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Archive for settembre, 2011

Steven Wilson – Grace for Drowning

Data di Uscita: 26/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Retreat from the begging, invites to the wedding.

Quando gli dissero che non avrebbe più potuto rovistare nei cestini per via di una delibera comunale, non si perse d’animo.
D’altronde, che peso hanno le parole, quando vengono semplicemente scandite da vibrazioni dell’aria?
Avrebbe considerato la notizia una volta letta su un giornale abbandonato sotto una panchina, o su un foglietto rubato dal vento.

Oh once in a while, I learn how to smile.

Ci si dimentica che la vita inizia come un dono.
E che dovrebbe continuare ad essere vissuta come tale.
Senza sprechi o complesse trattative.
Un’elargizione spontanea e sincera.

Crawl into your arms, become the night forever.

Molti se ne sono dimenticati o non ne hanno mai avuto coscienza. Per questo lui girava nei giardini e nelle vie alla ricerca di qualcosa, perso per incuria o abbandonato per volontà.
Si pensa di essere unici e speciali, in realtà molto di quello che facciamo o scriviamo è già stato pensato e realizzato da migliaia di altri.

E allora.. e allora parole scritte per assunzione d’amore sul retro di un libro non dovrebbero mai essere cancellate ma regalate ad un amico, ad uno sconosciuto, abbandonate su un muretto. Il fortunato renderà proprie quelle lettere, si compiacerà della rivelazione.

Lo commuovevano particolarmente le cartoline. Così brevi, innocenti, semplici. Raccontano, ma soprattutto, fanno sognare. Non sono mai una fine ma l’inizio o la continuazione di qualcosa.
Sono sempre.. felici.
Ne aveva a centinaia, e le aveva rispedite tutte, una dopo l’altra, a destinatari sparsi per il mondo.

Raccoglierò briciole e polvere, cibo e cartone: bisogna deformare, per creare una Stella.

Filippo Righetto

Laura Marling – A Creature I Don’t Know

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

‘No te conoce nadie. No. Pero yo te canto’
(F.Garcia Lorca)

Sto solo sprecando inchiostro, lo so.
Il diario che ho tra le mani non può servire a niente, occupa solo un posto in un cassetto, anzi potrebbe solo portarmi dei problemi.
Non cambierà mai niente qui, in questo villaggio. Ci hanno abituato a non chiedere niente sin da piccole, a me e a mia sorella. Che diritto abbiamo di cambiare le cose?
Per fortuna sono da sola adesso, sdraiata sul letto e con la penna in mano e ho anche chiuso la porta a chiave.  ‘Night after night, day after day. Would you watch my body weaken, my mind drift away?’

La marcia della carrozza là fuori preannuncia un’altra inutile domenica. Non ho voglia di uscire dalla porta di casa e di sorridere ai passanti. Quell’uomo non può con orgoglio portarmi per le strade a braccetto come se ci amassimo davvero. Io non lo amo più, non posso dirlo a nessuno. Solo questa carta lo sa e da quasi un anno ormai.
Ma non serve proprio a niente,  c’è solo polvere in giro.
Eppure non sarò mica l’unica. Rosa, la moglie del dottor Alvarez, come può accettare ancora tutte quelle pubbliche umiliazioni? E che dire di Carmen, mia cugina, o di Teresa, alle preso con i figli del signor Gonzales.. Da generazioni abbiamo paura di non meritarci la grazia e non ci chiediamo neanche perché. Altro che avere dei dubbi …
Le luci della grande città in lontananza all’ora del caffè, tra le lenzuola rattoppate e ingiallite appese sui balconi e l’inevitabile avanzata del crepuscolo, mi ricordano il riflesso del sole sulle vetrate della chiesa il giorno del mio matrimonio. L’amore pareva un’altra cosa a diciassette anni e con indosso l’unico abito davvero bianco che abbia mai indossato in vita mia. Dove sono finite tutte quelle parole che mi hai regalato tenendomi per mano? Tutti quegli ornamenti inutili, tutta questa mia rabbia che non trova una via d’uscita, che da innocente si è ritrovata vittima di questa pena infinita, tradita dalla mia forza di agire.
Dove mi porterà questo scorrere della mia mano? E’ questo il deserto forse?
All’improvviso mi ricordo di Don Pedro, diceva che senza il sangue non si costruiscono le strade e i villaggi come questo, che non ci si può mai ben fidare della notte, soprattutto quella che nascosta è aldilà della collina. Schiava di un presente senza orizzonte, mi perderei senza rimorsi in qualsiasi angolo di notte, purché si trovi in un domani diverso . Ritorna cuore, trafitto da tre spade, continua a tendere verso dimensioni lontane. Recupera parte del mio amore che è stato rapito e violentato da questa terra rossastra e cerca di portarlo via con te.
Talvolta s’impossessa di me come la forza di un mare.
Mi scopro invasa da nude forze e quasi mi sento estranea a questo corpo e a questo mondo. Oh, non può essere solo la mancanza di sonno.
Canto di te che sei ovunque e in nessun luogo perché continui ad aiutarmi a resistere e a tenere lontana la mia mano da qualsiasi lasciapassare per tentativi di autodistruzione. Canto e prego non so più se per quel volto sorridente imprigionato in un’antica fotografia o se per uno spirito non ancora nato che proprio qui, in questa notte, sta cercando di condividere con me qualche misterioso segreto legato al futuro. Come se si trattasse di un passaggio di consegne tra la mia anima e un’altra però capace di liberarsi da qualsiasi catena.
Chiuse il diario sfinita.
Tra canti di vetro abortiti sul nascere posò la penna e si ritrovò in ginocchio ai piedi del letto.
Due lacrime scesero dai suoi occhi socchiusi. Una e due.
Rossa di sangue la prima, l’altra
che pareva cristallo.

Filippo Redaelli

Daniel Levi Goans – BrotherStranger

Data di Uscita: 18/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Autunno

Tolgo le scarpe.

A piedi nudi, mani nude, scalare questo tronco secolare come i dubbi dell’uomo, sarà un’impresa per lo meno naturale.  Istinto di sopravvivenza alla ricerca di nuove prospettive.
Gli occhi curiosi, la mente curiosa, il cuore malato, i sogni venduti al peggior offerente.
C’è profumo di terra bagnata, chè ieri ha piovuto e non t’ho nemmeno riscaldato con un abbraccio.
Saremo per sempre nudi, nonostante i maglioni di lana color corallo quasi imbarazzanti con quei motivetti romboidali, nonostante le coperte sui nostri letti a consacrare amori nottambuli, nonostante le sciarpe fatte a mano con i gomitoli comprati al mercato dell’usato.
Mi piace la lana, preferisci il cotone.
Tremiamo. E non è un po’ di noi che va via ad ogni sussulto contenuto, non è l’anima che scalpita o l’ipotermia, siamo nudi e inadatti a tutta questa verde bellezza, alla saggezza degli alberi che guardano le civiltà evolversi e distruggersi, che respirano per loro e per noi, che non si muovono mai.
Non si lasciano mai.
In cima la visuale è poco nitida.
E tutto questo silenzio m’attraversa.
Abito la mia mente da tempo, oramai.  Sono orfana di mura di cemento e false presenze.

