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Archive for agosto, 2011

The War on Drugs – Slave Ambient

Data di Uscita: 16/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Vi è mai successo di camminare nel vostro quartiere durante un black out?

Si vede poco, o nulla.

Sembrerà impossibile, certo, certo… ma provate a seguirmi.
Vi ho detto che non si vede praticamente nulla. Ed è vero. Questo comporta una pungente sensazione di nervosismo, ed è normale. Ora mi ammazzano. Ora mi rapinano. Come se un attimo dopo la caduta di tensione tutti i malfattori nostrani si fossero riversati nelle strade.

Quello che io vi chiedo, è di provare a resistere.

Sperimenterete lo stimolo più sorprendente, che ci portiamo dietro dall’infanzia. La curiosità.
Guardandovi intorno non riconoscerete nulla. Le vostre gambe vi porteranno automaticamente su strade che conoscete da anni ma che ora vi sono ignote.

Quella è l’ambasciata, o forse solo quei nuovi uffici in vendita.
Una chiesa, od un nuovo supermercato.
Mi sembrava che qui ci fosse un palo una volta…

Tutte le vostre certezze saranno ribaltate.

Il punto più sorprendente è che non desidererete nè torcia né fiaccola. Anèlito di scoperta, e banchettando come predatori sui vostri ricordi rincorrerete le ombre per trasformarle in contorni. Ricorrerete al tatto, al gusto, all’olfatto, per indagare su quello che vi circonda, per plasmare una realtà dove il limite è solo la vostra fantasia.

Infine nulla sarà abbastanza, sarete affamati di altri luoghi, verso i quali vi dirigerete.
Rubando un auto perché tanto, senza luce, la proprietà diventa un concetto lontano e inutile.

Poco importa se al vostro risveglio le persone vi diranno che le regole sono civiltà.
Saprete che tutto quello che vi serve per viaggiare sono un paio di tronchesi, ed una centralina elettrica.

