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Scott Matthew – Gallantry’s Favorite Son

Data di Uscita: 10/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La parola questa volta è consapevolezza, il carburante indispensabile quando il “difficile terzo album” è un viaggio destinato ad andare in porto così agilmente. Scott Matthew i numeri li ha sempre avuti, a mancare era forse soltanto quel briciolo di personalità, la finta ed il guizzo per disimpegnarsi dall’ingombrante marcatura stretta dei due centrali ed involarsi da solo verso la poesia della rete. Antony Hegarty da un lato, Devendra Banhart dall’altro, come le sfingi de ‘La Storia Infinita’ piazzate dalla critica a sbarrargli il passo e da lui accolte senza sollevare una sola obiezione. Tre anni dopo, Scotty non ha smesso la tunica variopinta da hippy postmoderno, né ha invalidato le tante corrispondenze con il celebrato usignolo transgender. Semplicemente, sembra aver trovato la posizione ideale ed un movimento tanto semplice quanto fluido per aggirare gli apparentamenti di rito con questi inediti Scilla e Cariddi. Nei versi del suo nuovo manifesto, ‘Black Bird’, il monumentale Calimero australiano si disegna fragile e ben conscio dei propri limiti, inseguendo l’illusione che tutti i confronti possano essere annullati ad oltranza, che non si debba necessariamente spiccare il volo per poter stare al mondo. La parola è consapevolezza ed è ferma in ogni rigo. E’ il diritto a condurre una vita magari tragica o grottesca, ma affidata in esclusiva al fallibile estro del proprio cuore. La rivendicazione del primato del pensiero sul demone oscurantista dell’ignoranza, e del buon senso comune sugli spauracchi di un’eterna dannazione. L’esser consci d’aver inumato ambizioni che ancora respirano, e sanguinano, e il non arrendersi anche quando ci si inabissa, non rinunciare al sofferto onore della battaglia, non cedere alla rinuncia, alle tentazioni auree dell’ultimo nihilismo. Scott William Matthew il neo-umanista, l’adorabile fanciullo con la barba posticcia, cantore sul limitare del giorno, guida buona: e ancora c’è in rete chi lo liquida come un folksinger qualunque, beata approssimazione da nuovi media…
Nestled in the dark. Inevitabile scelta per l’acquartieramento, ideale per far risaltare una voce che non si potrebbe desiderare più luminosa. Mai così avvolto nella tenebra, mai così incoraggiante: meraviglie dell’arte dei contrasti. Nella quasi completa oscurità bastano un mandolino o uno stringato coro femminile, lontani, ad annullare l’idea stessa della paura. La giustezza degli arrangiamenti – parsimoniosa chitarra Made in Sparta, trama e ordito al grado zero – denuncia una disciplina del concreto che non ha in sé davvero nulla di lugubre. Se aggiungete poche note di piano e una manciata di parole adagiate nel refrain perfetto, il sole avrà già fatto irruzione ovunque voi siate. Luce bianca del mattino, non l’algido neon della fascinazione col trucco. Luce tersa e rinfrancante, invece che i tramonti affettati e le loro illecite rendite in emozione corrente. Scotty non è certo tipo da biechi ricatti, non è il bandito della malinconia a comando ma un magico autodidatta del lirismo più limpido, quello disarmante. E si perfeziona, un passo alla volta. Sembra aver alimentato la propria vocazione classicista frequentando le migliori scuole serali della tradizione yankee, se nel delizioso cantilenare di una ‘No Place Called Hell’ risuonano le medesime suggestioni ed il calore senza tempo di quella vecchia nenia gospel cantata spesso ad una sola voce assieme al pubblico rapito dei suoi concerti, ‘Tonight You Belong To Me’. A lezione di storia per regalarsi una svolta, per respirare l’armonia dell’essenziale. Addestramento proficuo a giudicare da episodi come ‘Buried Alive’, dove l’andatura lenta, il fare riflessivo, il lavoro sui minimi scarti, segnano l’approdo ad un livello d’intensità forse ancora inesplorato per il languido aussie, senza che una sola nota vada sprecata, senza che l’intatta fragranza delle canzoni risulti adulterata dalla tentazione del teatro. Più maturo rispetto all’acerba bellezza dell’esordio, meno dispersivo che nel pregevole sophomore dal titolo straripante, incredibilmente fedele a se stesso anche per via di quella sua destrezza negli alleggerimenti: la frugale letizia di un fischiettìo, antidoto asciutto alla melassa di certi scivoloni di ieri, o l’atmosfera tra il sofisticato e l’ingenuo, frizzantina ma per nulla frivola, chiamata in causa per raccontare l’incanto dell’innamoramento. Proprio in questi passaggi, dove l’equilibrio tra dolce ed amaro sembra sfiorare il miracolo, Matthew si lascia apprezzare come artista completo, fine e non pedante, sconfessando chi continua a vedere in lui nulla più che una pittoresca macchietta indubbiamente dotata.
Niente male davvero per il piccolo e brutto anatroccolo che aveva timore d’imparare a volare.

Stefano Ferreri

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