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Boston Spaceships – Let It Beard

Data di Uscita: 02/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Una volta c’era Nick Saloman a tenergli testa. C’era la Bevis Frond con il suo onesto commercio di uova lo-fi e la piccola azienda iperattiva il cui nome poteva ricordare quello di una vodka o di un mediano della nazionale sovietica, Woronzow. Lontani ricordi anni novanta. Forse per l’incapacità di incassare e rilanciare, forse per l’inaridirsi della fonte, il ritiro giunse presto e come di schianto. Oggi le regole sono cambiate, e sono cambiati i rocker. Chi ha un paio di cartucce in tasca tende a spararle subito, poi rallenta e scopre il marketing, il synth-pop, la darkwave, il piacere perverso degli hiatus, delle reunion, delle ristampe deluxe e delle pensioni dorate, mentre i vecchi animali insistono ad officiare il solenne rito della fatica. Con Billy Childish che ha finalmente intuito come qualità e quantità di rado vadano d’accordo, e con John Dwyer dei Thee Oh Sees che è ancora solo una discreta promessa del circuito, Robert Pollard pare destinato a vincere il campionato degli artisti più munifici per manifesta superiorità. Soltanto Makoto Kawabata degli Acid Mothers Temple avrebbe i numeri per surclassarlo, ma è in odore di squalifica: troppo facile alzarsi al mattino, accendere le macchine e registrare qualunque gorgheggio la propria chitarra sia in vena di produrre, intere mezzore di sibilante agonia impacchettate quattro alla volta in nuove scintillanti uscite discografiche. Il vandalo di Nagoya è un baro, sia messo a verbale. Al contrario gioca pulito e gioca forte l’ex maestro elementare di Dayton, Ohio, che ad annata non ancora conclusa ha già licenziato cinque album di inediti veri, moltiplicando gli alias e le collaborazioni quasi fosse l’unico modo per gestire onorevolmente la propria terrificante incontinenza creativa. Un paio di episodi a proprio nome, gli altri condivisi con singoli ex compagni di squadra in altrettante compagini – dai Lifeguards ai Circus Devils ai Boston Spaceships – accreditando implicitamente chi ritiene sia tempo di riesumare i Guided By Voices. Con o senza la band regina, il vecchio Bob è sempre stato uno che nelle proprie ingarbugliate impressioni elettriche ha sguazzato fino alla nausea. Puntuali come spedizioni in contrassegno, i suoi dischi sono scariche di mitragliatore che arrivano presto all’ultimo bossolo e poi riattaccano, a piacimento e ad oltranza. Scatoloni inverosimilmente stipati di idee. Oddities, memorabilia, chincaglieria assortita, col sigillo bianco rosso e blu della denominazione di origine là in bella mostra. E così da anni, un trasloco dietro l’altro, senza mai partire davvero: potevate perderlo di vista per qualche tempo, ma l’avreste ritrovato comunque dove l’avevate lasciato, stessa identica espressione volpina, i capelli appena appena più grigi, niente altro. Per gli amanti del gioco delle differenze, quello dei “venticinque piccoli particolari”, occorre chiarire che il nuovo Boston Spaceships è quanto di più prossimo alla leggenda del gruppo grazie al quale Pollard sarà ricordato. Illude, e lo fa con stile. Prendete la propensione al frammento, al quadretto acustico sghembo e destrutturato, allo schematismo tascabile di queste piccole gioiose macchine da guerra, di questi laminati inni al disincanto. Nelle singole tonalità del rame, un’arte curatissima che si rinnova. Riconoscete l’amore per quel suono grezzo ma non spaccone, il “White Album che incontra Quadrophenia che incontra Same Place The Fly Got Smashed”, ovvero le proprie radici che chiudono il cerchio e arrivederci. E’ l’indie di prima che l’etichetta venisse sputtanata dal pulviscolo seriale delle repliche e delle controrepliche. E’ il rock strascicato ed antintellettuale messo giù alla buona, sporco di olio di motore, di grasso, di sudore, che ancora ama flirtare con le sirene del pop senza uscirne svilito. Un travestimento appena, il felice trucco dell’easy ruvido che ‘Mag Earwhig’ ha già elevato a paradigma. E ancora l’intatta fragranza della piega nostalgica, autentico numero di prestigio in repertorio, o l’accortezza del sarto mestierante che sa come armonizzare le sue risapute fettucce – enfasi e rarefazioni, muscoli e misticismo – in un nuovo spavaldo accessorio. Oggi come ieri Pollard è artista del discontinuo, l’asceta con le scarpe di tela, un talento falsario. Quasi sovrapponibili le due monete, passate a matita sul foglio di carta. Ma suono diverso. Metallo diverso. Nessun collage dada in copertina questa volta, i rattoppi sono confinati nella sola sfera musicale. Dove può capitare che la classica matrice elettracustica venga infettata da remote suggestioni space, virata ora verso l’estatico ora verso il marziale, dando vita a ibridi lunghi, diseguali, dal fascino estremo, oppure ceda docilmente alle tentazioni di un desert-folk crepuscolare, di un’indolente voce e chitarra con l’immancabile micro-illuminazione inclusa nel prezzo. Dove possono fare capolino un ameno pastiche power-pop inturgidito dai violini, l’imitazione delle più abusate pose Stipe-iane (con tanto di spoken word declamatorio), la faccia del sosia Steve Wynn imprigionata dietro lo specchio ed un lussureggiante assolo di Fender Jazzmaster griffato J Mascis. Forse è proprio il tenore degli ospiti a comprovare quanto già eloquentemente suggerito dall’ironico titolo e dalle fotografie dei musicisti sulla cover. Disco ispido questo ‘Let It Beard’, amabilmente trasandato come un Pollard mai così a proprio agio nei panni dimessi dell’intrigante pauperista. E’ il suo candore sgualcito quello che ha impressionato i nastri, colmato gli hard-disk e offerto a tutti un altro giro di bad whiskey. E’ la sua anima scarmigliata. Tradotta in luminoso caos espressivo, arrangiata con sincera approssimazione in pezzi adorabili per la loro inconcludenza, vestita a festa con l’abito buono che è poi anche l’unico nel vecchio armadio, non certo un costume di scena: caffettano caratteriale, fibra robusta, lana arruffata e fedeltà a tratti bassa, mai bassissima. La sua penna ha sfrondato. Ha fatto piazza pulita di tanto meraviglioso e superfluo ciarpame, ma l’interpretazione resta quella rude di sempre. Corposi tagli al budget del proprio songwriting, essenzialità atmosferica che non rinuncia a qualche bordata ma ha smesso da tempo di grondare riverberi, imprevedibilità ridotta alla minimale durezza delle pitture di sfondo. Eppure la quadra è miracolosa. Non chiedete come ci riesca ancora, a cinquattaquattro anni suonati, ma il vecchio bob non ha dimenticato come essere incisivo. Barattando il misurato perbenismo delle canzoni compiute con una caterva di ipotiposi sabbiate, oppure suonando come vertiginosi xilofoni la sua collezione di dorsi di stegosauro. Una stilizzazione policroma che potrebbe annunciare l’ennesimo tornante per la maturità o velare il piacere impagabilmente futile del divertissement. In condizioni normali ci troveremmo a parlare di dilemma, ma con Mr. Guided By Voices è tutto più trasparente, tutto più pratico. E più incalzante, anche. Non toccherà nemmeno attendere chissà quanto per saperne di più, giusto quei due o tre mesi che ci separano dalla prossima puntata.

Stefano Ferreri

2 Responses to “Boston Spaceships – Let It Beard”

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