Filippo Righetto

Boston Spaceships – Let It Beard

Data di Uscita: 02/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Una volta c’era Nick Saloman a tenergli testa. C’era la Bevis Frond con il suo onesto commercio di uova lo-fi e la piccola azienda iperattiva il cui nome poteva ricordare quello di una vodka o di un mediano della nazionale sovietica, Woronzow. Lontani ricordi anni novanta. Forse per l’incapacità di incassare e rilanciare, forse per l’inaridirsi della fonte, il ritiro giunse presto e come di schianto. Oggi le regole sono cambiate, e sono cambiati i rocker. Chi ha un paio di cartucce in tasca tende a spararle subito, poi rallenta e scopre il marketing, il synth-pop, la darkwave, il piacere perverso degli hiatus, delle reunion, delle ristampe deluxe e delle pensioni dorate, mentre i vecchi animali insistono ad officiare il solenne rito della fatica. Con Billy Childish che ha finalmente intuito come qualità e quantità di rado vadano d’accordo, e con John Dwyer dei Thee Oh Sees che è ancora solo una discreta promessa del circuito, Robert Pollard pare destinato a vincere il campionato degli artisti più munifici per manifesta superiorità. Soltanto Makoto Kawabata degli Acid Mothers Temple avrebbe i numeri per surclassarlo, ma è in odore di squalifica: troppo facile alzarsi al mattino, accendere le macchine e registrare qualunque gorgheggio la propria chitarra sia in vena di produrre, intere mezzore di sibilante agonia impacchettate quattro alla volta in nuove scintillanti uscite discografiche. Il vandalo di Nagoya è un baro, sia messo a verbale. Al contrario gioca pulito e gioca forte l’ex maestro elementare di Dayton, Ohio, che ad annata non ancora conclusa ha già licenziato cinque album di inediti veri, moltiplicando gli alias e le collaborazioni quasi fosse l’unico modo per gestire onorevolmente la propria terrificante incontinenza creativa. Un paio di episodi a proprio nome, gli altri condivisi con singoli ex compagni di squadra in altrettante compagini – dai Lifeguards ai Circus Devils ai Boston Spaceships – accreditando implicitamente chi ritiene sia tempo di riesumare i Guided By Voices. Con o senza la band regina, il vecchio Bob è sempre stato uno che nelle proprie ingarbugliate impressioni elettriche ha sguazzato fino alla nausea. Puntuali come spedizioni in contrassegno, i suoi dischi sono scariche di mitragliatore che arrivano presto all’ultimo bossolo e poi riattaccano, a piacimento e ad oltranza. Scatoloni inverosimilmente stipati di idee. Oddities, memorabilia, chincaglieria assortita, col sigillo bianco rosso e blu della denominazione di origine là in bella mostra. E così da anni, un trasloco dietro l’altro, senza mai partire davvero: potevate perderlo di vista per qualche tempo, ma l’avreste ritrovato comunque dove l’avevate lasciato, stessa identica espressione volpina, i capelli appena appena più grigi, niente altro. Per gli amanti del gioco delle differenze, quello dei “venticinque piccoli particolari”, occorre chiarire che il nuovo Boston Spaceships è quanto di più prossimo alla leggenda del gruppo grazie al quale Pollard sarà ricordato. Illude, e lo fa con stile. Prendete la propensione al frammento, al quadretto acustico sghembo e destrutturato, allo schematismo tascabile di queste piccole gioiose macchine da guerra, di questi laminati inni al disincanto. Nelle singole tonalità del rame, un’arte curatissima che si rinnova. Riconoscete l’amore per quel suono grezzo ma non spaccone, il “White Album che incontra Quadrophenia che incontra Same Place The Fly Got Smashed”, ovvero le proprie radici che chiudono il cerchio e arrivederci. E’ l’indie di prima che l’etichetta venisse sputtanata dal pulviscolo seriale delle repliche e delle controrepliche. E’ il rock strascicato ed antintellettuale messo giù alla buona, sporco di olio di motore, di grasso, di sudore, che ancora ama flirtare con le sirene del pop senza uscirne svilito. Un travestimento appena, il felice trucco dell’easy ruvido che ‘Mag Earwhig’ ha già elevato a paradigma. E ancora l’intatta fragranza della piega nostalgica, autentico numero di prestigio in repertorio, o l’accortezza del sarto mestierante che sa come armonizzare le sue risapute fettucce – enfasi e rarefazioni, muscoli e misticismo – in un nuovo spavaldo accessorio. Oggi come ieri Pollard è artista del discontinuo, l’asceta con le scarpe di tela, un talento falsario. Quasi sovrapponibili le due monete, passate a matita sul foglio di carta. Ma suono diverso. Metallo diverso. Nessun collage dada in copertina questa volta, i rattoppi sono confinati nella sola sfera musicale. Dove può capitare che la classica matrice elettracustica venga infettata da remote suggestioni space, virata ora verso l’estatico ora verso il marziale, dando vita a ibridi lunghi, diseguali, dal fascino estremo, oppure ceda docilmente alle tentazioni di un desert-folk crepuscolare, di un’indolente voce e chitarra con l’immancabile micro-illuminazione inclusa nel prezzo. Dove possono fare capolino un ameno pastiche power-pop inturgidito dai violini, l’imitazione delle più abusate pose Stipe-iane (con tanto di spoken word declamatorio), la faccia del sosia Steve Wynn imprigionata dietro lo specchio ed un lussureggiante assolo di Fender Jazzmaster griffato J Mascis. Forse è proprio il tenore degli ospiti a comprovare quanto già eloquentemente suggerito dall’ironico titolo e dalle fotografie dei musicisti sulla cover. Disco ispido questo ‘Let It Beard’, amabilmente trasandato come un Pollard mai così a proprio agio nei panni dimessi dell’intrigante pauperista. E’ il suo candore sgualcito quello che ha impressionato i nastri, colmato gli hard-disk e offerto a tutti un altro giro di bad whiskey. E’ la sua anima scarmigliata. Tradotta in luminoso caos espressivo, arrangiata con sincera approssimazione in pezzi adorabili per la loro inconcludenza, vestita a festa con l’abito buono che è poi anche l’unico nel vecchio armadio, non certo un costume di scena: caffettano caratteriale, fibra robusta, lana arruffata e fedeltà a tratti bassa, mai bassissima. La sua penna ha sfrondato. Ha fatto piazza pulita di tanto meraviglioso e superfluo ciarpame, ma l’interpretazione resta quella rude di sempre. Corposi tagli al budget del proprio songwriting, essenzialità atmosferica che non rinuncia a qualche bordata ma ha smesso da tempo di grondare riverberi, imprevedibilità ridotta alla minimale durezza delle pitture di sfondo. Eppure la quadra è miracolosa. Non chiedete come ci riesca ancora, a cinquattaquattro anni suonati, ma il vecchio bob non ha dimenticato come essere incisivo. Barattando il misurato perbenismo delle canzoni compiute con una caterva di ipotiposi sabbiate, oppure suonando come vertiginosi xilofoni la sua collezione di dorsi di stegosauro. Una stilizzazione policroma che potrebbe annunciare l’ennesimo tornante per la maturità o velare il piacere impagabilmente futile del divertissement. In condizioni normali ci troveremmo a parlare di dilemma, ma con Mr. Guided By Voices è tutto più trasparente, tutto più pratico. E più incalzante, anche. Non toccherà nemmeno attendere chissà quanto per saperne di più, giusto quei due o tre mesi che ci separano dalla prossima puntata.

Stefano Ferreri

I Break Horses – Hearts

Data di Uscita: 22/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Stoccolma, estate duemilaundici.

Prologo.

Cosa vuol dire esistere?
Sono cresciuto continuamente monitorato in giro per i migliori ospedali del paese. Non si può dire certo che abbia avuto una vita ordinaria. Si pensava che i numerosi episodi di aritmie, sincopi, che mi hanno accompagnato fin oggi fossero dovuti ad un’insufficienza cardiaca.
Avevo solo venticinque anni quando mi diagnosticarono il cancro.
Ho sempre vissuto con mia madre. Si dispiega pigramente il ricordo opaco di una donna piuttosto vitale, oramai, completamente prosciugata dal mio deficit, dominata come sabbia dall’alta marea.
La sentivo piangere ogni notte.

E prendo aria lentamente.

Devo restare calmo, qualunque tipo di emozione potrebbe essermi fatale. Non mi è concesso di provare neanche l’angoscia per una realtà tutt’altro che appagante. Una vita in solitudine avrei voluto chiedere, anche solo per evitare lo sguardo impietosito di chi mi ha circondato fino all’ultimo istante.

All’albergo, ipocondria.

–    Non posso soffrire –- disse la donna posando lo sguardo oltre la finestra a ghigliottina della stanza d’albergo, le parole evaporarono sul vetro e fu difficile distinguere la realtà.
La luce del pomeriggio filtrava livida spinta dal lamento del vento tra le fessure impercettibili e avara sfiorava i seni della donna.
–    Cosa non puoi soffrire ? – chiese l’uomo nell’ombra, avvolto ancora nel tepore delle lenzuola.

