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Archive for ottobre, 2011

Still Corners – Creatures of an Hour

Data di Uscita: 11/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

UN’ESTATE SENZA FINE
di Gianfranco Costantiello

Quest’estate finirà, ogni cosa avrà la sua fine.
Quando t’ho incontrato ho creduto che la bellezza del tuo viso e delle tue labbra avrebbe colmato per sempre il vuoto della mia anima.
Quando guardo adesso il tuo viso, e le tue labbra, adesso che sono diventate fredde, estranee, comprendo che tu sei stato un pezzo della mia vita …
tu non sei diverso da questo mondo, tu appartieni a questo mondo – –

Un alito di vento investì Greg e una fronda di capelli cadde a coprirgli la fronte. Avrebbe voluto avere capelli più lunghi, che gli coprissero gli occhi. Le parole di Tessa –- le aveva davvero pronunciate lei, era quella la sua voce ? – s’insidiarono come un ronzio nelle orecchie fino ad invadere la mente, già confusa. Una grossa vu piumata di bianco squillò nell’aria e lui sollevò il capo in un grido rappreso in fondo alla gola che diceva portatemi via, portatemi via. Altrove. Che pena.
Poi lo sguardo ricadde al suolo – le impronte di lei sulla battigia, defilata, con le braccia stagnanti lungo il corpo e gli occhi inafferrabili -, i piedi toccarono l’acqua e le parole svanirono.
Fu il mare a parlare: il suo verso incessante avviluppò i sentimenti appena rivelati sulla spiaggia deserta. Greg sentì la sabbia bagnata sfaldarsi sotto i suoi passi, credeva che avrebbe perso l’equilibrio, così toccò un masso di pietra ruvida e umida, la più vicina, e si sedette. Lo sguardo vagò assente nel cielo che trascolorava in un tenue rossore di tramonto – meraviglioso modo di congedarsi pensò – e una lacrima corse tra il naso e la guancia, poi le labbra, la lingua. Era salata.
Tessa cercò una sigaretta nella borsetta e non trovandola scagliò quel rettangolo di cuoio liso tra gli scogli più alti, già immersi nell’aria fresca della sera, dove l’accolse un’eco sorda e il debole fischio del vento. Con passo lento, prestando attenzione a dove mettesse i piedi, proseguì verso il mare: un’onda tiepida bagnò il vestito e accarezzò le ginocchia. Il sole andava posandosi sul mare e le tornarono alla mente alcuni versi di Rimbaud letti nel metrò qualche giorno prima.
Raccolse la lunga veste color borgogna tra le sue braccia e si sedette accanto a Greg, leggermente più in alto. Da lì poteva sentire il respiro pesante dell’uomo.
La sua mano lambì la nuca di lui, ma ritornò indietro tremante, per poi riaprirsi e accarezzare i capelli con fare innaturale, mentre un gabbiano atterrò sulla superficie dell’acqua, a pochi passi, e diede loro il dorso.
Sai -– iniziò a parlare Tessa con voce ferma, mentre la mano aveva preso un movimento più elastico e naturale – i gabbiani sono uccelli davvero strani – –

Greg si girò a guardarla cogli occhi di un crocifisso e intercettò una smorfia, un piccolo sorriso su quel volto che si stagliava nel cielo oramai piceo alle loro spalle. Sì, era un sorriso, un po’ smagato e un po’ sognante, inatteso, un grazioso stridore. E cercando conferma della pietà che sembrava venire dalla sua amante balbettò un perché, fievole, un guaito.

Vagano tra le onde del mare e le discariche di rifiuti -–

Dopo l’ultima sillaba, che sembrò riverberare nell’aria, Greg ruppe in un pianto nascondendo il viso tra le gambe di lei, che, posando gli occhi vitrei su quella nuca sussultante, fece scomparire, ancora una volta, l’esile mano tra i capelli.

Real Estate – Days

Data di Uscita: 17/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Out of tune, a reversal film.
di Filippo Redaelli

“Hai bisogno di qualche cosa d’altro?” le chiesi, dopo essere entrato nella stanza cercando di soffocare l’abituale cigolio della porta. Fuori le nuvole incominciavano ad impossessarsi di sempre più angoli tersi di cielo e inevitabilmente la luce tutt’intorno si fece più fioca. Mentre in lontananza un campanile scandì le cinque del pomeriggio, il mio flusso di
pensieri si trovò di fronte ad un vaso di fiori posato al centro di un piccolo tavolo in legno scuro e antico, alla sinistra della sua poltrona. Siccome mi dava le spalle, immaginavo che il suo sguardo fosse concentrato su qualche imprecisabile particolare che poteva essere scorto tra i riflessi dei raggi solari sul vetro e gli eleganti ricami di una tenda leggermente
scostata. La sua mano giocherellava come impaziente con una tazzina bianca decorata con chiare pitture floreali, facendo tintinnare i suoi dorati e sottili bracciali, apparentemente inseparabili dalla sua pelle trasparente. Sembrava sempre sul punto di scappargli di mano, ma non cadde. Non appena feci in tempo ad accorgermi di una teiera di porcellana abbandonata, poco dopo aver allontanato di scatto il mio sguardo dalla coda di un gatto in fuga tra le siepi del giardino di fronte,
“solo un bicchiere d’acqua, ti ringrazio”,mi sentii rispondere.

Una stanza bianca, qualche mese prima. Tutto ciò che riesco a ricordarmi sono gli asciugamani che ti avvolgevano e il tuo sguardo assente, sciolto e indebolito da un’umidità insopportabile. Come sempre eri da sola con i tuoi sogni, e ti facevano paura. Con la mano sinistra ti accarezzavo la fronte, con l’altra tenevo un libro in equilibrio. Uscii qualche istante a prendere una boccata d’aria. Mi trovai da solo di fronte ad una fila di identiche costruzioni bianchissime. Mi guardavo intorno, niente dava segni di vita. D’un tratto un cane con una zampa ferita mi passò vicino, si fermò a guardarmi e ricominciò la sua marcia faticosa. Rientrai nella stanza. Leggermente rialzata tenevi in mano un bicchiere vuoto. Precipitò sul pavimento. “E’ sempre così scuro qui, mi dicesti prima di addormentarti, non sembra neanche estate”. Raccolsi i vetri rotti da terra, circondato da troppo chiarore.

Ti ricordi? Quando da bambina andavi sempre a correre e a nasconderti nei boschi. La mia stanza d’albergo buia e solitaria,questa notte. Pennellate scure di verde sfocate e una luce, per un attimo solo, contro i miei occhi. Da che parte si stava spostando la vita? La confusione di quei contorni sfumati, la campagna che protegge te e la tua bicicletta, sentire gli schiamazzi del mondo di fuori farsi più tenui. “You play along to songs written for you / but you’re all out of tune”. Mi addormentai.

Autunno. Riposiamo le nostre menti bruciate, senza bisogno di dirci niente. Né io, né te, né il mondo.
Calpesti le foglie con grazia: “Sono ormai precipitate, dici, sanguinano. Non posso alimentare altro dolore”.
Rientrammo in casa, dopo quei tuoi primi incerti passi in un mondo che con forza un tempo avevi rifiutato.
Il calore del the ed il suo fumo mi annebbiarono le lenti degli occhiali, il tuo sguardo accompagnò l’ultima luce del giorno tra i tetti delle case e gli alberi feriti.
Mi ricorderò per sempre dei colori di quel pomeriggio di fine ottobre, meravigliosamente tenui e così diversi da quel bianco assordante che ancora mi chiude lo stomaco.
Il celeste della tappezzeria, il rosa impercettibile delle tende, il verde timido dei tuoi occhi come separato dal resto del tuo corpo, il vivo pallore delle tue mani sottili.
Lentamente ti lasciavi gli ultimi mesi alle spalle.

Guarivi,
guardando morire le foglie.

AM & Shawn Lee – Celestial Electric

Data di Uscita: 12/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio nome è Hermen.
Potrei iniziare questa storia con una domanda, lo faccio spesso del resto.
La mia seconda vita è però giunta al suo termine.. per questo le prime parole che oggi leggerete andranno a formare una constatazione: non esiste una storia per il nome. Hermen è il nome per una storia.

