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The Field – Looping State of Mind

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“Alex, you know there’s only one way we’re going to end all this. […]”
(Dan Curtis, “Night of Dark Shadows”, 1971)

The End, la fine: sarò superficiale, ma anche sforzandomi non riesco a coglierne l’aspetto.
C’era l’illusione di un punto di approdo Alex, di un arrivo. Avremmo dovuto scorgere una conclusione, ma le mie presunte certezze vacillano. Ci vedo camminare senza sosta alcuna lungo questo nastro di Moebius e mi chiedo se i miei piedi saranno sufficientemente resistenti per percorrere la traiettoria un’ennesima volta, se mi verranno i calli sui talloni, se sanguineranno. Percorsi già vissuti e un eterno deja-vu martellante, asfissiante.

Looping path.
Looping state of mind.

Tu mi richiami all’ordine e mi inviti a riflettere sui cambi di prospettiva, sulle quasi impercettibili variazioni del suono di volta in volta. In effetti alle mie orecchie stavolta attente e sospese arriva una mutevolezza nuova, delicata. Se mi pregassero di utilizzare un’espressione sintetica per descrivere ciò che percepisco, non potrei che propendere per “solidità soffice”. Un ossimoro, non biasimarmi ma non vedo alternative. Da una musicalità corposa diramano milioni di scie in dissolvenza, anch’esse tracciano disegni che ripiegano su se stessi, e poi schizzano lontano, curvano e tornano indietro.
Ti avevo addirittura proposto tempo fa di imparare a suonare la batteria per animare i samplers di nuovi colori tangibili, ancora ricordo l’esplodere della tua risata e il dito puntato contro. Alla fine non avevo poi tutti i torti quel giorno, ora respiri anche tu necessità di virate analogiche.
Sì, sono queste le variazioni a tre anni di distanza. Ad occhi chiusi a cavallo del loop ci si accorge eccome, e se a momenti ci viene naturale procedere correndo e ballando – It’s up there – in altri istanti ci ritroviamo intrappolati in un’ipnosi glitch e ci blocchiamo rallentati in estasi – Burned Out, Arpeggiated Love. Fascinazione nuova, forte come accadde quella notte lontana mentre ti conobbi a quel club, entrai su Everday e annullasti d’istante tutto il resto. Ora quella techno pura non esiste più, ma la folgorazione permane, d’altra parte avevi promesso (a me e non solo) che From here we go sublime! Ti seguii rapita anche gli anni successivi, dancefloor stavolta intervallati da parentesi più intimiste (Leave it vs Everybody’s Got To Learn Sometime), beat come costante di fondo però, Yesterday and today. E i loop.
Persa nelle reti dei ricordi ricomincio a seguirti nelle traiettorie odierne, emozioni corpose, distillate. Un andare e venire continuo. Sei troppo veloce per le mie gambe affaticate, tento invano di afferrarti un braccio ma sembri dissolverti.
Blackout.

****

Suono insistente della sveglia, addio dimensione onirica, buongiorno mondo. Le cifre abnormi dell’orologio mi trafiggono le retine al buio, premo l’interruttore della grande lampada sopra di noi. Poi ti svegli anche tu e intuisci che quella luce improvvisa equivale a violenza, la spegni tu per me, preferendo il fioco bagliore dell’abat-jour. Proiettiamo le ombre delle nostre mani sulla parete spoglia, dita grigio/nere su fondo caldo chiaro. Una tisana calda al limone della sera prima e i miei libri di letteratura americana sul comodino. Chiudiamo gli occhi e il bianco prevale sul nero, battiti ovattati di estrema delicatezza ci sfiorano le spalle come la neve cadeva al mare sui nostri cappotti, di inverno. Then it’s white, solo una voce piena riecheggia da lontano e un pianoforte malinconico. Stoicamente ti scopri dal piumone e decidi di alzare le serrande di un grigio mattino già avanzato, mi copro gli occhi investiti di luce sgradita. Gesti analoghi dalle finestre di palazzi contigui, Stoccolma si mette in moto pigramente tra luci caliginose e acqua del colore del ghiaccio.
In fondo al letto raccogli i fogli accatastati in questi giorni, abbiamo passato ore a rendere omaggio alla matematica tracciando loop in maniera ossessiva; ovunque capitava imprimevamo il segno dell’infinito, sui quotidiani, su quaderni, sulle nostre mani, perché la tua convinzione ti porta a pensare che non esiste definizione migliore per il tuo lavoro.
E adesso Alex sei davanti a me e continui a tracciare idealmente quella traiettoria magica davanti ai miei occhi, poi mi appoggi sulle gambe l’ultimo pezzo di carta vuoto che riesci a trovare, mi passi un pennarello rosso e tenendomi la mano disegniamo quel simbolo insieme. Mi abbracci, sorridi e mi sussurri “Sweet, slow, baby”.

Federica Giaccani

One Response to “The Field – Looping State of Mind”

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