–    Non posso soffrire l’idea che tutto dipenda da … – ruppe in un singhiozzo, la mano dalla bocca scivolò sul vetro e fuori il mondo svanì in una vischiosa marea di parole taciute.
L’uomo era alle sue spalle adesso, afferrò i fianchi della donna e la strinse contro il suo corpo e sussurrò il suo nome accogliendo i capelli corvini a fil di labbra.
–    … i battiti del mio cuore–- rantolò, prendendo la mano di lui e poggiandosela sul petto.

Al caffè, I kill your love.

Quando Maria fu uscita dal caffè, Fredrik rimase a fissare in silenzio lo spazio di fronte a sé, là dove lei era stata seduta: e si sforzò di venire a patti, ancora una volta, con la sua assenza.
Oltre la vetrina l’imbrunire s’impadroniva della strada, quando un uomo, fermatosi sotto la luce dell’insegna a rimescolare qualche spicciolo in una mano, entrò con aria distratta e proferì debole buonasera e, rischiaratosi la voce, aggiunse un caffè per favore.
Un caffè, quello che Fredrik stava per bere.
Una zolletta di zucchero sospesa a lambire la superficie fumante della tazza lentamente trascolorò, poi scomparve sul fondo, e uscì per sempre da questa breve storia riversando lungo il dorso una grossa goccia nerastra.
E fu in quel momento che Fredrik, trattenendo una lacrima, si chiese, ancora una volta, perché lei rifiutasse il suo amore.

Epilogo.

Avevo solo venticinque anni quando mi diagnosticarono il cancro.
Accumulo di liquido pericardico.
Emorragia.
Il miasma che mi ha vinto non poteva che essere purificato. Imparare a morire dunque, sciogliendomi dalle catene di me stesso carceriere attraverso un rito catartico, aspirando esclusivamente ad una vita degna di essere vissuta. Cado su me stesso.
Cosa vuol dire esistere? In fondo, esistiamo solo finché il nostro corpo non decida che è arrivata la fine.

These dark separate paths, lead up to empty Hearts

Gianfranco Costantiello e Giulia Delli Santi

DOG DAY – Deformer

Data di Uscita: 02/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Non sei poi così male, oh!
Soprattutto in sogno, non sei poi così male, deserto biondo.
Ti muovi nei pensieri come un randagio nei vicoli del centro. Tutto è illuminato e non è nemmeno Natale, e i tuoi passi son coperti dal compulsivo vivere di quelli che dell’amore ti parlano come dopo aver letto la locandina d’un film fuori dal cinema.  Duecento  posti a sedere seppure.
Facile raccontare trame, farsi ascoltare, ricamare bordi di storie in seta e cotone ingiallite dalle abitudini delle colazioni con caffèlatte tiepido anche in Estate.
Ci si bacia al tramonto ad Agosto, ma tu non l’hai fatto mai. Io non l’ho fatto mai, con te.
Ma noi amiamo le notti di Primavera, nei parchi i cani sembran ridere di noi che abbiamo voci piccoline e palpiti segreti.
Poi arriva la pioggia:  il grigio azzurrognolo alzando il capo decorato da rondini dai voli discreti, stridule e leggendarie;  s’annideranno sotto i cornicioni, dove ci incontriamo e salutiamo facendo un cenno con la testa tra l’annuire e l’arrossire; e se fa caldo sudo anche un po’.
S’allaga la cantina dove gli amplificatori trasmettono segnali in overdrive che mi fan venire la pelle d’oca e tu sei fermo; corde che vibrano, piccole luci rosse lampeggianti dentro e fuori, un cuore al led per illuminare il petto chiuso.
Come faccio?
Sei delicato come cristallo che temo d’infrangere al prossimo accordo.
Ma suona tu per me, che lo desidero da star male, da non aver parole.
Tutto è sommerso e sogno ancora.
Come son timidi i tuoi occhi, come son villani i miei.

Se calpestassimo insieme viali ricoperti di petali di ciliegio, potrei riprendere a disegnare paesaggi con il rosa liquido sotto le suole, per tramonti magnifici come quelli che appaiono a palpebre chiuse.  Prendiamo il giallo del grano dai campi percorsi in bicicletta, per un sole meno spento; mi guardi con il vento amico muover la testa verso di te, che poi pedali guardando in basso per non capestar le formiche.

NIENTE DA FARE – ZIIIIIIIIIIIIIPIZIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIEEEEEEEEEEEEEEEE
D I S T O R S I O N I, i sogni non sono tranquilli, chi mi sveglia commette delitto.
ZIIIIIIIIIIIIIIIIIIPIZIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIEEEEEEEEEEEEE, vocali taglienti. Stridii.
Niente da fare, sono invisibile, non mi vedi qui, ora, mentre il mio concerto privato suona, accordi lunghi accordi brevi, dei giorni pari quando non lavoro e posso venire da te.
Diapositive di desideri proiettati senza ordine su pannelli appesi ai muri delle stanze ridipinte a Ferragosto, con i cassonetti delle città deserte pieni.
Imparerò a leggere le note per poterti raccontare di me con un brano strumentale, dimenticare il grigio come unico colore, smetter solamente di sognare.
Perché non sei così male.

Ma che caldo fa.
Allucinazioni.