(From my birth the truth was plain
with pure heart life on earth was pain
repulsed by everything I saw
my mind became my home)

Mi consolo ascoltando i miei lamenti.
Ma vorrei della musica.
Non hai nemmeno paura che io possa precipitare, eppure t’avevo raccontato dei miei incubi in caduta libera.
Invidio le nuvole. Ne sfioro una, piange. La mano è bagnata, mi affido alla sua tristezza.
Le credevo gaie e ribelli, con quell’andare quasi indifferente  nello spazio che spazio non ha.
Il blu diventa nero, il cielo si spegne e s’accende di stelle che non ho saputo mai disegnare e che tu invece incidevi su cortecce irregolari, ed erano bellissime, d’ambra e legno.
Anche i rami si denudano, fedeli alla moda settembrina.
Arancione e giallo, marrone e rosso, colori che non “passano” mai. Son temerarie le foglie, sai?
Giocano nell’aria senza paura, un direttore d’orchestra ne dirige le traiettorie.
Il sottobosco si decora.

Inverno

Il freddo gela i ricordi. Si conservano perfettamente, li vedo cristallini.
C’è anche un vento che seduce il mio collo, lo accarezza e quasi lo trattiene .
Ho pensato al tempo investito nei drammi, nelle scelte credute sbagliate, nelle ipotesi fatte sulla gente che aveva poco a che fare con i nostri futuri radioattivi, costruiti su pagine giallo-evidenziatore e foglietti portati nei portafogli come santini.  Progetti immensi come regge, altro che castelli, di sabbia.
Ma non ci sarà l’oceano a spazzar via tutto, qui, siamo al sicuro nella foresta.
Te lo chiedo: – SIAMO AL SICURO?-
Le albe azzurrine di Gennaio risvegliano i freddi colori della nostra tavolozza, assopiti dalla calda stagione.
La gente esce poco d’inverno, si rintana come cuccioli durante il letargo, la frenesìa, anche dall’alto, è meno epilettica.
Esci fuori per portarmi una tazza di tè ai mirtilli, adoro i frutti rossi.
C’è poco zucchero ma il profumo accarezza le narici come quando m’avvicino a quel fiore rosso che sboccia ad ottobre e di cui mi ripeti sempre il nome. Ed io, lo dimentico, puntualmente.
Posso guardarti ora. Posso avvicinarmi senza dover promettere incondizionato amore sapendo che non sarà possibile mai, perché mi servi per vestire le possibilità, le stesse che ti dai tu e non lo sai. Posso finalmente guardare quei tuo occhi spesso bassi e prenderti le guance barbute, muovere i pollici ad accarezzarle timidamente, dirti che è con le mie paure e con la tua saggezza che affronteremo l’Estate. Suderemo insicurezze, ti scriverò lettere lunghissime quando andrò in città per le provviste e tornando ti ritroverò seduto in giardino su una sedia, con le mani che profumano di albero e con gli alberi che t’osservano creare.
Mi hai regalato una sezione del tronco d’una quercia che dicevi esser malata, reincarnata nella panca su cui, mi dici, mi racconterai chi sei.
-Vedi , – abbasso il capo guardandoti le mani, dolci buoni per me- questo albero ci racconta una storia, ognuno di questi cerchi rappresenta la sua sfida col tempo, la sua crescita e la sua forza. L’albero è un artista che scolpisce dentro sé gli eventi , turbini di momenti registrati sul nastro d’una cassetta in linfa e resina, privati come i tuoi pensieri. Smettila di guardare il cielo, di trovar scuse all’insoddisfazione in un tempo senza certezze. Liberati dalle pesanti ali di cera.-

E baciandomi la fronte: – Buongiorno amore. Cerchiamo nell’orizzonte un segno nuovo…-

I see myself in your eyes the way I used to be
Maybe stronger that’s a dream I hope to see
I’ll let you in and try one more time
I’ll search the horizon for a sign

Ilaria Pastoressa



Mi consolo ascoltando i miei lamenti.
Ma vorrei della musica.
Non hai nemmeno paura che io possa precipitare, eppure t’avevo raccontato dei miei incubi in caduta libera.
Invidio le nuvole. Ne sfioro una, piange. La mano è bagnata, mi affido alla sua tristezza.
Le credevo gaie e ribelli, con quell’andare quasi indifferente  nello spazio che spazio non ha.
Il blu diventa nero, il cielo si spegne e s’accende di stelle che non ho saputo mai disegnare e che tu invece incidevi su cortecce irregolari, ed erano bellissime, d’ambra e legno.
Anche i rami si denudano, fedeli alla moda settembrina.
Arancione e giallo, marrone e rosso, colori che non “passano” mai. Son temerarie le foglie, sai?
Giocano nell’aria senza paura, un direttore d’orchestra ne dirige le traiettorie.
Il sottobosco si decora.

Youth Lagoon – The Year of Hibernation

Data di Uscita: 27/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Daydream
di Marco Caprani

Non sempre le linee determinano forme, a volte si spengono o cessano semplicemente di esistere, a volte svaniscono nel nulla…
E tu guardi l’intenso raggio di luce solare penetrare attraverso le veneziane e tagliare il tuo foglio.
È un tramonto di luglio, fuori e controluce i bambini correndo sul bagnasciuga fan scintillare l’acqua del mare. Fa freddo per essere luglio…

Non sempre le prospettive hanno dei punti di fuga, a volte sfumano esili in un orizzonte sfuocato, perlato, lontano, più lontano di quello del mare.
E ti accorgi che quelle fughe sono i ricordi che reggono le linee del presente sulle quali costruisci solidi di materia, solidi di sogni, solidi di memoria, solidi d’amore…
E poi sogni, sogni, sogni di giorno… perché in fondo hai diciassette anni.
E non chiederti mai che cosa disegnerai, che forma avrà il futuro… chiedi alla linea che cosa vuole diventare.

Con i disegni non si scherza, le matite sono indelebili, cancellare è un’illusione: lo spazio necessita di respirare le proiezioni della tua mente e la mano di sbagliare… è ad occhi chiusi che disegni il futuro.

Don’t stop to imagine me…

E le linee incerte che definiscono le tue fantasie son come vocalizzi filtrati dal passare del tempo dove i contorni si percepiscono appena e le sagome non sono mature: sono figure immerse nel suono e turbate dai riverberi.
E tu bambina immagini il futuro un’enorme bolla di sapone, vaga, diffusa, sospesa tra i bagliori di nuvole d’oro che circondano un mondo goloso di desideri dove vorresti vivere insieme ai suoi astronauti e ti lasci andare nell’iperspazio non euclideo delle tue idee perfette e mai nate.
E il caldo the alla menta che stringi tra le mani ti rende sicura e contrasta il brivido della brezza marina che penetra attraverso le fessure nei muri della tua casa di legno…
E sogni e tracci raggi di luce e ti accorgi che una linea bianca è più importante di mille obiettivi perché priva di meta…

Ma poi apri gli occhi e guardi il foglio, ferma e sorpresa alzi il capo da chino che era: attraverso la finestra quella bolla ora è di fronte a te, informe, traslucida, ondeggia leggera… pura e bellissima.

E l’ammiri, ci guardi attraverso e capisci che le trasparenze son essenziali alla conoscenza e le vorresti poter disegnare, ma ti accorgi che quel mondo non è reale e che ora ci vedi davvero…
E il tramonto è spento e la grigia città s’illumina e le ciminiere bruciano, fumano all’orizzonte…
E non è questo ciò che vuoi, e non è questo il luogo dov’eri…
E allora non staccherai mai più la matita dal foglio, non ripasserai mai due volte la stessa linea e chiuderai gli occhi come prima.