La mia prima vita è finita ancor prima di compiere il decimo anno di età.
Ricordo una vecchia casa di mattoni, fredda d’inverno e calda d’estate.
La stanza sopra le scale di pietra, l’unico luogo dove poter accendere un fuoco.
Mia madre mentre fumava stesa a terra, a contemplare la notte attraverso il lucernaio.
Io che la guardavo: non esisteva spettacolo migliore.
Era bellissima.
Pochi frammenti estetici riemergono.. la Luna che si riflette sul suo naso.
Delle sopracciglia folte.
Labbra secche per via degli sbuffi di fumo, che salivano su e su fino a formare le immagini della mia infanzia: vedo mio padre emergere dal buio.
Solo la metà superiore del suo corpo è illuminata fiocamente, ha la bocca larga, muove le labbra a formare parole che non recepisco.
Mi sorride tristemente ma con un sentore di speranza.
Da quel momento il mondo per me diventò buio.

Se ti tocco così tanto il viso è perchè, se cieco, ti riconoscerò ancora.

A sedici anni incontrai una ragazza dagli occhi color nocciola di nome Jackie. Anche se non potevo vederla, mi bastava appoggiare i polpastrelli sulla sua pelle per averne un’ immagine mentale, come mia madre mi aveva insegnato.
Mi piaceva suonare ma lei non cantò mai..
Persi l’udito, ma senza i miei genitori ad insegnarmi non fui in grado di saltare l’ostacolo.. fu solo più avanti, durante la mia terza vita, che imparai a fare a meno anche di questo.

Se appoggio il mio orecchio alla tua guancia quando dormi è perchè, anche se sordo, continuerò a sentire la tua voce.

Il mio mondo si è ristretto, vivo in una stanza dove i bordi sono i miei stessi limiti e la superficie è un affresco, buio, della notte.
Voi, immersi in una vita larga di orizzonti, salutate scevri di emozioni le persone che si rivolgono a voi con un regalo nella mani, senza accettarlo per la sola fatica di tagliare il nastro.
Inciampate stupidamente nelle occasioni che vi si pongono davanti senza raccoglierle, siete malati di una malattia che ha il vostro stesso nome.
Quando noi moriremo invece, i nostri dipinti perdureranno nel tempo.
Avremo fatto del nostro meglio per trasformare quel che è sbagliato in ciò che è giusto.
Per far si che il buio diventi luce.

To turn the dark into light.

Filippo Righetto

Tom Waits – Bad As Me

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Poi decidemmo di andarcene. Accatastai una pila di scatoloni vuoti e cominciai a selezionare indumenti. I più semplici, nonché quelli meno ingombranti, li avremmo portati con noi. Gli altri li avrei lasciati in beneficienza. Chiamai la padrona di casa. Quella parassita non c’era, così le lasciai un messaggio in segreteria. Avremmo disdetto il contratto di affitto e avremmo lasciato la casa nel giro di tre giorni. Destinazione: Chicago.
Quando abbandonammo il nostro appartamento, io e Sara non ci guardammo indietro e non salutammo nessuno fatta eccezione per un bambino che giocava da solo in cortile.
Sara era sorridente, erano anni che mi pregava di andarcene da quella città cadaverica e di provare nuove esperienze altrove. Ogni tanto ci immaginavamo in un locale degli anni ’60 a sorseggiare whiskey scozzese e scambiare parole con tipi come Allen Ginsberg o Miles Davis. Ma tutto ciò lo potevamo solo sognare presi dall’entusiasmo per la lettura di un libro o l’ascolto di un disco in camera.

Ma cosa credi, che cambiando aria cambi qualcosa? Ebbene no, amico – come dicono nei film americani: amico – non cambia proprio nulla. Credi di vivere in un pessimo b-movie dove tutto gira per il verso giusto? Dove ogni cazzo di scena sembra studiata appositamente per andarti di culo? Nessuno ti lascerà salire su un taxi se non hai i soldi in tasca o se i tuoi abiti non annunciano benessere. Ed è inutile che ti affanni per raggiungere la metropolitana se sei in ritardo, non riuscirai a salirci su gettando prima le valigie. La donna che desideri e che guardi dalla panchina opposta non verrà casualmente a chiederti da accendere, non vi scontrerete mai all’angolo di una strada e non raccoglierai i suoi fottuti fogli di lavoro lasciandole il tuo numero. Non succederà. Credi che freghi qualcosa a qualcuno delle tue poesie da quattro soldi o delle canzoni che scrivi con una chitarra scordata? Non è cambiando aria che incontrerai qualcuno a cui possano piacere e che ti presenterà a sua volta ad altra gente fighissima che ti prometterà un mucchio di soldi.
In realtà tutto ciò che ti spinge a cambiare aria è la paura, non il desiderio di respirare aria nuova. Sono polmoni nuovi quelli che ti servono.
Siamo-tutti-quanti-ineluttabilmente-soli. E viviamo come nella repubblica delle chiavi andate perdute e mai più ritrovate; siamo come mosche annegate in un bicchiere di birra, come le lettere spedite a Santa Claus o un paio di scarpe passate di moda. Perciò, ascolta, togli quella foto dalla cornice e torna tra la folla.

Andrea Russo

Future Island – On the Water

Data di Uscita: 11/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Jaco era seduto sulla roccia nuda in riva all’oceano. Aveva il mento posato sul dorso della mano, lo faceva sempre quando pensava alla musica e doveva raccontare a qualcuno le sue riflessioni. Le dita quasi tremavano, lo sguardo lapislazzuli basso, a contemplare la sabbia che ricopriva i piedi e nascondeva la strada fatta sino ad allora mimetizzando i movimenti nella pausa temporale che stava vivendo in quel frangente. Le onde erano piuttosto indiscrete, lui zittiva sempre il mare con i suoi pensieri e il mare stesso era così rispettoso da appianare il suo moto perpetuo, quell’ondeggiare ipnotico di idrogeno ed ossigeno, ossigeno ed idrogeno.
Non c’era vento eppure il silenzio faceva rumore, il cielo era incolore e Jaco canticchiava una canzone.
AH, IL MARE- mi diceva sempre.
Gli scattai una foto e gli proposi d’andare a sorseggiare un caffè.
Guardava fuori dalla finestra del bar, mi sorrideva e nonostante il suo sguardo meticolosamente seguisse un gabbiano in lontananza, sapevo che non m’avrebbe parlato mica di studi ornitologici ed affini.
-Voglio lasciare il gruppo- mi disse.
Non ne fui sorpresa e non dissi nulla a riguardo, inizialmente, piuttosto speravo che continuasse.
-C’è qualcosa che non va, la storia s’è fermata, non c’è più intesa, gli strumenti seppur accordati non vogliono suonare, io voglio ALTRO-
-Altro, un po’ la nostra migliore utopìa. Avere dell’ALTRO, l’ambizione sfacciata ed umile al contempo nel secolo del TUTTO. Hai ragione – gli dissi – Ti vedo spento, le tue dita scalpitano e il tuo basso t’aspetta ma non sei con le persone giuste nel tempo giusto.
-Ci sono persone giuste e tempi giusti?- replicò.
-No, forse no, nell’assoluto, ma per ogni persona sì. Ci sono relazioni e momenti, confronti e situazioni che in qualche modo, a mio parere, possono determinare la crescita di un individuo, la sua libertà espressiva e la creatività, nonché serenità-

Io lo invidiavo, oltre che stimarlo. Era un ragazzo che non conosceva banalità, profumato di mistero e attento ad ogni parola. Lo slogan morettiano di Palombella Rossa credo fosse un implicito ed inconsapevole manifesto del dialogo, il suo, “le parole sono importanti”. Quando discutevo con lui ne ero inizialmente spesso intimidita, consapevole della mia confusione che s’andava poi ad esplicare con sgrammaticati flussi di coscienza; poi stabilivo un’intesa con quel suo maledetto sguardo saggio, quasi ipnotico e in altri momenti così ingenuo.

