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The Reverend Peyton’s Big Damn Band – Peyton on Patton

Data di Uscita: 19/07/2011

Questa è la storia di un ritorno a casa.
Non di un soldato ferito al fronte. Non di un missionario partito per mare né di un rabdomante senza troppa fortuna, bensì di una febbre potente e benevola, un fervore elettrico vecchio più di cent’anni. Il mite Josh Peyton la contrasse in tenera età, passando sul piatto quei pochi vinili di Dylan o di Hendrix che il padre conservava e forse nemmeno ascoltava più. Un incontro distratto, combinato magari più per noia che per effettiva curiosità, ma come scintilla fu sufficiente. Era soltanto un ragazzino quando gli venne regalata la prima chitarra e si intuì che le grandi pianure dell’Indiana non avrebbero potuto trattenerlo ancora a lungo. Nel battesimo il migliore degli esorcismi all’inverso, un virus impetuoso cui dare asilo per vaccinarsi contro la timidezza e la solitudine.
Il richiamo del blues ebbe partita facile, andare a scuola dai classici fu una continua scoperta ma un prematuro abbandono parve inevitabile, nell’incapacità di padroneggiare il fingerpicking vertiginoso dei maestri dell’anteguerra e poi in quel dolore improvviso ma lacerante, insopportabile, che lo chiamò alla resa. I medici non concessero appelli al divorzio tra Peyton e la musica, lui sembrò farsene una ragione confinandosi per un anno dietro il bancone di una squallida pensione di Indianapolis. Fu un intervento chirurgico ritenuto superfluo dai più a rimescolare le carte, offrendo a Josh l’opportunità di un’insperata seconda manche con subisso di esemplari da primiera in mano. Nel riposo reso inquieto dalle bende e dai farmaci antalgici, lo cullò il miraggio di quelle magiche sei corde nuovamente pizzicate. Non ci fu risveglio perché non ci fu sogno. Libere dopo la paralisi, le sue dita svelarono una mobilità ed un controllo prima neanche lontanamente vagheggiati, la patente fingerstyle utile come lasciapassare ai successivi schemi del gioco. La risalita fu questione di pochi giorni, intensi come attimi folgoranti: da B.B. King, Bukka White e Muddy Waters alla stanza dei padri, inerpicandosi avvinghiato alle radici più robuste fino al punto in cui l’epidemia si scatenò. Da miscredenti quali siamo ci riesce difficile accogliere l’immancabile vulgata che parla di prodigi e resurrezioni con tanta sfacciata leggerezza, ma è certo che proprio a questo punto il ritrovato Peyton scelse di fregiarsi del titolo di Reverendo, quasi a voler confessare d’esser stato realmente baciato dalla luce. Bruciando le tappe come ogni miracolato che si rispetti, il giovane ritenne che il migliore degli ex voto per celebrare la faccenda sarebbe stata una band: portò all’altare la monumentale ragazza conosciuta nei corridoi dell’ospedale, Breezy, riservando a lei ed al suo washboard da battaglia un posto chiave nella rumorosa ditta fondata assieme al fratello Jayme. I tre si sbarazzarono di ogni bene superfluo nella più classica delle liquidazioni da giardino, comprarono un furgone usato e si lanciarono in un tour che dal 2005 non si è più fermato.