Robedoor – Too Down to Die (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 11/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Se ne esce trasfigurati: non consigliati agli addetti della pulizia del suono, non consigliati ai deboli di cuore, non consigliati agli amanti dell’immediatezza sonora, non consigliati a persone limpide e pulite, non consigliati per le radio. Qui si capisce chiaramente cosa significa la parola Underground, nel vero senso del termine dico.
Non quello fittizio e costruito per vendersi meglio, qui è l’attitudine vera, la fonte di tutto si trova qui e in queste zone geografiche, tra le pieghe più nascoste e esplosive.
Siamo nella parte scura di Los Angeles, chissà come mai ci ritroviamo sempre in California e in America, non penso sia proprio un caso.
C’era bisogno di saturare le vene, senza essere tossici, noi che siamo allergici agli aghi dovevamo trovare altro. E lo abbiamo finalmente trovato. La saturazione è una delle sensazione più intime che si possano provare, in varie forme siamo riusciti a raggiungerla. Non c’era molta gente quella sera, ma si ondeggiava tremendamente dispersi tra i suoni. NOT NOT FUN sui muri e il suo padrone lì dentro. I Brown nel loro ruolo e nella loro missione sciamanica ci hanno fatto entrare, avevamo finalmente ricevuto i maledetti accrediti dal capo. Siamo di Monthly Music gli diciamo noi, loro ci fanno entrare ma non capiscono, sono già in trance probabilmente. Le birre costano pochissimo e le persone bevono e altri fumano, non le sigarette dagli odori in giro.
C’è nell’aria l’energia oscura, si percepisce il battito del luogo, ma ancora non esplode nulla. È come essere da soli, si parla in giro con qualcuno ma quando tutto parte si è da soli con se stessi; è un dialogo singolare che rafforza quello globale. I singoli nelle loro differenze si rispecchiano e si scontrano con i rumori, cosa ne esce fuori non è raccontabile poi. Si chiama mistica, esperienza diretta sacrale e non comunicabile.
Non si offendano i credenti ma il sacro è riscontrabile a più livelli, specialmente attualmente dove si può assistere alla sua mercificazione; non è questo il caso. Qui di fenomeno collettivo non c’è nulla, le individualità non riducibili sono plasmate in mille modi.
Si parte, cavalcate lisergiche, drone nerissimo e di più, sempre di più, sferzate violente, distorsioni acute, scuro, pece, batteria cadenzata e ipnotica. Sì c’è tutta questa roba alla massima potenza e noi siamo ormai persi e i minuti scorrono. Questi si accartocciano in maniera vile e pericolosa, tornano su se stessi mostrando corpi scheletrici, percuotono con ritmi che paiono tanto formule magiche. Parallel Wanderer apre e toglie il respiro, ci si dilata per poi cadere inesorabilmente nel delirio di un balzo nel vuoto, minuti di rituale e di eco che paiono ore e ore. È tempo di emigrare, si continua a restare in sospeso per poi precipitare. Ma il lido della caduta è diverso, qui si può percepire una caduta che è una salita verso l’alto. L’aria è rarefatta e il cosmico pervade inesorabile tutto. Pulsa il ritmo e si sale sempre di più tra il crepitio celeste e cupo. Sferzate di fuoco nel buio per le nostre migrazioni. (In The) Cybershade/Universal Migration. Allucinazione sonora, filtri per la voce, incedere lento e sofferto. Dungeon Crossroads. La chiusura dà il saggio di tutto, gli sciamani si asciugano lievemente il sudore e ci propongono un addio tutto in loop con voci quasi drammatiche, si vive e si capta la caduta definitiva nello sporco. Energia quasi trattenuta e rilasciata in modo quasi controllato, l’ultima ipnosi culla in posti sconosciuti, si è definitivamente risucchiati e annientati nelle ripetizioni da marziani.
Questa è pura magia. Afterburners.

Non è forse spiegabile concretamente tutto ciò, non si capirà a pieno il tutto. Questo è il punto: non si può capire alla perfezione, bisogna ascoltare in un luogo silenzioso per apprezzare ogni sfumatura.
Solo successivamente ci si potrà far trasportare da questi sciamani in un viaggio tutto personale.

Alessandro Ferri

Evangelista – In Animal Tongue

Data di Uscita: 20/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le nuvole rosseggiavano in cielo e la figura sghemba e minuta di una giovane donna in bicicletta faceva capolino tra le tende dell’ampio soggiorno di casa Wellington.
La signora Anne leggeva comodamente la lettera che il figlio le aveva mandato ormai tanto tempo fa. La rileggeva sempre soffermandosi su ogni dettaglio della calligrafia; le parole, che denotavano un carattere avventuroso e ribelle, si confondevano a causa delle lacrime che di tanto in tanto si formavano tra le palpebre serrate della donna, esaurendosi in stille salate sulla carta o sulla gonna scura.
La signora e il signor Wellington non avevano avuto più notizie del figlio e la Legge aveva ormai archiviato il caso del giovane Rick, dichiarandolo ufficialmente deceduto.
Margaret pedalava a denti stretti lungo il viale semisterrato non riuscendo tuttavia a non pensare alle numerose formali chiamate di lavoro che aveva ricevuto in giornata e alla sua scrivania, stracolma di carte. A un certo punto, l’eccessiva foga e la disattenzione fecero rotolare a terra la povera Margaret che si vide costretta a chiedere aiuto. Era caduta vicino l’accesso di una vecchia abitazione che avrebbe scommesso fosse disabitata. Il cancello corroso dalla ruggine, i fiori e l’erba del vialetto interno ridotti in poltiglia dalla pioggia e dal vento. Margaret si avvicinò e scorse, con sua grande sorpresa, una figura vicino il portico di quella grande abitazione. Al suo fianco un cane ululava mestamente la sua litania pomeridiana.
“Signore, mi scusi,” esordì la giovane Margaret.
“Sono caduta dalla bicicletta, potrebbe farmi entrare gentilmente? Giusto il tempo di tamponare i graffi e ripulirmi le mani.”
Il signor Wellington fece un gesto di approvazione e così Margaret aprì il cancello dirigendosi verso quell’uomo.
Vista da vicino, quella vecchia casa le sembrava ancora più imponente ma al tempo stesso notò che la pioggia e l’incuria avevano disegnato ora delle croci nere ora delle enormi vene che parevano dei serpenti sotto il tetto e lungo il canale di scolo.
“Entrate pure,” disse con eccessiva gentilezza l’uomo che era vestito in maniera molto elegante, con dei pantaloni finissimi e una camicia bianca come la neve. Tuttavia Margaret non mancò di notare il volto particolarmente pallido dell’uomo e il suo sguardo perso nel vuoto, fluttuante come una rondine ubriaca. Margaret entrò in casa.
“Buonasera, signora.”
“…”
“Mi chiamo Margaret, avrei bisogno di un po’ d’acqua per…”
“Margaret, sei tu. La fidanzata di Rick!”
“No, sign…”
“Accomodati, mia cara Margaret. Come sei bella… ma cosa sono questi vestiti che hai addosso?”
Margaret, capìta la situazione, assecondò la signora Wellington e si accomodò sul pregiato divano in stile ottocentesco. A dire il vero, gli interni di questa casa erano molto curati; il soggiorno era arredato in maniera classica, il tavolo in legno pregiato con una finissima tovaglia bianca impreziosita da eleganti ricami fatti a mano. Anche il modo di vestire della signora Wellington era particolarmente ricercato seppur semplice nella sua eleganza, mentre i capelli erano raccolti in stile biedermeier risultando quasi artificiosi.
“Avrei bisogno solo d’un po’ d’acqua, signora… ah! Complimenti davvero per la casa.”
“Ma certo, Margaret… Ecco. Oh, ma guarda che brutto graffio.”
“…”
“Ora non dovrebbe più sanguinare.”
“Grazie, signora. Molto gentile. Ora però dovrei andare. Si sta facendo buio, ringrazi anche suo marito per l’ospitalità.”
“Aspetta Margaret… Tieni. Ho sempre voluto darti questa lettera. Sono le ultime notizie che abbiamo ricevuto dal nostro povero Richard. Io ormai la conosco a memoria; ogni virgola, ogni lettera. E ogni volta che la rileggo i battiti del mio cuore sembrano quelli di una campana infuocata: ogni rintocco mi brucia l’anima.”
La signora Wellington porse la lettera a Margaret e istintivamente strinse le sue mani. Le dita dell’una, secche come il cuoio, entro quelle minute dell’altra, sembravano quasi scomparire e per un attimo Margaret si sentì sola dentro una casa completamente vuota; il suo animo rabbrividì.
“Signora, che mani fredde che ha.”
Tornata alla propria abitazione, Margaret cenò col suo compagno. La televisione faceva da sottofondo inutile. Poi fecero l’amore e prima di addormentarsi, spento il telefono cellulare, aprì la lettera che quella cupa signora le aveva donato, cominciando a leggere sottovoce.

