monthlymusic.it

Archive for luglio, 2011

The Reverend Peyton’s Big Damn Band – Peyton on Patton

Data di Uscita: 19/07/2011

Questa è la storia di un ritorno a casa.
Non di un soldato ferito al fronte. Non di un missionario partito per mare né di un rabdomante senza troppa fortuna, bensì di una febbre potente e benevola, un fervore elettrico vecchio più di cent’anni. Il mite Josh Peyton la contrasse in tenera età, passando sul piatto quei pochi vinili di Dylan o di Hendrix che il padre conservava e forse nemmeno ascoltava più. Un incontro distratto, combinato magari più per noia che per effettiva curiosità, ma come scintilla fu sufficiente. Era soltanto un ragazzino quando gli venne regalata la prima chitarra e si intuì che le grandi pianure dell’Indiana non avrebbero potuto trattenerlo ancora a lungo. Nel battesimo il migliore degli esorcismi all’inverso, un virus impetuoso cui dare asilo per vaccinarsi contro la timidezza e la solitudine.
Il richiamo del blues ebbe partita facile, andare a scuola dai classici fu una continua scoperta ma un prematuro abbandono parve inevitabile, nell’incapacità di padroneggiare il fingerpicking vertiginoso dei maestri dell’anteguerra e poi in quel dolore improvviso ma lacerante, insopportabile, che lo chiamò alla resa. I medici non concessero appelli al divorzio tra Peyton e la musica, lui sembrò farsene una ragione confinandosi per un anno dietro il bancone di una squallida pensione di Indianapolis. Fu un intervento chirurgico ritenuto superfluo dai più a rimescolare le carte, offrendo a Josh l’opportunità di un’insperata seconda manche con subisso di esemplari da primiera in mano. Nel riposo reso inquieto dalle bende e dai farmaci antalgici, lo cullò il miraggio di quelle magiche sei corde nuovamente pizzicate. Non ci fu risveglio perché non ci fu sogno. Libere dopo la paralisi, le sue dita svelarono una mobilità ed un controllo prima neanche lontanamente vagheggiati, la patente fingerstyle utile come lasciapassare ai successivi schemi del gioco. La risalita fu questione di pochi giorni, intensi come attimi folgoranti: da B.B. King, Bukka White e Muddy Waters alla stanza dei padri, inerpicandosi avvinghiato alle radici più robuste fino al punto in cui l’epidemia si scatenò. Da miscredenti quali siamo ci riesce difficile accogliere l’immancabile vulgata che parla di prodigi e resurrezioni con tanta sfacciata leggerezza, ma è certo che proprio a questo punto il ritrovato Peyton scelse di fregiarsi del titolo di Reverendo, quasi a voler confessare d’esser stato realmente baciato dalla luce. Bruciando le tappe come ogni miracolato che si rispetti, il giovane ritenne che il migliore degli ex voto per celebrare la faccenda sarebbe stata una band: portò all’altare la monumentale ragazza conosciuta nei corridoi dell’ospedale, Breezy, riservando a lei ed al suo washboard da battaglia un posto chiave nella rumorosa ditta fondata assieme al fratello Jayme. I tre si sbarazzarono di ogni bene superfluo nella più classica delle liquidazioni da giardino, comprarono un furgone usato e si lanciarono in un tour che dal 2005 non si è più fermato.

Negli anni hanno spedito cataste di cartoline dai più remoti angoli della loro America marginale, dai granai in fiamme di ‘The Wages’ alle birrerie per motociclisti, dalle fiere di campagna ai raduni circensi per adepti dello sport estremo, perfino da qualche sofisticato festival nel vecchio continente. Ultima in ordine di tempo quella arrivata dalle leggendarie Dockery Farms, uno scatto antichizzato del Reverendo con la sua resofonica in legno del 1934, sola traccia promozionale del nuovo ‘Peyton on Patton’. Disco e fotografia, latori del medesimo messaggio vergato dal ragazzone barbuto di suo pugno: “soltanto io ed una chitarra che omaggiamo un eroe”. Josh non ha mai fatto mistero delle sue preferenze per Charlie Patton, accreditandolo come unico legittimo sovrano del Delta Blues sin da quando, esordiente, pubblicò un’appassionata cover di ‘Pony Blues’. Oggi che di soddisfazioni se ne è tolte parecchie, Peyton ha dovuto spingersi oltre come per infondere la più estrema eloquenza al proprio moderno apostolato.
Viaggio di ritorno, si diceva.
Ha respirato l’aria della sterminata piantagione del Mississippi in cui il geniale musicista spese buona parte della sua esistenza rendendo immortale la musica dei neri ma suonando magnificamente anche l’hillbilly e le ballate dei bianchi. Charlie Patton l’indecifrabile, The Masked Marvel, viso pallido afroamericano dal sangue Cherokee. Charlie Patton l’untore, lui che infettò con il suo sortilegio una schiera di stupefacenti musicisti nati e cresciuti in quegli stessi luoghi, da Howlin’ Wolf a Pops Staples, da Robert Johnson a John Lee Hooker, e poi via per il mondo. ‘Peyton on Patton’ è la febbre che torna nelle bettole in cui è nata, è il fanciullo che porta un fiore sulla tomba dell’avo mai conosciuto al quale deve tutto. Una raccolta di riletture che ha in sé tutta l’ossequiosa meraviglia del discepolo in pellegrinaggio, ed un atto di igiene sentimentale, anche. La sua gratitudine non resta un impulso senza criterio ma è tradotta in preghiere laiche, filologicamente corrette e formalmente ineccepibili. Solo chitarre con il giusto strato di polvere, solo un microfono e la registrazione mono, solo una giornata di sedute: misurarsi e restare fedeli. Per una volta la bassa fedeltà non è il consueto vezzo modaiolo, ma un pegno di integrità. Per una volta il profilo bandistico si quieta in una ridotta galleria di camei curiosi, perché in fondo le canzoni del Delta il ritmo lo portano già intagliato nella fibra.

Lo osservavi in salopette tra i maiali e sorridevi. Appena un brivido, fotogrammi di ‘Deliverance’ nel retrobottega del tuo cervello. Leggevi “cowpunk” e provavi orrore, ma le etichette della rete sono bugiarde, si sa, e Josh Peyton è artista colto ed accurato sul serio, sbagliano i tuoi pregiudizi a sostenere il contrario. Oggi sfogli l’album di questi suoi ricordi ereditati, istantanee seppiate nella grana intatta della prima ora, e senti il respiro di Patton, quella voce maestosa. Dentro ogni fotografia, il Mississippi scorre impassibile. Il blues risuona ora ispido e ferroso, ora spoglio ma frizzante, gradevolmente ebbro, mentre le sontuose pennate di bottleneck trasformano l’acqua scura del fiume in whiskey. Gli spiritual sono scarni, aguzzi e sporchi ma tutt’altro che disperati, così che la redenzione possa apparirti davvero a portata di sguardo. E il country emana schietto la sua fragranza centenaria o si adombra dietro robuste inflessioni gospel, temprandosi nella fermezza del grintoso recitativo che intima che, sì, avrai bisogno di qualcuno in punto di morte. Tra armonie guizzanti che smuovono a folate l’inerzia del tempo, nella riserva del rigattiere si impone proprio il piglio del cantante predicatore, novello imperturbabile Simon del deserto sulla ciminiera di un battello a vapore. Disadorno il quadro sonoro, riarso, per non offendere il rigoroso pauperismo del modello. Josh Peyton il devoto si appunta sul petto la medaglia del distinto antimodernista. Se ne compiace, e forse non a torto. Ha onorato lo spirito di Patton, rendendo ancora urgente la vitalità della sua arte senza chiuderla in uno schedario per figurine sbiadite. La deferenza gli ha risparmiato la parte del cultore falsario. Di più, riesumando un mito dimenticato del passato ha saputo dire qualcosa di non banale sul presente. Del tutto indifferente ai meccanismi della gratificazione liscia, ai rituali e ai condizionamenti della sintesi pop, la musica di Patton è quanto di meno facile si possa incontrare danzando sulla rotella di un Ipod. Peyton non la adultera per compiacerci, non fa filtro. La sua franchezza nuda disorienta, il suo rifiuto di ogni accomodamento può sconcertare, eppure si tratta di dettagli che meritano rispetto. Forse non siamo più capaci di accogliere la limpidezza e darle ascolto, ma è un problema soltanto nostro.
Per crescere sani occorre aver incontrato la febbre da piccoli, senza mai guarirne.

