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Future Island – On the Water

Data di Uscita: 11/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Jaco era seduto sulla roccia nuda in riva all’oceano. Aveva il mento posato sul dorso della mano, lo faceva sempre quando pensava alla musica e doveva raccontare a qualcuno le sue riflessioni. Le dita quasi tremavano, lo sguardo lapislazzuli basso, a contemplare la sabbia che ricopriva i piedi e nascondeva la strada fatta sino ad allora mimetizzando i movimenti nella pausa temporale che stava vivendo in quel frangente. Le onde erano piuttosto indiscrete, lui zittiva sempre il mare con i suoi pensieri e il mare stesso era così rispettoso da appianare il suo moto perpetuo, quell’ondeggiare ipnotico di idrogeno ed ossigeno, ossigeno ed idrogeno.
Non c’era vento eppure il silenzio faceva rumore, il cielo era incolore e Jaco canticchiava una canzone.
AH, IL MARE- mi diceva sempre.
Gli scattai una foto e gli proposi d’andare a sorseggiare un caffè.
Guardava fuori dalla finestra del bar, mi sorrideva e nonostante il suo sguardo meticolosamente seguisse un gabbiano in lontananza, sapevo che non m’avrebbe parlato mica di studi ornitologici ed affini.
-Voglio lasciare il gruppo- mi disse.
Non ne fui sorpresa e non dissi nulla a riguardo, inizialmente, piuttosto speravo che continuasse.
-C’è qualcosa che non va, la storia s’è fermata, non c’è più intesa, gli strumenti seppur accordati non vogliono suonare, io voglio ALTRO-
-Altro, un po’ la nostra migliore utopìa. Avere dell’ALTRO, l’ambizione sfacciata ed umile al contempo nel secolo del TUTTO. Hai ragione – gli dissi – Ti vedo spento, le tue dita scalpitano e il tuo basso t’aspetta ma non sei con le persone giuste nel tempo giusto.
-Ci sono persone giuste e tempi giusti?- replicò.
-No, forse no, nell’assoluto, ma per ogni persona sì. Ci sono relazioni e momenti, confronti e situazioni che in qualche modo, a mio parere, possono determinare la crescita di un individuo, la sua libertà espressiva e la creatività, nonché serenità-

Io lo invidiavo, oltre che stimarlo. Era un ragazzo che non conosceva banalità, profumato di mistero e attento ad ogni parola. Lo slogan morettiano di Palombella Rossa credo fosse un implicito ed inconsapevole manifesto del dialogo, il suo, “le parole sono importanti”. Quando discutevo con lui ne ero inizialmente spesso intimidita, consapevole della mia confusione che s’andava poi ad esplicare con sgrammaticati flussi di coscienza; poi stabilivo un’intesa con quel suo maledetto sguardo saggio, quasi ipnotico e in altri momenti così ingenuo.

-Cosa farai? Hai progetti?- Continuai.
-Fin troppi, ma ho in mano un pugno di sabbia e nient’altro. Devo ripartire, da qualche parte e per questa musica.-

Quella musica, la sua. Lui era quello che sapeva “d’un campo di grano” e di tutto il resto, la cui collezione di dischi era discreta e particolarissima. Muoveva a tempo la testa con motivetti jazz quando si sedeva alla sua scrivanìa sempre troppo vuota per tutte le cose che studiava ed approfondiva, a Settembre si rallegrava con gli Earth Wind e Fire e sorseggiava birra bionda come se stesse seducendo una donna, con eleganza surreale. Quanta poesìa.
L’avevo visto suonare in più occasioni e m’aveva fatto sempre sorridere la sua espressione, portava avanti il labbro superiore durante il cambiamento di nota e con paterno fare solleticava le corde del suo strumento portato al petto, vicino al cuore. Non a caso.

-Il mare si sta agitando, finalmente una tempesta. Sarei voluto venirci la scorsa settimana ma non ho potuto. Questa impotenza, questi mancati appuntamenti col volere, ecco cosa mi irrigidisce. Il tempo mi batte continuamente, genera malumori e inizio a non fregarmene nulla. È tutto un gran casino.-

Mentre tentava di farmi queste confidenze, lasciava che le mani strofinassero i pantaloni in un gesto d’impazienza; mi sembrava d’essere nell’attimo che precede lo scoppio d’un ordigno; il cielo sovrano, le nuvole tranquille, la gente che non ci guarda inconsapevole, il barista affannato a soddisfare le ordinazioni e me, lui, le nostre parole, l’indecisione.

– Ti sbagli. La tua rabbia nasce dall’interesse spropositato per tutto, dalla tua voglia di rivincita sui tentativi fatti fin’ora. Fermati un attimo e guardati. Devi solo approdare alla consapevolezza che meriti una vita fatta di chiavi di basso e pentagrammi, di grandi palchi e riflettori. Non contano gli spettatori per il musicista umile e profondo che c’è in te, conta esserlo e basta.-

Com’era modesto.
-AH, IL MARE! – rise espirando, come se lo spettro dell’impotenza avesse lasciato quel corpo per farsi un bagno nell’acqua fredda di Novembre.
-Andiamo, s’è fatto tardi-

“Datemi la penna

Datemi la spada

Lasciatemi tagliare via le tenebre […]

Cantiamo un canto di bellezza come prima.

Dacci il vento, dacci la tempesta.”

Give me the pen
Give me the sword
Let me cut away the darkness, and pin it to the wall
Let us sing a song of beauty as before
Give us the wind, give us the wind
Give us the storm

Ogni musicista è come il mare, dolce e trasparente nel suo fare musicale.
Ma è col vento che riprende a far tempeste di melodìe,
riuscendo poi ad esser per sé la canzone ch’egli vuole.

Ilaria Pastoressa

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