«Cari genitori,
qui i giorni passano in maniera frenetica e il posto ci sta davvero entusiasmando. Sono lieto di annunciarvi che finalmente potremo spostarci dalla parte ovest del Paese alla parte est, dove finalmente potremo esplorare ciò che ancora non è stato esplorato. Il tempo è davvero rigido, tuttavia l’amicizia che mi lega ai miei compagni vanifica tutti i cattivi pensieri anche se il calore di casa mi manca tremendamente! Mi mancate voi, gli amici e soprattutto mi manca la dolce Margaret.
Il tempo è davvero tiranno e mi vogliate scusare se scrivo in maniera didascalica ma, come già detto, c’è molta frenesia e i ritagli di tempo libero sono davvero limitati, dunque devo già concludere questa lettera che spero arrivi presto a casa.
Petrozadovsk, lì 1 dicembre 1843

Richard Wellington»

Andrea Russo

Laura Arkana met Peter Broderick – Lentemuziek

Data di Uscita: 13/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

«Io e la mamma lo facevamo in continuazione, quand’ero piccola…»
I due occhi nocciola le sorrisero dal balconcino accanto.
«…il pianoforte all’epoca era qui, proprio sotto la finestra. Ci sporgevamo appena, osservavamo la gente passare e poi le ricamavamo addosso trame di note, un po’ come una colonna sonora… ecco, guarda quella signora, quella tutta impettita! Guarda come zampetta sui suoi tacchi rossi…»
Scomparve dietro le tendine di pizzo.
Nell’attimo esatto in cui vide la donna passare con quell’aria tanto austera quanto ridicola, Jeff udì provenire dall’appartamento della ragazzina un motivo andante scandito dal rumore di quei tacchi magenta. Non poté fare a meno di ridere.
«…divertente, no?»
Annuì impercettibilmente, consapevole che Lisa non stesse effettivamente aspettando una risposta, presa com’era ad intrecciarsi i lunghi capelli corvino per formare una treccia. Se la girò attorno alla testa, come una corona: aveva un aspetto delizioso e regale, come ogni mattina. Con la sola differenza che quella mattina aveva rotto un incantesimo e preso a parlargli di sé; quel silenzioso gioco di specchi dei loro sguardi, protrattosi per giorni e giorni, s’era d’improvviso interrotto e subito mutato in dialogo. O, per meglio dire, in monologo, visto che Jeff si limitava, come sempre, a sorridere e annuire.
«L’autunno mi mette sempre di buon’umore, le foglie arrossiscono e volano via, come palloncini o mongolfiere. Sei mai andato in mongolfiera? Deve essere bello, suppongo, se non soffri di vertigini.»
L’abitino blu le scendeva dritto sui fianchi, liberò il nastro di raso candido che portava annodato attorno al polso e se ne cinse la vita, formando un fiocco perfetto sul fianco destro, innaffiò il tulipano arancione che aveva abilmente piantato in un piccolo vaso e riprese: «È un po’ che voglio chiederti cosa ci fai qui tutto il giorno… Sì, insomma, lo so, anch’io son sempre qui ma ogni tanto mi dileguo per suonare il mio pianoforte o strimpellare qualcosa sulla chitarra o, ancora, per leggere qualcuno dei miei libri… ma tu? Sei sempre qui, guardi la gente che passa e… – il viso della giovane donna si fece esageratamente serio d’improvviso –  …non parli mai? Con nessuno?»
Lo sguardo di lui si volse altrove, risentito, e Lisa temé di aver compiuto un passo falso, «Scusami,» disse, «non volevo offenderti.»
Jeff continuò a fissare l’inizio del vialetto, dal quale s’intravedeva un gruppetto di ragazzi procedere a passo svelto fra spintoni e risate; ovviamente non parlò e, d’altronde, la ragazza non s’aspettava sul serio che lui lo facesse: si diede della stupida per aver azzardato quella domanda, nonostante fosse ben consapevole che quelle labbra che le sorridevano ogni mattina non avessero mai emesso suoni in vita loro.
«Scusami», ripeté avvilita. Abbassò lo sguardo e sparì di nuovo dietro il pizzo che copriva le finestre ma non andò a sedersi dinanzi al pianoforte come aveva fatto meno di dieci minuti prima: imbracciò la chitarra, piuttosto, e, sperando che lui potesse sentirla, cominciò a dar vita a una melodia leggera come le foglie autunnali che volano via.
Suonò per qualche minuto. Poi udì, incredula,  la voce di Jeff incantata e tremante prendere a cantare. Lisa incatenò, a quel canto timido, il suo soave ma deciso, continuando a pizzicare le corde dello strumento finché le due voci s’affievolirono insieme, ancora unite e bellissime.

Quando cessò di suonare, la ragazza si sporse di nuovo: il balconcino accanto al suo era, per la primissima volta, vuoto.

Annachiara Casimo

Plaid – Scintilli

Data di Uscita: 26/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Un tuffo nell’oceano
di Maurizio Narciso

Il mare è senza strade, il mare è senza spiegazioni
Alessandro Baricco.

Dicono che il mare sia senza strade, senza spiegazioni. Per quanto tu abbia voglia di affrontarlo, superarlo, ridurlo a stagno, acquitrino o fosso, esso ti sommerge, ti subissa l’anima.
Sono in viaggio verso l’oceano mare. Non ho mai visto uno specchio d’acqua più grande dell’Uvs Nuur, e sono emozionata al solo pensiero di raggiungere le coste di Putuo. Il viaggio è lungo ma il mio ragazzo mi ha prestato il suo lettore mp3 con dentro della musica luminosa.
Il paesaggio roccioso scivola lungo il finestrino: marrone, grigio, un po’ di verde, sono i miei colori, anche se li ripudio, chiudo gli occhi. Questa sera ci sarà l’azzurro, forse il blu profondo.
Mi addormento.
Mi sveglia un rumore di pneumatico che stride sull’asfalto, ecco il grigio, grigio ovunque, nuova cittadina da attraversare.
Mi decido e premo il tasto “play”: musica suonata e musica registrata si miscelano, sento rumorini estranei rispetto a quelli che sono abituata ad ascoltare. Musica giocattolo, interferenze e suoni di campanello, si affastellano in incastri semplici, naturali nella loro assurdità.