Negli anni hanno spedito cataste di cartoline dai più remoti angoli della loro America marginale, dai granai in fiamme di ‘The Wages’ alle birrerie per motociclisti, dalle fiere di campagna ai raduni circensi per adepti dello sport estremo, perfino da qualche sofisticato festival nel vecchio continente. Ultima in ordine di tempo quella arrivata dalle leggendarie Dockery Farms, uno scatto antichizzato del Reverendo con la sua resofonica in legno del 1934, sola traccia promozionale del nuovo ‘Peyton on Patton’. Disco e fotografia, latori del medesimo messaggio vergato dal ragazzone barbuto di suo pugno: “soltanto io ed una chitarra che omaggiamo un eroe”. Josh non ha mai fatto mistero delle sue preferenze per Charlie Patton, accreditandolo come unico legittimo sovrano del Delta Blues sin da quando, esordiente, pubblicò un’appassionata cover di ‘Pony Blues’. Oggi che di soddisfazioni se ne è tolte parecchie, Peyton ha dovuto spingersi oltre come per infondere la più estrema eloquenza al proprio moderno apostolato.
Viaggio di ritorno, si diceva.
Ha respirato l’aria della sterminata piantagione del Mississippi in cui il geniale musicista spese buona parte della sua esistenza rendendo immortale la musica dei neri ma suonando magnificamente anche l’hillbilly e le ballate dei bianchi. Charlie Patton l’indecifrabile, The Masked Marvel, viso pallido afroamericano dal sangue Cherokee. Charlie Patton l’untore, lui che infettò con il suo sortilegio una schiera di stupefacenti musicisti nati e cresciuti in quegli stessi luoghi, da Howlin’ Wolf a Pops Staples, da Robert Johnson a John Lee Hooker, e poi via per il mondo. ‘Peyton on Patton’ è la febbre che torna nelle bettole in cui è nata, è il fanciullo che porta un fiore sulla tomba dell’avo mai conosciuto al quale deve tutto. Una raccolta di riletture che ha in sé tutta l’ossequiosa meraviglia del discepolo in pellegrinaggio, ed un atto di igiene sentimentale, anche. La sua gratitudine non resta un impulso senza criterio ma è tradotta in preghiere laiche, filologicamente corrette e formalmente ineccepibili. Solo chitarre con il giusto strato di polvere, solo un microfono e la registrazione mono, solo una giornata di sedute: misurarsi e restare fedeli. Per una volta la bassa fedeltà non è il consueto vezzo modaiolo, ma un pegno di integrità. Per una volta il profilo bandistico si quieta in una ridotta galleria di camei curiosi, perché in fondo le canzoni del Delta il ritmo lo portano già intagliato nella fibra.

Lo osservavi in salopette tra i maiali e sorridevi. Appena un brivido, fotogrammi di ‘Deliverance’ nel retrobottega del tuo cervello. Leggevi “cowpunk” e provavi orrore, ma le etichette della rete sono bugiarde, si sa, e Josh Peyton è artista colto ed accurato sul serio, sbagliano i tuoi pregiudizi a sostenere il contrario. Oggi sfogli l’album di questi suoi ricordi ereditati, istantanee seppiate nella grana intatta della prima ora, e senti il respiro di Patton, quella voce maestosa. Dentro ogni fotografia, il Mississippi scorre impassibile. Il blues risuona ora ispido e ferroso, ora spoglio ma frizzante, gradevolmente ebbro, mentre le sontuose pennate di bottleneck trasformano l’acqua scura del fiume in whiskey. Gli spiritual sono scarni, aguzzi e sporchi ma tutt’altro che disperati, così che la redenzione possa apparirti davvero a portata di sguardo. E il country emana schietto la sua fragranza centenaria o si adombra dietro robuste inflessioni gospel, temprandosi nella fermezza del grintoso recitativo che intima che, sì, avrai bisogno di qualcuno in punto di morte. Tra armonie guizzanti che smuovono a folate l’inerzia del tempo, nella riserva del rigattiere si impone proprio il piglio del cantante predicatore, novello imperturbabile Simon del deserto sulla ciminiera di un battello a vapore. Disadorno il quadro sonoro, riarso, per non offendere il rigoroso pauperismo del modello. Josh Peyton il devoto si appunta sul petto la medaglia del distinto antimodernista. Se ne compiace, e forse non a torto. Ha onorato lo spirito di Patton, rendendo ancora urgente la vitalità della sua arte senza chiuderla in uno schedario per figurine sbiadite. La deferenza gli ha risparmiato la parte del cultore falsario. Di più, riesumando un mito dimenticato del passato ha saputo dire qualcosa di non banale sul presente. Del tutto indifferente ai meccanismi della gratificazione liscia, ai rituali e ai condizionamenti della sintesi pop, la musica di Patton è quanto di meno facile si possa incontrare danzando sulla rotella di un Ipod. Peyton non la adultera per compiacerci, non fa filtro. La sua franchezza nuda disorienta, il suo rifiuto di ogni accomodamento può sconcertare, eppure si tratta di dettagli che meritano rispetto. Forse non siamo più capaci di accogliere la limpidezza e darle ascolto, ma è un problema soltanto nostro.
Per crescere sani occorre aver incontrato la febbre da piccoli, senza mai guarirne.

Stefano Ferreri

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