Stefano Ferreri

Eric Fourman – Interference

Data di Uscita: 10/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Estratto del discorso di Norman Witword al Palazzo dei Concerti di Stoccolma, durante la consegna del premio Nobel per la Fisica.

Nella concezione comune, le interferenze sono un qualcosa da eliminare. Ci sono persone che trattano le interferenze come io tratto le uova che mia moglie mi prepara ogni mattina: le do da mangiare al mio gatto. Solo che il felino, in questo caso, non esiste.
Nonostante un’accurata ricerca storiografica, non sono riuscito ad assegnare a questo termine un periodo specifico. E’ di per sé altrettanto vero che nell’ultimo secolo si è vista crescere l’attenzione verso questo evento. Avrete notato come io abbia evitato accuratamente, fin’ora, di usare il termine “problema”, e per spiegarvi cosa intendo consentitemi di raccontarvi una breve storia.
In questa magica città ho incontrato una persona meravigliosa, molti anni fa. Nel mercato di “Östermalms Saluhall”, in una fredda giornata di tempesta. Aveva i capelli appiattiti per via del cappuccio, leggermente bagnati in quei punti dove cappotto ed ombrello non erano riusciti a tener lontana la pioggia. Il naso e le mani leggermente arrossati, mangiava uno di quei bignè ripieni di panna e pasta di mandorle. Era inspiegabilmente sola, un po’ intimorita per il suo aspetto un po’ dimesso. Era bellissima. Ora è seduta a quel tavolo e, se potesse, sprofonderebbe nel terreno.
Questa mattina sono tornato nello stesso luogo, dopo quasi quarant’anni. Non sono entrato nell’edificio, perché anche se la struttura di mattoni rossi non era cambiata affatto sapevo che al suo interno non avrei trovato le stesse immagini di quel tempo, e noi vecchi, sapete, viviamo di e nei ricordi. Mi sono fermato nella piazza, vicino alla fontana una bambina faceva cadere dei piccoli coriandoli colorati che andavano a creare diverse increspature nell’acqua dove la carta si posava. Cominciammo a parlare, le spiegai che questa sera mi avrebbero dato un premio per aver eliminato le interferenze, ossia una sovrapposizione di due onde. Le feci qualche semplice esempio applicativo, ma invece di esprimere stupore, la bambina corrugò la fronte e disse: “Quindi se io facessi cadere nella fontana un coriandolo, poi un altro, ed un altro, e un altro ancora, l’acqua si muoverebbe solo per il primo coriandolo e non per gli altri?”. Stavo per risponderle sorridendo che in effetti si, in un certo senso è questo che sarebbe dovuto succedere.. ma non dissi nulla.

Non avrei più visto gli altri coriandoli. Sull’acqua si sarebbero formate delle onde solo all’inizio, ma gli altri pezzetti di carta non ne avrebbero formate altre.

Non avrei più sentito due voci cantare insieme.

Non avrei più assaporato due gusti differenti nello stesso istante.

Non ci sarebbe stata più unione. Io e quella ragazza ci saremmo guardati, ma saremmo rimasti solamente due oggetti isolati che vibrano a frequenze differenti.

Non ci sarebbe stato più amore.

Tornai immediatamente in albergo e distrussi tutti i miei appunti e i prototipi, e solo quando ebbi finito, smisi di piangere.

Tutto questo perché le interferenze possono essere un fenomeno indesiderato solamente se noi le riteniamo tali. Ed io voglio vivere in un mondo dove una persona può semplicemente lasciarsi andare, e perdersi in un mare di suoni, di vite, di coriandoli.

Filippo Righetto

Com Truise – Galactic Melt

Data di Uscita: 05/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Sai cos’è la peggior cosa che ti possa capitare? Essere inseguito da un incubo, l’incubo che vede te crescere senza sfondare davvero, l’incubo in cui ti trovi intrappolato se non riesci a realizzarti totalmente.
Sono notti su notti che mi sveglio con la bocca secca di chi ha corso troppo, incalzato da un’ossessione. Il futuro mi guarda in faccia ed esplode in una risata sguaiata. Mi metto in bocca un valium, tracanno ingordo un bicchiere d’acqua, aspetto che la pasticca faccia effetto, crollo.
In uno di quei sonni di serie B, in cui Morfeo mi raccoglie disperato solo dopo essermi affidato ai poteri chimici dei tranquillanti, vivo un flash-back.

Estate di fine anni ’80.

Era una domenica torrida di luglio, mi trovavo con la mia famiglia in un enorme luna-park temporaneo fuori Princeton. Mio fratello si era bloccato in trance di fianco al chiosco delle bibite, delle ragazzine adolescenti come lui, strette in canotte sintetiche, ridevano frivole tra loro e richiamavano la sua attenzione con sguardi languidi ed acerbi; mangiavano svogliate dei ghiaccioli colorati, mentre i capelli cotonati si incollavano per il sudore sulle loro spalle. Non sapevo ancora cosa significasse, ma per la prima volta avvertivo anch’io una tensione particolare nell’aria, malgrado i miei pochi anni soffocassero nell’innocenza perfino pensieri proibiti. Tuttavia, l’unica cosa che volevo era indossare gli occhialini 3d e fare almeno un giro nel gioco del missile. Lo spazio, le astronavi e i viaggi cosmici mi lasciavano a bocca aperta, avrei ceduto anche tutta la mia collezione di fumetti in cambio della possibilità di imbarcarmi su quella navicella che svettava in un angolo del terreno battuto; ero certo che una volta allacciate le cinture e proiettato nella più lontana delle galassie potesse davvero accadere di tutto. Che brividi, che adrenalina!
Corsi avanti con tutto lo slancio che trovai in me, i miei genitori urlavano dietro i miei passi, faticavano a sostenere la mia velocità; nel momento in cui raggiunsi l’oggetto dei miei sogni, fui costretto a mollare la presa, a vedere sfumare qualsiasi fantasticheria galattica: le tacche del misuratore in legno posizionato in fondo alla fila segnavano un’altezza insufficiente per farmi salire a bordo. Fui respinto, piansi, e mi chiusi in un tormentato silenzio per il resto della giornata.

