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The Caretaker – An Empty Bliss Beyond This World

Data di Uscita: 15/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ultimo party sulla luna
di Gianfranco Costantiello

Il pianista pigiava i tasti bianchi e neri, serafico tra attimi di silenzio e scricchiolii sotto la luce lattiginosa, la sigaretta sospesa sotto i baffi sottili e i capelli gelatinati spazzolati all’indietro. In abito argenteo si cullava sul sedile in pelle, mentre le scarpe lucide scomparivano scivolando sui pedali d’ottone svigorito. La musica incideva sul suo volto smorfie e sorrisi e ammiccamenti rapidi agli invitati che ballavano stretti stretti nella pista.
Cappelli a cilindro, guanti e orecchini d’opale e abiti con coda, frac, mantelli e tabarri di raso si sfrusciavano concitati nell’aria che sapeva ancora d’estate, quando dall’oscurità si levò il suono di una tromba. Sotto il lucore alogeno apparve il volto carbone del trombettista che faceva ingresso in scena inchinandosi agli applausi scrosciati al vibrato lontano e metallico. Chiudeva gli occhi, si gonfiava e pencolava sui tacchi in una danza blanda e languida, mentre le sue dita scorrevano elastiche sui tasti luccicanti.
Sorseggiavo del whiskey al bar e miravo il nugolo di gambe, percepivo i fruscii delle buone stoffe, gustavo i profumi sofisticati e di traspirazione corporea levigati in un movimento compatto e naturale, senza ancoraggi, in balia di una marea impalpabile.
Tutto si muoveva all’unisono.
Tranne me.
E lei.
Boccoli d’oro raccolti, figura slanciata su tacchi appuntiti e immacolata nell’abito rosso cremisi venne a sedersi proprio a due sgabelli dal mio. Da principio il suo sguardo fu assorto nello specchio, oltre le bottiglie di alcolici, mentre con una mano ravviava il lungo ricciolo di capelli sfilatosi sul volto. Poi con voce flebile ordinò un cognac e lasciò cadere un breve sguardo e un sorriso furtivo che rovesciarono il mio animo: sentii il sangue fluire rapido nelle vene, sprizzare in ogni angolo del corpo, affondare un colpo decisivo nella testa. Una pressione mi spingeva verso l’alto, quasi a perdere contatto con il suolo, con la realtà.
Un doppio cognac dissi placido al barman calibrando la mia voce. Sollevai il bicchiere verso la giovane sconosciuta, lei fece altrettanto fissandomi distante con gli occhi azzurri che irradiavano di bellezza tutti i pori della mia pelle. Bevemmo.
Il pianista catturò gli sguardi febbricitanti dei danzanti e anche i nostri alzandosi in piedi. La sua sagoma argentata brillava e abbagliava l’orda ansimante che rideva alle sue battute e lui ringraziava ringraziava e tirava una boccata di fumo e parlava ancora. Poi tranciò l’aria tendendo la sua mano in direzione del trombettista e disse Mr. Armstrong tra i fischi d’approvazione e l’agitarsi delle mani e l’omone nero imbalsamato in un gessato grigio sorrise timido e cortese alla folla acclamante dicendo grazie con voce arrochita.
Ma all’improvviso gocce d’acqua gelate investirono la mia fronte, poi una mano e i cappelli perdio, si fecero più insistenti fino a cadere scandite da un metronomo invisibile. La folla festante si dileguò in un fragoroso tramestio sotto gli ombrelloni già affollati da quelli che erano rimasti seduti a bere e a parlare d’affari e a fumare lunghi sigari importati dalla Terra. Il pianista spense la sigaretta e coprì con un enorme telo rosso il pianoforte, mentre il signor Armstrong chiuse nell’astuccio la sua dorata bambina, non prima di averla lucidata incurante e sorridente con un panno di lana.
Sgattaiolai oltre la siepe dove sporgevano i rami curvi di un imponente albero d’argento. Avevo percorso rapidamente il breve sentiero con la donna sconosciuta, senza che me ne accorgessi prima di ritrovarci appaiati ai piedi dell’albero con il naso all’insù: le nostre mani si erano sfiorate nell’oscurità, i calori dei nostri corpi fusi nella trepidazione alla ricerca di un riparo. Guardava dritto davanti a sé con il capo leggermente reclinato all’indietro e la schiena inarcata contro il tronco, così innocente e ingenua nel suo profilo candido e felino, e mi franava dentro in pensieri amorosi. Furono intensi attimi dilatati come la progressiva espansione di una gigantesca bolla di sapone soffiata da un refolo distante e sibillino.
Presto però la pioggia cessò di cadere e la donna si mosse, mentre io rimasi pietrificato tra le grinfie dell’austero albero. Avrei voluto afferrarla per un braccio, dirle aspetta, e imprimere le mie labbra contro le sue, invece ogni suo passo fu una silente e fredda stilettata al mio cuore. Affondava i tacchi sul selciato sospinta armoniosamente dalla musica che era ricominciata a suonare. Ipnotica, una tromba s’era librata, come un battito d’ali di farfalla, nell’aria rappresa e imperlata, riaccendendo la calca giuliva.
Sentii il mio cuore decelerare e il battito ristabilirsi, scuotere una molla interiore rimasta inceppata alla vista di quella femminea bellezza che non aveva nome.
Vagai tra zaffate di vestiti roridi e pungente odore di balsamo, ma non la trovai. Era scomparsa. Dissoltasi nella notte.
Sentii la fronte raggelarsi, le tempie pulsare dalla delusione e gli occhi inumidirsi di rabbia. Avvilito ritornai al bar. Un cognac dissi con voce opaca al barman, senza sedermi, cercando di nascondere i cocci del mio cuore infranto. L’uomo mi attraversò con un patetico sorriso di complicità maschile, una posa di falsa consolazione, e io ricambiai amaro, distolsi lo sguardo e disperato ingollai il bicchiere.
La Terra lontana mi pareva avvolta da un’aurea cristallina e prodigiosa e un sentimento di nostalgia inondò il mio corpo inerte. Rimasi impalato a mirare quell’affascinante palla cianotica mentre una forza oscura cresceva nel mio animo e mi diceva di andare. Andare via. Forse era finito l’agognato sogno lunare, forse, dopo anni di dolce vita, era davvero giunto il momento di tornare a casa.

Nuvole isolate e tremule al vento si sfioccano, mentre conquisto le stelle da un’altra angolazione e, lasciandomi alle spalle i respiri e i silenzi della mia casa, ammiro il plenilunio d’alabastro infrangersi contro le persiane, una vuota felicità oltre questo mondo.

One Response to “The Caretaker – An Empty Bliss Beyond This World”

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