-Cosa farai? Hai progetti?- Continuai.
-Fin troppi, ma ho in mano un pugno di sabbia e nient’altro. Devo ripartire, da qualche parte e per questa musica.-

Quella musica, la sua. Lui era quello che sapeva “d’un campo di grano” e di tutto il resto, la cui collezione di dischi era discreta e particolarissima. Muoveva a tempo la testa con motivetti jazz quando si sedeva alla sua scrivanìa sempre troppo vuota per tutte le cose che studiava ed approfondiva, a Settembre si rallegrava con gli Earth Wind e Fire e sorseggiava birra bionda come se stesse seducendo una donna, con eleganza surreale. Quanta poesìa.
L’avevo visto suonare in più occasioni e m’aveva fatto sempre sorridere la sua espressione, portava avanti il labbro superiore durante il cambiamento di nota e con paterno fare solleticava le corde del suo strumento portato al petto, vicino al cuore. Non a caso.

-Il mare si sta agitando, finalmente una tempesta. Sarei voluto venirci la scorsa settimana ma non ho potuto. Questa impotenza, questi mancati appuntamenti col volere, ecco cosa mi irrigidisce. Il tempo mi batte continuamente, genera malumori e inizio a non fregarmene nulla. È tutto un gran casino.-

Mentre tentava di farmi queste confidenze, lasciava che le mani strofinassero i pantaloni in un gesto d’impazienza; mi sembrava d’essere nell’attimo che precede lo scoppio d’un ordigno; il cielo sovrano, le nuvole tranquille, la gente che non ci guarda inconsapevole, il barista affannato a soddisfare le ordinazioni e me, lui, le nostre parole, l’indecisione.

– Ti sbagli. La tua rabbia nasce dall’interesse spropositato per tutto, dalla tua voglia di rivincita sui tentativi fatti fin’ora. Fermati un attimo e guardati. Devi solo approdare alla consapevolezza che meriti una vita fatta di chiavi di basso e pentagrammi, di grandi palchi e riflettori. Non contano gli spettatori per il musicista umile e profondo che c’è in te, conta esserlo e basta.-

Com’era modesto.
-AH, IL MARE! – rise espirando, come se lo spettro dell’impotenza avesse lasciato quel corpo per farsi un bagno nell’acqua fredda di Novembre.
-Andiamo, s’è fatto tardi-

“Datemi la penna

Datemi la spada

Lasciatemi tagliare via le tenebre […]

Cantiamo un canto di bellezza come prima.

Dacci il vento, dacci la tempesta.”

Give me the pen
Give me the sword
Let me cut away the darkness, and pin it to the wall
Let us sing a song of beauty as before
Give us the wind, give us the wind
Give us the storm

Ogni musicista è come il mare, dolce e trasparente nel suo fare musicale.
Ma è col vento che riprende a far tempeste di melodìe,
riuscendo poi ad esser per sé la canzone ch’egli vuole.

Ilaria Pastoressa

Zola Jesus – Conatus

Data di Uscita: 04/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Émile Zola & Jesus Christ
di Alessandro Ferri

La storia ci parla di una musa prima nera e scura e ora candida e velata, come un fantasma, non di certo come un angelo. Potrà scocciare gli ideologhi delle sette più intimiste di ascoltatori abituati a misurare la qualità con il metro del “meno siamo meglio è”, l’idea del gruppo elitario che non si lascia corrompere dal mainstream e resta duro e puro. Concetti inquietanti e senza forma, baciati dalla retorica più povera, mica quella dei sofisti, i “maestri di virtù”.
Qui stiamo parlando della trasformazione devozionale, di un amore che appunto è in grado di trascendere, una devozione appunto. Non ci sono tradimenti.
Siamo nel 2011, che piaccia o no tutto è fluido e in movimento e il flusso dei significati crea strade infinite di senso. Noi non siamo contenitori passivi, tutti gestiamo qualcosa in continua trasformazione, in continuo movimento; spesso o sempre questo flusso è diseguale e allora si può trovare qualcuno impegnato a lagnarsi.
La storia è alla fine una storia d’amore, come spesso accade è così.
La storia è una storia di apertura non condizionata, ci si apre verso l’ascolto e in direzione si pone l’orecchio per cercare di percepire qualcosa. Rendere omaggio e dedicare. Siamo di fronte ad un amore messianico, di attesa, diverso da quanto abbiamo imparato dai libri. Resta un umore cupo, magari squarciato da lampi argentati; resta il lato dark, quello nato negli anni 80’ dall’angoscia nera mista alla New Wave, già angosciosa di suo.
La storia è una storia che ci mostra la modernità, di un nuovo messia ora spettrale e lucente, capace comunque, con il suo stile unico, di attirare, grazie a veri e propri inni. La capacità maestosa di rivisitarsi e di mantenere la coerenza, di scrivere emozioni e di giungere ad un pubblico più numeroso. La standardizzazione, ammesso ci sia, non è per forza una parola da bollare come “peste”, dipende molto da quale è lo standard, quale è il modello.
La storia è anche una storia di ricordi, di motivetti piuttosto zozzi e pieni di rumori di fondo glaciali e agghiaccianti e assordanti; sentimenti urgenti ed esplosioni scurissime. I primi passi mossi dai Profeti sono sempre così, difficoltosi, accolti come fuorilegge; a tutti è successo, basta leggersi qualche buon manuale di storia delle religioni. Religione altra parola spesso bandita, senza capire che permea, consapevolmente o inconsapevolmente tutto.
La storia non è più una storia, non si riduce più alla musa, all’apertura non condizionata, alla devozione, all’amore, ai ricordi e alla modernità. Di più, qui ci troviamo di fronte ad un solco nel terreno. Un solco che si allarga, ingloba, richiama, calamita, trasporta un numero sempre maggiore di persone nel vortice. Dal mondo dei rumori sferzanti e scheletrici ad un mondo nuovo, con le stesse radici. Lei ci richiama con la sua voce, crea, condivide la sofferenza, la profondità, l’enfasi ci tiene con Lei. Il mormorio iniziale e lugubre di “Swords”, la svolazzante batteria di “Avalanche” ci riporta ad un passato reso meno contrastante, epico comunque. Pop elettronico in disuso, un apocalisse bianca in grado di promettere sensazioni migliori. Sintetico e corda di violino, tutti potranno seguire questi segnali genuini, privi di costruzioni forzate. Il battito di “Ixode” ci stringe, una litania autunnale sofferta che ci ricorda il platino. Archi, pianoforti, minimale intimità per noi. La pelle fino al collasso. “Skin” & “Collapse”.
Algida e aperta a nuovi territori, multiforme, musicista completa.
Questa è una devozione senza tempo.

M83 – Hurry Up, We’re Dreaming

Data di Uscita: 18/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ces grand arbres…
di Marco Caprani

“Je reconnais cette forêt.
Ce n’est pas une forêt ordinaire, c’est une forêt de souvenirs
Mes souvenirs.
Cette rivière blanche et sonore, mon adolescence.
Ces grands arbres, les hommes que j’ai aimés
Cet oiseaux qui volent, au loin, mon père disparu.
Mes souvenirs ne sont plus des souvenirs, ils sont là, vivants, près de moi, ils dansent et m’enlacent,
chantent et me sourient.”

Sdraiato sui sedili posteriori di un’auto, mezzo addormentato, fisso la notte.
Agli occhi di Dio questa macchina è una micro machines.

“I’m slowly drifting to you…”

Il rewind di una vita, forse parallela, forse passata… forse non mia.
Eppure, scorre al di là del vetro e scorrono pensieri come bagliori, bagliori come pensieri.
Pare di sentirsi soli come le stelle o in una piazza in silenzio, con milioni di persone attorno.

“Raconte-moi une histoire… and you can jump all the time and everywhere.”

Due righe, butterò giù due righe…
Le disegnai: due righe lunghissime, infinite, ma laddove le parole non hanno fine intervengono l’amore e il silenzio.

“Je regarde mes mains, je caresse mon visage, j’ai 20 ans, et j’aime comme je n’ai jamais aimé.”