Balzo a sedere sul letto e mi sfrego gli occhi: le mie lacrime di rabbia sono riemerse vivide, e – a una prima impressione – inspiegabili, più di venti anni dopo. La sveglia digitale sul comodino segna le 4 del mattino e io piango, oggi come allora; dal passato erano riaffiorati i desideri e le ambizioni non sopite, perché uno stand-by può durare per anni ma la resa dei conti non è che rimandata. Se mi vedesse qualcuno in questo istante, con le guance umide e salate, non ci crederebbe. Eppure è qui che dovevo arrivare, per comprendere in che orbita lanciare con decisione le mie armi sonore.
Parola chiave: hypnagogia.
Affilo i synth, li distendo a formare un tappeto su cui far camminare i ricordi. Indosso le cuffie e sparo volumi immani, mi sommergono, un muro sintetico si infrange su di me inerme, e così avviene il mio lancio nello spazio. Sono solo, intorno a me i pianeti fluttuano e scie luccicanti si rincorrono. Ho quasi i brividi. La musica parla di una nostalgia senza fine, mi riporta a quella domenica al luna-park, o alle sere passate a sgranocchiare pop corn sul divano, mentre in tv davano “Miami Vice”. Atmosfere psichedeliche annebbiano i miei sensi, in questo viaggio personale che aspettavo da sempre è come se il mio corpo sia realmente sospeso in assenza di gravità, i suoni si dilatano e incedono anch’essi rallentati.
Chiudo gli occhi, finalmente felice.
Il segreto sta nella memoria.

Federica Giaccani

Crystal Antlers – Two-Way Mirror

Data di Uscita: 12/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Cristalli di neve.

Chiuso in casa e fuori il disastro. Macchine ribaltate, cadaveri nelle strade, l’oscurità più totale. Sarà forse colpa di questi fiocchi luminescenti di neve che continuano a cadere, presagio dolce di una nube radioattiva che non lascerà sopravvissuti, oppure di chissà che cosa.

Isolato.

E’ sera. Provo ad accendere la luce e niente, allora accendo una candela. Nessun apparecchio elettronico sembra funzionare. Fuori regna un silenzio innaturale, la strada sempre molto trafficata sulla quale affaccia la mia casa è deserta. Si vedono solo corpi immobili coperti dalla neve al neon e focolai di incendi in lontananza.

Musica.

Mi faccio strada verso il vecchio grammofono a pile che custodisco in barba ai più moderni dispositivi di emissione di onde sonore. Lo faccio partire, noncurante del piatto posto sul chiodo. Dal corno vien fuori del sano psych-rock, potrebbero essere i Pink Floyd o i Doors nelle parti più dilatate e strumentali. Poi la voce, organi, fanfare e chitarre in crescendo, una confusione organizzata e assolutamente “cool”. Li riconosco, sono i Crystal Antelers ma non ricordo il nome del disco. Apro la borsa di pelle nella quale conservo i vinili e nella penombra vado in cerca della copertina del disco in questione. Eccolo! Si chiama “Two-Way Mirror”; non ricordo in quale bancarella dell’usato lo recuperai. “The girl in the go-go cage come down to earth with a crash” recitano i crediti in copertina. Un gelo percorse la mia schiena. E se fosse proprio questa la mia situazione? Un’invasione extraterrestre preannunciata dalla neve vivace. Chi saranno Loro? La chitarra distorta continua nel suo crescendo impetuoso…

Follia.

Mi sto facendo trasportare dall’immaginazione. La linea telefonica non funziona, vorrei perlomeno mettermi in contatto con Salvo, il mio vicino di casa. Magari con lui c’è Favalli; quell’uomo ha sempre la soluzione per ogni problema. Forse staranno giocando a carte in soffitta come di consueto. Se così fosse è probabile che non si siano nemmeno accorti del disastro che ci circonda. Impossibile, sto nuovamente vaneggiando. C’è un black out totale e sicuramente anche Salvo sarà al buio.

Morte.

Decisi di appurarlo: aprii la finestra per sporgermi al di fuori, da quella posizione avrei potuto scorgere la grande finestra della casa di Salvo. Un fiocco di neve fosforescente mi sfiorò la mano, agonizzante caddi a terra. La musica mi tenne ancora compagnia, ma per poco.

Maurizio Narciso

Alla memoria di Hèctor Oesterheld

Charlie Parr – Cheap Wine

Data di Uscita: 04/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Piedmont Blues
di Giulia Delli Santi

Vengo da una piccola cittadina nella Contea di Mower, a ovest del Mississipi. Sono il quarto di sette figli, e si sa come l’esistenza di “quelli in mezzo” sia la meno riconoscente. La gloria e il rispetto del capo famiglia non sono rivolti a noi, ci competono fatica e lavoro nei campi, in fabbrica o peggio ancora ad estrarre il rame in miniera. La prima volta che mio padre mi chiese di seguirlo in cava, avevo solo 12 anni. Ero fiero di essere stato scelto tra tutti pur essendo così magro e mal nutrito, non di certo adatto a sopportare sforzi importanti. Non me ne curavo, ho indossato camicia e pantaloni da lavoro sudici come se fossero un’armatura appena lucidata. In realtà la speranza di perdere una bocca da sfamare era cosa comune tra le famiglie della mia contea, come biasimarli: sette figli sono un impegno che brucia come il sale su una ferita appena aperta.
Il lavoro in miniera era più duro di quanto mi aspettassi. Si cominciava alle sei di mattina, scendevamo giù attraverso una sorta di rampa mobile e si tirava avanti fin quando c’era gas ad illuminarci.
A quella vita, dopo tanti anni, mi ero abituato. Tra picconi e polvere ho incontrato Booker “Bukka” White, un grosso negro di Aberdeen ed è solo grazie a lui se riesco ancora a dormire la notte. In un classico pomeriggio di lavoro, una fuga di gas ha provocato una piccola esplosione, la parete è franata sollevando talmente tanta terra che non si riusciva a chiudere gli occhi. Io sono rimasto bloccato tra le macerie e solo dopo aver posto un fazzoletto attorno alla bocca, ho cominciato a gridare sperando in un aiuto su cui confidavo poco. I minatori non sono eroi, la norma da seguire prevede  di abbandonare il posto quanto più velocemente possibile, non sai mai cosa aspettarti dal suolo del diavolo. Ho continuato a lamentarmi dolente, convinto che ci sarei rimasto sotto quei sassi. La mia fossa con la lapide di bornite, immaginavo, e mi sembrava così stupido considerato quanto odiavo quel lavoro. Finché una voce strozzata dal pulviscolo mi dice che mi avrebbe tirato fuori. Un paio di colpi di tosse e, poco alla volta, la grossa mano che mi afferrava la spalla lasciava spazio alla debole luce che i miei occhi graffiati dalla sabbia ancora riuscivano a concedersi. Fuori siamo stati accolti da una sorta d’indifferenza mal mascherata da complimenti svogliati. Cercai immediatamente lo sguardo di mio padre ma il più che riuscì ad offrirmi fu un ghigno ingombrante, non ho mai avuto il coraggio di chiedergli se fosse coinvolto nel mio incidente.
Dissi a Bukka che mi sarei sdebitato offrendogli da bere alla rivendita di liquori, così quella notte la passammo a sbronzarci col solito ‘Cheap Wine’, circondati da vecchi e barboni. Appoggiati al bancone, mi raccontò della sua vita, di come era arrivato a lavorare in miniera con l’intento di raccogliere il necessario per andare a sud del paese a cantare il blues. I suoi erano sogni infranti dall’evidenza del suo sguardo non più vigoroso come una volta. È un lavoro che non paga abbastanza, diceva, motivo per cui si era arruolato volontario con la Salvation Army, sarebbe partito una settimana dopo. Sono anni che di lui non ho più notizie, spero stia bene.
Mio padre è morto prima di me, ancora una volta per un’esplosione, ma lui l’ha presa in piena faccia. Con altre due persone è morto sul colpo, credo. Spero.
They’re no better than all these bums coming here and buying cheap wine.

