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Archive for giugno, 2011

Scott Matthew – Gallantry’s Favorite Son

Data di Uscita: 10/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La parola questa volta è consapevolezza, il carburante indispensabile quando il “difficile terzo album” è un viaggio destinato ad andare in porto così agilmente. Scott Matthew i numeri li ha sempre avuti, a mancare era forse soltanto quel briciolo di personalità, la finta ed il guizzo per disimpegnarsi dall’ingombrante marcatura stretta dei due centrali ed involarsi da solo verso la poesia della rete. Antony Hegarty da un lato, Devendra Banhart dall’altro, come le sfingi de ‘La Storia Infinita’ piazzate dalla critica a sbarrargli il passo e da lui accolte senza sollevare una sola obiezione. Tre anni dopo, Scotty non ha smesso la tunica variopinta da hippy postmoderno, né ha invalidato le tante corrispondenze con il celebrato usignolo transgender. Semplicemente, sembra aver trovato la posizione ideale ed un movimento tanto semplice quanto fluido per aggirare gli apparentamenti di rito con questi inediti Scilla e Cariddi. Nei versi del suo nuovo manifesto, ‘Black Bird’, il monumentale Calimero australiano si disegna fragile e ben conscio dei propri limiti, inseguendo l’illusione che tutti i confronti possano essere annullati ad oltranza, che non si debba necessariamente spiccare il volo per poter stare al mondo. La parola è consapevolezza ed è ferma in ogni rigo. E’ il diritto a condurre una vita magari tragica o grottesca, ma affidata in esclusiva al fallibile estro del proprio cuore. La rivendicazione del primato del pensiero sul demone oscurantista dell’ignoranza, e del buon senso comune sugli spauracchi di un’eterna dannazione. L’esser consci d’aver inumato ambizioni che ancora respirano, e sanguinano, e il non arrendersi anche quando ci si inabissa, non rinunciare al sofferto onore della battaglia, non cedere alla rinuncia, alle tentazioni auree dell’ultimo nihilismo. Scott William Matthew il neo-umanista, l’adorabile fanciullo con la barba posticcia, cantore sul limitare del giorno, guida buona: e ancora c’è in rete chi lo liquida come un folksinger qualunque, beata approssimazione da nuovi media…
Nestled in the dark. Inevitabile scelta per l’acquartieramento, ideale per far risaltare una voce che non si potrebbe desiderare più luminosa. Mai così avvolto nella tenebra, mai così incoraggiante: meraviglie dell’arte dei contrasti. Nella quasi completa oscurità bastano un mandolino o uno stringato coro femminile, lontani, ad annullare l’idea stessa della paura. La giustezza degli arrangiamenti – parsimoniosa chitarra Made in Sparta, trama e ordito al grado zero – denuncia una disciplina del concreto che non ha in sé davvero nulla di lugubre. Se aggiungete poche note di piano e una manciata di parole adagiate nel refrain perfetto, il sole avrà già fatto irruzione ovunque voi siate. Luce bianca del mattino, non l’algido neon della fascinazione col trucco. Luce tersa e rinfrancante, invece che i tramonti affettati e le loro illecite rendite in emozione corrente. Scotty non è certo tipo da biechi ricatti, non è il bandito della malinconia a comando ma un magico autodidatta del lirismo più limpido, quello disarmante. E si perfeziona, un passo alla volta. Sembra aver alimentato la propria vocazione classicista frequentando le migliori scuole serali della tradizione yankee, se nel delizioso cantilenare di una ‘No Place Called Hell’ risuonano le medesime suggestioni ed il calore senza tempo di quella vecchia nenia gospel cantata spesso ad una sola voce assieme al pubblico rapito dei suoi concerti, ‘Tonight You Belong To Me’. A lezione di storia per regalarsi una svolta, per respirare l’armonia dell’essenziale. Addestramento proficuo a giudicare da episodi come ‘Buried Alive’, dove l’andatura lenta, il fare riflessivo, il lavoro sui minimi scarti, segnano l’approdo ad un livello d’intensità forse ancora inesplorato per il languido aussie, senza che una sola nota vada sprecata, senza che l’intatta fragranza delle canzoni risulti adulterata dalla tentazione del teatro. Più maturo rispetto all’acerba bellezza dell’esordio, meno dispersivo che nel pregevole sophomore dal titolo straripante, incredibilmente fedele a se stesso anche per via di quella sua destrezza negli alleggerimenti: la frugale letizia di un fischiettìo, antidoto asciutto alla melassa di certi scivoloni di ieri, o l’atmosfera tra il sofisticato e l’ingenuo, frizzantina ma per nulla frivola, chiamata in causa per raccontare l’incanto dell’innamoramento. Proprio in questi passaggi, dove l’equilibrio tra dolce ed amaro sembra sfiorare il miracolo, Matthew si lascia apprezzare come artista completo, fine e non pedante, sconfessando chi continua a vedere in lui nulla più che una pittoresca macchietta indubbiamente dotata.
Niente male davvero per il piccolo e brutto anatroccolo che aveva timore d’imparare a volare.

