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Patrick Wolf – Lupercalia (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 20/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nove. Suona la sveglia ed il sole caldo scivola fra i pertugi di una tapparella impietosa, ieri sera abbassata per metà preventivamente. Per dare modo alla luce, oltre che al calore, di raggiungere  la faccia stanca che oggi, insolente, resterà appiccicata al viso. Apro gli occhi lentamente mentre realizzo che il candido e caldo risveglio di oggi non potrà concedersi pigrizie di genere. In piedi in fretta, di corsa nel bagno, a dopo la colazione. Sfila il vecchio, lava il corpo, indossa il pulito. Mentre mi preparo penso, questa giornata pare un riassunto ben riuscito della mia vita fino ad oggi, e probabilmente da oggi in poi.

Sette. Anna urla come un’ossessa, la faccia deformata da una smorfia di dolore, di quei tipi di dolore che un uomo non capirà mai. Dolore di rivendicazione, dolore di fioritura, dolore di sangue e merda  mentre la somma di due persone vede la luce sottraendosi ad un corpo sforzato allo spasmo. Anna urla, poi singhiozza, poi soffoca, aprendo gli occhi e tenendoli fissi su Claudio che non capisce ed urla, quasi a mettere volume a quella bocca spalancata in cerca d’aria tarda a venire. Anna stritola con le forze rimaste la mano ferma di Claudio e lo guarda mentre la luce va via dagli occhi e l’obiettivo della retina perde la messa a fuoco. In braccio ad un’ostetrica, ancora sporco di sangue e merda, vedo mia madre morire e mio padre immaginarmi come la causa della dipartita del suo unico, grande, insostituibile amore. Non ricordo nulla di quest’orribile sogno, eppure il mio subconscio ne mantiene la traccia e concede l’immaginario nei momenti di riflessione.

Nove. In classe Andrea manda un biglietto ripiegato a Gianmaria. Nomi ambigui sono secondo le suore il principio di un trauma, una fase preadolescenziale che passa e verrà ricordata con rimorso e vergogna da un bambino vivace ed eccessivamente affettuoso, forse fra l’altro decisamente troppo attivo. Se è una fase non lo so, fu la prima e più sincera lettera d’amore che io abbia mai ricevuto.

Nove e dieci. L’orario di ricevimento quel giorno, la mia media in quegli anni. Alta da rendere orgoglioso un padre spensierato, non abbastanza, a quanto pare, per comprare il permesso d’essere in una fase troppo lunga. Bambini non fate i ragazzacci. Ragazzi non fate i bambini. Ragazzo, fai l’uomo. Correndo, previo suggerimento, la mia adolescenza scappa via.

Dieci meno un quarto. Di sera. Torno a casa miracolosamente sulle mie gambe, lividi di dimensioni e giorni diversi sembrano un testo ben composto ed impaginato sul fisico longilineo e gracile che ho ereditato da mia madre, osservo con stupore che le bruciature di sigaretta qua e là, sembrano fare da punteggiatura al testo rancoroso che decreta la mia inaccettabilità. Claudio pare non accorgersi delle percosse che senza gran successo provo a nascondere vestendo di scuro, coprendo fin dove possibile la pelle. Decido di mostrargli per intera la prosa che subisce il foglio bianco delle mie carni. Lui mi chiede solo perché sono nudo nel suo salotto. Lascerò quella casa la notte stessa e non vi farò mai più ritorno.

Dieci. Solo dieci giorni dopo. Una comunità piccola e ben nascosta mi trova nei suoi vagabondaggi, squatters in cerca di coinquilini m’assoldano per piccoli furti bianchi, ho rubato per anni senza mai sentire rimorso. Il pane è innegabile, come il bene. La cosa più vicina ad un padre che ho mai potuto vantare m’ha insegnato questo e senza alcun rancore m’ha saputo dire addio quando ho preferito conoscerti invece che derubarti. Stupido fattorino part time. Part time Jazzista, a breve maestro ordinario.

Una splendida giornata di sole al di fuori del tempo. Come quella in cui mi chiedesti di venire a vivere con te.

Alfonso Errico

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