Ilaria Pastoressa

Shlohmo – Bad Vibes

Data di Uscita: 09/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il nonno mi disse che dovevo camminare per un’oretta e che quel tragitto andava fatto tutto a piedi. Avrei dovuto attraversare la collina, superare il laghetto, addentrarmi nella boscaglia e infine avrei visto una grande pietra. Il nonno diceva che battendo tre colpi sulla pietra si sarebbe aperto uno spazio attraverso il quale, avvicinando gli occhi, avrei potuto vedere un pianeta molto lontano, la vita dei suoi abitanti e le numerose specie di animali e piante. Egli si animava in volto parlando della magica pietra e sbracciava ansiosamente nel tentativo di rendere più eroico il proprio racconto.
Fu così che un giorno decisi di lasciare tutto e di farmi questa bella escursione solitaria. Il gatto mi seguì ma decisi di scacciarlo via, si oppose, e così pensai che alla fine una compagnia del genere non mi avrebbe per nulla infastidito.
M’incamminai con Lulù che sgattaiolava dietro di me puntando ora un insetto ora l’ombra dei miei piedi. Il cielo era sereno e i raggi del sole, che filtravano attraverso i grandi alberi mossi dal poco vento, indoravano il percorso trasmettendo un senso di pacatezza al mio animo, a quello del mio gatto e degli insetti morti.
Dopo una mezz’oretta arrivai al laghetto ove mi fermai. Mi immersi e spruzzai dell’acqua addosso a Lulù per indispettirlo. Trasalì e scappò via come avesse sentito uno sparo, poi tornò come se nulla fosse successo. Feci delle foto al lago, al gatto e al fogliame secco e mi rimisi in cammino addentrandomi nella boscaglia. La grande pietra si vedeva già da qui ma il percorso era impervio, infatti caddi un paio di volte e mi graffiai un braccio. Arrivai che il cielo si era imbrunito e l’aria inumidita. Provai un forte senso di curiosità quando mi avvicinai alla pietra. Non resistetti a lungo e battei subito i tre colpi. Come d’incanto si aprì una fessura e accostai lo sguardo al suo interno senza farmi prendere troppo dall’emozione o dal timore. Vidi volteggiare delle linee colorate che infine presero forma, una forma tondeggiante. “Ci siamo”, pensai.

Da subito rimasi stupito dalla bellezza di questo pianeta, di un azzurro meraviglioso. Vidi maestose piante e animali colorati simili ai nostri. Poi vidi loro, gli abitanti, e mi sorprese che vivessero in posti davvero brutti. Non vivevano tra gli alberi e con gli altri animali ma appartati in centri grigi e desolanti fatti di abitazioni, presumo, costruite da loro. Molti di questi alieni, poi, avevano dei vestiti davvero buffi che sembravano quasi soffocarli e, inoltre, passavano la maggior parte del tempo lontano dai loro cari. Mi parve che fossero chiamati a dei doveri, infatti molti di loro si riunivano nello stesso luogo e cominciavano a svolgere delle operazioni che erano sempre le stesse dalla mattina alla sera, i loro volti erano sempre corrugati. Ah! I più piccoli, invece, passavano la mattinata in degli edifici, al chiuso, seduti e senza la possibilità di alzarsi e correre. Poi, quando uscivano da questi edifici, i loro volti si rilassavano, certi cominciavano a urlare e far baccano, altri per sfogarsi malmenavano i propri simili. La maggior parte delle famiglie si riunivano solo due volte durante l’arco della giornata, a pranzo e in serata quando poi andavano a dormire. E in tali occasioni notai un’altra cosa strana: non parlavano molto tra di loro. Per lo più ascoltavano delle parole che fuoriuscivano da una scatola. Protetti da questa scatola, i personaggi all’interno parlavano e parlavano, senza lasciare spazio di replica ai propri interlocutori. Tutta questa prepotenza mi lasciò seccato. Ma gli alieni sembravano divertirsi, ridevano e a me parve tutto assurdo e inquietante.

Distolsi lo sguardo, vidi chiudersi la fessura e così andai via, col mio gatto e con un senso di stranezza e costernazione addosso. Mio nonno mi aveva parlato di alieni che vivevano come noi, insieme agli altri animali e sugli alberi o in caverne. Lui c’era stato quando era giovane, qualche migliaio di anni fa.

Andrea Russo

Moonface – Organ Music Not Vibraphone Like I’d Hoped

Data di Uscita: 02/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

10 marzo 2006 (?)
Le lune passano, le maree si ingrossano e poi scompaiono.

Piccola, non mi guardi e io non riesco più a sezionare il tempo, contarlo e viverlo. Non mi guardi e non faccio altro che riempire d’inchiostro questi fogli. Se potessi, se ne avessi le capacità, se solo riuscissi ad indossare il termine empatia e immedesimarti, capiresti che queste parole son fiori che, con solerzia, curo e innaffio perché la tua indifferenza, bellissima, li appassisca. Mi sono nati addosso dappertutto, tulipani nutriti dal concime del mio amore; sorridimi, lascia che il grigio dei tuoi occhi si mescoli all’arcobaleno di questo giardino.
Ma la tua faccia è una statua impassibile nel buio.
Sorridimi, bimba, sorridi a quest’anima di granelli di sabbia.
Sai?, ho riabbracciato i canti della balena, quelli che t’addormentavano sul portico di casa nelle sere roride d’agosto. Ma stavolta le tue orecchie erano troppo stanche per lasciarsi cullare, le tue palpebre già socchiuse.
Così le mie labbra hanno preso a sussurrare incessantemente lungo tutta la spiaggia un motivo strappato agli echi delle conchiglie, per annullare il vuoto fra esse e la tua bocca pallida, una canzone al posto di un bacio.
Una canzone al posto di un bacio.

Ho preso a fumare come fosse il duemilatre, quando sedevamo sugli scogli spugnosi nei giorni di vento: il fumo ci passava leggero fra i denti e sgusciava via ad abbracciarci i pensieri e carezzarli, nebbioso. Mi contavi le vene verdastre e mi asciugavi le gocce di sudore che mi imperlavano la fronte, una ad una, baciandole.
Te ne ricordi?
Una canzone al posto di un bacio, piccola.
Una canzone al posto di un bacio.