Stefano Ferreri

Sims – Bad Time Zoo

D.d.U. 15/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Come se l’Apocalisse si fosse preannunciata con un vento fortissimo.
La mia città è intrappolata dal silenzio e dalla desolazione; le case hanno pareti mute da ridipingere.
Siamo animali selvaggi attratti dal cemento.
I leoni ci ricorderanno come si fa l’amore al tramonto.
Gli occhi di mille volti guardavano il sole. Le speranze nude accecano.
La folla s’abbandona allora a primitive danze accompagnate da disinvolti canti.
Anche la modernità e l’abitudine hanno il loro ritornello.
Le colonne d’Ercole superate dai piedi dei velocisti, capaci di dire addio al primo appuntamento.
L’insofferenza è reazione; è fuori il confine che cessa la marea.
Tutto è sommerso. Tranne il cielo.
Siamo grandi animali marini, io e te.
Possiamo nuotare tenendoci per mano.
Riesci a vedere l’orizzonte?
Quando tutto cambia, nulla è cambiato.
Trattieni il respiro.
Apnea perenne mentre il cuore batte ancora.

Ilaria Pastoressa

Bon Iver – Bon Iver, Bon Iver

Data di Uscita: 21/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Misero il destino per noi mortali, soggetti alle beffe degli dei. A nulla valgono devozione e preghiera se per rancore d’Amore in alloro sei stata mutata.
Un piombo spuntato ti volle sottrarre alla brama della Poesia e io, impotente amante, costretto ad assistere al tuo mutamento.
Con lacrime aspre hai erto la tua supplica alla Terra in cerca della libertà che ti era stata negata.
Prima le tue dita, giunte al Peneo, cominciarono a radicare nel manto dolce e quindi le gambe, che fino a un momento prima ti vedevano preda rapida, ora stanche fibre che si estendono fino ai seni, le braccia tese verso l’alto in segno di riconoscenza, si aprono i palmi e le dita in fronde che sembrano toccare il cielo. I tuoi capelli, ormai fogliame, sembrano annunciare un prematuro autunno.

Iʼm tearing up, across your face Move dust through the light to find your name

Chiamo disperato il tuo nome e chiedo agli dei di riconoscermi la stessa sorte così che noi due, compagni, rimarremo insieme finché avrà vita il mondo.

Guardo il cielo oscurato gonfiarsi di nuvole tetre. Le mie invocazioni sono forse state ascoltate?
E piano sento perdere forma. Mi arrendo al suolo, guardo le mie mani, sembrano scomporsi in mille miliardi di corpuscoli intangibili. Le forze mi abbandonano, sublimando, gli dei impietositi mi hanno favorito ma reso dunque spirito. Mi lascio scivolare invisibile e umido verso la volta sempre più plumbea tra le nuvole, così prendo ad addensarmi anch’io. Il Padre tuona di rabbia. Spaventato, provo ad opporre resistenza, ma un leggero soffio mi culla rassicurante. Mi abbandono al suo dondolio fino a farmi piangere dallo stesso cielo che mi aveva accolto.
Ora, in pioggia, gentilmente posso riabbracciarti. Scendo in una carezza lungo il tuo viso incipriato di corteccia, come il lenzuolo che spostavo appena sveglio per poterti contemplare.

For the love, Iʼd fallen on In the swampy August dawn

Le nuvole finalmente si disperdono e fanno spazio al nostro tempo, quello che meritavamo.
Questi siamo noi.

Someway baby, it’s part of me, apart from me

Giulia Delli Santi

Patrick Wolf – Lupercalia (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 20/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nove. Suona la sveglia ed il sole caldo scivola fra i pertugi di una tapparella impietosa, ieri sera abbassata per metà preventivamente. Per dare modo alla luce, oltre che al calore, di raggiungere  la faccia stanca che oggi, insolente, resterà appiccicata al viso. Apro gli occhi lentamente mentre realizzo che il candido e caldo risveglio di oggi non potrà concedersi pigrizie di genere. In piedi in fretta, di corsa nel bagno, a dopo la colazione. Sfila il vecchio, lava il corpo, indossa il pulito. Mentre mi preparo penso, questa giornata pare un riassunto ben riuscito della mia vita fino ad oggi, e probabilmente da oggi in poi.

Sette. Anna urla come un’ossessa, la faccia deformata da una smorfia di dolore, di quei tipi di dolore che un uomo non capirà mai. Dolore di rivendicazione, dolore di fioritura, dolore di sangue e merda  mentre la somma di due persone vede la luce sottraendosi ad un corpo sforzato allo spasmo. Anna urla, poi singhiozza, poi soffoca, aprendo gli occhi e tenendoli fissi su Claudio che non capisce ed urla, quasi a mettere volume a quella bocca spalancata in cerca d’aria tarda a venire. Anna stritola con le forze rimaste la mano ferma di Claudio e lo guarda mentre la luce va via dagli occhi e l’obiettivo della retina perde la messa a fuoco. In braccio ad un’ostetrica, ancora sporco di sangue e merda, vedo mia madre morire e mio padre immaginarmi come la causa della dipartita del suo unico, grande, insostituibile amore. Non ricordo nulla di quest’orribile sogno, eppure il mio subconscio ne mantiene la traccia e concede l’immaginario nei momenti di riflessione.

Nove. In classe Andrea manda un biglietto ripiegato a Gianmaria. Nomi ambigui sono secondo le suore il principio di un trauma, una fase preadolescenziale che passa e verrà ricordata con rimorso e vergogna da un bambino vivace ed eccessivamente affettuoso, forse fra l’altro decisamente troppo attivo. Se è una fase non lo so, fu la prima e più sincera lettera d’amore che io abbia mai ricevuto.