Dovrei svegliarmi, disconnesso da me stesso, per comprendere l’“Essere”…
Respiro sorpreso e mi accorgo che sto attraversando cattedrali di suono, marmi bianchi carichi di luce intensissima, vetri scuri e riflettenti, travi d’acciaio enormi, colonne e corpi statuari, albe, tramonti improvvisi… ed alberi… alberi giganti, immensi.
Carezze vocali e occhi infantili si mescolano violentemente con fisicità e massa, epicità e corpo in un mare di lacrime e d’immaginazione.

“…and your mommy suddenly becomes your daddy
and everything looks like a giant cupcake

and you keep laughing and laughing and laughing
nothing is ever quite the same really
and after you finish laughing
it’s time to turn into a frog yourself
it’s very funny to be a frog…”

The Field – Looping State of Mind

Data di Uscita: 24/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“Alex, you know there’s only one way we’re going to end all this. […]”
(Dan Curtis, “Night of Dark Shadows”, 1971)

The End, la fine: sarò superficiale, ma anche sforzandomi non riesco a coglierne l’aspetto.
C’era l’illusione di un punto di approdo Alex, di un arrivo. Avremmo dovuto scorgere una conclusione, ma le mie presunte certezze vacillano. Ci vedo camminare senza sosta alcuna lungo questo nastro di Moebius e mi chiedo se i miei piedi saranno sufficientemente resistenti per percorrere la traiettoria un’ennesima volta, se mi verranno i calli sui talloni, se sanguineranno. Percorsi già vissuti e un eterno deja-vu martellante, asfissiante.

Looping path.
Looping state of mind.

Tu mi richiami all’ordine e mi inviti a riflettere sui cambi di prospettiva, sulle quasi impercettibili variazioni del suono di volta in volta. In effetti alle mie orecchie stavolta attente e sospese arriva una mutevolezza nuova, delicata. Se mi pregassero di utilizzare un’espressione sintetica per descrivere ciò che percepisco, non potrei che propendere per “solidità soffice”. Un ossimoro, non biasimarmi ma non vedo alternative. Da una musicalità corposa diramano milioni di scie in dissolvenza, anch’esse tracciano disegni che ripiegano su se stessi, e poi schizzano lontano, curvano e tornano indietro.
Ti avevo addirittura proposto tempo fa di imparare a suonare la batteria per animare i samplers di nuovi colori tangibili, ancora ricordo l’esplodere della tua risata e il dito puntato contro. Alla fine non avevo poi tutti i torti quel giorno, ora respiri anche tu necessità di virate analogiche.
Sì, sono queste le variazioni a tre anni di distanza. Ad occhi chiusi a cavallo del loop ci si accorge eccome, e se a momenti ci viene naturale procedere correndo e ballando – It’s up there – in altri istanti ci ritroviamo intrappolati in un’ipnosi glitch e ci blocchiamo rallentati in estasi – Burned Out, Arpeggiated Love. Fascinazione nuova, forte come accadde quella notte lontana mentre ti conobbi a quel club, entrai su Everday e annullasti d’istante tutto il resto. Ora quella techno pura non esiste più, ma la folgorazione permane, d’altra parte avevi promesso (a me e non solo) che From here we go sublime! Ti seguii rapita anche gli anni successivi, dancefloor stavolta intervallati da parentesi più intimiste (Leave it vs Everybody’s Got To Learn Sometime), beat come costante di fondo però, Yesterday and today. E i loop.
Persa nelle reti dei ricordi ricomincio a seguirti nelle traiettorie odierne, emozioni corpose, distillate. Un andare e venire continuo. Sei troppo veloce per le mie gambe affaticate, tento invano di afferrarti un braccio ma sembri dissolverti.
Blackout.

****

Suono insistente della sveglia, addio dimensione onirica, buongiorno mondo. Le cifre abnormi dell’orologio mi trafiggono le retine al buio, premo l’interruttore della grande lampada sopra di noi. Poi ti svegli anche tu e intuisci che quella luce improvvisa equivale a violenza, la spegni tu per me, preferendo il fioco bagliore dell’abat-jour. Proiettiamo le ombre delle nostre mani sulla parete spoglia, dita grigio/nere su fondo caldo chiaro. Una tisana calda al limone della sera prima e i miei libri di letteratura americana sul comodino. Chiudiamo gli occhi e il bianco prevale sul nero, battiti ovattati di estrema delicatezza ci sfiorano le spalle come la neve cadeva al mare sui nostri cappotti, di inverno. Then it’s white, solo una voce piena riecheggia da lontano e un pianoforte malinconico. Stoicamente ti scopri dal piumone e decidi di alzare le serrande di un grigio mattino già avanzato, mi copro gli occhi investiti di luce sgradita. Gesti analoghi dalle finestre di palazzi contigui, Stoccolma si mette in moto pigramente tra luci caliginose e acqua del colore del ghiaccio.
In fondo al letto raccogli i fogli accatastati in questi giorni, abbiamo passato ore a rendere omaggio alla matematica tracciando loop in maniera ossessiva; ovunque capitava imprimevamo il segno dell’infinito, sui quotidiani, su quaderni, sulle nostre mani, perché la tua convinzione ti porta a pensare che non esiste definizione migliore per il tuo lavoro.
E adesso Alex sei davanti a me e continui a tracciare idealmente quella traiettoria magica davanti ai miei occhi, poi mi appoggi sulle gambe l’ultimo pezzo di carta vuoto che riesci a trovare, mi passi un pennarello rosso e tenendomi la mano disegniamo quel simbolo insieme. Mi abbracci, sorridi e mi sussurri “Sweet, slow, baby”.

Federica Giaccani

Feist – Metals

Data di Uscita: 04/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

True life in haiku
di Annachiara Casimo

ume orite
shiwade ni kakotsu
kaori kana

spiccando i fiori di pruno
mi colpisce la mia mano rugosa –
profumo…

Senza pensarci feci scorrere gli occhi sulla mano che reggeva il libretto degli haiku e inaspettatamente la trovai più nodosa del solito. Presi a fissarla. Così intravidi delle macchioline scure puntellarmi la pelle, ne contai una decina.
Uno strano senso d’angoscia m’accelerò il battito cardiaco. Non avevo mai temuto la vecchiaia, anzi ne ero affascinata. Quando avevo suppergiù vent’anni, inventavo lunghe storie su come io e Alex saremmo cambiati col tempo e su come un po’ d’argento sull’adorata barba gli avrebbe donato ancora più fascino. Su come i nostri visi avrebbero continuato ad amarsi l’un l’altro.
Salvo tralasciare un dettaglio: le mie mani, queste mani che ora, per la prima volta, osservavo vecchie non erano più mie. Erano le mani di mia madre.
Le rividi affaccendate e tese a strizzare il bucato, infaticabili. Le rividi tagliarsi ciocche dorate di capelli, le rividi accusarmi e contrarsi livide di rabbia oppure carezzarmi di sfuggita. Le rividi pallide, in punto di morte, rilassate come mai prima.
Avevo timore dei ricordi e della loro forza oceanica.

meigetsu ya
tada utsukushiku
sumiwataru

luna piena d’autunno:
bellissima semplicemente, perfettamente
chiara

Il primo ricordo nitido che conservavo della mia infanzia era la luna enorme che si specchiava nelle pozzanghere del vialetto davanti alla Tana. Le pareti candide riflettevano il baluginio morbido. Distesa sul materasso, sognavo ogni sera di vivere immersa in una nuvola di zucchero a velo.
Chiudevo gli occhi.
La seconda sequenza di ricordi che riuscivo a distinguere chiaramente sforzandomi di tornare indietro nel tempo si focalizzava sul viso di mio padre. Allora non lo sapevo ancora ma gli sarei stata sempre grata per la solerzia con cui mi aveva insegnato a leggere, trascorrendo con me tutte le sue sere stanche. Era stato un lungo rito di iniziazione: la saggezza del Maestro era stata compensata dall’adrenalinica curiosità dell’Allieva, le pause e il silenzio al punto giusto, il superamento degli ostacoli, la magia che si dischiude lievemente come una ninfea dalle venature violacee.
Quando ritenne che fosse giunto il momento giusto, il babbo fece scattare la minuscola serratura di una scatolina d’avorio che teneva accanto al letto. L’aria fu invasa dall’odore buono della carta vergine. Vi scorsi il libricino sulle cui pagine mio padre aveva vergato con mano sicura alcuni dei suoi haiku preferiti. Fu il primo regalo che mi fece, e l’ultimo.

hikariau
futatsu no yama no
shigeri kana

l’uno nell’altro si specchiano
i verdi smaglianti
di due colline gemelle

Mentre mi osservavo nella superficie lucida dello specchio che Alex aveva appeso accanto alla porta mi vedevo nuova, ed insieme uguale.
Capii quanto fossero inscindibili, intrecciati fra loro come fili ed erba di uno stesso nido, passato e presente.
Feci scorrere le dita sulla calligrafia di quei tre versi e lo rilessi ad alta voce: le due colline gemelle, il tempo che era e il tempo che fu.