Peter è partito, segue i passi di un profumo, cerca la sua donna. Dice che lo fa anche per me, per il mio amore e per le fitte allo stomaco che lo tormentano ogni volta che mi vede qui, seduto, a scriverti e mormorarti note a mezza voce.
Peter è partito, segue la voce di una donna che canta solo per lui.
E allora perché tu non segui la mia, da brava?
Una canzone al posto di un bacio.
Una canzone al posto di un bacio.
A song instead of a kiss.

Onde nero seppia, queste righe stanno straripando dal foglio. Come ogni giorno le sigillerò nel vetro e le regalerò alla salsedine del mare, nello stesso punto in cui t’ho vista immergerti, l’ultima volta, mano nella mano col desiderio di tornare alla violenza dei fondali marini.

Che queste parole siano il mazzolino di fiori di campo che non t’ho mai regalato.

Tuo,
S.

Annachiara Casimo

Beirut – The Rip Tide

Data di Uscita: 30/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Finding the way home. Lights, skies, sounds.
di Filippo Redaelli

Un ragazzo cammina e cammina per un lungo viale deserto impugnando il manico del suo ukulele con la mano sinistra. Sono le cinque del mattino, le luci
dei lampioni ti stordiscono e il vento dovrebbe indicarti la via di casa. Le spalle a momenti si sgretolano, l’andatura si fa incerta, una macchina sfreccia
dalla parte opposta della strada. La stanchezza soffoca melodie dentro al suo strumento mentre orchestre si alternano nella testa in un caleidoscopio di
sinfonie che, pare, non possa avere fine. Tutti i suoi viaggi lì dentro, reali o immaginari, tutto lo fa crescere e lui lo fa suono. Come se il suo lavoro fosse
quello di imprigionare alcuni pezzetti delle sensazioni della tua vita in tante piccole cartoline. Una magia tutta loro, dal bianco e nero a giustapposizioni di
colori più vivaci, tutta la scala cromatica delle emozioni. La strada e il vagabondare sempre grandi protagonisti, più che altro,a essere precisi,le luci e i cieli
dei paesi che trovi. I bar lungo i canali a notte fonda, pallidissimi ricordi di pomeriggi sul lungomare francese. Come l’anno della settimana in Italia o
quell’inverno sulle coste della Francia del Nord. E pure la grande metropoli,solo se si respira anche musica. Come quando si era più giovani lungo la
Senna, solo un gruppo di amici e una manciata di invenzioni.  Con lo scorrere infinito dell’acqua del fiume di fronte a noi, a ricordarci delle lacrime più
dolci. I nostri volti riflessi, sfumati,imprecisi, familiari,contorti tra i visi delle case con le rughe dei pescatori e una manciata di alberi che cadono nel vuoto.
Con quel poco che si riesce ad avere, creare situazioni. Santa Fe, la sua prima casa, racchiusa in una manciata di minuti diventa un brivido eterno
imprigionato sotto tutta la pelle. Ritrovare il calore di un fuoco che va a raggiungerti il cuore, sentirsi come dopo aver  terminato ‘Il giovane Holden’,
meno solo. Soltanto grazie ad una notte, diventare più saggi di un anno.

“Tonight we rest beside the fire, a smile upon your face. But don’t forget a candle’s fire is only just a flame”
Dimenticati delle fotografie mai scattate che non possono invecchiare o della sua immagine lontana e sfuocata.
Ieri scrivevi sul muro ‘la vita dovrebbe essere più viva’ e sempre,nonostante tutto, sorridiamo ancora.

La felicità impalpabile nell’aria scivola,si nasconde,precipita sulla tua pelle freddissima.
Cadendo, tra questo corpo e il chiasso della marea, ti ritrovi accecato.
Ho affidato, ferendo anche il vento, parole alla notte e in risposta ho ricevuto il mare.
La felicità, impalpabile, come le luci artificiali in lontananza sulla collina.
Comprendere che vedere quelle luci da lontano non è altro che la felicità stessa.

E il tramonto è rosso, il tramonto è bellissimo
come il graffio che la vita ti ha lasciato sulla mano
e che mi ricorda Berlino, centomila anni fa.

Zach, in fin dei conti, è un artigiano. Tutto il suo sapiente mestiere è al servizio della nostalgia. E’ per calmarsi che lo fa. E così anche un quartiere della
periferia di Bratislava o il via vai di un sentiero di East Harlem meritano di vivere per sempre. Per provare a non sentirsi mai più prigionieri della
solitudine. Più luoghi nel mondo come trasformati in un paese natìo. Portarseli sempre dietro sotto forma di canzone. Non temere di perdersi, non più.
Anche in una notte come questa, nonostante tutto sorridiamo ancora.
Perchè è la musica che ci riporterà sulla via di casa.

Stephin Merritt – Obscurities

Data di Uscita: 23/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il blues è la musica del diavolo, non il rock n’roll, non il metal né tanto meno il punk. Lo è per costrizione, all’inizio non voleva far da messo al grande divisore, c’è stato costretto. Costretto dai poteri forti dei padroni nei campi, non capivano le note del pianto, non ne apprezzavano il colore, la densità e i legamenti, non erano fraseggi ma evocazioni sataniche.

Mentre alla penombra del plenilunio, nel candido biancore della luna estiva si immaginava il velo della vergine il padrone delle messi inveiva contro i cialtroni che casinavano invece di dormire.