Nove e dieci. L’orario di ricevimento quel giorno, la mia media in quegli anni. Alta da rendere orgoglioso un padre spensierato, non abbastanza, a quanto pare, per comprare il permesso d’essere in una fase troppo lunga. Bambini non fate i ragazzacci. Ragazzi non fate i bambini. Ragazzo, fai l’uomo. Correndo, previo suggerimento, la mia adolescenza scappa via.

Dieci meno un quarto. Di sera. Torno a casa miracolosamente sulle mie gambe, lividi di dimensioni e giorni diversi sembrano un testo ben composto ed impaginato sul fisico longilineo e gracile che ho ereditato da mia madre, osservo con stupore che le bruciature di sigaretta qua e là, sembrano fare da punteggiatura al testo rancoroso che decreta la mia inaccettabilità. Claudio pare non accorgersi delle percosse che senza gran successo provo a nascondere vestendo di scuro, coprendo fin dove possibile la pelle. Decido di mostrargli per intera la prosa che subisce il foglio bianco delle mie carni. Lui mi chiede solo perché sono nudo nel suo salotto. Lascerò quella casa la notte stessa e non vi farò mai più ritorno.

Dieci. Solo dieci giorni dopo. Una comunità piccola e ben nascosta mi trova nei suoi vagabondaggi, squatters in cerca di coinquilini m’assoldano per piccoli furti bianchi, ho rubato per anni senza mai sentire rimorso. Il pane è innegabile, come il bene. La cosa più vicina ad un padre che ho mai potuto vantare m’ha insegnato questo e senza alcun rancore m’ha saputo dire addio quando ho preferito conoscerti invece che derubarti. Stupido fattorino part time. Part time Jazzista, a breve maestro ordinario.

Una splendida giornata di sole al di fuori del tempo. Come quella in cui mi chiedesti di venire a vivere con te.

Alfonso Errico

Shabazz Palaces – Black Up

Data di Uscita: 28/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Io la chiamo swerve.
Quella voglia di novità che colpisce un borghese scialbo e imbambolato verso i quarant’anni, con la voglia di dimostrare che lui può ancora sterzare dalla vita meccanica che vede da quello sterile oblò, quel filtro, che un’esistenza mediocre ha posto davanti ai suoi occhi.

Lui si chiama Michael Pipe.
Io sono Indigo.

C’è un solo posto a Seattle dove il nostro swerved Michael può andare stasera.
Il Neumos, East Pike Street 925.

Official Seattle Tattoo Expo After Parties” questa notte, l’ha sbirciato su un flyer che un ventenne con i capelli a fungo e delle cuffie enormi teneva in mano.

Si è vestito casual, come se bastasse una cazzo di camicia sbottonata per farlo entrare, non fisicamente, ma mentalmente, al Neumos.
Le candele e le luci rosse, i muri di mattoni, i divani neri, i quadri con dipinti della storia, quella vera.

Prova varie tattiche per mimetizzarsi il nostro Michael. I divani, no, è solo e si noterebbe. Sotto al palco? Ancora peggio. Alla fine si siede al bancone su una sedia alta, anche se è scomoda. Ordina subito un drink, un long island, non lo beve da almeno quindici anni.
Anche se non mi vede, è seduto alla mia sinistra.

Ammazzo il bicchiere, guardo le bottiglie di liquore davanti a me e dico:

“Now, if you talking ‘bout it, it’s a show,
but if you move about it, then it’s a flow.
Do you know what these words mean?”
“W..what?”

Si fa ripetere la frase, e abozza una risposta arrossendo.
Giro intorno alla mia sedia e mi posiziono alle sue spalle, sono molto più alto di lui.
Mi tolgo il guanto della mano destra, con calma, mentre spiego il significato della frase:

“Are you all talk, or do you actually do something? If you talk about something, then you’re just talking, you’re just about “showing” people that you’re cool. But, if you do something, if you “move”, then it’s something real, it’s your flow, it’s who you are”

Affondo la mano tra i suoi reni ed afferro il midollo spinale nel settore lombare.

Gli somministro il primo impulso, non troppo violento ma sufficiente a farlo urlare, se avesse potuto.

“Sei uno dei tanti insetti inutili che trovi per le strade. Se qualcuno sparasse a tua moglie, per strada, e tu fossi di fianco a lei mentre muore, l’unica cosa che riusciresti a dire sarebbe “Respira..respira..respira..”. Questa è la frase che gli incompetenti usano per non stare zitti, per far vedere che anche loro sanno dare dei consigli, sanno fare qualcosa.”

Parte il secondo impulso, questo fa male ma è necessario, per farlo viaggiare.
Semi svenuto, riesce a percepire poco, ma quello che vede lo sconvolge.

Una tribù sonica, sacra, intoccabile. Uomini trasformati in musica vivente, dinamica. Fin da piccoli gli vengono inserite all’interno del corpo delle protesi di legno, scavate dall’Albero Gangolf. All’età di dodici anni questi corpi esterni vengono tolti. Alcuni di loro si ritrovano braccia e gambe con dei fori di vario diametro, e saranno chiamati gli Shakraz. Impareranno a far scorrere il vento all’interno di quelle fessure, e a tramutare quell’alito di vita in suono. Ad altri sarà inserita una corteccia spessa e tonda nell’addome, cosicchè una volta rimossa, nella cavità creatasi si formeranno delle onde ritmiche, e per questo prenderanno il nome di Ashràk.
Le loro danze sono una sinergia di dinamismo e riverberi meccanici, pugni trasformati in percussioni ed aria incanalata per dare vita a sibili e fischi, mentre chi non è impegnato nel rituale urla un solo, impronunciabile, nome.

