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The Jayhawks – Mockingbird Time

Data di Uscita: 20/09/2011

Nella sezione riservata alla musica il loro libro ancora non c’è, ma la sua assenza è rumore. Due centimetri scarsi di spazio vuoto che stridono con tanti dei metri di armadio appaltati al culto rancido delle pop star che furono. Dorsi dalle tinte acide dedicati a certe insulse meteore dei novanta, con i titoli di quel loro unico singolo di successo scolpiti sulle brossure come luccicanti condanne, teaser festonati sul baratro di un oblio che appare oggi quanto mai opportuno. Pietoso, verrebbe da dire. La biblioteca non lo acquisisce, occorre prima che qualcuno si prenda la briga di scriverlo e pubblicarlo. Improbabile che la cosa avvenga ora, con i riflettori lontanissimi da Minneapolis, anche se la delicata brezza del rilancio potrebbe non essere male come incentivo. Più realisticamente toccherà aspettare che la parabola dei Jayhawks si sia conclusa, prospettiva già vaticinata un’infinità di volte e poi regolarmente smentita da questo manipolo di illusionisti con la chitarra. Olson e Louris, Diòscuri della riscoperta Americana e sublimi artisti della suspance, eterni personaggi in cerca d’autore con i trascorsi giusti per il più avvincente dei feuilleton: un incidente stradale da far invidia a Bob Dylan, il rocambolesco contratto con la major firmato ad un niente dallo scioglimento, e poi quella defezione inattesa per fare spazio alle ragioni del cuore.
Mark si chiamò fuori proprio nei giorni delle prime ed uniche copertine. Abbandonò la città per abbracciare il deserto del Mojave e si consacrò a quella ragazza cantautrice, Victoria Williams, cui aveva appena dedicato una canzone e che presto avrebbe sposato. La volontà di starle accanto e di affrontare con lei le lunghe ombre della sclerosi fu apprezzata da tutti quelli che avevano amato il gruppo. L’affetto spense sul nascere l’amarezza, e quel po’ di vampa non lasciò scorie. Lasciò però i Jayhawks mutilati e prossimi al capolinea, privi di bussola nei meandri della tradizione ed ormai inservibili in quell’universo country alternativo che proprio loro, ben più di Uncle Tupelo e Richmond Fontaine, avevano saputo rendere così meravigliosamente attuale negli anni della tormenta grunge. A neanche un lustro da quella rivelazione, in fondo al pozzo si compì però il miracolo. Gary salvò la band stravolgendone natura e direzione. Un cambiamento di pelle radicale, non un tradimento: il pop rock di marca beatlesiana e la balsamica psichedelia sixties erano sempre stati nelle sue corde. Di veramente inedito ci fu solo il risveglio nei panni del corifeo e del motivatore. Per studiare da leader non ebbe che questa occasione, ‘Sound of Lies’, il capolavoro che nessuno più aspettava da lui, l’avvio sfavillante del capitolo secondo. Seguirono le cromature pop di ‘Smile’, il maquillage un po’ troppo audace del mago Bob Ezrin, i passaggi televisivi per Ralph Lauren e con essi i favori di un nuovo pubblico. Forse per emendarsi da tanto accessorio sfarzo, forse come ideale abbraccio all’ex compagno di viaggio, ‘Rainy Day Music’ ripropose a sorpresa i Jayhawks nella leggerezza agreste degli esordi. La cartolina raggiunse Olson a Joshua Tree proprio mentre l’amore di Victoria per lui cominciava a sfiorire. In poco più di due anni Mark perse tutto un’altra volta, compreso l’emerito progetto coniugale dei Creekdippers. Non lasciò il deserto, ma le puntate in Minnesota si fecero via via meno sporadiche. Nonostante il ritiro ventilato in più occasioni da Gary, nel futuro del gruppo doveva per forza esserci altro. Il cambio di vento avrebbe dato ragione al fan che da sempre non disdegnava il dileggio dell’incurabile visionario. Valeva la pena di aspettare, evidentemente.