Bonnie ‘Prince’ Billy – Wolfroy Goes to Town

Data di Uscita: 04/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Woody Allen gira sempre lo stesso film. Una volta l’anno, forse anche due.
Una bugia, naturalmente. Tempo fa era il vero mantra su Allen, ricorderete. Nell’implicita commedia delle parti si inseriva poi puntuale la voce del recensore di turno, a completare l’adagio popolare mitigandolo.
Un film mai meno che discreto, peraltro.
Con un pugno di pellicole non proprio indimenticabili il mito si è ridimensionato da sé negli ultimi tempi, concedendo la meritata pensione anche al luogo comune di cui sopra.
Per Will Oldham le cose non sono andate molto diversamente. Un amore incondizionato sbocciato sotto l’insegna lo-fi delle mille incarnazioni Palace, quindi la breve transizione a proprio nome e la dozzina di uscite con l’alias Principe, inframmezzate dalle estemporanee collaborazioni con Tortoise e Matt Sweeney, dal progetto cult Amalgamated Sons of Rest, e dagli sforzi con il moniker Bonny Billy spesi di volta in volta con comprimari diversi, dalla psych folker Dawn McCarthy alla lugubre vichinga Susanna Wallumrød, da Mick Turner dei Dirty Three al collettivo Picket Line. Una miriade di album, EP e split, mai meno che discreti.
Allergica per principio ad una simile incontinenza creativa, ma affezionata alla rude integrità dell’inappuntabile artista statunitense, la critica deve aver patito una sorta di feroce dilemma, prima di rassegnarsi. Del tutto incapace di intrappolarlo sotto la rassicurante campana di un genere ben definito, confusa dall’ubriacante movimento a serpentina del barbuto del Kentucky, ha scelto molto semplicemente di dimenticarsi di lui. Troppo faticoso armonizzarsi con la sua promessa di riforma senza le comode sponde di una svolta electro, di un diversivo noise-pop, di una sbandata verso il garage-weird paraculo oggi tanto di moda. Passino le celebrazioni di rito, ma impegnarsi anche a cogliere gli spunti più audaci di questa instancabile ricerca, per giunta dietro metamorfosi tanto impercettibili, significava esaudire una richiesta irricevibile. Meglio abbandonarlo alla sua missione di rinnovatore e causa persa, con al collo la medaglia di mostro sacro a mo’ di Osella, e tanti saluti.
Will, imperturbabile, non sembra averne sofferto. Non ha smesso le camicie a quadrettini, né le salopette eccentriche, e insiste con i mustacchi e i favoriti più improbabili di tutta la scena musicale alternativa. Che minaccia potevano mai rappresentare i pochi spifferi di quella vecchia finestra, quando da principio ci si era scordati di erigere la parete opposta? No, nessun problema davvero per il mondo a parte del Principe, dove tutto è uno scherzo tranne le canzoni. Un habitat che non poteva snaturarsi, e che mai sarebbe sceso in sciopero per qualche amena recriminazione, proprio come il Bill Callahan piantato in asso dalla sua Joanna.
Wolfroy arriva oggi a ribadirne il credo passo passo, perfetto decalogo di astrazioni oldhamiane. Il solito film di sempre, si diceva, ma con le motivazioni extra che i cast e le risorse ridotti recano spesso come implicito valore aggiunto. Ad immaginarla, la scena è chiaramente interno notte. Non il pretenzioso salone della copertina, ma la più rustica cucina di una vecchia magione di campagna: il rame delle pentole pungolato dalla fiamma di una candela, la tregua incondizionata dell’altrui riposo a rabbonire gli spiriti prigionieri. Dopo la più vistosa accessibilità dell’album condiviso con il fidato Emmett Kelly (Cairo Gang), il cantastorie di Louisville torna ad abbracciare la rigorosa sobrietà di certi suoi classici, meritandosi un’ideale nomination per la coesione ed ostentando una perizia nel controllo – tanto formale quanto emotivo – realmente impressionante. Non c’è partita, sostiene lui in apertura. Che si scenda sul terreno alt-country (‘No Match’), che l’impronta di gioco si orienti verso il folk (‘New Whaling’) o che la casacca indossata per l’occasione abbia le tinte del cantautorato più ortodosso (‘Time To Be Clear’), sono i ritmi bassi a fare la differenza. L’ipnosi della quiete. Basta la distrazione di un attimo all’ascoltatore per venire irretito nella trama quasi invisibile, con quella voce calda, confidenziale, umanissima, che ormai è un puro esorcismo. A tratti si nasconde in un sussurro, in linea con la sostanziale economia di cori e arrangiamenti, ma più è trattenuta più si rivela irresistibile. Finalmente sgravato dalle lodi insulse, dai peana a orologeria degli imbrattacarte di professione, Oldham si riscopre felicemente claustrofilo, inarrivabile maestro di fascinazione e virtuoso miniaturista. In controtendenza rispetto ai malati incurabili dell’hype, per lui il minimalismo è l’intaglio stesso del proprio cuore più che un vezzo stilistico fra i tanti. Una vocazione. Un’indole. La vera arte della sintesi tracciata sfumatura su sfumatura. Proprio le tonalità diafane contribuiscono a smentire le parziali ma accese contaminazioni di alcuni dei lavori più recenti, ‘Beware’ in particolare, anche se il risultato si conferma ancora una volta tutt’altro che crudo. Merito delle radiose illuminazioni offerte a più riprese dai puntuali rinforzi vocali di Angel Olson, autentica ancora di rispetto nell’oceano della tradizione. E merito del marchio di fabbrica, indubbiamente. Di quel senso di pulizia, di pieno nel vuoto, di contrasto mai esasperato, cui ogni produzione a nome Bonnie Prince Billy sembra aver abituato e che in Wolfroy trova beneficio anche dalla determinante giustezza delle parole. Nella lentezza si coltiva la cura certosina per il dettaglio, una disciplina assoluta ma mai fine a se stessa, l’unico idolo espressivo non ripudiato dal pittore cantautore. Il taglio impressionista del suo songwriting predilige la solennità laica dei silenzi, la frugalità sincera di un sentire non filtrato, la radicalità intimista. Non stupisca quindi la finestra sull’inverno di ‘There Will Be Spring’, disagevole e lunare come lo struggente Ilya Monosov di ‘Seven Lucky Plays’ qualche tempo fa: per quanto pacificato e meno drammatico che in altri dischi, il lirismo del Principe si mostra comunque assai più spoglio e stilizzato dello standard, del tutto intollerante a qualsivoglia declinazione del superfluo. Un rigore di fondo che rende molto più fulgidi nel confronto quegli sprazzi di colore e di calore accolti allora come ospiti inattesi, al riparo dalla tormenta della sera.
You’re welcome here… but others are no welcome here.
Uno scampanellio distante, il duetto più fragile che si ricordi, un finale tutto ceselli d’elettrica e vocalismi prodigiosi. O gli esili germogli che adornano timidamente la trama di ‘We Are Unhappy’, a silenziare in una sorta di tranquilla preghiera le residue scorie dello sconforto e dell’amarezza. E più di tutto il resto, il piacere impagabile nell’accostamento chiassoso delle tinte. ‘Quail and Dumplings’, ovvero quando il verde spento del Naturalismo folk si arrende alla vitalità arancio del country più sgargiante. Un sabotaggio premeditato dei meccanismi chiave dell’Americana, quel tocco goliardico che fa tanto festa di fine riprese.
Noi semplici discepoli, invito alla mano, siamo pronti per l’ennesima ovazione.