Shabazz! Shabazz! Shabazz! Shabazz!

Michael si risveglia a serata finita, ha la testa appoggiata al bancone, puzza di alcol e coriandolo, si ricorda solo un nome, Shaddaf o qualcosa di simile.

Alza la testa con molta fatica, un fazzoletto rimane attaccato alla sua guancia sinistra, e dopo qualche secondo si stacca, lasciando spazio ad una guancia ispida e ad una scritta sbavata.

It’s Shabazz, asshole.

Filippo Righetto

Erykah Badu – Baduizm

Data di Uscita: 11/02/1997

Un breve ascolto, durante la lettura

Rughe di storia, la clorofilla al posto del sangue, i tramonti negli iridi felici, con poco. (altro…)

Jóhann Jóhannsson – The Miners’ Hymns

Data di Uscita: 10/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il cielo islandese è una donna schizofrenica che dorme di giorno ed esce di notte, è un bambino mite che guarda il mondo da dietro ai suoi sogni, è una roccia eterna scalfita dalla bellezza dell’acqua.

Tutte le creature sono i respiri di questa terra e questa terra è respiro di questo universo.

Tutto è talmente bello che fa venire da piangere, eppure tutto si logora, si trasforma, cambia, eppure tutto torna, tutto si ricostituisce: la Bellezza è folle.

Ci sono migliaia di uccelli che migrano e noi spieghiamo le nostre ali e cominciamo a volare con loro, col mondo sotto di noi che si fa un’immagine lontana, come un ricordo, il mondo è un ricordo che riaffiora e che col nostro volo rendiamo reale ed irreale.

Abbiamo fatto la musica per allietare l’Uomo, ora faremo il silenzio per celebrare nostra Madre Terra.

Marco Di Memmo

Battles – Gloss Drop

Data di Uscita: 06/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Aveva degli occhietti piccoli e spiritati, si dice che chi ha le pupille abbastanza piccole da essere visibili in todo sia pazzo, non so se lui lo fosse ma lo sembrava di certo. E poi quello sguardo attento ai particolari più che all’insieme, di un macchinone enorme che vedemmo parcheggiato fuori dal ristorante dove mi portò a mangiare notò solo il graffio sul paraurti e mi disse, lo vedi quello? Significa che ha dato una spintarella al retro di un’altra auto, non c’è segno di vernice quindi significa che era un’auto più alta di questa, probabilmente un’utilitaria. Il proprietario di quest’auto, continuò, deve essere una di quelle persone che preferiscono il principio ai soldi pur avendo più soldi che principi, probabilmente s’è fatto spazio in un parcheggio troppo stretto spintonando le due auto che lo occludevano e se ho ragione quest’auto avrà graffi simili anche sul retro, uno scavato schizzo blu confermò la sua teoria. Soddisfatto mi disse, cerchiamo dentro il proprietario di questo gioiellino su ruote. Come fai a sapere che è qui dentro? Vedi, questo è uno dei ristoranti più cari della città, mi disse entrando, e anche quell’auto lì fuori è un bene di lusso effimero, il proprietario dev’essere uno di quelli che fa soldi e non li fa lavorare. Non ti capisco, che significa far lavorare i soldi? Ti spiego, tutto ciò che fai, non solo acquistare beni, è un investimento, un’auto come quella per un uomo come quello che stiamo cercando è un pessimo investimento, non ha cura nell’utilizzarla né la utilizza per altro se non per guidarla, se fosse stato un signore più povero e parsimonioso l’avrebbe guidata per matrimoni e celebrazioni altrui producendone del netto ricavo per sgravarne i costi. Come mai cerchiamo quest’uomo? Ma per la sua auto, per che altro? Non lo capii ma volli seguirlo, ci accomodammo ad un tavolo e mi disse, hai portato un vecchio giaccone e un portafogli pieno di carte? Sì, come mi avevi detto, ma perché? Poggia il portafogli sul tavolo e chiama il maitre, lo feci mentre lui si spogliava del suo soprabito e poggiava a sua volta il portafogli sul tavolo, all’arrivo del cameriere con aria seccata disse, c’è un luogo dove poggiare i nostri soprabiti o li lasciamo bonariamente sulle spalliere delle sedie? Il maitre notando il disappunto in quegli occhietti spiritati raccolse entrambi i giacconi, il mio ed il suo e li portò al guardaroba che in precedenza saltammo a piè pari facendo bellamente finta di non notare. Questo serve per mettere un po’ di pressione al cameriere, vedendo un approccio indispettito s’approccerà in maniera più servile e cercherà di liberare il nostro coperto celermente per evitare di tenere occupato da piantagrane un tavolo che altrimenti rovinerebbe il mood rilassato del locale, a conferma della sua tesi l’inserviente tornò poco dopo chiedendo se desideravamo ordinare, lui rispose che avrebbe gradito il suggerimento di qualcuno, o meglio di qualche cliente affezionato ma non volendo disturbare nessuno di quelli agli altri tavoli chiese cosa avessero ordinato gli afecionados del locale. Il maitre elencò senza indicare i tavoli dei clienti fissi e fra i vari lui notò quello di un signore che a differenza degli altri aveva ordinato un vino chiaro dal nome impronunciabile per accompagnare un antipasto ed un merlot per un piatto di formaggi e miele. Ordinammo tutt’altro e quando il maitre se ne andò mi disse, abbiamo il nostro uomo, due bottiglie di vino diverse per soli due antipasti, lo spendaccione dal buon gusto che ha parcheggiato qui fuori. Mangiammo velocemente e a metà della cena uscimmo per fumare una sigaretta, passò di fianco allo sconosciuto consumatore che presumeva il proprietario dell’auto e con un gesto fulmineo e invisibile che mi raccontò fuori pescò le chiavi dell’auto dalla giacca lasciata a penzoloni dalla sedia. E se come noi l’avesse lasciata nel guardaroba, allora come avresti fatto a prenderla o a trovarla? Il suo, amico mio, è un regime d’apparenza, doveva far notare che possedeva una giacca cucita a mano probabilmente in una sartoria italiana. Se anche l’avesse messa nel guardaroba saremmo potuti andare a prenderla a colpo sicuro cercando quella che meglio si abbinava al suo completo, mentre diceva questo prese le chiavi dell’auto la aprì e mi invitò ad entrare. Ma se sé ne accorgono? Non lo faranno, i portafogli sono sul tavolo e i giacconi nel guardaroba, loro cercano i nostri soldi e credono che torneremo per riprendere i nostri soprabiti. Mi sorrise mentre lo guardavo stupito, entrando in macchina mi chiese se stava facendo lavorare altro in mancanza di soldi per fare soldi o se in realtà non ne aveva bisogno.