La melodia diviene più esotica, ora tambureggiante e profonda. New age o musica da ballo? E’ una compilation di diversi artisti oppure un singolo disco? Domande che non troveranno mai una risposta. Non so se rivedrò il mio amato per chiederglielo, non ho alcun soldo per acquistare un ipotetico biglietto di ritorno.
L’oceano mi chiama a sè. Mi torna il sorriso.
La batteria del lettore musicale si è scaricata ma l’ultima fermata è vicina. Mi sporgo fuori dal finestrino, tanto da indurre il conducente a tuonare con la sua voce roca intimandomi di stare attenta. Respiro a pieni polmoni, mi sembra già di sentire l’odore salato nell’aria.
Quando l’autobus si ferma ho il cuore in gola. Le porte si aprono con un rumore secco.
Con assoluta consapevolezza do l’addio alla mia vita precedente.

The Jayhawks – Mockingbird Time

Data di Uscita: 20/09/2011

Nella sezione riservata alla musica il loro libro ancora non c’è, ma la sua assenza è rumore. Due centimetri scarsi di spazio vuoto che stridono con tanti dei metri di armadio appaltati al culto rancido delle pop star che furono. Dorsi dalle tinte acide dedicati a certe insulse meteore dei novanta, con i titoli di quel loro unico singolo di successo scolpiti sulle brossure come luccicanti condanne, teaser festonati sul baratro di un oblio che appare oggi quanto mai opportuno. Pietoso, verrebbe da dire. La biblioteca non lo acquisisce, occorre prima che qualcuno si prenda la briga di scriverlo e pubblicarlo. Improbabile che la cosa avvenga ora, con i riflettori lontanissimi da Minneapolis, anche se la delicata brezza del rilancio potrebbe non essere male come incentivo. Più realisticamente toccherà aspettare che la parabola dei Jayhawks si sia conclusa, prospettiva già vaticinata un’infinità di volte e poi regolarmente smentita da questo manipolo di illusionisti con la chitarra. Olson e Louris, Diòscuri della riscoperta Americana e sublimi artisti della suspance, eterni personaggi in cerca d’autore con i trascorsi giusti per il più avvincente dei feuilleton: un incidente stradale da far invidia a Bob Dylan, il rocambolesco contratto con la major firmato ad un niente dallo scioglimento, e poi quella defezione inattesa per fare spazio alle ragioni del cuore.
Mark si chiamò fuori proprio nei giorni delle prime ed uniche copertine. Abbandonò la città per abbracciare il deserto del Mojave e si consacrò a quella ragazza cantautrice, Victoria Williams, cui aveva appena dedicato una canzone e che presto avrebbe sposato. La volontà di starle accanto e di affrontare con lei le lunghe ombre della sclerosi fu apprezzata da tutti quelli che avevano amato il gruppo. L’affetto spense sul nascere l’amarezza, e quel po’ di vampa non lasciò scorie. Lasciò però i Jayhawks mutilati e prossimi al capolinea, privi di bussola nei meandri della tradizione ed ormai inservibili in quell’universo country alternativo che proprio loro, ben più di Uncle Tupelo e Richmond Fontaine, avevano saputo rendere così meravigliosamente attuale negli anni della tormenta grunge. A neanche un lustro da quella rivelazione, in fondo al pozzo si compì però il miracolo. Gary salvò la band stravolgendone natura e direzione. Un cambiamento di pelle radicale, non un tradimento: il pop rock di marca beatlesiana e la balsamica psichedelia sixties erano sempre stati nelle sue corde. Di veramente inedito ci fu solo il risveglio nei panni del corifeo e del motivatore. Per studiare da leader non ebbe che questa occasione, ‘Sound of Lies’, il capolavoro che nessuno più aspettava da lui, l’avvio sfavillante del capitolo secondo. Seguirono le cromature pop di ‘Smile’, il maquillage un po’ troppo audace del mago Bob Ezrin, i passaggi televisivi per Ralph Lauren e con essi i favori di un nuovo pubblico. Forse per emendarsi da tanto accessorio sfarzo, forse come ideale abbraccio all’ex compagno di viaggio, ‘Rainy Day Music’ ripropose a sorpresa i Jayhawks nella leggerezza agreste degli esordi. La cartolina raggiunse Olson a Joshua Tree proprio mentre l’amore di Victoria per lui cominciava a sfiorire. In poco più di due anni Mark perse tutto un’altra volta, compreso l’emerito progetto coniugale dei Creekdippers. Non lasciò il deserto, ma le puntate in Minnesota si fecero via via meno sporadiche. Nonostante il ritiro ventilato in più occasioni da Gary, nel futuro del gruppo doveva per forza esserci altro. Il cambio di vento avrebbe dato ragione al fan che da sempre non disdegnava il dileggio dell’incurabile visionario. Valeva la pena di aspettare, evidentemente.
La strada tortuosa del riavvicinamento ha portato in sordina a ‘Mockingbird Time’, molto più di un disco da reunion considerati gli antefatti. C’è un momento, verso il finale di ‘Tiny Arrows’, in cui il pianoforte della rientrante Grotberg sembra invitare alla danza il fraseggio acustico accennato da Olson. Subito risponde l’elettrica di Louris, accendendo un breve dialogo di assoli che è quanto di meno professorale o lezioso si possa immaginare. Nella confortevole frugalità di questo incontro quasi appartato risiede lo spirito autentico, amichevolmente intimo, della band fenice riemersa dalle fiamme, mentre l’incessante riabbracciarsi delle voci, il ricomporsi di armonie corali semplicemente magiche, porta con sé la verità più compiuta e toccante di un’intesa mai sbiadita. Occorre una prova di superbo artigianato musicale perché il legame si riannodi e le ellissi diventino pallide cicatrici, riassorbite fino a negarsi alla vista. E Silence è la parola che più spesso fa capolino, non per caso. Come un monito o uno spazio vuoto, come a tradire l’ansia di aggredirlo davvero il silenzio degli ultimi sedici anni. Pigiare il triangolo per ‘Hide Your Colors’ è come far ripartire un vecchio orologio, o riaprire un volume all’esatto capoverso in cui la lettura era stata interrotta. La classicità di ‘Tomorrow The Green Grass’ ha lasciato un’orecchia sulla pagina, una piega che non si cancella. Lo stesso capita con gli automatismi della squadra. Intatti. Funzionali quasi li avessero oliati in vista della riapertura. Mark si arrangia al proprio posto con la destrezza del veterano, gran classe secca e colorata, lunghi intermezzi strumentali e la stessa voce asprigna delle ultime fatiche in solitaria. La vena introspettiva del Salvation Blues sveste però il manto spietato dell’amarezza per pavesarsi di germogli e serena nostalgia. L’afflato malinconico è tiepido al punto giusto, il polso fermo, abbastanza per impedire alle melodie uno smottamento di registro verso il languido o lo svenevole. Non si adagiano comunque i sodali ritrovati, andando a chiudere entrambe le facciate con le ottime vibrazioni di quel paio di episodi appena più movimentati, senza sconfessare mai l’insopprimibile inclinazione al folk impuro che da sempre rappresenta il marchio di fabbrica del loro sound. Tra l’ampio diversivo country di ‘Guilder Annie’ e la sontuosa enfasi roots di ‘Black-eyed Susan’, la più marcata vena traditional della seconda parte riporta direttamente alle foto di gioventù della band – la gradevole marginalità del Bunkhouse LP –  ma non inficia la sostanziale riuscita di un album ad altissimo coefficiente di tipicità. Nessun instant classic a questo giro, ma canzoni corpose che lievitano ascolto dopo ascolto come il dolce della nonna. Canzoni cui sarebbe irragionevole imputare addebiti che vadano al di là dell’eccessiva indulgenza nello scoprire le proprie carte, o di uno sguardo forse troppo caparbiamente rivolto al passato. Alquanto veniali come recriminazioni. Trascurabili, se sull’altro piatto della bilancia infiliamo anche solo il crescendo prodigio di ‘She Walks in So Many Ways’ o l’intarsio vocale sfalsato di ‘Cinnamon Love’, rincorsa a perdifiato nella sterminata prateria attorno alla chiesa di ‘Hollywood Town Hall’.
Ecco, questo sì potrebbe essere un bell’incipit per chi volesse scrivere quel benedetto libro su di loro. O ancora meglio per un romanzo autobiografico del solo Mark Olson, chiamato a servire le proprie petite madeleines a ricerca ormai ultimata: “Riapro gli occhi, la neve si è sciolta ovunque il mio sguardo arrivi. Quel che resta siamo noi, invecchiati, nascosti dentro una pozzanghera”.