Stefano Ferreri

Peter Kernel – White Death Black Heart (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 03/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“We don’t care about parties, drugs, fashion, girls, power, people, melody,
We don’t care.”
Abbiamo appena sentito queste parole propagarsi dallo stereo della macchina e siamo arrivati a Zagabria, stiamo lì una settimana, ci baciamo sempre e io prendo finalmente le calze della Croazia e la maglietta originale della Dinamo Zagabria.
Andiamo a vedere la moschea perché rompo il cazzo, qualche museo e i negozietti di cose belle e inutili. Non ci interessa nulla di nulla ma perseveriamo nel nostro incedere. Si segue il ritmo che sempre ci accompagna, rallenta, esplode, tira, scende e sale, è nevrosi continua, un casino con un senso, coro finale. Anthem of Hearts.
È tempo di andare a Belgrado, un’altra settimana qui. Ci ricordiamo ancora i cori finali di prima, ci piacevano un sacco. Qui ritmo che si protende sotto e chitarre che ogni tanto risalgono per graffiare braccia e viso. Non temere tanto ti copro io, e se alzo il volume non temere, è che non resisto nel degrado finale. “Hold it up Give it up Dream it up I bleed you”. Siamo lì tra le palazzine e i grattacieli e le bionde che mi camminano davanti e intorno sono troppo belle, provo a non guardarle che poi ti incazzi. La luce delle ultime ore del giorno si stende sulle costruzioni sovietiche, il grigio e la guerra, svastiche e falci e martello, nazionalismi vari. I murales vari. Tinte fosche con la sera, visi bianchi e sofferenti, esplosione finale con vortice sonoro. È mattina, siamo nel centro storico e ci baciamo, andiamo a vedere il Danubio e ci baciamo. Panico! This is Love. Sali scendi del territorio urbano che perfettamente innescano una spirale killer con i suoni, siamo rapiti. Hello My Friend. Camminiamo sgangherati dopo qualche birra e ridiamo. Continua il noise misto a qualche altra cosa alla quale qualche buon recensore musicale troverà un nome ultra figo. Andiamo via, prima però mi prendo la maglia della Stella Rossa e poi quando torniamo ci faccio scrivere dietro Dejan Savićević, il Genio.
“Discipline and chaos put together. The people understood that the situation is no longer under control. The captain is nowhere to be found.”
Basta è tempo di Vienna. Arriviamo di notte seguendo il Danubio, attraversiamo il Donaukanal ed eccoci nel Karmeliterviertel; Sofitel Hotel, che lusso, cosa ci facciamo qui? Stride un po’, amen. Abbiamo un letto singolo perché vogliamo stare stretti. Si dorme e fuori c’è una leggera nebbiolina; il mattino, in questo ex ghetto ebraico, lo passiamo al mercato. Umanità e groviglio metropolitano, gli ebrei total-black ci sono e girano per strada. Tide’s High: The Captain’s Drunk!
Luci con installazioni ovunque, soup-caffè e ci baciamo perché non se ne può fare a meno, sarebbe contro natura. Mangiamo da Skopik & Lohn. Ci manca solo il vecchio teatro ebraico e via, possiamo andare verso una nuova città. The Peaceful. Furore, entusiasmo e furore.
Asciutto, posato e pieno di senso. Riflessione e novità, creatività totale e capacità di ipnotizzare. “Floating in the sea. Freezing in the night. Dreaming of a wave. To sway us home tonight.” Noi ci lasciamo volentieri trasportare dalle parole e dal ritmo costante e mutante, un sussurro, un cullare consapevole. Il Rapid Vienna mi sta sul cazzo.
Budapest e ci facciamo attirare dai palazzoni e dai lavori in corso e dai cantieri. We’re Not Gonna Be The Same Again. Buda, Pest e Óbuda unite dai ponti, le vediamo tutte e ci baciamo, ma non è un film di Moccia, è la nostra luna di miele. La sinagoga enorme e l’isola di Margherita. Stiamo bene e non vogliamo andare via, le persone sono gentili e disponibili, visi scavati e duri ma più puliti. Incantevoli spaccati di vita quotidiana e andiamo a un festival di musica classica senza capirci un cazzo. Beviamo pure altra birra per piacere, “Love me now”. Make, Love, Choose, Take.
Mi prendo una maglia vecchissima della nazionale ungherese e andiamo via. Puskás.
Bratislava e le donne che mi danno i foglietti per i loro spettacolini porno alle 3 di pomeriggio, ridiamo moltissimo di questo. Siamo un po’ stanchi ma ubriachi di felicità, magari siamo anche un po’ cinici per i commenti che ci lasciamo sfuggire, ma non ci interessa. Want You Dirty, Want You Sweet. Possiamo stare quanto vogliamo qui, non c’è tempo in grado di bloccarci, a stare insieme ci rafforziamo continuamente, eh sì, ci baciamo. Camminiamo fino al Bratislavský hrad, pic-nic e birra. Scendiamo e saliamo per le vie strette del centro, e non guardo le solite super fighe per strada. Il solito Danubio in mezzo a noi, lo guardiamo perduti nel tempo infinito che prende nuove strade. Ma che ora abbiamo fatto ormai?. Organizing Optimizing Time.
La maglia della Slovacchia di Hamsik neanche se me la regalano grazie.
La luna di miele è finita, torniamo alla vita normale, studio e lavoro. Non si dimentica nulla, nuove emozioni impresse nel profondo.
There’s Nothing Left To Laugh About, siamo sposati e consapevoli, stiamo da dio e ci provochiamo sempre.
E non abbiamo mai smesso di ascoltarlo questo disco, è stato una specie di mantra, una ripetizione infinita, perché bisogna ascoltarlo molte volte, è complesso ed è stupendo, un ibrido strano proprio come noi.
Rock nelle forme più varie e chi se ne frega di dire quale genere rappresenta, questi sono suoni potenti e dritti al cuore, fatti con stomaco e cervello, pieni di vita e da assaporare con consapevolezza che si è dinnanzi a qualcosa di fuori dal normale.
Noi li aspettiamo dal vivo, vederli da sposati. E vedeteli anche voi, se non li conoscete hanno suonato con i Wolf Parade. Se non conoscete neanche loro andate comunque.

Alessandro Ferri

:Absent – Sonorizza il regno animale (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 04/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Mirmicoleone

Non abbiamo paura del dolore, il dolore, quello vero, non l’abbiamo mai provato. Siamo stati ben coperti durante il freddo, e i morsi della fame non c’hanno mai raggiunti. No, non è la paura del dolore che ci blocca, è la paura che il dolore, quello vero, sia per noi terribile come ce l’hanno sempre raccontato. E per questo, da perfetti animali sociali, prediligiamo la noia, compagna silenziosa, mesta e terribile quanto e più del dolore stesso. Leoni alla mercé delle formiche.

Bonnacon

Siamo indisposti geneticamente alla reazione violenta, anni di exattamento e costruttivismo veicolato ci hanno portato a questo. Derubati della dignità, insultati e vessati. Digrignamo i denti giurando vendetta, indichiamo i nostri assalitori, ne conosciamo bene nomi e cognomi e non meno ci prodighiamo a ripeterli accostandoli alle colpe che gravano sulle loro teste. Ma le mani non escono dagli appartamenti, non cercano la lotta, le dita non si uniscono, non si agglomerano arricciandosi nel pugno catartico. Siamo dita sciolte e sguscianti, scivoliamo sulle tastiere producendo malcomposti testi di blanda denuncia, cerchiamo l’istituzione che possa annichilire l’istituzione. Mentre tutto questo, continuamente accade, i commilitoni meno evoluti ricorrono ai vecchi metodi di mutuazione del potere. Quelli violenti e indicibili, quelli incontrollabili e purificatori, la catarsi dell’autodistruzione che i poveri di spirito possono concedersi per assolvere sé stessi e i peccatori dalle colpe del neoliberismo. E quando riusciamo a metter l’occhio sull’accaduto prendiamo le distanze disturbati da tanta indistinta veemenza. Eppure, a questo punto mi chiedo, troviamo davvero possibile che il potere condanni il potere?