La strada tortuosa del riavvicinamento ha portato in sordina a ‘Mockingbird Time’, molto più di un disco da reunion considerati gli antefatti. C’è un momento, verso il finale di ‘Tiny Arrows’, in cui il pianoforte della rientrante Grotberg sembra invitare alla danza il fraseggio acustico accennato da Olson. Subito risponde l’elettrica di Louris, accendendo un breve dialogo di assoli che è quanto di meno professorale o lezioso si possa immaginare. Nella confortevole frugalità di questo incontro quasi appartato risiede lo spirito autentico, amichevolmente intimo, della band fenice riemersa dalle fiamme, mentre l’incessante riabbracciarsi delle voci, il ricomporsi di armonie corali semplicemente magiche, porta con sé la verità più compiuta e toccante di un’intesa mai sbiadita. Occorre una prova di superbo artigianato musicale perché il legame si riannodi e le ellissi diventino pallide cicatrici, riassorbite fino a negarsi alla vista. E Silence è la parola che più spesso fa capolino, non per caso. Come un monito o uno spazio vuoto, come a tradire l’ansia di aggredirlo davvero il silenzio degli ultimi sedici anni. Pigiare il triangolo per ‘Hide Your Colors’ è come far ripartire un vecchio orologio, o riaprire un volume all’esatto capoverso in cui la lettura era stata interrotta. La classicità di ‘Tomorrow The Green Grass’ ha lasciato un’orecchia sulla pagina, una piega che non si cancella. Lo stesso capita con gli automatismi della squadra. Intatti. Funzionali quasi li avessero oliati in vista della riapertura. Mark si arrangia al proprio posto con la destrezza del veterano, gran classe secca e colorata, lunghi intermezzi strumentali e la stessa voce asprigna delle ultime fatiche in solitaria. La vena introspettiva del Salvation Blues sveste però il manto spietato dell’amarezza per pavesarsi di germogli e serena nostalgia. L’afflato malinconico è tiepido al punto giusto, il polso fermo, abbastanza per impedire alle melodie uno smottamento di registro verso il languido o lo svenevole. Non si adagiano comunque i sodali ritrovati, andando a chiudere entrambe le facciate con le ottime vibrazioni di quel paio di episodi appena più movimentati, senza sconfessare mai l’insopprimibile inclinazione al folk impuro che da sempre rappresenta il marchio di fabbrica del loro sound. Tra l’ampio diversivo country di ‘Guilder Annie’ e la sontuosa enfasi roots di ‘Black-eyed Susan’, la più marcata vena traditional della seconda parte riporta direttamente alle foto di gioventù della band – la gradevole marginalità del Bunkhouse LP –  ma non inficia la sostanziale riuscita di un album ad altissimo coefficiente di tipicità. Nessun instant classic a questo giro, ma canzoni corpose che lievitano ascolto dopo ascolto come il dolce della nonna. Canzoni cui sarebbe irragionevole imputare addebiti che vadano al di là dell’eccessiva indulgenza nello scoprire le proprie carte, o di uno sguardo forse troppo caparbiamente rivolto al passato. Alquanto veniali come recriminazioni. Trascurabili, se sull’altro piatto della bilancia infiliamo anche solo il crescendo prodigio di ‘She Walks in So Many Ways’ o l’intarsio vocale sfalsato di ‘Cinnamon Love’, rincorsa a perdifiato nella sterminata prateria attorno alla chiesa di ‘Hollywood Town Hall’.
Ecco, questo sì potrebbe essere un bell’incipit per chi volesse scrivere quel benedetto libro su di loro. O ancora meglio per un romanzo autobiografico del solo Mark Olson, chiamato a servire le proprie petite madeleines a ricerca ormai ultimata: “Riapro gli occhi, la neve si è sciolta ovunque il mio sguardo arrivi. Quel che resta siamo noi, invecchiati, nascosti dentro una pozzanghera”.

Stefano Ferreri

2 Responses to “The Jayhawks – Mockingbird Time”

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