Stefano Ferreri

Trust – Candy Walls

D.d.U. 29/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel mio Califfato ben guidato con me Emiro questa sarebbe la musica di fine estate e inizio autunno. Synth algidi, cuore scuro e pelle soffice, nostalgico, ritmi dance rallentati, anni 80’, sesso. Beh sì, magari sarebbe la musica anche dell’inverno e della primavera per sedare le eventuali rivoluzioni/ribellioni.

Alessandro Ferri

dEUS – Keep You Close

Data di Uscita: 17/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ci sono circostanze speciali, che accadono di rado, ma a volte accadono. C’è chi parla di destino, chi di volontà di Dio, chi di altro; io mi limito a credere nella fortuna, determinata dalla casualità e sostenuta dalla volontà umana. Ebbene, in queste circostanze “fortunate” capita di perdere la cognizione del tempo: dieci, dodici anni a tratti sembrano un’eternità, a tratti un istante.
Ne ragionano Lui e Lei nella colazione della domenica, sono passati diversi anni ma Lei non smetterà mai di amare quella luce viva che brilla negli occhi di Lui, né Lui finirà mai di adorare l’espressione amorevolmente arrabbiata negli occhi di Lei quando le ruba la ciabatta dal piede e la lancia in mezzo alla stanza. Loro due, caffè marmellata e cornflakes sul tavolo, lo stereo acceso, i biglietti dei concerti visti assieme appesi al frigo: the Notwist, Arcade Fire, ma su tutti i dEUS.
Hanno comprato immediatamente anche l’ultimo album del gruppo belga, il loro gruppo del cuore; Lei anzi lo attendeva dalla primavera, le piaceva credere che Barman e compagni avessero programmato la pubblicazione per farle il regalo di compleanno. Poi l’uscita slittò, e ora l’autunno è alle porte, ma la gioia è rimasta immutata: insieme scartano il cellophane, emozione palpabile, scintillii.
just like on the day we met”: una storia d’amore e musica.
I’m going to keep you ever close”: Lui a Lei, Lei a Lui, loro e i dEUS.
In grande stile, carico e maestoso si apre il disco tra cori violini e un incedere deciso, poi sfugge sinuoso in tre quarti, luci di chitarra e sessione ritmica accattivante; Lui segue la batteria con una mano sul davanzale, nell’altra c’è una sigaretta, il fumo li riporta al Velvet Club, a quando in fondo alla pista ondeggiavano composti sulle note di Theme From Turnpike (he said: no more loud music), anni fa così vividi nella memoria.
Poi esplode tutto e gli strumenti impennano, urla e rapimento puramente rock, fino a non capire più di chi sono le voci (Tom, Greg Dulli?); poco importa, quel che conta è l’insieme, lo spogliarsi dalle inibizioni e la libertà di scuotersi, a trent’anni come a venti, in camera da letto o di fronte a un palco – il sudore e l’adrenalina hanno lo stesso sapore aspro, frizzante. È coinvolgimento distillato, la sonorizzazione di due storie fuse insieme. Gli improvvisi cambi di registro, pop – rock – ballad, si rincorrono come le fasi della vita, le vicissitudini di una coppia comune e comunque speciale nella sua unicità. Lui e Lei lo sanno, non si dicono nulla ma si guardano complici; ridono quando Lui collega la leggerezza di Costant Now a quella Rag Doll degli Aerosmith che si insinua sistematica negli happy hour dei bar in televisione, tacciono quando i toni intimi di End of Romance li spinge indietro in un flashback emozionale, a commuoversi con For the Roses ai margini di un binario notturno.
Ho sempre creduto nella semplicità e nell’autenticità di persone, gesti, sentimenti. Il loro entusiasmo maturo e sincero ne tradisce la purezza. Parimenti si mostra il disco, onesto e immediato, una commistione di emozioni che scorre veloce e arriva in fondo senza dar tempo di accorgersene; il segno marcato resta però, chiaro e indelebile, profondo, consapevole. È la sostanza che conta, sempre.
Ora è notte e li vedo ancora Lui e Lei, stanno partendo in macchina per uno di quei viaggi lunghissimi che amano da sempre. I loro occhi sono tanto stanchi quanto felici; Lui guida sicuro, ha lo sguardo proteso verso la strada che sta per scorrere sotto di loro, Lei accomoda la testa sulla spalla di Lui, chiude le palpebre e si perde in fantasie su quei posti lontani. Gli archi di Easy li avvolgono, li abbracciano e li accompagnano; suonano solenni come a consacrare un’unione che si rafforza momento dopo momento, e scaldano e incendiano dentro come l’amore.

Federica Giaccani

Dirty Beaches @ Giovinazzo Rock Festival, Bari (02/08/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

“What’s a man gonna do in this world?”

Tra le crepe di una Death Valley d’asfalto e il cielo umido – braccato dalle nuvole esalava il respiro di una pioggia distante che non cadeva, e non cadrà –- un uomo dagli occhi lanceolati borbottava rock’n’roll.
Elvis Presley, spogliato delle frange e piume da star, pieno di loop e polvere psychobilly, con sguardo malinconico e allucinato s’inginocchiava a premere pedali e ad azionare manopole svelando altri mondi, altri tempi.
Fumi industrial(i) e battiti dark-wave ossessivi sommergevano l’animo inquieto, nient’altro che nenie funeree, un biglietto per danzare sedati nella solitudine della notte, prima di eclissarsi tra i nostalgici sussurri yéyé illudendosi che il Signore conosca il meglio.

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A Winged Victory for the Sullen – A Winged Victory for the Sullen

Data di Uscita: 12/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ABBANDONO

All farewells are sudden

Lui, steep hills of vicodin tears.