Alfonso Errico

Shakey Graves – Roll the Bones

Data di Uscita: 04/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

“C’è un uomo con la testa di bue, ti dico! L’ho visto con questi occhi!”
“Ah! Tutte balle, Todd. Tu racconti sempre un sacco di balle.”
“Era lì che osservava il resto del bestiame, poi si è alzato in piedi ed è scappato!”
“Se non la smetti ti faccio rinchiudere. Domani sarà un’altra lunga giornata. Ho le ossa rotte dal lavoro di oggi. Non ho tempo per le tue allucinazioni. Ci si vede domani, Todd.”
“…A domani.”

Cowhead fuggiva lo sguardo umano nascondendosi dietro le colline, facendo proprio un anfratto, una cavità poco illuminata, qualsiasi cosa sulla quale potesse fantasticare un immaginifico benvenuto.
Aveva viaggiato a lungo con le sue sole forze, raccattando un pezzo di pane lì e un calzino pulito là, fino ad arrivare in Texas. Qui si sentiva al sicuro. Lontano dagli sconcertati occhi umani, si poteva muovere con maggiore libertà. A volte trovava persino il tempo di divertirsi facendo spaventare le bestie di qualche fattoria, rubandogli talvolta il cibo.
Un pomeriggio, era ottobre, cominciò a piovere a dirotto e Cowhead vagò a lungo prima di trovare un rifugio sicuro. Scorse un capanno che gli sembrò accogliente e decise di nascondersi al suo interno. C’erano attrezzi di ogni sorta, anche un fucile ma soprattutto riusciva a vedere gli interni di un’abitazione. Cowhead passò quella sera a osservare gli umani presenti in casa. Vide un uomo sedersi a capotavola aspettando qualcosa. Vide una donna offrirgli un piatto fumante e il volto dell’uomo distendersi in un sorriso rassicurante. Per un momento si sentì come il mostro di un Frankenstein del ventesimo secolo. Trovava nella gentilezza di quel quadro familiare tutto ciò che aveva sempre desiderato: un piatto caldo, dei vestiti puliti, una casa accogliente, una donna con la quale scambiare qualche parola, un pianoforte.
A un certo punto Cowhead riuscì a scorgere la presenza di una terza persona. Era una ragazza dai capelli corvino e le labbra rosse. Aveva un neo sotto la palpebra destra. Appena la vide, il mostro se ne innamorò e improvvisamente il fatto di essere accettato dagli esseri umani non gli sembrò totalmente assurdo.

Il mattino seguente l’aria era chiara e sulla sua pelle, Cowhead non sentiva più quel fastidioso tremolio che lo tormentava durante le notti in Georgia, sotto la luna. Non sentiva alcun rumore. Lentamente, con la punta del naso mucoso scostò la porta e, vedendo via libera, sgusciò oltre la siepe e vi si nascose. Erano ancora tutti in casa, solo la ragazza dai capelli corvino innaffiava le piante. Poi decise di abbandonare quella quotidiana attività e di camminare un po’. Camminava verso il precario nascondiglio di Cowhead che, vedendo quella figura serafica farsi sempre più vicina, sentiva il cuore accelerare sempre di più, sempre di più, fino a quando la ragazza dai capelli corvino notò quella strana, deforme e orrenda creatura. Un urlo destò gli umori sereni dell’uomo e della donna ancora in casa. Cowhead scoppiò in lacrime. L’uomo corse più in fretta che poté, prese il fucile dalla capanna degli attrezzi e gridò: “Eccoti, mostro!”. Infine fece fuoco.

Cowhead fuggì con le lacrime agli occhi e si rimise in viaggio.

“(…) and buy ourselves some nice fancy home in the hills.”