Wet Wings – Glory Glory

Data di Uscita: 04/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Non esisti.
Prepotentemente ti imponi ma non ti permetterò d’entrare, questa scatola cranica è chiusa e il gatto dentro è morto e vivo. Solo fiori piantati, immobili e colorati, solo odori gentili e sole caldo. Non c’è freddo, non più, la vita mi sorride e mi dice di seguirla.
Mi alzo, solare e serafico mentre ukulele pizzicati da troni e putti accompagnano il passo lento ma convinto verso la luce della catarsi.
Tu non ci sei.
Sancisco la tua scomparsa mentre mi godo il paesaggio aldilà, una cartolina dal paradiso, ecco cosa sembra. E tanti visi amici, belle persone sicuramente pronte ad accogliermi in questo club riservato ai cuor cortesi, ai felici convinti, agli adatti al sorriso. Perché la felicità è una scelta coraggiosa, una condizione posta in essere dalla volontà, non dalla fortuna o dalle eventualità. No di certo.
Io sto bene.
Sono così rilassato e sereno che l’universo intero sembra passarmi attraverso per filtrarsi e ripulirsi, e tante sono le vibranti amenità che i pulviscoli negativi si riducono al niente disintegrandosi nel loro solo non essere. Il ritmo incalzante dell’energia cosmogonica incalza e pone le basi per la mutazione, gigante araldo del sole al tramonto, prima della sera primaverile e dopo il meriggio dorato, cosa potrebbe turbarmi adesso? Non tu, visto che non penso più a te.
Io sono qui.
In tutto questo splendore io ci sono, che meraviglia, sono nel logos e ne faccio parte, non ho limiti di nessun genere, non sono un limite per nessuno e gli altri non lo sono per me, sono nel tutto e tutto è parte di me, un’entità unica di miriadi di noi, di me. E cosciente del mio stato di singolare pluralità giungo alla sera, le prime luci stellari si propongono nell’etere distante per rendere meno buio lo scenario sull’infinito prato che oggi e sempre mi/ci farà da giaciglio e parco giochi. Luna piccola e argentata, generosa portatrice di luce non propria accompagna i miei sogni mentre conto le stelle che non finirò per distrarre i pensieri che Morfeo ruberà. Oggi come domani e come sempre, questa infinita, lucente, inconsunta serenità.
Un ultimo pensiero ai privi di spirito che cercano senso in tutto, a quanto amore perdono alla ricerca del perché gli viene offerto e quanto ne pretendono come fosse merce a rendere, donato e disperso viaggio in un mare d’alterità, esplodere come stelle prossime allo spegnersi, in un ultimo sforzo prima di sparire nell’universo.
Evviva, è viva e viva.

Alfonso Errico

Little Dragon – Ritual Union (Top Ten 2011)

Data di uscita: 25/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando mia madre annunciò a mio padre che aspettava una figlia usò un aforisma di Wilde: Il matrimonio è una croce così pesante che è necessario la si porti in tre. Quando mio padre ammise di avere un’amante usò pressappoco le stesse parole. Devo dire che quando me lo raccontano ora lo fanno ridendo, all’epoca era roba da piatti volanti e bestemmie trattenute solo da denti digrignati e latrati animaleschi. Eppure, questi ex amanti sono stati capaci di perdonarsi a vicenda e di amare me senza palleggiarmi viziandomi, come capita alle coppie fresche di separazione. Dal canto mio so che per quanto non abbiano in nessun modo cercato di istillarmi sentimenti contrastanti, come il desiderio di accasarsi in fretta, tipico di mia madre, e il libertinaggio ad oltranza, caratteristica questa di mio padre, alla genetica non si sfugga. Per quanto antinomici questi due aspetti sopravvivono ben saldi alla mia persona e nessuno dei due vuole cedere il passo all’altro. Capita perciò che io ami, di un amore intenso ed incondizionato ma che non riesca a trattenere questa passione al perimetro evidente di una sola persona. Di Cesare si diceva che fosse il marito di ogni moglie e la moglie di ogni marito, eppure è stato l’uomo più potente di tutti i tempi. Di me si dice che sono una puttana pazza, eppure non m’aspetto coltellate dai miei ex, che per quanto delusi non possono vantare alcun diritto di rivalsa. A differenza di mio padre amo mettere le carte in tavola da subito, mi piaci ma non per questo sarai l’unico. Ed ogni volta prodighi cavalieri e dame di carità cercavano di spingere questo mio modus gitano verso una via più canonica di visione d’amore e rapporti. Quindi loro sono gli illusi ed io la folle. Ma va bene così, i pragmatici seriosi non mi piacciono, nemmeno i libertini come me m’ispirano. Voglio gli illusi perché loro è il regno dei sogni, e quelli, più della pelle sudata, mi appagano. Ultimamente però provo un piccolo rimorso, mi scopro vampiro in realtà, mi nutro delle aspettative degli altri di un mio cambio di rotta, come se fosse dovuto, come risultante sostanziale del mischiarci un po’. Ma mai, in tutti questi anni, sono cambiata. Mi chiedo se questo quindi non sia amore ad oltranza, ma solo libido decorata da cortesia, se così fosse cosa dovrei fare? Cercare una compagnia più intensa e ingraziarmi solo quella? E se questo fosse l’imprinting modellato dal senso di colpa e non il frutto di un mutamento ragionato? Se fosse la mia parte accasante, di radice materna, a prendere il sopravvento? Se fosse il fumo, che mi distrae mentre quei begli occhi intensi oltre il bancone mi trapassano come lance affilate?

Alfonso Errico

The Gifted Children – The Portable Sun

D.d.U. 14/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nessuna parola più posso, se non osservare il polo nord dei tuoi giorni bui, che lasci colorare da lampadine al led e paesaggi dipinti sul muro della tua casa a Capri, un’eredità che non riesci nemmeno ad apprezzare.
In fondo, non hai mai apprezzato nulla, nemmeno quel bacio che ti regalai timidamente nella Grotta Azzurra, lì dove le tenebre erano affascinanti e non ti facevan piangere.
Moriremo di mancanze nelle notte di Luglio.

Quello che farei e non mi lasci fare, quello che vorresti e non so.
Non mi rimane che regalarti un sole da portare sempre in tasca e andare via, lasciandoti abbagliata dalla luce che ti indica la strada e ti fa scordar di me.
Potrai guardare il cielo ed innamorarti delle nuvole che non hai visto mai.