Non ricordo sussurrava ai passanti, volti lividi segnati dalla coltre di una nebbia perpetua.
L’uomo avanzava lungo il fiume inseguendo l’argine fin dove non vi erano più case, solo qualche voce ovattata sospinta da una barca e lo sciabordio del remo che distante sfibrava la superficie.
L’aria madida colava sui capelli già scarmigliati, la barba grondava brinosa e gli stivali sgretolavano il sentiero. Avrebbe solcato un pantano tra le lacrime degli alberi ammutoliti a fissar i pori della terra grumosa.
Non ricordo–mormorava, ancora, sfiorato da passi estranei -– pesanti e infangati dalla vita – piegandosi stanco coi palmi delle mani sulle ginocchia e la lingua a rimescolare la saliva calda.
Insegue fantasmi, fantasmi di rugiada e resina tra le scorze dei tronchi di pioppo, avrebbe pensato il contadino senza volto di ritorno dalla campagna.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il greto del fiume ritiratosi silente.
Tirò fuori dalla tasca della giacca un astuccio di giada intagliata -– e ricordò il giorno in cui lei glielo fece scivolare sulla tavola – e sul fondo si rincorrevano, scosse da un leggero tremito delle mani, un paio di pillole che ingoiò avidamente, poi ghermì una sigaretta ma non l’accese, l’avrebbe accesa più tardi. Si rannicchiò tra le foglie e la rugiada a mirare la cresta del fiume che inghiottiva la città, e tese l’orecchio ai ciottoli e la fanghiglia, e il silenzio incrinato dal fischio inatteso di un treno.

Lei, a symphony pathétique.

Una donna si mise alle spalle la porta di casa: scese in fretta i gradini che la separavano dal giardino e varcò la nebbia con la sua consunta valigia di cartone. I tacchi affondarono nel mattino senza sole per guadagnare una nuova vita forse, poi il cancello cigolò.
Non era forse il rumore della nostalgia ?
Il rombo di un motore crebbe lento e s’arrestò davanti alla villa. Una piccola targa luminosa rosseggiava vaporosa sulla cappotta bianca e il conducente a testa bassa lasciò cadere una parola afferrando la valigia e sistemandola nel portabagagli. La donna agile s’era già adagiata sui sedili posteriori percorrendo ansante le pieghe della lunga gonna e dal finestrino appannato spiava l’uomo che aveva amato, distante, in piedi dietro i vetri di una finestra.
Alla stazione soffiò e l’auto si mosse.
Era ormai da tempo che aveva preso la decisione. Aveva anche atteso a lungo, troppo a lungo si disse.
Gliel’aveva sussurrato in un orecchio mentre i loro corpi erano uniti e imploranti tra le grinze delle lenzuola, così il dolore era stato lenito dal piacere, non l’aveva assalito di colpo, ma solamente stordito per laceragli in seguito il cuore. Ma anche il suo non aveva retto.
Le ruote macinavano l’asfalto adesso e il sentiero sterrato che squassava l’auto e fendeva i pensieri era un ricordo distante.
Il conducente nascondeva gli occhi dietro delle lenti scure e spesso curiosi vagavano oltre, sullo specchietto retrovisore, fissandosi sulla sagoma che affiorava dai fari scialbi delle auto in coda. Capelli biondo cenere, occhi che parevano delle fessure grigie, labbra sottili e pelle molto chiara che si screziava di un impercettibile rossore sulle guance. Era bellissima, una sirena si disse.
Stringeva tra le mani un telefonino, quando il display s’era improvvisamente illuminato rischiarando il volto precipitato nella penombra, piangeva.

Ho paura di dimenticare il tuo volto, la tua voce, il tuo modo di camminare e d’inclinare la testa quando rifletti, e il tuo sorriso, le tue labbra morbide, il tuo sapore ancora addosso che già non ricordo.

La mano svuotata d’ogni forza vitale s’aprì e il telefono scivolò nella borsa, quando l’auto decelerò e si accostò lungo la piazzola dal perimetro giallo.
Quando chiuse dietro di sé la portiera e la vita la investì in pieno volto senza avvisaglie, sentì una mancanza toglierle il respiro e il vuoto scavare avidamente nello stomaco. Non avvertì il peso della valigia, né il lastricato del marciapiede e la sua voce e quella dell’uomo della biglietteria.
Un debole raggio di sole squarciò l’umida calotta lattiginosa e arrancò fievole a pochi passi e fu allora che s’accorse di stare a calpestare il pavimento della stazione.
Col fazzoletto tamponò le scie nerastre che rigavano il volto in un tremito riflesso del piccolo specchio da borsa, quando lo sferragliare brumoso del treno divenne sempre più opprimente e salì, salì inghiottendo lo sbadiglio inguantato della donna ricoperta di piume e gli sbracci alieni del capostazione e l’alito caldo delle bocche dischiuse degli amanti che incrinavano il freddo dicendosi a presto.

Gianfranco Costantiello

Tv on the Radio + Broken Social Scene @ Mann Center, Philadelphia (09/09/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

Halfway home” apre la grande corsa… gli atleti son caldi, il pubblico è subito entusiasta ma ancora composto, rallegrato dal pre-show dei Broken Social Scene trattiene il fiato.
La notte è scesa e sul palco arrivano le stelle… l’orizzonte è Philly e l’America: una manciata di grattacieli brillano e dominano le luci della città bassa, osservati dall’alto e dal verde di una collina: questo è il Mann Center.
La scena è statica, nulla ancora si muove, o per lo meno non troppo… lo sfondo dello stage è un tappeto stellato, fermo: l’occhio si focalizza solo su di loro e sulla crescente energia che pezzo dopo pezzo satura l’aria come l’umidità in una sauna bollente.
Luci d’atmosfera e un po’ di fumo sul palco, si sta per snocciolare il nuovo disco “Nine types of light”, ma i vecchi pezzi evergreen di certo non verranno mai a mancare.
Non si fa in tempo ad iniziare a cantare che ci si accorge di essere completamente immersi nel suono , il corpo si muove e ormai si è coscienti di non poter scappare.

Tv on the Radio

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Villa Venus – Villa Venus EP

D.d.U. 14/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

NON ANDARE
di Gianfranco Costantiello

Slow collapse.

Una scatola di pixel custodita nella penombra di una nicchia di cristallo gettava una tenue luce cobalto nella stanza. La bottiglia vuota di scotch riversa sul dorso dondolava impercettibile sul tavolo in vetro.
Le palpebre serrate, una sigaretta ancora fumante in una mano priva di vita mentre il corpo affondava tra le giunture di un divano affogando nella disperazione che non osava più dire.

Don’t come home.

Sulla soglia dell’ingresso di un piccolo albergo di periferia un uomo teneva nell’interno di un gomito una pelliccia di visone e la porgeva ad una donna poco più avanti.
Non andare, non tornare a casa disse cercando i suoi occhi nel cielo grigio. La donna increspò le labbra quando il tacco, incastratosi nella giuntura di due pietre del bordo del marciapiede, si spezzò, e dovette finire tra le sue braccia per non cadere.