La mattina dopo, dannazione come fanno la mattina dopo a tirar dritto sotto il sole, bestie incredibili amor mio. Vado a schiantarli magari si placano, diceva così e si slacciava la cinta, ma non un solo maschio venne vergato quella notte, solo una donna raccolse il seme della discordia, sotto la luce placida che non poteva, alla luce dei fatti, essere il velo di Maria.

Piangevano e pregavano il dio bianco, e lo fecero per molto tempo, ma poi, serpe astuta mise il dubbio, che piacere c’è nel servire i bianchi in vita e cercarne la pietà da morti? Dannato lo sarai comunque. E la non vergine mise al mondo il figlio del peccato, lo crebbe in una stalla fredda, scaldato dai porci e dalle capre, che il signore delle mosche comanda bene.

Non lo mangiarono e lui mangiò loro, ne bevve il latte ne assaggiò il sangue e si fece forte all’ombra della coorte che ne nascose l’esistenza, si fece adolescente e uscii solo d’estate, quando il sole lo abbronzava e lo faceva parer nero come gli altri, d’inverno era più chiaro ma viveva da ombra.

Giunse il giorno della genesi al contrario, uccise Abele, tentò Eva e rinnegò il padre, distrusse il creato della terra promessa dal Signore e padrone. Sciolse la genia che lo aveva generato e fuggì in un bayou che pareva il brodo primordiale.

Conobbe donne, conobbero loro i suoi figli e li crebbero in solitudine, e via via si schiarivano fino a parere bianchi. Come il velo della vergine.

Alfonso Errico

Wildbirds and Peacedrums @ Circolo degli Artisti, Roma (04/05/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

“It was a great marriage” aveva esclamato una donna a Villa Celimontana, a pochi passi dalle Terme di Caracalla, nel pomeriggio caldo pungolato dal venticello del maggio romano. Il grande matrimonio celebrato era quello tra il suo piccolo figlio e la figlioletta di una sua amica che si rotolavano e crogiolavano nell’ammucchiata di foglie secche rastrellate tra gli alberi.
Beati fanciulli.
Ma in realtà il vero grande matrimonio del mio breve soggiorno nella capitale si è rivelato quello tra Mariam Wallentin e Andreas Werliin conosciutisi nel 2004 all’accademia di arte e musica drammatica di Goteborg, Svezia.
Tutto nasce da qui.
Lei canta, esile usignolo dalla voce mesmerica e dall’impostazione soul e blues; lui picchiatore rovente della batteria e percussioni varie, inesauribile assistente e fedele compagno della moglie.
(altro…)

Ween – Caesar Demos

Data di Uscita: 11/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Avevo proprio bisogno di musica allegra, di musica che chiama le persone per nome e fa suoni buffi e magici, hello Johnny! Mi ha fatto tornare in mente gli amici immaginari che avevamo Luca ed io da piccoli, Jack e Nick, gli amici con cui facevamo viaggi spaziali sulla nostra navicella, la gioia di un pomeriggio libero in cui non si aveva niente ma si aveva tutto, quando la fantasia era davvero al potere.

In tenda il freddo si faceva sentire, la vallata era come un giardino enorme dove cinque lupi giovani cercavano di mordere la preda agognata da ogni essere.

E facciamo quello che ci pare, ci passa per la mente l’hard rock? Chiamiamo Lemmy e si suona, dov’è il problema? La chitarra è più libera di qualunque oggetto creatura creante, può suonare tutto questo mondo di note e tutto questo mondo di esseri umani.
La musica ascoltata la prima volta ci fa lo stesso effetto dei regali, di quando si scarta un pacco, di quando ci danno qualche cosa fatta a mano o riportata da un posto lontano.

Ci mettemmo parecchio tempo per prepararci, poi salimmo sperando in una colazione che non ci fu. Si doveva salire di molto e le stradine erano ripide e strette con precipizi profondi accanto.

Si potrebbero mettere insieme milioni di lettere per dare forma alla bellezza della musica, ma il modo migliore è parlarne col suo stesso linguaggio, le note, i suoni, il suono, che come scrisse Karolyi, sicuramente accompagnò la nascita dell’universo. Non c’è vita senza suono.
Ricordo quando mi chiudevo a chiave con la fender per far crollare le pareti di casa, era da poco che mi sentivo figlio naturale della luna ed avevo un’infinita voglia di rumore armonico e l’amplificatore ricorda ancora quella mia rabbia siderale che scatenavo sulle corde.

Il Corno Grande è un monte aspro e imponente, graffiandomi le mani, ancorando i nostri piedi, siamo riusciti ad arrivare davanti al suo ghiacciaio, quello più a Sud d’Europa. Riscendere fu straordinario.

Lasciami correre, lasciami riposare, lasciami creare, lasciami distruggere, lasciami cospargere questa terra di parole, lasciami credere, lasciami ripensare, lasciami amare le nuvole, lasciami maledire il sole e poi ringraziarlo pentito, lasciami ringraziare tutta la materia, lasciami imitare mentalmente Mastroianni nostalgico, lasciami al vento, lasciami al caldo, lasciami maledirti, lasciami pensare di lasciarti, lasciami pensare di amarti, lasciami ringraziarti.

Marco di Memmo

Gui Boratto @ Pratersauna, Wien (27/07/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

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Balam Acab – Wander / Wonder

Data di Uscita: 29/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Aiuto sto affogando, non respiro, non respiro, qualcuno mi tiene la testa sotto l’acqua di un lavandino colmo, sento un respiro ricco di affanno. La vista si annebbia e si annebbia ancora, la Madonna mi chiama a sé, fa cantare i suoi aiutanti frati. Non c’è uscita, il ritmo dei movimenti del braccio che mi blocca il cranio si innesca nel canto religioso. Esplode tutto, sono morto forse, l’acqua invade ogni cosa e sono trasportato su uno scivolo per l’aldilà, le voci si alzano d’intensità. Era solo un sogno, cioè un incubo. Welcome.

