia di sudore sul palco che cade a forma di cuore, lo stesso che non vorrei mai veder stampato su un pigiama o su una t-shirt. Mi appartiene il tuo spazzolino. Quello ce l’ho qui davvero.
Tesoro mio, l’insistenza di questa attesa mi consuma, vorrei esplodere nell’entusiasmo d’un abbraccio e prepararti un caffè la domenica mattina che è già ora di pranzo, e andare poi in un ristorante cinese, ordinare spaghetti di soia con verdure e sfidarci in bravura con le bacchette.
Amore mio, l’aurora inganna anche me con le sue sfumature mutevoli e le camaleontiche scenografie; il mio cuore si ferma nell’attimo tra il nero e l’azzurro, la sveglia suona e i sogni e gli incubi non finiscono mai.

Riuscire ad amarsi oltre i vetri e gli oceani e gli orologi, oltre i cali di tensione e i problemi tecnici delle compagnie telefoniche, oltre i chilometri in scala su carte geografiche colorate ad illuderci che basta un righello per tracciare la linea del nostro sceglierci ed esserci scelti.

Preparami la colazione, domani è domenica, io porto il caffè.

Ilaria Pastoressa

David Lynch – Crazy Clown Time

Data di Uscita: 08/11/2011

Un breve ascolto, durante l’uscita

Ore 22:00 – Aspetto tutto il giorno e poi…

Ho cenato da quasi cinque ore. Ogni giorno – chiuso in questa stanza bianca, con un armadio biancastro, su un letto biancastro e un altro degente alla mia destra – attendo la sera per prendere finalmente sonno e non sentire più il dolore scorrermi lungo le gambe, oltrepassare lo stomaco e arrivare dritto in testa. Tachidol in bustine, però, potrebbe fare effetto.

Ore 00:00 – I lampioni creano chilometriche dita di luce sui vetri

Macché, il sonno proprio non arriva. Alla mia destra sento russare profondamente. Vorrei alzarmi ma ho una gamba fuori uso e le stampelle sono cadute, non riesco a prenderle. Non voglio chiedere aiuto, quell’infermiera è così scorbutica. E poi cosa dovrebbe dirmi? “Prego, ecco le sue stampelle”? Ma no, è questa l’ora in cui ti impongono soltanto di dormire.
Fuori sento le moto schiamazzare beffarde, e la luce dei lampioni riflette sui vetri creando magici giochi di specchi e…

Ore 02:00 – Conosco già questa canzone

Credo di aver preso sonno, quel che è certo è che ho visto sbucare dall’armadio un dinosauro, o forse era un drago. Mi fissava e urlava. Ruggiva e mi fissava. Venne a trovarmi anche un’altra volta. Potevo avere otto o nove anni e in quella circostanza sbucò dal frigorifero. Ricordo che piansi e urlai a mia volta.

Ore 03:00 – Giochi olimpici

No, mi terrò la coscienza di questo dolore. Ma non prenderò sonno, no. Odio quel fottuto mostro della mia psiche. Cosa vuole da me?
Passo il tempo fissando il vuoto cosmico creato dal buio. Oppure creo bolle di saliva cercando di trattenerle finché non scoppiettano, quindi di volta in volta stabilisco nuovi record. Ottantatre secondi, questo il mio record.

Ore 04:00 – Maschere greche

La notte è proprio interminabile. Nonostante i giochi più disparati per ingannare il tempo (quello delle bollicine di saliva è soltanto una delle svariate imprese eroiche notturne, delle svariate discipline parasportive di questa olimpiade alternativa nella mia mente), è ancora il buio più nero a farla da padrone.
A un certo punto mi ritrovo su un tavolo da casinò. Un dado rotola, rotola, rotola ma nessun numero dall’uno al sei viene estratto. Il dado non cessa di rotolare sul tavolo ora verde ora nero del casinò. Gli scommettitori sono disperati, le loro facce hanno la grottesca espressione delle maschere di una tragedia greca.

Ore 05:30 – Buonanotte

Comincio a scorgere i lineamenti della sedia, quelli del letto, della maniglia della porta. La notte toglie gli ormeggi e porta via con sé il suo tabarro adagiato sul mondo intero. Certo che il tempo deve essere proprio uno scherzo di chissà chi. Adesso ho una gran voglia di dormire.

Andrea Russo

Vladislav Delay – Vantaa

Data di Uscita: 28/11/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Giorno 140

Nella stanza dei codici ritaglio nastri di comunicazione. Ho distrutto tre macchine di calcolo e diversi oscillatori ma sono sulla strada giusta. Alla “Raster-Noton-Archiv für Ton und Nichtton” mi hanno dato fiducia. A me basta questo. Ambient dimesso, elettronica nebbiosa, dub scostante, field recording, dicevano questo del finlandese biondo trapiantato a Berlino. Non è sufficiente.

Giorno 256

Niente più avant-jazz industriale, gli equilibrismi sull’autocarro non mi stimolano più. E’ il mio decimo atto e ora c’è tutto, la mente e il cuore.

Giorno 511

Il mio manifesto programmatico: comporre un album che suoni naturale, pur essendo frutto di complesse manipolazioni elettroniche. Da giorni non mangio altro che spaghetti istantanei.

Ultimo giorno

Innumerevoli frammenti di suono entrano in contatto con l’aria, con le pareti della stanza, col cibo in scatola. Un’intera industria di suoni originariamente gravi, rozzi, inutilizzabili, sono ridotti a raffinati micro frammenti che si incastrano in melodie ripetitivamente eleganti. Nasce la melodia, è una rappresentazione pulsante e viva di me.

Maurizio Narciso