Andrea Russo

WINSTONMCNAMARA – Amore e Iodio

Data di Uscita: 23/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono arrivate presto le ferie, periodo atipico giugno, al Nord si crepa dal caldo e coi finestrini abbassati, senza aria condizionata, ritorno ad Ancona. Ho già detto che eviterò domande scomode di parenti dimenticati, piuttosto mi rifugerò nella solitudine del porto, o delle spiagge di prima mattina. E questo mi manca da morire.

Compro una birra ghiacciata e me la vado a bere affacciato dalla terrazza del Palazzo degli Anziani, guardo le navi andare e venire al tramonto. Lo sportello della Panda lo lascio aperto, ho messo su nell’autoradio l’album nuovo di Francesco – ché in fondo è questo il motivo principale che mi ha fatto anticipare le ferie: cazzo, finalmente ci siamo, questo disco è uscito, e addirittura sembra che anche la distratta Ancona se ne stia accorgendo (incredibile!). Concerto di lancio in terra natìa, fantastico, come rivedere facce amiche per troppo tempo tenute distanti e separate dalla mia da una lista di doveri infinita. Dalla vita di tutti i giorni.

La camicia a quadri mi si appiccica alla schiena, ho i piedi roventi. Eppure soffia un’aria in parte nuova in parte già nota, un’aria che viene dal mare, che impregna la musica suonata dalla mia macchina, che mi fa sorridere. Sa di fresco questo disco, di vintage e di novità. Com’è possibile? Di fondo l’ho sempre invidiato Francesco, era lui che riusciva da dio in ogni cosa che tentava, e io dietro sperando che la sua scia potesse in qualche modo vestire anche me di genialità. In ogni caso è noto a tutti che essere artisti non è per chiunque, e meno male dai.

Un pazzo sul colle Guasco sono io in questo momento, canto, improvviso qualche stupido passo di una coreografia senza senso, bevo ballo rido. Un cane che piscia mi guarda di sbieco, non riesce a comprendere lo slancio di un quarantenne di inizio estate.

Arrivano i miei amici di sempre, li vedo avvicinarsi uno ad uno malgrado abbia tolto gli occhiali, dismettendo con essi anche il mio ruolo di imprenditore metropolitano, a cui tra l’altro non credo nemmeno io. Francesco monta un palchetto e indossa in viso una specie di maschera a proboscide. Che ridere! Electro-rock, indie, cantautorato italiano, pop. Parole che tagliano sulle note sintetiche e analogiche. Un intelligente ritratto medioadriatico, della nostra città nella calda stagione.

Questi sono quei momenti in cui vorresti fermare il tempo, quelli da immortalare per poi raccontarli ai tuoi figli, la magia e la complicità intima dell’amicizia, della riunione, dell’empatia. I nostri volti son come catturati, rapiti. Colpa degli occhiali a proboscide, o della malinconia, non so. So solo che sorridiamo tutti dello stesso sorriso, un sorriso non più così giovane da essere spregiudicato, ma ancora nemmeno così attempato da aver riposto i sogni nel dimenticatoio. Francesco e la sua chitarra descrivono il nostro disincanto, ma non c’è affatto disperazione.

Siamo qui insieme ora, estate in Ancona, domani si va a Mezzavalle.

Federica Giaccani

Raein – Sulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 16/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Quello che stai scrivendo non è un libro ma solo gocce di inchiostro definito.
I segni del male non sono sentieri; percorri immagini che ti cancelleranno.
Sono il diavolo che tenta la mia mente e dico di voler cambiare per non soffrire, ma poi star male è la soluzione a morire.
Dove credi che abbia seppellito il mio cuore? C’è una quercia in giardino, puoi trovarmi lì.
Hai bisogno forse di scavare? Sono vivo solo per vederti.
Non mi senti.
Non mi annusi.
Ho un colore che non usi.
Vestiti con le mie preghiere ed implorazioni. Che maledizione sarebbe a non vedertela indossare?
Gli arcobaleni sono un imbroglio, disarmarti è quello che voglio.
Non puoi combattere contro le mie vene al sole, stan scoppiando, questione di circolazione.
Assicurati che non dia nutrimento ai vermi, potrei voler vivere prima o poi, potrebbe piacermi.
Sono sulla linea d’orizzonte tra questa mia “vita” e quella di tutti, che scorre al di là del mare, dove non voglio e non riesco ad arrivare.
Che nausea.
Sto così bene in questo niente da star male.
Cerco involontariamente di soffocarmi tra le lenzuola bianche, in questa notte nera, e sogno corse in cui arrivo sempre ultimo per esser primo.
Mi illudi, mi lasci credere che il risveglio sarà positivo, mentre i miei nuovi errori tornano insieme ai difetti lucenti, che quando sorrido nessuno vede.
Poveretti tutti e povero me, soprattutto.
Mi son guardato allo specchio, avevo il naso storto, m’hai tirato uno schiaffo per dar colore alla guancia; ero troppo pallido perché tu mi presentassi ai tuoi.
Dopo di noi, dopo questo schifo, oltre questo mare, c’è la libertà, in realtà.
Dopo di noi, arriveranno gioie  vere.
Devo riposare la mia mente pigra ed inconcludente e prepararmi il giorno in cui non sarò più codardo e chiuso in questa scatola, senza istruzioni per l’uso, senza componenti aggiuntivi.
Auto-eliminazione, la soluzione.
Mi dissolvo.
Bevimi, dissetati e non farti del male.
Da oggi, sarà sempre primavera qui.
Da domani, altro che la neve, margherite nel tuo vaso e sole al primo respiro.