Sleep ∞ Over – Forever

Data di Uscita: 27/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Volevi andare in California e io ho trovato due biglietti scontatissimi e ti ho fatto una sorpresa, ti ho chiamata e non dicevi nulla e ridevi e non ci credevi e io ero felicissimo e tu anche. Dobbiamo fare scalo in Texas, ad Austin, sai che non possiamo viaggiare in “first class” e senza scali. L’altra sorpresa è che in Texas non ci sarà nessun aereo ma dovremo fare più di mille miglia per la destinazione californiana, tra le mie paranoie di perdermi tra Fort Stockton, Juarez, Tacson, Phoenix, Riverside e poi Long Beach. Un po’ lo faccio apposta, un po’ lo faccio per tenerti la mano mentre guiderai tu e un po’ lo faccio perché non mi hai mai visto guidare. Sai quanto amo l’America e sai quanto amo te, sarà stupendo, le terre desolate e piene di elettricità, ti vedo che metti la mano fuori dal finestrino e accarezzi l’aria sempre troppo calda. Non ci sarà più tempo definito in quello spazio ovattato, arido e come detto senza tempo, le distese con il sole a infangare l’aria, a rendere la vista difficoltosa con le goccioline di sudore sulle palpebre. Saremo bellissimi e ti porterò a fare le passeggiate di sera sulla spiaggia, mentre i tamarri fanno i loro falò e noi ci faremo cullare da caldi synth e da voci ammalianti. Romantic Streams. Staremo via Forever.
Ti riprendo le mani, tutto in delay, ci perdiamo in me + te e non capiamo più niente con le mani avvolte. Porcelain Hands.
La direzione dei nostri sogni che ci diventa realtà tra le mani , nelle mani. Cori da chiesa nelle nostre orecchie disperse, tutto gorgheggia e il nastro non si ferma più facendoci rivivere il sogno più reale di tutti, le percussioni soffici ci sfigurano il cuore. Casual Diamond. C’è un problema grosso anche qui, che sarebbe anche qui che mi piaci troppo. Tutto diventa spettrale pur rimanendo brillante per noi. Cryingame.
Tu ridi, sorridi, ti sporchi e ti accarezzo i capelli dicendoti che non è successo nulla. Ti provoco, ti prendo per il culo, tu comunista fervente portata qui in America da me, un liberale di merda, un consumista infame nel suo paradiso di liberalità, e prenderò per il culo i pecoroni incappucciati dei centri sociali che giocano alla rivoluzione, laureandosi in quindici anni per una misera triennale di lettere e filosofia. Mi lancerò in spaventose disamine politiche, e in qualche modo strano finiremo per essere d’accordo. Continuerò a provocarti perché non posso farne a meno e mi tirerai pugni ben assestati e ti amo anche per questo.
I canali americani con i quiz a premi e i vecchi film western intervallati da pubblicità incentrate sul mondo del fitness. Gli spasmi in palestra sotto un beat annaffiato nei soliti cori ancestrali e spaziali. Flying Saucers are Real
Ti ci vedi?, le immagini e i fotogrammi di noi lì riempiranno gli spazi della vita di tutti i giorni una volta tornati. Gli uffici spesso vuoti diventeranno pieni di me + te, e le strade idem e le nostre case idem, engaged. E il nostro segno dell’infinito che brilla per sempre, ∞ Forever.
I daydreaming, quelli più piccoli diventati realtà, oggi.

Alessandro Ferri

Sic Alps – Napa Asylum

D.d.U. 25/01/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Spingere il low-fi alle estreme conseguenze: non ce lo siamo mai detti ma suona come l’imperativo implicito più azzeccato che si sia mai azzardato su di noi.
Siamo scazzati, tutta la birra che beviamo accasciati su questi divani polverosi la tramutiamo in pezzi garage frammisti a psichedelìa. E sì, anche qualche rutto. Poi ci puliamo le mani nelle t-shirt imbrattate d’acido, e scoppiamo a ridere di noi stessi.

Federica Giaccani

Apollo Brown – Clouds

D.d.U. 22/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Tempo;  si sta come foglie, sui rami, in attesa della caduta.
Polmoni di diamanti per apnee nell’aria.
Ti regalo perle nere mentre il giorno finisce e
cammino col respiro consapevole. Un affanno a passi brevi.
Bevo un po’ di vita, vado via.
Tra le nuvole che mi coprono gli occhi, ho ricordi infiniti e parlo con le mie scelte.
Come figlio al padre, mi confido col cielo mettendo il mio cuore di vetro al sicuro.

Ilaria Pastoressa

St. Vincent – Strange Mercy

Data di Uscita: 13/09/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Invisible Monster
di Giulia Delli Santi

“Chi diavolo è?!”
Una voce più alta e cordiale, “Possiamo esserti d’aiuto?”
“Sono qui per la selezione da capo Cheerleader.”
Si presentava di fronte a loro una figura slanciata, arida, dal portamento goffo e innaturale; un’insolita amalgama di mania ed estrema riservatezza. Piede più lungo del profilo, pantaloni fascianti, si, un chiaro gonfiore tra le gambe.
La t-shirt dalle maniche evidentemente asportate, più grande di almeno due misure, raffigurava la locandina sbiadita di un vecchio spettacolo di Broadway. Nella mano una solida fune mentre lo sguardo allungato e apatico chiedeva alle due esaminatrici di presentarsi.
Era sua quella voce mascherata in maniera grottesca, un colpo per schiarirla: “Mi chiamo Chloe..
Scoppiarono in una risata tracotante ed attesa.
“Tesoro, hai sbagliato stanza. Questa selezione è riservata solo a ragazze.”
Con la mano tesa a giustificarsi, non riuscì a prendere parola perché interrotto dalla prima palesemente infastidita: “Levati di torno! Pensi che qui ci sia tempo da perdere con te, sgorbio?”
La sua espressione, in un primo momento remissiva e scoraggiata, cominciò a mutare senza fretta. Un respiro più sicuro:

When I was young / Coach called me “the tiger”. I always had / A knack with the danger.
Living in fear in the year of the tiger.
I had to be the best of the bourgeoisie / And my kingdom for a cup of coffee.

Ancora un istante e i suoi occhi si fecero seri prevaricatori. Avanzavano con brutalità opprimente e, in prima linea, erano completamente sottomessi a quello sguardo agghiacciante come fossero bestie al guinzaglio.

Mi avete mai guardato come io vi guardo?
Avete mai scritto una preghiera per me?
Vi siete mai presi cura di me come io ho fatto con voi?
Non potete fuggire.

Solo pochi secondi, il sorriso folle mutò ancora una volta le sue intenzioni. La mano devota al giudizio, estrasse dalla tasca un vecchio rasoio Soligen pronto al taglio, un salto deciso per raggiungere le sue rivali. Legata la prima con la corda, non dimenticando di tapparle la bocca con uno straccio, si rivolse all’altra completamente impietrita dalle circostanze. A cavalcioni su di lei, prese a fissarla ordinandole di non proferire suono. La scrutava intensamente come a cercare il senso di quelle lacrime e, non trovandolo, con un unico continuo movimento del braccio, affondò la lama partendo da uno dei temporali per terminare all’altro, dividendo in due parti l’iride oceano. Un urlo e le mani alla faccia, rivolto all’altra:

I’ll make a living telling people what they want to hear / It’s not a killing, but it’s enough to keep the cobwebs clear. ‘Cause I make a living telling people what they want to hear / But I tell ya, it’s gonna be a champagne year.

Con queste parole, la stessa lama che aveva offeso la prima, si orientò su di lei, sul suo piccolo orecchio, toccato fino a quel momento solo da un discreto punto luce. L’affondo di una precisone chirurgica e il leggero padiglione era sul pavimento.
Avrebbe potuto abbandonarle mutilate, ma la pietà è una virtù sottovalutata: Le sollevò dalle ormai spettinate capigliature, una alla volta e con un taglio netto recise ad entrambe la vena giugulare. Un inchino di riconoscenza, s’allontanò lasciando le due spettatrici coinvolte dissanguate sul pavimento.

Bodies, can’t you see what everybody wants from you?

Ho sempre pensato che l’isteria meritasse un pubblico.
Cruel, Cruel, Cruel..