Ilaria Pastoressa

Carloman – Carloman

Data di Uscita: 10/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le bestie marceranno sempre lungo i viali nei boschi che conducono al castello, e non solo di notte, e non solo per fame. Marceranno mentre le monete d’oro cadono sui pavimenti destando il cortigiano di guardia. Le tende di velluto insensibili al vento, tenteranno movimenti immaginati come a timore d’aver dovere di celare le tragedie.
Le bestie hanno i volti dei fratelli e dei padri e dei nipoti nei grandi ritratti nella sala da ballo.
Dimmi, tu, Gerberga, sei infelice qui?
Le bestie prenderanno le mie terre e sentirò le ombre assalire il baldacchino nella tarda notte di Samoussy mentre il ferro delle spade si ribella al silenzio con sfregare deciso.
Qualcuno combatte e quel qualcuno non sono io.
Questo vivere all’ombra della grandezza, io, primogenito ultimo alla maestà.
Ingrato, Carlo, ammetti l’abuso!
Combatti contro Hunaldo ma ti lascerò solo a pagare le colpe d’una illegittima nascita. Oltraggio, hai sangue ch’è il mio sangue ma non meriti la corona come di cavalcare da Reims ad Aquisgrana con lo stendardo reale.
C’è un rancore che non trova rimedio nei viaggi e nella polvere mangiata dagli zoccoli dei  purosangue, né dai ruscelli e dalle praterie sfiorate in corsa al tramonto o all’alba.
Il potere mangia la testa della fortuna e ne lascia il corpo a marcire lungo la sponda ovest del Reno.
Le dame danzano mentre i panni galleggiano sulle acque non troppo limpide e i giorni si consumano come ceppi di legno che ardono nel camino della stanza reale.
Tutta questa ossessione al potere, per poco oro e qualche pagina di storia distoglie la mia vita dal suo corso e ne smembra i desideri.
La mia ossessione ha un bellissimo volto, la vedo. La tua superbia ha bellissime gambe e cammina senz’arrestarsi.  Non si stanca mai.
C’è uno specchio opaco in una delle trecento stanze addobbate a tutto e vive di niente.
La polvere c’è e non si vede. Quanto freddo tra queste mura.
Quello specchio mi guarda ogni mattina, delinea perfettamente il taglio degli occhi inespressivi della mia gioventù invidiosa.
Come sono poveri questi umani, come siamo ricchi di niente.
Il niente è la ragione per cui combattiamo, e sporchiamo la terra di sangue senza lavare colpe e coltivar perdono.
Nella precarietà d’una vita e del tempo segnato da una clessidra da capovolgere ad ansiosi intervalli, sotto un cielo che non conosce forma, c’è una corsa verso il pieno niente che sfama la gloria e accoltella la dignità.
Ad ogni alba perdo di tenerezza e non ti guardo più, mia dama dalla bella chioma.
Ma ti sento piangere oltre la porta al conforto d’ancelle pettegole e anch’esse pronte all’offesa, tra sensuali giochi di corridoio e seni  pronti a scoprirsi per il miglior offerente.
Gemiti di desiderio, di passione, di dolore, di speranza, d’arroganza, nessuna musica nella mia stanza.
Nessun giullare a regalarmi un sorriso finto, nemmeno quello.
I fiori del nostro giardino mi raccontano dell’amore che nella pazzia, salvò me e te dal niente del mondo sotto un cielo scuro e la costellazione del capricorno a guardarci.

Ilaria Pastoressa

Benjamin Francis Leftwich – Last Smoke Before the Snowstorm

Data di Uscita: 04/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’estate cadde leggera sulle nostre palpebre.
Percorrere sentieri nei campi tra rami selvaggi e sotto l’azzurro di un cielo immobile.
Pensare che nuotando in quell’acqua si possa scoprire segreti legati al divino.
Sempre, tra quelle sensazioni,il suono di una chitarra leggera e accogliente, ieri come oggi.
Nessuno era consapevole allora della portata di quei giorni e della magia di quel nascondiglio in riva al fiume.
Era l’estate di Into the Wild e qualsiasi cosa ci mettesse di fronte la natura era come un nuovo dono da scoprire e conservare.
Una tregua dal sole, da qualsiasi rumore, interrompere il caos nella mente e niente più caos neanche da fuori, trovare un’oasi per provare a fermare la folle corsa del tempo.
Tutte le nostre speranze, come quel battello solitario in cerca della direzione giusta.
Ascoltare per ore il rumore dell’acqua che si porta via i sassi. I cannetti, il nostro organo all’aria aperta e, confuse con il sacro respiro del vento, le nostre rare parole.
Per quasi tutto il tempo non passò mai nessuno. Un tronco d’albero spesso e mutilato si ergeva solenne nel mezzo dell’acqua.
Aveva una solennità tutta sua e noi lo rispettavamo come se si trattasse di un santuario.
Di rado qualche volatile andava a riposarcisi sopra, come arrivato alla fine di un interminabile pellegrinaggio.
E poi la sera. Alla sera,suonate come da spiriti non umani,le fresche corde della tua chitarra.
Una regina, come accordata dalla luna e noi assorti ad ascoltarla in un mistico silenzio.
Il tuo lieve sorriso, in mezzo al fumo e all’estasi della musica, me lo ricordo ancora.
La nostra vita era così in equilibrio come su fiocchi di cristallo eppure il momento del distacco non ci colse impreparati.
Avvicinandomi ti ho accarezzato i capelli guardando la luce dell’alba riflessa sull’acqua e tu mi hai sussurrato:
“Lasciami finire quest’ultima sigaretta prima che il vento si metta a gridare troppo forte”.
Non parlammo più, la vita era pronta a mostrarsi complessa in tutta la sua consistenza.
Tu l’hai subita e non hai ancora reagito e le pillole che prendi ti stanno trasformando in un fantasma. Non ti riconoscerei più.
In mente una foto scolorita dove avevo una maglietta verde che ho ancora e che, almeno lei, non ha perso colore. In mente quel tempo come sotto forma di pellicola e quella canzone sentita alla radio di sfuggita.
Una canzone fragile come un’ estate preziosa, come una fragilissima istantanea di quel tempo così leggero.
Intorno, lo spettro di una giovinezza precaria, solo ora riesci a sorridere ripensando a quelli che prima chiamavi tormenti.
Oggi ancora il rumore dei sassi che cadono e quelle foto mai appese alle pareti. D’altronde non per caso cantavi
‘Be careful what you wish for when you’re young’.
Dopo le tempeste di neve, soltanto ritorni alle origini.
Ricordati di cercare sempre le cose più semplici, quelle essenziali.

Filippo Redaelli

City and Colour – Little Hell

D.d.U. 07/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Spesso mi chiedo, cosa resta?

Cosa resta, del mio lavoro, dei miei sogni.

Impacchettare diversi strati di minerali di qualsiasi tonalità provenienti da ogni angolo del mondo, a formare, strato dopo strato, un cubetto di felicità.

Lasciarlo, di notte, nel cuore di Zuma Beach.

Svegliarsi ogni mattina e scoprire che quei tredici sedimenti di sabbia multicolore vengono drenati della loro bellezza.

Cosa resta?

I gusci infranti di quei cubetti, ordinati uno dopo l’altro, a formare una frase sulla spiaggia.

Te lo ha mai detto nessuno che quando sorridi inarchi leggermente le narici?

Filippo Righetto

Tame Impala @ Spaziale Festival, Torino (18/07/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

Sabato pomeriggio mi sono spinto fino alla diga sul Po. Drogato dall’entusiasmo e inebetito dal sole che era ovunque innanzi a me, ho realizzato d’essere in scacco solo quando ho girato la bicicletta verso casa. Una marcia disperata il ritorno, attraversando prati, sterrati e asfalto bagnati da un passaggio recente e silenzioso della pioggia. Mi sono schiantato sotto un cielo lavagna usata come un soldatino invisibile, approdando poi immacolato a destinazione. Domenica è stato un assedio, una partita persa seguita distrattamente dalle grigie finestre di casa. Lunedì mattina, invece, tutto era limpido e fresco. Di nuovo quel sole. E di nuovo quel senso di embargo, solo molto più remoto ed irrisorio. Sul pratone dello Spazio devo aver offeso la grossa nuvola bianca e solitaria che arrivava da sud-ovest come un innocuo destriero.