Un passo alla volta, tornare a imparare da zero.
Fermati, senti lo spazio allargarsi nel petto.
Respira, scegli chi portare con te, chi abbandonare.

Ti aspetto.
Non mi aspetti.
Non mi aspetto.

Ilaria Pastoressa

WU LYF – Go Tell Fire to the Mountain

Data di Uscita: 13/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

WY LUF  =  World Unite Lucifer Youth Foundation

Manifesto programmatico

1)    “I woke up today to hear the baby say : We can’t live this way I won’t hold this crown”. Organizzazione musicale che mira a conquistare il mondo con un suono che i critici musicali con gli occhiali chiamano “ HEAVY POP”.

1.2) Ci piace la definizione data, aiuterà sicuramente nel raccoglimento di fondi. L’organizzazione mira anche a penetrare nelle orecchie di chiunque abbia voglia e tempo di ascoltarci. “in our position we can see no reason to sign to a record label”.

2) Chiunque farebbe bene a trovare voglia e tempo di ascoltarci. “Nah don’t call the police I’m begging ya please ya please ya please!”.

3) Miriamo a unire più persone, miriamo a inondarvi di batterie dure e ritmate, di voci da vecchio cantautore americano ubriaco in una chiesa, chitarre e bassi penetranti, vi penetreremo nelle orecchie. Non ci accontentiamo di passare sulle radio di tutto il mondo. “We want WU LYF to be more than a band, in the same way FC Barcelona is “more than a club”.”.

4) Insieme ci divertiremo, non siamo solo cazzoni ma ci divertiremo tantissimo. “we want to enjoy ourselves and live as authentic and free as little puppy dogs in the yard”.

5) Il momento è arrivato, abbiamo lavorato tanto, il seguito arriverà, si vede che siete stanchi, che volete unirvi. “Now spitting blood spitting blood like the golden sun god.”.

5.2) La stagione è arrivata, vi amiamo tutti, ricordatevi di noi, non fatevi fottere dalle costruzioni fittizie, siamo genuini e vi amiamo, vi amiamo.

“She lays down in summers bliss. The LYF aspires to create things that have a genuine connection with people”.

Alessandro Ferri

†‡† – Ghetto Ass Witch

D.d.U. 28/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Benvenuti nel Ghetto Ass Witch/ io direi anche Bitch già che ci siamo. Pentagrammi, croci, santi e vip.
Synth distorti, strati di rumore al limite, ronzii vari e groove martellante, urla gutturali e cantilene femminili, da cartone animato. Cupi, ironici, autoironici.
Da prendere sul serio?, Volete entrarci?, vedete voi, io l’ho fatto. E dico solo che c’è una grande ma evidentemente invisibile differenza tra l’essere maliziose e trasgressive e l’essere puttane.

Alessandro Ferri

Cat’s eyes – Cat’s eyes

D.d.U. 11/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’acqua del mare irradiata dalla luna ti si riflette sul viso, creando degli angolini di luce su un paesaggio d’ombre. Sei bello, bellissimo. Il mare mormora, le navi partono migliori in tutto agli esseri umani: precise s’attengono alle loro tabelle di marcia, si sa quando vanno via e quando tornano.
Ma tu, tu quanto ancora resterai qui?

Won’t you stay here by my side?
And I’ll never let you go.

Annachiara Casimo

Bauhaus – Burning From the Inside

Data di Uscita: 15/07/1983

Un breve ascolto, durante la lettura

Insidiosi ostacoli, ramificati, distesi al tocco lunare, intricati misteri e baci schivati. (altro…)

The Vines – Future Primitive

Data di Uscita: 03/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi hai cosparsa di colori, non omettendo alcuna sfumatura; sono stata la tua tela per giorni e giorni e per le ore passate a guardare le lacrime dei finti addii col sudore primitivo sulla fronte in attesa d’una soluzione alla vita.
Quindi, si riduce tutto all’amore?!
È così sporca la tua presenza, qui. Vespri al tramonto che non pregan alcun Dio ma il cielo solo, infinito, come il tempo del nostro trovarci.
Ricerche che sono sguardi stupìti.
M’hai trovato; cosa speri ancora e cos’aspetti ancora? Dammi il tuo amore, diamine!
Sfuggi dalla banalità dei baci e delle labbra che si disidratano a vicenda, mi devi tener stretta.
È che ci riesce così bene sollevare la testa, portare l’occipitale alla spalla e sospirare a polmoni illusi, per tutte le nostre paure.
Non riesco a fidarmi della tua ombra che mi porta nel buio per celarsi in sospiri all’orecchio.
Grida, forza! Urlami promesse, infrangi i timpani dei miei rancori, sopprimi i silenzi dei dubbi.
Devi propagare certezze.

Portami via-da-qui!
Ma non ti muovi ed io devo scappare, inseguire l’evoluzione delle mie possibilità, zittire gli orologi precisi più che mai, due volte al giorno.
Una tempesta e l’arcobaleno.
La strada la percorro sola. Vento. FRSHHHH!
SOLO VENTO? Sta sdradicando le nuvole. Nuovi paesaggi. Non ci sarà autunno quest’anno, le foglie lascian i rami materni, gli alberi mi indicano, lungo la salita, la valle.
Sono il sacrificio per il dragone nero che mi porta verso l’incanto.
Sono la dama senza castello nè principe.
Oltre i palazzi, i capelli si lasciano sedurre da vortici freschi.
RESPIRO.
Fiabeschi addii.
Dovevo ritrovare la magia.

