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TTowerS – How they came and took my innocence away

Data di Uscita: 14/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Dieci
di Annachiara Casimo

Vennero a prendersi la sua innocenza che ancora non aveva dischiuso gli occhi alla luce del sole. Ebbe appena il tempo di strabuzzarli intorpiditi e di imprimere nella memoria quella fila di candele, le fiammelle tremule, i volti emaciati e poi quel soffitto. Nient’altro che quel soffitto per i lunghi giorni a venire. C’erano solo loro due, un orfano prematuro e quella distesa bianca a qualche metro dal suo naso, come un coperchio troppo pesante da sollevare, come un telo troppo poco trasparente per permettergli di guardare le stelle.
O magari si sbagliava, anzi: sicuramente si sbagliava. Quella stanza, così apparentemente vuota, era puntellata di spettri e paure ataviche risvegliatesi per l’occasione per tener compagnia ad una così immobile solitudine.
Non abbandonava mai il letto, landa incontaminata fatta di lenzuola ed incubi.
Solo l’alba era riuscita a smuoverlo con una danza d’ombre, un incanto segreto e irrivelabile: i raggi di quel sole quotidianamente neonato, per una congiunzione astrale, impalpabili filtravano proprio in quell’angolino di finestra coperto dai ricami d’una ragnatela e proiettavano sul muro di fronte il più bel quadro che avesse visto. Era l’unico momento della giornata in cui, incerto sulle gambe ormai deboli, si tirava su e s’affacciava a rimirare il più bel paesaggio che un essere umano potesse immaginare: riempirsi lo sguardo di quell’oro che luccicava riflesso sui campi di frumento inconsapevolmente gli colmava il cuore della Bellezza che non riusciva a trovare altrove.

Poi, d’improvviso, una mattina la ragnatela, quell’opera mirabile di cucito, non c’era più e, con lei, erano svanite le pennellate di luce fatata sulla parete, spazzate via dal temporale notturno. Gli parve l’ennesima assenza traumatica, quasi non riuscisse più a tollerare la benché minima perdita.
Si premette i palmi delle mani sulla faccia: non poteva ammirare la parete dipinta dalla luce? bene, allora non avrebbe guardato più nulla – si disse.
Ma gli occhi incauti captarono egualmente dei movimenti luminosi al di là delle dita, le dischiuse e, attraverso la fessura che si creò fra gli anulari e i medi, guardò nuovamente la parete che fino a qualche secondo prima era lì, più immobile che mai: ora una nuova ombra mai vista prima, dondolante e ritmica, se n’era totalmente impossessata. Rimase un po’ così ad ammirare ipnotizzato quella proiezione lenta come di fotogrammi muti e poco a fuoco.
Si scostò, si mosse verso la finestra: una schiena vestita di verde e due trecce su un’altalena canticchiavano a mezza voce un motivetto di benvenuto al nuovo giorno.

Sorrise. E per la prima volta gli sembrò d’aver sfiorato le rive d’un’isola felice.
Sorrise. E per la prima volta sentì che il ticchettio su quell’orologio, eredità paterna gelosamente custodita, scandiva: vi – ve – re.

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