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Simon Scott – Bunny (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 07/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Skandalopetra
di Andrea Russo

Liberamente ispirato dalle gesta di Georgios Haggi Statti.

Georgios Haggi Statti
aveva un rito prima di immergersi:
si sciacquava le mani e la bocca
con l’acqua del mare.

C’era una volta un pescatore di spugne del Mar Egeo che riusciva a immergersi sott’acqua per oltre sette minuti e a raggiungere decine e decine di metri di profondità. Georgios – questo il suo nome –  era diventato con gli anni il più famoso pescatore di spugne dell’isola di Simi.

Un giorno, una grande nave italiana navigò le acque limpide dell’Egeo ma nel tentativo di ancoraggio si spezzò la catena e così l’ancora andò giù, giù, giù nelle buie profondità del mare.
La notizia si sparse rapidamente sull’isola di Simi, nel cui porto aveva cercato di ancorarsi la famosa nave italiana. Il capitano di bordo, un uomo alto e barbuto, ordinò subito ai suoi uomini di cercare qualcuno in grado di recuperare la preziosa ancora prima che fosse troppo tardi.
Gli abitanti dell’isola di Simi non ebbero dubbi. Soltanto Georgios era in grado di riuscire in un’impresa così ardua: recuperare un’ancora a oltre ottanta metri di profondità.

Tuttavia il dottore di bordo nutriva molte perplessità su Georgios. Il “coniglio” di Simi – così lo soprannominavano a causa dei suoi grandi baffi e dei suoi denti che lo facevano rassomigliare ad un coniglietto – aveva una corporatura troppo esile, un buco ai polmoni, un timpano rotto e l’altro quasi completamente perduto. Infine, visitato dal medico, non riusciva a trattenere il respiro per oltre quaranta secondi. Come poteva riuscire in un’impresa del genere un uomo dal fisico assolutamente inadatto? Eppure, diceva Georgios:
«Giù, giù, giù è tutta un’altra faccenda. Non si sente più nulla se non il peso di tutto il mare premere sulle spalle. Se l’acqua è abbastanza chiara si riesce anche a vedere, non è detto che a ottanta metri sott’acqua sia tutto buio. Ce la faccio, ripeto, ce la faccio. L’ho fatto tante volte, e giuro sui quattro figli che ho che vi riporterò la vostra ancora».
Nessuno a bordo della nave italiana gli credeva ma, tant’è… non avevano nulla da perdere e in fin dei conti erano tutti molto incuriositi da quell’ometto coi baffoni e i denti da coniglio.

Arrivò il grande giorno. Georgios gettò un sguardo verso l’altra sponda; le case erano allineate come giocatori di una squadra di calcio in posa. Il sole picchiava forte in testa ma, nonostante tutto, la folla era accorsa numerosa, tra il molo e il porto, ad assistere all’evento della giornata.
E così si immerse, e per gli isolani di Simi quelli furono i minuti più lunghi della loro vita. Georgios aveva rifiutato mascherina e tuta e si era immerso soltanto con una pietra di ardesia legata ad una corda controllabile in superficie. Gli erano familiari quelle nuvole d’acqua formate dal suo passaggio. L’ancora era lì, la avvertiva. «Eccola!», esclamò elettrizzato fra sé e sé, e agganciò un cavo d’acciaio ad una marra dell’ancora che finalmente ritornava alla luce. L’ancora era tornata alla luce!

Un boato di gioia ed esaltazione accolse Georgios quando riemerse dalle buie profondità marine. Provato, stremato dalla fatica, ebbe solo la forza di fare un cenno con la mano e sorridere al dottore di bordo che non avrebbe scommesso mezza dracma su di lui.

Georgios aveva un rito prima di immergersi: si sciacquava le mani e la bocca con l’acqua del mare. Il suo mare.

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