Corocotta

Odiamo i cani, odiamo i servi che gli fanno da padroni. Li odiamo perché sono venuti meno al loro compito di guardie e benefattori, mentre noi, noi siamo qui. Al freddo del mercato, con la fame della sinossi comprensibile. Mercificati i corpi. L’abbiamo accettato di buon grado, c’è sempre stata congeniale l’idea della carne al chilo. Ma, Dio, con che coraggio date prezzo allo spirito, come commentate l’attaccamento al clan, alla bandiera e l’ideologia? Figli dell’atomo e del postideologico, fieri assertori della fine dell’antidogmatismo. Distruggeremo questo presente, perché è un futuro che non ci concerne.

Alfonso Errico

Jens Lekman @ Salumeria della musica, Milano (27/10/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

Io? No io non mangio patatine.

Mi capirete, sono nato e cresciuto vicino ad una fabbrica di patatine Estrella, a Gothenburg.
Ho una vera e propria ossessione per Kirsten Dunst. Lei è bella, famosa, giovane, ricca, ed è la fidanzata di Spider Man.. mentre io, ecco, io abito vicino ad una fabbrica di patatine.
Vi lascio immaginare la mia reazione una volta letta un’intervista in cui lei dichiarava che la mia musica le piaceva.
Non ricordo bene quando fosse.. potrebbe essere stato il 27 aprile del 2007, a pagine 47, terza riga. Potrebbe.
E pensate cosa potrò aver mai provato quando il mio amico Joel mi ha chiamato un giorno dicendo: “indovina chi ha appena fatto il check in nel mio hotel”.
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Atari – Can eating hot stars make me sick?

Data di Uscita: 12/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Raccolgo le mie cose in una valigia risa dal tempo, una corda e qualche nodo impediscono agli affetti ed effetti personali di esplodere.

Li trattengo.
Non mi trattengo.
Volo via da questo luogo senza tempo intrappolato in una coltre cronotopica di riflessi e continuum. Anni che s’accavallano assieme ai mesi, alle settimane, ai giorni. E tutti appaiono identici, scanditi dalle rughe brancoliamo recitando questo canovaccio da due soldi. Talia musa annoiata, c’ha regalato questa commedia squallida. Queste ore interminabili, quelle del gabbiotto che m’aspetta alla fine degli studi tecnico industriali. Lo so, lo sai anche tu, ci fissiamo e sembra uno specchio, mamma.

Qui passa tutto
e niente cambia.
Come caduci forme
Destinate a svuotarsi.

Mamma fra dieci ne avrò trenta se mi vuoi bene ancora non farli morire qui, ho fatto quello per cui mi hai cresciuto, imparato le poesie, riempito pagine di A, so allacciarmi le scarpe da solo, andare in bici, preparare un pranzo, guidare una macchina, resistere alla fame, sperare in un domani migliore. Ho paura che non basti. Ho sogni troppo grandi per questi poco appresi insegnamenti.

Li trattengo.
Non mi trattengo.
Volo via da questo luogo senza tempo, immutabile come il tuo sguardo mentre ti parlo. E non capisco se comprendi quel che dico, io ti amo come si può amare una sola donna in vita. Eppure so, eppure tu lo sai, che la trappola più grande del nostro continuo presente è l’amore che proviamo. Tu per me, io per te, entrambi fermi sulle nostre posizioni, perchè muoverci rovinerà l’altro, almeno fin ora, almeno per ora. Ma tu resti immobile, io non più, e di questo ti ringrazio. Lascio tutto questo e lascio te, così come sei ora.

Qui passa tutto
e niente cambia.
Come caduci forme
Destinate a svuotarsi.

Mamma perdonami, me lo farò tatuare in petto, come nella più classica tradizione carceraria. In fondo è da una galera che sto uscendo, una prigionìa sotto l’imponente soffitto del cielo aperto, il grande bluff del nostro secolo, la libertà di fare qualsiasi cosa e nessun motivo per doverla fare. Nessun limite eccetto il cielo, la verità snocciolata dal leader di turno. Ma il cielo è infinito e immortale, io sono così misero in confronto da sentirmi male. Ma, ma…

Qui passa tutto
e niente cambia.
Come caduci forme
Destinate a svuotarsi.

Alfonso Errico

God Is an Astronaut – The End of the Beginning

Data di Uscita: 15/02/2002

Un breve ascolto, durante la lettura

Questo tutto, questo nulla.
In principio c’era la speranza d’uno spazio da utilizzare e riempire, un vuoto la cui solitudine doveva essere colmata con presenze e melodìe. Allora s’accesero le stelle chè al buio è difficile sistemare i sogni. Lui prese a respirare, sul polibicarbonato il fiato disegnava cerchi dai contorni sfumati. Un respiro radiofonico.

(altro…)

Serpentina Satélite – Nothing to Say

Data di Uscita (vinyl release): 28/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Are utzijoxik wa’e
k’ak atz’ininoq,
k’akachamamoq,
katz’inonik,
k’akasilanik,
k’akalolinik,
katolona puch upa kaj.

Finché Gukumatz ed Hurukan non gridarono, la Terra non apparve.
Forse finché non grideremo qualcosa, niente apparirà.

Inazione, Inedia, filosofia contemplativa, esistenzialismo pigro. Sono terribilmente stanco, mi pare di aver vissuto mille anni e potrei dormire per altri mille.
Sono una giovane foresta al suo primo ceduo, e dopo averlo subito, mi sento terribilmente debole e nudo. L’infelicità umana è la non accettazione dei cambiamenti; noi giovani foreste li accettiamo, ma ci sentiamo terribilmente affaticati, abbiamo gli occhi pesanti e le lacrime di rugiada.

C’è qualcosa di gemellare in quest’universo, meiosi, la femmina e il maschio, la simmetria.

Vi ricordate l’eco delle chitarre elettriche? È  nei deserti, nei garage, nei distributori di benzina sperduti. Syd Barrett cammina sulla vernice arancione e blu versata sulle assi del pavimento in legno, il materasso è al centro della stanza, tutto è di un altro mondo, via tutte le convenzioni, meno logica, Syd è un portatore sano di eco di chitarra, non gli importa di quello che accade: “non sarà la paura della pazzia a farci tenere a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione”, André Breton.

La mia inedia mi fa capire molto, mi fa comprendere molti uomini, è un ultrascetticismo passeggero che non si prende sul serio, la pigrizia non mi fa prendere niente sul serio, mi sento come il vecchio misantropo Boris, però ho un fondo di gioia di vivere nella mia coscienza. È una bizzarra sensazione, è come un vuoto mentale, restrizione, oscurità: psichedelia; ma al tempo stesso è il pieno, l’allargamento, la chiarezza: psichedelia. Ma andando oltre le parole devo confidarvi una cosa, un segreto baleniere: forse sto impazzendo, mutandomi in un capodoglio, e la mia volontà di non-parola, non è altro che volontà di verbo leviatanico, ultrasuoni.

Allora arrivederci ai fondali oceanici, quando riemersi, schizzeremo la nostra felicità in forma vaporosa, nella soluzione acqua-aria, mare-cielo, questa danza azzurra che riempie di vita il mondo.

Marco di Memmo

Simon Scott – Bunny (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 07/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Skandalopetra
di Andrea Russo

Liberamente ispirato dalle gesta di Georgios Haggi Statti.

Georgios Haggi Statti
aveva un rito prima di immergersi:
si sciacquava le mani e la bocca
con l’acqua del mare.

C’era una volta un pescatore di spugne del Mar Egeo che riusciva a immergersi sott’acqua per oltre sette minuti e a raggiungere decine e decine di metri di profondità. Georgios – questo il suo nome –  era diventato con gli anni il più famoso pescatore di spugne dell’isola di Simi.