Ha chiamato in soccorso una sfilza sterminata di lerce compagne e, non so dire come, mi sono ritrovato accerchiato, un’altra volta. Senza via di fuga però, salvo la rinuncia al primo concerto in Italia dei Tame Impala. Con le prime gocce ho salutato la transenna riparando sono un albero, la mia bella maglietta dei Crocodiles già quasi inzuppata, infida arietta fredda sulla schiena. Veniva da dire basta. Quando han suonato gli Orange – sì, l’idiota della TV – sotto al palco si è fatto il vuoto per gli scrosci più copiosi. Riso amaro sulle mie labbra, di quello che non si cuoce. Con i Movie Star Junkies, miei inconsapevoli concittadini, una bozza di tregua. Forse nostalgico dell’umidità, il cantante ha rovesciato una lattina di birra sull’ultima fotografa rimasta a sfidarli. Lei non ha fatto una piega ma dentro, lo so, era tutta una vampa. La tastierina è caduta dal supporto e quell’invasato non ha smesso di percuoterla, anche sbilenca, sul parquet bello fradicio. No, non potevano non piacermi questi decadenti da operetta, e poco importa per il nuovo breve rovescio.

Dominic Simper

(altro…)

Brian Eno And The Words Of Rick Holland – Drums Between the Bells

Data di Uscita: 04/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il poeta di Watedon
di Andrea Russo

Quando viene sera, i palazzi sembrano enormi entità con decine e decine di occhi. Ogni occhio contiene a sua volta dei microcosmi che hanno forme buffe, miserabili oppure patetiche, piatte, pacate nella loro banalità.

Il poeta di Watedon viveva all’incrocio tra Queen’s Road e Hight Street, a soli tre isolati dalla stazione metropolitana. Viveva da solo. Ogni mattina, alle sette e due minuti, usciva di casa dopo aver preso una busta piena di lattine vuote, gettava il sacchetto nel cassonetto più vicino, si recava dal giornalaio, comprava il quotidiano solito e rientrava in casa, leggeva, si metteva a dormire. L’ultima notte fu poco florida dal punto di vista creativo; aveva buttato giù solo qualche pagina. Dal marzo di quell’anno era impegnato nella stesura del suo primo romanzo; fino ad allora era riuscito a farsi pubblicare solo una manciata di raccolte poetiche e due di racconti. Il romanzo lo avrebbe intitolato Drums between the bells. Gli piaceva la forma di queste parole messe insieme.

Una mattina, una delle solite, si respirava un intenso odore di terra e gomma, in città. La pioggia notturna aveva in qualche modo alleggerito quel pesante manto di smog dei giorni precedenti e il cielo terso donava al mondo una placida leggerezza. Il poeta di Watedon rientrò in casa e, come al solito, cominciò a leggere il quotidiano, ma un senso di costernazione gli strinse il cuore e lo distolse da quella lettura abituale. Quasi si vergognava di quella tranquillità consueta, di quei giorni che passavano indifferenti aspettando delle intuizioni che lo spingessero a sedersi al pc e battere sulla tastiera parole e parole. Per quanto tempo ancora avrebbe avuto la forza per immaginare vite che non erano le sue? Nei mesi passati c’era ancora speranza, la sera. Quando i grandi palazzi aprivano i loro occhi gettando luce sulle strade, il poeta di Watedon si sentiva parte di quelle strade e le storie gli bussavano in testa, anzi, entravano senza permesso. E lui, attraverso il filtro delle sue dita, li trascriveva in prosa. Ora, tutto questo si faceva sempre più raro; non osava restare sveglio la notte.

Erano da poco passate le undici quando uscì di casa per recarsi alla stazione della metropolitana. Come faceva spesso, si era portato dietro alcune delle ultime pagine che aveva scritto. Era solito rileggerle col sottofondo dei passanti, migliaia, che affollavano la metro: chissà gli venisse in mente qualche correzione da apportare. A un certo punto notò una figura sghemba, con la barba lunga e irsuta, pochi capelli e con in mano un violino che sembrava ridotto davvero malaccio. Notò solo in un secondo momento che il tizio era cieco, c’era un cane che gli scodinzolava attorno.
Il cieco si sedette dove meglio poté e cominciò a suonare una melodia moderna ma al tempo stesso malinconica. Il poeta di Watedon non aveva mai ascoltato qualcosa di simile, forse il cieco stava addirittura improvvisando.
Fu così che finalmente capì cosa mancava a quelle pagine che rileggeva e rileggeva ma sembravano le solite quattro cose scritte senza profondità. Mancava la musica!
Decise allora di avvicinarsi al musicista cieco, senza chiedergli nulla cominciò a leggere ad alta voce qualche pezzo tratto dal suo romanzo. Leggeva e sentiva che le sue parole si arricchivano di nuova forza, le sentiva più potenti, più argute. Quel violino stava facendo miracoli. Lesse, quasi urlando: “Life doesn’t start with a title, The One Man Show” e i suoi occhi si infiammarono e pensò con un pizzico di modestia di non aver mai scritto qualcosa di così vigoroso. Alcuni passanti cominciarono a fermarsi incuriositi. Durante le pause, alcuni accennarono persino un timido applauso che man mano si fece sempre più convinto. Il musicista cieco sorrideva. Le parole si sposavano perfettamente con la musica, il lamento stridulo dei treni in frenata, i passi frettolosi della gente disinteressata, il brusio degli altri intrigati da quella esibizione improvvisata.
Il poeta di Watedon, allora, pensò bene di rendere partecipi della performance alcuni tra i passanti, così, casualmente, diede loro alcuni fogli. C’erano una ragazza sudafricana, la receptionist della palestra in fondo alla strada, il commesso di un negozio di scarpe italiane. Essi cominciarono a leggere ma non uno alla volta. Ognuno leggeva il pezzo che gli era capitato.
Quello che si andò a creare fu un vorticoso effetto di esaltante confusione.

The Bad Plus @ Festival Adriatico delle Musiche, Termoli (20/07/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

La brezza ha consumato la fiancata della cattedrale, ballano i ricordi nella piazza. Il jazz risolleva la nostra brezza interiore, la musica scolpisce l’infinita statua della memoria.
La mente filtra le note attraverso milioni di pensieri, queste note che sono spinte da un cuore pulsante: un bimbo è nato, l’ha detto il contrabbasso, il piano canta il suo vagito, la batteria recita il suo battito cardiaco.
Questo bimbo è antico come l’universo, il suo verso inziale è narrato dalle prime parole della Genesi, è il sacro mantra dell’Om, è in tutte le onde, quelle del mare e quelle del cielo.
(altro…)

Leyland Kirby – Intrigue & Stuff (Vol. 1)

D.d.U. 22/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il videoregistratore in un cigolo metallico inghiotte la videocassetta.

Play

il nastro si srotola …
e suoni distorti affiorano dagli altoparlanti e crepitano crepitano … e archi sviolinanti sfibrano i fotogrammi in confuse pieghe grigiastre … zigzagano. sussultano. vibrano. ondeggiano. sgranano … squarciano ricordi.

Sovrapposizioni sinuose di corpi. capelli. occhi. nasi. sorrisi.  voci.

Stop !

Schermata nera

Una lacrima brilla sul mio viso

Eject

Il videoregistratore in un cigolo metallico sputa la videocassetta.
Sul fronte l’adesivo con una scritta a penna Io e te, aprile 1991.

Gianfranco Costantiello

Il videoregistratore in un cigolo metallico inghiotte la videocassetta.

Play

il nastro si srotola

e suoni distorti affiorano dagli altoparlanti e crepitano crepitano e archi sviolinanti sfibrano i fotogrammi in confuse pieghe grigiastre zigzagano. sussultano. vibrano. ondeggiano. sgranano squarciano ricordi.