Fatichi ancora ad alzarti dal letto, le tendine celesti sono mosse dal vento che entra dalla finestra aperta. Arrivano anche echi di battiti intensi che si riflettono in un oceano di tessiture elettroniche al rallenty. Velocità minima, non riuscirai mai ad alzarti dal materasso credi. Vocine trasformate dai palloncini, vocioni caldi spalmati su pianoforti e sfuriate elettro-ambient. Calma, respira profondamente,  prova a reggerti almeno sui gomiti per alzare lo sguardo e capire da dove proviene il suono.

Niente, una forza questa volta leggera ti incolla al materasso bagnato di sudore. Ritorni al sole sfocato di qualche giorno fa, il mare che trasuda nebbia. L’innocenza dei bambini che giocano nel giardino di sotto si lega al beat di prima, una gioia squillante si collega alle tue meditazioni. Now time.

A cosa mirano questi echi proveniente dalla finestra, a volte le pulsazioni diventano profondissime quasi a spaccarti i timpani. Esplode davvero la stanza dici?, no torna sotto controllo un attimo dopo coperto da un velo liquido di fruscii. Oh Why?. Perché cavolo non ti alzi ancora?, ti aspettano a pranzo i tuoi genitori. Ti stai innervosendo sapendo che forse ti perderei i piatti prelibati sul tavolo, ma proprio non riesci per via di questi effetti sonori che ti entrano dalla finestra. Lieve, smussato, battente come la pioggia d’autunno, variopinto, variabile, confuso. Si mischia tutto, sei anche affascinato e non lo puoi negare. Forse è per quello che ti trovi immobile, però qualcosa di più dietro ci deve essere, non ti pare cosa semplice da spiegare questa situazione.

Per darti qualche appiglio provi a catalogare i suoni come quel tuo amico strano che parla di generi musicali, quello tutto scemo che dice parole a caso come IDM, GLO-FI,GLITCH. E tu lo ascolti senza capire e gli fai sì con la testa. No niente non ci riesci a fare come lui, mannaggia essere così fighi non è da tutti.

Ti riaddormenti ancora, questa volta non è un incubo. Guardi tue vecchie foto negli album e ridi, le pagine si girano da sole senza la tua mano. La fragilità invade tutto. La maglia larga di quella sera, con i drink scuri e i capelli scuri e la ragazza quasi annerita e vagamente poco sobria. Ma qui non ci sono streghe, sono state lasciate indietro nel tempo, fuori dalla finestra. Ti aspettavi ancora le streghe?, va bene lo stesso, apprezzare la fragilità spezzata sarà facile, tranquillo. Queste foto mostrano un altro panorama più disteso, non so quanto e se più rassicurante. I bambini gridano sommersi da suoni anni 80’ messi a nuotare nella melma, rattrappiti ma capaci di arrivare dentro le finestre di tutti.

“Svegliati cazzo, è ora di pranzo”.

Ti alzi subito, in fretta e furia, era un sogno per tutto il tempo, la finestra è chiusa. Era un incubo, è un incubo ci stanno le verdure in tavola, è un sogno.

Alessandro Ferri

Tinariwen – Tassili (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 30/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

I popoli erranti nel deserto cantami, o Musa,
che avvolgono le loro teste in metri di veli
e vagano evocando Allah tra le dune.

Lo spirito del blues si è incarnato nel deserto, vagando tra montagne di sabbia, è disceso tra gli uomini blu e i loro dromedari. Così è stato deposto il kalashnikov e sono state imbracciate le chitarre. La nota blu è entrata delle teste dei Tuareg avvolte di tessuto blu, nero o bianco.

Dall’Africa siamo venuti e in Africa torneremo.

Perché tutto il mondo sarà Africa, ma soprattutto sarà Musica. Canteranno insieme il pescatore dell’Alaska e l’aborigeno dell’Australia, batteranno le mani sullo stesso tamburo; la balena della Groenlandia e la balena franca australe sintonizzeranno i loro ultrasuoni facendo penetrare le onde sonore in tutto ciò che vive, dall’estremo Sud all’estremo Nord del mondo, scontrandosi in gioia al centro del mondo, dove vaganti nel grande Sahara, i berberi fanno tornare in Africa la musica dei giganti neri del Mississippi.

Dove c’è movimento c’è Musica, ma dove non c’è movimento c’è Silenzio, amante ancestrale della dea Musica, oscuro protettore delle note, mentore del ritmo.

Alziamoci da terra e intoniamo il nostro coro col vento, diventeremo talmente leggeri da saltare sui granelli di sabbia; voliamo su corde di chitarra tra un’oasi e un’altra, guardando i dromedari liberi che corrono, di una corsa che sembra quasi una danza.

I suoni riuniscono tutte le loro religioni in un unico grande credo, la Musica, grande madre monoteistica, che non ha terre, viaggiando su tutto il pianeta e oltre, raggiungendo le frequenze rumorose di tutti i sistemi solari, di tutte le galassie nell’intero universo, nella meravigliosa bellezza dell’Armonia che mai è nata e mai morirà.

