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Zola Jesus – Conatus

Data di Uscita: 04/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Émile Zola & Jesus Christ
di Alessandro Ferri

La storia ci parla di una musa prima nera e scura e ora candida e velata, come un fantasma, non di certo come un angelo. Potrà scocciare gli ideologhi delle sette più intimiste di ascoltatori abituati a misurare la qualità con il metro del “meno siamo meglio è”, l’idea del gruppo elitario che non si lascia corrompere dal mainstream e resta duro e puro. Concetti inquietanti e senza forma, baciati dalla retorica più povera, mica quella dei sofisti, i “maestri di virtù”.
Qui stiamo parlando della trasformazione devozionale, di un amore che appunto è in grado di trascendere, una devozione appunto. Non ci sono tradimenti.
Siamo nel 2011, che piaccia o no tutto è fluido e in movimento e il flusso dei significati crea strade infinite di senso. Noi non siamo contenitori passivi, tutti gestiamo qualcosa in continua trasformazione, in continuo movimento; spesso o sempre questo flusso è diseguale e allora si può trovare qualcuno impegnato a lagnarsi.
La storia è alla fine una storia d’amore, come spesso accade è così.
La storia è una storia di apertura non condizionata, ci si apre verso l’ascolto e in direzione si pone l’orecchio per cercare di percepire qualcosa. Rendere omaggio e dedicare. Siamo di fronte ad un amore messianico, di attesa, diverso da quanto abbiamo imparato dai libri. Resta un umore cupo, magari squarciato da lampi argentati; resta il lato dark, quello nato negli anni 80’ dall’angoscia nera mista alla New Wave, già angosciosa di suo.
La storia è una storia che ci mostra la modernità, di un nuovo messia ora spettrale e lucente, capace comunque, con il suo stile unico, di attirare, grazie a veri e propri inni. La capacità maestosa di rivisitarsi e di mantenere la coerenza, di scrivere emozioni e di giungere ad un pubblico più numeroso. La standardizzazione, ammesso ci sia, non è per forza una parola da bollare come “peste”, dipende molto da quale è lo standard, quale è il modello.
La storia è anche una storia di ricordi, di motivetti piuttosto zozzi e pieni di rumori di fondo glaciali e agghiaccianti e assordanti; sentimenti urgenti ed esplosioni scurissime. I primi passi mossi dai Profeti sono sempre così, difficoltosi, accolti come fuorilegge; a tutti è successo, basta leggersi qualche buon manuale di storia delle religioni. Religione altra parola spesso bandita, senza capire che permea, consapevolmente o inconsapevolmente tutto.
La storia non è più una storia, non si riduce più alla musa, all’apertura non condizionata, alla devozione, all’amore, ai ricordi e alla modernità. Di più, qui ci troviamo di fronte ad un solco nel terreno. Un solco che si allarga, ingloba, richiama, calamita, trasporta un numero sempre maggiore di persone nel vortice. Dal mondo dei rumori sferzanti e scheletrici ad un mondo nuovo, con le stesse radici. Lei ci richiama con la sua voce, crea, condivide la sofferenza, la profondità, l’enfasi ci tiene con Lei. Il mormorio iniziale e lugubre di “Swords”, la svolazzante batteria di “Avalanche” ci riporta ad un passato reso meno contrastante, epico comunque. Pop elettronico in disuso, un apocalisse bianca in grado di promettere sensazioni migliori. Sintetico e corda di violino, tutti potranno seguire questi segnali genuini, privi di costruzioni forzate. Il battito di “Ixode” ci stringe, una litania autunnale sofferta che ci ricorda il platino. Archi, pianoforti, minimale intimità per noi. La pelle fino al collasso. “Skin” & “Collapse”.
Algida e aperta a nuovi territori, multiforme, musicista completa.
Questa è una devozione senza tempo.

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