Sovrapposizioni sinuose di corpi. capelli. occhi. nasi. sorrisi. voci.

Stop !

Schermata nera

Una lacrima brilla sul mio viso

Eject

Il videoregistratore in un cigolo metallico sputa la videocassetta.

Sul fronte l’adesivo con una scritta a penna Io e te, aprile 1991.

Sébastien Tellier – Sexuality

Data di Uscita: 25/02/2008

Un breve ascolto, durante la lettura

SENSUALITY
(when pleasure reaches the French touch)

Dis-moi ce que tu penses
De ma vie, de mon adolescence
Dis-moi ce que tu penses
J’aime aussi l’amour et la violence.

(altro…)

The Horrors – Skying

Data di Uscita: 11/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il treno continuava ormai senza sosta da più di un’ora. Le rotaie stridevano di tanto in tanto, la luce s’infiochiva ad intermittenza. Tutt’intorno un odore di sudore insopportabile.
Il viaggio sembrava infinitamente più lungo del solito, soprattutto per via della vescica gonfia che s’era ripromesso di svuotare solo alla prossima sosta. Tuttavia attendere ancora sembrava superare ogni limite di sopportazione umana. Tentò d’alzarsi per raggiungere la toilette ma la signora grassoccia e sudaticcia che gli sedeva accanto s’era addormentata con le gambe stese sul sedile di fronte a sé e gl’ostruiva il passaggio. Imprecò fra i denti, allungò la gamba più che poté e scavalcò la poco gradita compagna di viaggio, non senza strattonarla. Quella rantolò nel sonno, maledicendolo. Al diavolo!
Il corridoio del vagone era stretto e buio, incredibilmente buio.
A tastoni s’incamminò contando le cuccette che si lasciava alle spalle finché non intravide a qualche metro da sé due letterine luminose color vermiglio, WC, eccolo.
La vescica pulsava ancora sotto i pantaloni stretti così Tom si mise una mano a tener ben stretto il cazzo e alzò il passo.
C’era quasi.
Una frenata brusca all’improvviso lo fece indietreggiare e quasi capitombolare, se non fosse che una mano nel buio aveva prontamente afferratogli il braccio a trattenerlo.
Il treno era immobile; spente le luci delle cuccette, s’era innalzato un vocìo sommesso e perplesso. Tom sentì una mano calda carezzargli la nuca, avvicinarglisi all’orecchio e ripetere in una sorta di litania: “The water’s cool if you choose the right time”.
Alla lieve luce della luna che filtrava dalla tendina spessa, intravide due occhi verdi.
Un attimo dopo non c’erano già più.
Una voce gracchiante annunciò dall’altoparlante problemi tecnici di natura non specificata, le porte del treno s’aprirono con uno sbuffo non meno sofferente delle lamentele che giungevano dai comparti.
Ancora incapace d’elaborare quello ch’era appena successo nel giro di pochi secondi, Tom si ritrovò proprio davanti alle ante meccaniche spalancate. Fuori, la luna illuminava dei cespugli selvatici; più in là, il mare.
La vescica non avrebbe retto un attimo in più, questo era certo. Scese con piede incerto, cercò un cespuglio che lo riparasse alla meno peggio, tirò giù la lampo dei jeans; i bottoni metallici cedettero subito dopo.
Pisciò con una soddisfazione che credette di non aver mai provato in vita sua. Il flusso scorreva lento e caldo col suo gorgoglìo sereno quando, con un urlo di lamiere, il treno si rimise in moto. Il sospiro di sollievo di Tom gli morì in gola, con le braghe ancora calate prese a seguire il convoglio bianco realizzando di averlo ormai perso e, con lui, d’aver perso valigia e cellulare.
Si guardò intorno: solo mare e cespugli per metri e metri.
Si frugò le tasche trovandovi l’accendino e il pacchetto di sigarette; dopo averne accesa una, lasciò andare dalle labbra socchiuse una nuvola di fumo densa che, divisa in due metà precise dal vento, gli avvolse la testa, abbracciandogli i pensieri e rendendoli ancora più nebbiosi.

Float away again.
Float, float away again.

Riconobbe la voce che l’aveva colto di sorpresa qualche istante prima sul treno, si voltò e fece appena in tempo a vedere quei due occhi verdi e vispi volare via, giù dal precipizio che sporgeva sul mare.
Senza un perché, si spogliò e li seguì.
Allargò le braccia, sentì la schiena impattare con l’aria gelida e poi con l’acqua fredda, la voce dagli occhi verdi cantava “The sky is cold, / colder than the ocean” spostandosi più a sud, mossa dalla corrente.
Galleggiando, Tom inspirò appagato: svuotarsi la vescica e tuffarsi roteando nell’aria erano le due cose più belle che gli fossero capitate.
Del resto se ne fotteva.

Annachiara Casimo

Fleet Foxes – Helplessness Blues

D.d.U. 03/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’alba era già sbocciata ma, nel vagare, mi sono perso.
Andando avanti ho trovato un vecchio specchio.
Mi chiedete cosa vi ho visto riflesso?
Mio padre.

Giulia Delli Santi

Hauschka – Salon des Amateurs

D.d.U. 11/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Le mani vitree  volteggiano sui tasti eburnei talmente repentine che non si ha il tempo di vederle affondare e rialzarsi. Le note partono velocissime sulle corde vibranti per finire ad impattarsi violentemente sulle viti e sulle lamelle inserite fra l’acciaio armonico ed il rame.
Un colpo al nero ed uno al bianco; poi ancora al nero e di nuovo al bianco: il pavimento a scacchi del Salon Des Amateurs è un gigantesco pianoforte da suonare tenendosi per mano e danzando frenetici.

Annachiara Casimo

Testbild! – Barrikad

Data di Uscita: 17/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Franz fu schiacciato dall’amore come tra due buoi muschiati in carica.
Le sue viscere furono mandate in giro per l’universo, che come tutti noi sappiamo, è mosso dall’amore.
Mentre il grano si donava agli uomini nella meraviglia dei suoi millenari chicchi, un ragazzo donava al suo sistema solare tutta la sua materia. Metamorfosare il proprio amore-vita  umano in amore-vita universale. Era un po’ come la sua idea di vita, come il primo principio della termodinamica nella sua visione deistica.
Franz non era del tutto ateo, aveva la sua mistica particolare, aveva sognato la morte, la profonda disperazione e subito dopo la profondissima estasi e da allora cominciò a leggere tutti i testi sacri e antichi. Franz, con sommo sforzo di onestà intellettuale, sapeva di essere un romantico, un surrealista che spesso, tra follia e gioia, confondeva sogno e realtà nella meravigliosa formula di Breton della surrealtà.
Franz aveva le sue crisi trimestrali, il suo caos mentale, la “sovrapproduzione di pensieri “, la teoria degli strumenti magici, la dicotomia asceta/balordo, la teoria del “relativismo sentimentale”, soffriva per la postmodernità, predicava la gioia di vivere: tutto ciò non fece altro che alimentare la sua esplosiva nuovissima sensazione,  quella di sentirsi gli organi catapultati in cielo dall’amore.
Franz viveva spesso, con grande disapprovazione della collettività, in quella che lui da poco chiamava “l’enorme meravigliosa placenta di mamma Idea” e poi cercava di esprimere, con migliaia di mezzi diversi, quello che provava in quella placenta, dal mondo delle idee a quello delle cose.
Franz immaginò un giorno che tutte le onde sonore, una volta esaurite, andavano a dormire nel fondo dell’oceano, e che quando tutte le onde sonore, dopo migliaia di anni di umanità, si fossero risvegliate, sarebbe scoppiato il mondo.
Franz dava enorme importanza al silenzio e alla Luna, e quando la luna era crescente, si sentiva salire sotto le costole l’alta marea che spinge gli esseri umani e tutti i viventi avanti nel tempo.
Franz si innamorò di Marta e cominciò a rotolare. Si baciarono anche se non dovevano, si sentivano leggeri e sereni, ma la realtà era diversa e quello era solo uno di quei felici e ripetuti abbagli.
Franz non dormì per due notti, poi si cominciò a mettere l’anima in pace, tutti i libri letti non erano valsi a calmargli il cuore, a dargli una soluzione, e così passò una settimana in confusione.
Franz aveva un’incredibile dote: fare sempre la scelta sbagliata, diceva di dover fare un film sulla sua vita “l’abbaglio sbagliato”, ogni volta che si trovava di fronte a una scelta aut-aut cadeva rovinosamente in errore, che poi però ogni tanto andava in suo favore.