Un giorno, una grande nave italiana navigò le acque limpide dell’Egeo ma nel tentativo di ancoraggio si spezzò la catena e così l’ancora andò giù, giù, giù nelle buie profondità del mare.
La notizia si sparse rapidamente sull’isola di Simi, nel cui porto aveva cercato di ancorarsi la famosa nave italiana. Il capitano di bordo, un uomo alto e barbuto, ordinò subito ai suoi uomini di cercare qualcuno in grado di recuperare la preziosa ancora prima che fosse troppo tardi.
Gli abitanti dell’isola di Simi non ebbero dubbi. Soltanto Georgios era in grado di riuscire in un’impresa così ardua: recuperare un’ancora a oltre ottanta metri di profondità.

Tuttavia il dottore di bordo nutriva molte perplessità su Georgios. Il “coniglio” di Simi – così lo soprannominavano a causa dei suoi grandi baffi e dei suoi denti che lo facevano rassomigliare ad un coniglietto – aveva una corporatura troppo esile, un buco ai polmoni, un timpano rotto e l’altro quasi completamente perduto. Infine, visitato dal medico, non riusciva a trattenere il respiro per oltre quaranta secondi. Come poteva riuscire in un’impresa del genere un uomo dal fisico assolutamente inadatto? Eppure, diceva Georgios:
«Giù, giù, giù è tutta un’altra faccenda. Non si sente più nulla se non il peso di tutto il mare premere sulle spalle. Se l’acqua è abbastanza chiara si riesce anche a vedere, non è detto che a ottanta metri sott’acqua sia tutto buio. Ce la faccio, ripeto, ce la faccio. L’ho fatto tante volte, e giuro sui quattro figli che ho che vi riporterò la vostra ancora».
Nessuno a bordo della nave italiana gli credeva ma, tant’è… non avevano nulla da perdere e in fin dei conti erano tutti molto incuriositi da quell’ometto coi baffoni e i denti da coniglio.

Arrivò il grande giorno. Georgios gettò un sguardo verso l’altra sponda; le case erano allineate come giocatori di una squadra di calcio in posa. Il sole picchiava forte in testa ma, nonostante tutto, la folla era accorsa numerosa, tra il molo e il porto, ad assistere all’evento della giornata.
E così si immerse, e per gli isolani di Simi quelli furono i minuti più lunghi della loro vita. Georgios aveva rifiutato mascherina e tuta e si era immerso soltanto con una pietra di ardesia legata ad una corda controllabile in superficie. Gli erano familiari quelle nuvole d’acqua formate dal suo passaggio. L’ancora era lì, la avvertiva. «Eccola!», esclamò elettrizzato fra sé e sé, e agganciò un cavo d’acciaio ad una marra dell’ancora che finalmente ritornava alla luce. L’ancora era tornata alla luce!

Un boato di gioia ed esaltazione accolse Georgios quando riemerse dalle buie profondità marine. Provato, stremato dalla fatica, ebbe solo la forza di fare un cenno con la mano e sorridere al dottore di bordo che non avrebbe scommesso mezza dracma su di lui.

Georgios aveva un rito prima di immergersi: si sciacquava le mani e la bocca con l’acqua del mare. Il suo mare.

Umberto Palazzo – Canzoni della notte e della controra

Data di Uscita: 30/10/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

<<Che paletta schifosa!>>

Papà è vigoroso e gioca con me tutto il giorno, costruendo castelli di sabbia o buche per trovare l’acqua. Ogni tanto si riposa sulla sdraio, ma è quello il momento per ricoprirgli i piedi di sabbia oppure fargli il solletico col rastrello blu.

Mamma prende il sole ma ha sempre un occhio vigile, non mi fa allontanare più del dovuto, ma a dirla tutta non ne sento la necessità! Aspetto il momento del bagno: ho mangiato due pizzette ed un cremino e dovrò attendere almeno un’oretta.

Nella controra cerco un nuovo compagno di giochi, gli ombrelloni vicini sono pieni di ragazzini della mia età che riposano, mangiano oppure fanno giochi svogliati con secchielli pieni di acqua salata.

Dallo stabilimento arrivano rumori di palline e grida dei ragazzi più grandi che giocano a biliardino, ma sopratutto canzoni italiane sparate a grande volume dagli altoparlanti seccati dal sole. La musica non mi interessa, anche se viene inevitabilmente assorbita da ogni mio poro.

La mia ricerca è finita! Trovo un ragazzo circondato da un arsenale di giochi, clessidre avveniristiche e gonfiabili per affrontare le onde. Recupero la mia paletta da sabbia preferita e corro verso di lui, piè veloce per non scottarmi nella distanza tra i due ombrelli di mare.

Mi presento. Lui, da sotto la visiera del cappellino rosso, senza nemmeno guardarmi in viso, mi dice:<<Che paletta schifosa!>>. Nell’aria risuona “Metafisica” di Umberto Palazzo, una canzone che mi rimarrà dentro per sempre!

Maurizio Narciso

Mogwai – Earth Division

D.d.U. 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Metti un salone inondato dal sole nel 1754 a Vienna in un palazzo dell’alta aristocrazia.
Una domestica a spolverare i centenari ritratti di famiglia e il giovane Joseph in partenza per Parigi.
Parigi, la neve soffice che cade su Montmartre e un organetto, tra antichi profumi d’Oriente, al lato della strada.
Era tutto così bello, quella sera clemente di dicembre, 1887, durante una passeggiata serale.
Ancora la neve che cade sui fiori disegnati sui guanti di una bambina spaesata, al centro dell’universo, sulla Prospettiva Nevskij a febbraio.

E poi, tempo dopo, il giorno in cui la prima macchina ha ingoiato circa trenta persone,l’Europa si è risvegliata più sola.
Hai cercato, tra le strade di sempre, di riconoscere creature a te simili. La tua corsa si è fatta ansimante, impotente. Solo fiamme e rovine tutt’intorno.
‘Dove sono stato tutto questo tempo?’ (le tue ultime parole)

Filippo Redaelli

HTRK – Work (work, work)

D.d.U. 06/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Bang Bang Bar del duemilaundici, bar e Pink Room.
Rivisitazione attualizzata di una Laura Palmer bendata che inciampa, barcolla e ondeggia morbida su sussurri e battiti elettronici. Suoni minimali, dilatati, quelli che bastano per farsi scivolare di dosso un babydoll e incedere rallentata in ginocchio su un tavolo.
Il sottofondo è cupo, spettrale, morboso. Di contro un’altra donna vestita interamente di bianco sussurra languida parole al microfono; piuttosto sembra inghiottirselo a tratti, la sua bocca rossa e carnosa è esageratamente grande.
Laura Palmer è triste e sola, l’uomo seduto davanti a lei indugia con lo sguardo su quel corpo tanto scheletrico quanto bramoso di attenzioni, fa per prenderle la mano ma poi la lascia a se stessa. Lei lo implora, poi piange.
La ritmica essenziale segue i battiti del cuore, ma è un cuore malato e perverso.

Federica Giaccani

Marta sui Tubi @ Dirockato Festival, Monopoli (20/08/2011)

31 Lune, tutte per noi, in un cielo nero petrolio con il mare che ne assorbe il colore, l’odore.
Abbiamo fatto a meno dell’ombra stanotte,  le luci sono sul palco, siamo solo voci.
Queste città di mare con la costa friabile come biscotti integrali, le orme temporanee, sulla sabbia, di bimbi assonnati a cui l’estate concede giorni più lunghi e sbadigli dolci.
Gioventù esuberante e frivola mi strattona la spalla, aliti vinosi e sorrisi ebbri.
Hanno fatto tutti “la spesa” tranne me, forse, tranne noi, che speriamo ancora che una canzone ci salvi.

Lo speriamo ancora, sì.

Comprerei tutto a lunga conservazione, per aver provviste chè l’inverno arriverà presto.
Vorrei nevicassi ancora, tu, vorrei che non fossi solo Dicembre ma tutti i mesi e tutte le stagioni. Un calendario ciclico d’amore con i giorni sbarrati dal pennarello indelebile a ricordar quanti altri ce ne aspettano insieme.
Non pesi niente guardandoti, pesi in testa, a tenerti lì senza sapere se ci resterai.
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