Marco di Memmo

Non Voglio Che Clara @ Bucobum Festival, Noci (13/08/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

Il cortile della scuola era buio, fatta eccezione per i lumini accesi sui cornicioni delle finestre che illuminavano le crepe sui muri. Il turbinio di voci riempiva l’aria pesante, giù fino ai polmoni.
Ho chiuso gli occhi; non saranno le guerre quest’anno a farci paura, gli occhi puntati su di te non ti spaventino, continua ad accarezzare i tasti e a raccontare quello che sai, le mie labbra si muoveranno impercettibili insieme alle tue, ognuno parli per sé, di quello che rimane dell’amore.
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Her Space Holiday – Her Space Holiday

Data di Uscita: 16/08/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Apparent death of a writer
di Marco Caprani

I bambini son molto allegri oggi, sprizzano gioia dai pori, si esaltano, corrono ebbri di voglia di fare cazzate per le strade del vicinato e il sole accarezza le loro testoline mentre cantano canzoncine spensierate.
Eppure qualcosa non va, non va… io non sono così contento. È la solita noia sottesa, la colpa è di essere ancora qua ad aspettarla, ad aspettarla tutti i sacrosanti giorni con questa manciata di palloncini colorati tra le mani che ormai son diventati neri, di un nero amaro e fastidioso che mi eclissa la luce del sole.
Me ne sto qui nel giardino a guardare i fantasmi del passato, e un foglio bianco che svolazza sulla strada sembra dirmi: dai ce n’è ancora di roba da scrivere… che aspetti?
Già perché io sono uno scrittore, uno scrittore fallito!
Già perché oggi potrei scrivere la mia storia: la storia di un bel funerale… ma chi se la caga la storia di un bel funerale? Sapete che cos’è un bel funerale?
È quando alla fine fuori non è morto nessuno, tutti gli altri sono contenti perché non vedono salme, ma dentro è un campo di sterminio. I bei funerali sono i peggiori…
È la dura sfida della pagina bianca che mi uccide, per noi scrittori contemporanei è una lotta continua, il problema è che se la scintilla non scoppia, non moriamo neanche più a stento, non ci godiamo neppure il calvario, siamo fottuti. Subito.
Devo convincermi che oggi è diverso, che la morte è solo apparente, che rinascerò nell’ispirazione sì! Perché sotto la monotonia di questa misera vita da scrittore c’è ancora del succo fresco: scriverò di giullari che saltano e ballano arie leggere come in un’epica e gioiosa parata nel bel centro di un’allegra cittadina medioevale mischiando storie moderne di hipster felici e ubriachi che brucano nei prati dell’incoscienza, irresponsabili del loro futuro annusano margherite, gigli e fiori di pesco ed assaporano frutti fruttosi!
Ah ah… D’altronde è estate! Non c’è bisogno di pensare, meglio danzare sui flauti di pan come satiri ciucchi, meglio ballare dolci ballate un po’ rock, sulle scie di miagolanti violini e curiosi sintetizzatori. Meglio vivere nella spensieratezza dei fanciulli e non pensare a quel vecchio e tetro scrittore morto nelle sue stesse tediose parole! Ah, vorrei conoscere tutti gli umani, tutte le persone esistenti sulla terra, sapere quanti sono, cosa fanno, come vivono, entrare in ogni singola vita, vorrei che fossero tutti miei amici, vorrei conoscere chiunque e rubare le loro storie. Vorrei morire d’ispirazione!
Ma c’è ancora una cosa che un po’ mi rattristisce… quel libro: “Slow Club”, eh… quello sì che l’avrei voluto scrivere io! Forse mai arriverò a tali livelli d’armonia! Ma anche se il mood della mia scrittura è simile e il genere quasi coincide, di una cosa son certo: non sono un copiatore! Ho sempre avuto la mia ricerca e la mia originale personalità nella composizione.
Ora meglio continuare a danzare e fischiettare sul mio bel carro di fantasia e non importa se noi scrittori indipendenti siamo reputati spesso ambigui emotivi o lagnosi ripetitivi: me ne fotto della concorrenza.

Takénobu – Exposition

D.d.U. 24/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Sei diventata ciò che non conosco più e che non cercerei.
Eppure manchi tu, come manca la direzione del tutto.
È sempre buio prima dell’alba quando ti sembra d’aver perso la strada.

Allora pattino sul ghiaccio dei tentativi, mentre i giorni si consumano come incenso alla vaniglia nella stanza del tempo, dove tutto accade e accade sempre e dove ci sono io fermo e in movimento.

M’hai detto –t’amo troppo e t’abbandono-.

Ma le parole sono importanti ed io non ti capisco più.

Ilaria Pastoressa

Fabio Orsi – Audio for Lovers

Data di Uscita: 15/09/2008

Un breve ascolto, durante la lettura

AUDIO FOR LOVERS
di Alessandro Ferri

Come quando il tempo scorre e tu non ti accorgi di nulla, sei sulle nuvole anche quando te ne stai steso sul prato o sulla spiaggia o sul letto. (altro…)

Man Man, Crystal Antlers, Glass Candy @ House of Vans, New York (4/08/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

“.. lascia che te lo dica chiaramente: voi bianchi siete le ethno bitches, esatto, le ethno bitches, you heard me, le puttanelle delle razze, esatto. Vi fate fottere e vi fottete chiunque, altri bianchi, negri, gialli. Dì un colore, dai dillo, purple? Ecco se ci fossero delle merdosissime gelatine viola con un buco vi scopereste pure quelle. Casey, quella negretta di Fort Greene, sta forse con un messicano che vende hot dog a Coney Island? O con un vietnamita di Canal Street? No cazzo, sta con una fighetta bianca da brownstone. Si lo so, I know I know, ho sempre ragione, easy man easy..”
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