A breve Franz sentirà di nuovo la voce di lei e catapulterà ancora i pezzi del suo organismo nella galassia lattica; perciò si è fatto dare una pietra dallo zio, per allontanare a martellate, col sudore i muscoli e lo scalpello, questo pensiero che si profonde nella sua mente come fumo d’incenso.

Eppure anche quando scaricherò la mia forza sulla pietra, quel pensiero non andrà via.

Marco di Memmo

Digitalism – I Love You Dude

D.d.U. 14/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Pompano i bassi, pompo i miei muscoli, vogatore, bilanciere. Palestra fai-da-te nel garage di casa, ho rubato una canotta attillata a mio figlio, e le cuffie da dove sparo musica adrenalinica da ballare. Cinquant’anni e nuova vita: clubs, strobo, gin lemon.
Tapis roulant, sempre più veloce. Via via corro e scolpisco un fisico aitante; ammicco a me stesso sudato allo specchio: “I love you dude”.
Il venerdì notte incombe, la disco mi chiama. Devo essere puntuale, devo essere perfetto!

Federica Giaccani

Federica Giaccani

Grimes / d’Eon – Darkbloom

D.d.U. 19/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Canada, chat notturna.
Comunicazioni sensibili, impacciate e proprio per questo sincere.
In una capanna tra gli alberi, synth wave all’odore fresco e ingenuo di the verde. Eyeliner, frangetta, un usignolo che canta su ritmi ballabili.
Nella mansarda c’è lui invece, manda interferenze di telefoni cellulari, fonde dance all’hip hop e si tocca di continuo i capelli lunghi. Non è certo quello che potremmo definire un macho.
Un matrimonio giovane e avventato, da celebrare in primavera. Durerà.

Federica Giaccani

Soft Metals – Soft Metals

Data di Uscita: 19/07/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La ragazzina cogli shorts giallo limone ancheggiava sui tacchi sottratti alla madre e muoveva sinuosamente in orizzontale le dita affusolate – indice e medio a formare una vu come in segno di vittoria – sfiorando gli occhi tinti di blu e imbrillantinati e dal mascara florido. I capelli corvini cotonati, virati a sinistra, scoperchiavano l’orecchio destro dal quale penzolava un grosso orecchino metallico a cerchio, e risplendeva il rossetto rosso rosso e il piccolo seno sguinzagliato e inturgidito contro la t-shirt celeste annodata sopra l’ombelico a mandorla.
Le luci al neon cadevano come pioggia colorata sul suo corpo felino -–rosso viola giallo verde e bianco a intermittenza epilettica – e sul pavimento dalle mattonelle lisce colorate di bianco e nero che ricordavano una scacchiera -– ed era una partita a scacchi in mezzo a quella torma di corpi caldi che dondolavano sulle sneakers lucide e variopinte e sussurravano all’orecchio dell’amico e dell’amica frivole confidenze mentre altri si sfrusciavano e baciavano sguardati d’invidia – e un pulviscolo circolava farinoso a mezz’aria tra le sigarette accese e i drink fluorescenti dalle cannucce infilzate e tese come frecce al bersaglio.
Il ragazzino col ciuffo alla Elvis gelatinato e impomatato se ne stava da solo al bordo pista con un camicione sblusato a righe insaccato nei jeans slavati col risvolto sul mocassino similpelle di color mogano. Il bicchiere in una mano e rimescolava il ghiaccio nel suo long island iced tea colla cannuccia che irrequieto mordicchiava, mentre risucchiava piccoli sorsi, cercando di scaricare la tensione che lo faceva restare col collo teso e guardingo come un cacciatore nel bel mezzo di un bosco.
Fissava la ragazzina cogli shorts giallo limone tutta sola e su di giri in mezzo alla pista e pensava che era davvero una bomba. Cercava di catturare la sua attenzione con sguardi languidi, cambiava piede d’appoggio nella sua statuaria posa da divo anni cinquanta mista a una flemma spiccatamente anglosassone e raddrizzava le folte sopracciglia passandoci e ripassandoci il polpastrello dell’indice inumidito di saliva.
La ragazzina adesso aveva gli occhi chiusi e ondeggiava completamente rapita da quel ritmo che s’era fatto lento e dalle tastiere soffici e rarefatte e le luci soffuse e tutti intorno in coppia oscillavano con il mento della lei sulla spalla del lui.
Il ragazzino decise che era il momento giusto per attaccare la sua preda, ma doveva sbrigarsi prima che qualche altro esile conquistatore s’avvinghiasse su di lei.
Avanzò sicuro e celere fino a un paio di metri da lei e s’arrestò -– afferrò il suo profumo ai fiori di loto e trattenne il respiro ammaliato -–per poi proseguire calibrando ogni passo che affiorava placido sul pavimento riverberato dal neon lattiginoso.
Allungò una mano che scivolò a fior di pelle lungo il suo braccio e lei dischiuse gli occhi ancora avvolti in un bolla di sogno e sorrise. Allora quella silfide scolpita nell’aria celestiale e melata accolse il piccolo Elvis tra le sue braccia e si strinsero in un bozzolo di vibratili emozioni, un lento ballo di ancheggi, sospiri, sussurri mancati e pensieri senza ormeggi. Le bocche si avvicinavano sempre più e si appaiarono sospese in un campo magnetico di poli opposti che si legarono in un bacio di lingue roventi al sapore gustoso di tabacco vodka gin rum menta e succo di lime.
Ma all’improvviso le luci ripresero a picchiare violente, il ritmo e il volume della musica balzarono assordanti e quella passione fugace fu incrinata irrimediabilmente da irruenti sgomitate, spallate e voci precipitate nell’imboscata di una fitta nube di talco spirata dal bordo pista.

I due ragazzini non conobbero mai i loro nomi. La ragazzina sarebbe diventata una ragazza e poi una donna e avrebbe baciato diversi uomini cercando di riassaporare quella lingua calda e lenta che si mescolò alla sua con tanta passione quella sera in discoteca.
Il ragazzino col ciuffo alla Elvis gelatinato e impomatato avrebbe perso col tempo la sua affascinante chioma e avrebbe sussultato, accendendosi in viso come quella notte del lontano luglio dell’81, ogni qualvolta avesse visto una ragazza con indosso degli shorts giallo limone.

Gianfranco Costantiello

Dead Can Dance – Into the Labyrinth

Data di Uscita: 13/09/1993

Un breve ascolto, durante la lettura

Non voltarti, io ci sono, Teseo.
(altro…)