monthlymusic.it

Daniel Levi Goans – BrotherStranger

Data di Uscita: 18/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Autunno

Tolgo le scarpe.

A piedi nudi, mani nude, scalare questo tronco secolare come i dubbi dell’uomo, sarà un’impresa per lo meno naturale.  Istinto di sopravvivenza alla ricerca di nuove prospettive.
Gli occhi curiosi, la mente curiosa, il cuore malato, i sogni venduti al peggior offerente.
C’è profumo di terra bagnata, chè ieri ha piovuto e non t’ho nemmeno riscaldato con un abbraccio.
Saremo per sempre nudi, nonostante i maglioni di lana color corallo quasi imbarazzanti con quei motivetti romboidali, nonostante le coperte sui nostri letti a consacrare amori nottambuli, nonostante le sciarpe fatte a mano con i gomitoli comprati al mercato dell’usato.
Mi piace la lana, preferisci il cotone.
Tremiamo. E non è un po’ di noi che va via ad ogni sussulto contenuto, non è l’anima che scalpita o l’ipotermia, siamo nudi e inadatti a tutta questa verde bellezza, alla saggezza degli alberi che guardano le civiltà evolversi e distruggersi, che respirano per loro e per noi, che non si muovono mai.
Non si lasciano mai.
In cima la visuale è poco nitida.
E tutto questo silenzio m’attraversa.
Abito la mia mente da tempo, oramai.  Sono orfana di mura di cemento e false presenze.

(From my birth the truth was plain
with pure heart life on earth was pain
repulsed by everything I saw
my mind became my home)

Mi consolo ascoltando i miei lamenti.
Ma vorrei della musica.
Non hai nemmeno paura che io possa precipitare, eppure t’avevo raccontato dei miei incubi in caduta libera.
Invidio le nuvole. Ne sfioro una, piange. La mano è bagnata, mi affido alla sua tristezza.
Le credevo gaie e ribelli, con quell’andare quasi indifferente  nello spazio che spazio non ha.
Il blu diventa nero, il cielo si spegne e s’accende di stelle che non ho saputo mai disegnare e che tu invece incidevi su cortecce irregolari, ed erano bellissime, d’ambra e legno.
Anche i rami si denudano, fedeli alla moda settembrina.
Arancione e giallo, marrone e rosso, colori che non “passano” mai. Son temerarie le foglie, sai?
Giocano nell’aria senza paura, un direttore d’orchestra ne dirige le traiettorie.
Il sottobosco si decora.

Inverno

Il freddo gela i ricordi. Si conservano perfettamente, li vedo cristallini.
C’è anche un vento che seduce il mio collo, lo accarezza e quasi lo trattiene .
Ho pensato al tempo investito nei drammi, nelle scelte credute sbagliate, nelle ipotesi fatte sulla gente che aveva poco a che fare con i nostri futuri radioattivi, costruiti su pagine giallo-evidenziatore e foglietti portati nei portafogli come santini.  Progetti immensi come regge, altro che castelli, di sabbia.
Ma non ci sarà l’oceano a spazzar via tutto, qui, siamo al sicuro nella foresta.
Te lo chiedo: – SIAMO AL SICURO?-
Le albe azzurrine di Gennaio risvegliano i freddi colori della nostra tavolozza, assopiti dalla calda stagione.
La gente esce poco d’inverno, si rintana come cuccioli durante il letargo, la frenesìa, anche dall’alto, è meno epilettica.
Esci fuori per portarmi una tazza di tè ai mirtilli, adoro i frutti rossi.
C’è poco zucchero ma il profumo accarezza le narici come quando m’avvicino a quel fiore rosso che sboccia ad ottobre e di cui mi ripeti sempre il nome. Ed io, lo dimentico, puntualmente.
Posso guardarti ora. Posso avvicinarmi senza dover promettere incondizionato amore sapendo che non sarà possibile mai, perché mi servi per vestire le possibilità, le stesse che ti dai tu e non lo sai. Posso finalmente guardare quei tuo occhi spesso bassi e prenderti le guance barbute, muovere i pollici ad accarezzarle timidamente, dirti che è con le mie paure e con la tua saggezza che affronteremo l’Estate. Suderemo insicurezze, ti scriverò lettere lunghissime quando andrò in città per le provviste e tornando ti ritroverò seduto in giardino su una sedia, con le mani che profumano di albero e con gli alberi che t’osservano creare.
Mi hai regalato una sezione del tronco d’una quercia che dicevi esser malata, reincarnata nella panca su cui, mi dici, mi racconterai chi sei.
-Vedi , – abbasso il capo guardandoti le mani, dolci buoni per me- questo albero ci racconta una storia, ognuno di questi cerchi rappresenta la sua sfida col tempo, la sua crescita e la sua forza. L’albero è un artista che scolpisce dentro sé gli eventi , turbini di momenti registrati sul nastro d’una cassetta in linfa e resina, privati come i tuoi pensieri. Smettila di guardare il cielo, di trovar scuse all’insoddisfazione in un tempo senza certezze. Liberati dalle pesanti ali di cera.-

E baciandomi la fronte: – Buongiorno amore. Cerchiamo nell’orizzonte un segno nuovo…-

I see myself in your eyes the way I used to be
Maybe stronger that’s a dream I hope to see
I’ll let you in and try one more time
I’ll search the horizon for a sign

Ilaria Pastoressa



Mi consolo ascoltando i miei lamenti.
Ma vorrei della musica.
Non hai nemmeno paura che io possa precipitare, eppure t’avevo raccontato dei miei incubi in caduta libera.
Invidio le nuvole. Ne sfioro una, piange. La mano è bagnata, mi affido alla sua tristezza.
Le credevo gaie e ribelli, con quell’andare quasi indifferente  nello spazio che spazio non ha.
Il blu diventa nero, il cielo si spegne e s’accende di stelle che non ho saputo mai disegnare e che tu invece incidevi su cortecce irregolari, ed erano bellissime, d’ambra e legno.
Anche i rami si denudano, fedeli alla moda settembrina.
Arancione e giallo, marrone e rosso, colori che non “passano” mai. Son temerarie le foglie, sai?
Giocano nell’aria senza paura, un direttore d’orchestra ne dirige le traiettorie.
Il sottobosco si decora.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.