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Carloman – Carloman

Data di Uscita: 10/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le bestie marceranno sempre lungo i viali nei boschi che conducono al castello, e non solo di notte, e non solo per fame. Marceranno mentre le monete d’oro cadono sui pavimenti destando il cortigiano di guardia. Le tende di velluto insensibili al vento, tenteranno movimenti immaginati come a timore d’aver dovere di celare le tragedie.
Le bestie hanno i volti dei fratelli e dei padri e dei nipoti nei grandi ritratti nella sala da ballo.
Dimmi, tu, Gerberga, sei infelice qui?
Le bestie prenderanno le mie terre e sentirò le ombre assalire il baldacchino nella tarda notte di Samoussy mentre il ferro delle spade si ribella al silenzio con sfregare deciso.
Qualcuno combatte e quel qualcuno non sono io.
Questo vivere all’ombra della grandezza, io, primogenito ultimo alla maestà.
Ingrato, Carlo, ammetti l’abuso!
Combatti contro Hunaldo ma ti lascerò solo a pagare le colpe d’una illegittima nascita. Oltraggio, hai sangue ch’è il mio sangue ma non meriti la corona come di cavalcare da Reims ad Aquisgrana con lo stendardo reale.
C’è un rancore che non trova rimedio nei viaggi e nella polvere mangiata dagli zoccoli dei  purosangue, né dai ruscelli e dalle praterie sfiorate in corsa al tramonto o all’alba.
Il potere mangia la testa della fortuna e ne lascia il corpo a marcire lungo la sponda ovest del Reno.
Le dame danzano mentre i panni galleggiano sulle acque non troppo limpide e i giorni si consumano come ceppi di legno che ardono nel camino della stanza reale.
Tutta questa ossessione al potere, per poco oro e qualche pagina di storia distoglie la mia vita dal suo corso e ne smembra i desideri.
La mia ossessione ha un bellissimo volto, la vedo. La tua superbia ha bellissime gambe e cammina senz’arrestarsi.  Non si stanca mai.
C’è uno specchio opaco in una delle trecento stanze addobbate a tutto e vive di niente.
La polvere c’è e non si vede. Quanto freddo tra queste mura.
Quello specchio mi guarda ogni mattina, delinea perfettamente il taglio degli occhi inespressivi della mia gioventù invidiosa.
Come sono poveri questi umani, come siamo ricchi di niente.
Il niente è la ragione per cui combattiamo, e sporchiamo la terra di sangue senza lavare colpe e coltivar perdono.
Nella precarietà d’una vita e del tempo segnato da una clessidra da capovolgere ad ansiosi intervalli, sotto un cielo che non conosce forma, c’è una corsa verso il pieno niente che sfama la gloria e accoltella la dignità.
Ad ogni alba perdo di tenerezza e non ti guardo più, mia dama dalla bella chioma.
Ma ti sento piangere oltre la porta al conforto d’ancelle pettegole e anch’esse pronte all’offesa, tra sensuali giochi di corridoio e seni  pronti a scoprirsi per il miglior offerente.
Gemiti di desiderio, di passione, di dolore, di speranza, d’arroganza, nessuna musica nella mia stanza.
Nessun giullare a regalarmi un sorriso finto, nemmeno quello.
I fiori del nostro giardino mi raccontano dell’amore che nella pazzia, salvò me e te dal niente del mondo sotto un cielo scuro e la costellazione del capricorno a guardarci.

Ilaria Pastoressa

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