Ilaria Pastoressa

Amon Tobin – ISAM

Data di Uscita: 01/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Control over nature (primo ascolto)

Über produzione: un suono limpido che evapora, d’improvviso si condensa e ritorna sull’ascoltatore in frammenti di ghiaccio cristallino, in scia, insetti terribili cavalcati da creature luminose. Non c’è controllo. Non per noi. Ma è meraviglia!

Il giorno dopo

La natura si piega ai nuovi colonizzatori mentre l’uomo ancora vi sfugge, la musica comincia a sembrare meno incredibile ma ancora assai difficile da comprendere, infinite micro trame che vengono intessute da migliaia di esserini (di luce li avevamo chiamati), il loro piano forse si realizzerà…

The day after tomorrow

Hanno edificato strutture di osso in armonia col mondo, i loro canti risuonano nell’aria, noi li stiamo a sentire e, nonostante non vi sia alcun filo conduttore, abbiamo perso la volontà di dedicarci ad altro. Ascoltiamo l’ambizioso progetto superiore senza farci domande, senza sentire il bisogno di porre domande. Distrarsi non ha senso.

Oggi

Ci hanno soggiogati.

Maurizio Narciso

Linda Perhacs – Parallelograms

Data di Uscita: 15/08/1970

Le gocce di pioggia cadono lente sul fogliame, altre esplodono nell’aria in spruzzi di colore. Ti immagino riflesso in una di queste gocce e il tuo volto – ora blu, ora verde – sorridere dal loro interno. Chiudo gli occhi, li riapro e mi ritrovo io a sorridere. (altro…)

The Caretaker – An Empty Bliss Beyond This World

Data di Uscita: 15/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’ultimo party sulla luna
di Gianfranco Costantiello

Il pianista pigiava i tasti bianchi e neri, serafico tra attimi di silenzio e scricchiolii sotto la luce lattiginosa, la sigaretta sospesa sotto i baffi sottili e i capelli gelatinati spazzolati all’indietro. In abito argenteo si cullava sul sedile in pelle, mentre le scarpe lucide scomparivano scivolando sui pedali d’ottone svigorito. La musica incideva sul suo volto smorfie e sorrisi e ammiccamenti rapidi agli invitati che ballavano stretti stretti nella pista.
Cappelli a cilindro, guanti e orecchini d’opale e abiti con coda, frac, mantelli e tabarri di raso si sfrusciavano concitati nell’aria che sapeva ancora d’estate, quando dall’oscurità si levò il suono di una tromba. Sotto il lucore alogeno apparve il volto carbone del trombettista che faceva ingresso in scena inchinandosi agli applausi scrosciati al vibrato lontano e metallico. Chiudeva gli occhi, si gonfiava e pencolava sui tacchi in una danza blanda e languida, mentre le sue dita scorrevano elastiche sui tasti luccicanti.
Sorseggiavo del whiskey al bar e miravo il nugolo di gambe, percepivo i fruscii delle buone stoffe, gustavo i profumi sofisticati e di traspirazione corporea levigati in un movimento compatto e naturale, senza ancoraggi, in balia di una marea impalpabile.
Tutto si muoveva all’unisono.
Tranne me.
E lei.
Boccoli d’oro raccolti, figura slanciata su tacchi appuntiti e immacolata nell’abito rosso cremisi venne a sedersi proprio a due sgabelli dal mio. Da principio il suo sguardo fu assorto nello specchio, oltre le bottiglie di alcolici, mentre con una mano ravviava il lungo ricciolo di capelli sfilatosi sul volto. Poi con voce flebile ordinò un cognac e lasciò cadere un breve sguardo e un sorriso furtivo che rovesciarono il mio animo: sentii il sangue fluire rapido nelle vene, sprizzare in ogni angolo del corpo, affondare un colpo decisivo nella testa. Una pressione mi spingeva verso l’alto, quasi a perdere contatto con il suolo, con la realtà.
Un doppio cognac dissi placido al barman calibrando la mia voce. Sollevai il bicchiere verso la giovane sconosciuta, lei fece altrettanto fissandomi distante con gli occhi azzurri che irradiavano di bellezza tutti i pori della mia pelle. Bevemmo.
Il pianista catturò gli sguardi febbricitanti dei danzanti e anche i nostri alzandosi in piedi. La sua sagoma argentata brillava e abbagliava l’orda ansimante che rideva alle sue battute e lui ringraziava ringraziava e tirava una boccata di fumo e parlava ancora. Poi tranciò l’aria tendendo la sua mano in direzione del trombettista e disse Mr. Armstrong tra i fischi d’approvazione e l’agitarsi delle mani e l’omone nero imbalsamato in un gessato grigio sorrise timido e cortese alla folla acclamante dicendo grazie con voce arrochita.
Ma all’improvviso gocce d’acqua gelate investirono la mia fronte, poi una mano e i cappelli perdio, si fecero più insistenti fino a cadere scandite da un metronomo invisibile. La folla festante si dileguò in un fragoroso tramestio sotto gli ombrelloni già affollati da quelli che erano rimasti seduti a bere e a parlare d’affari e a fumare lunghi sigari importati dalla Terra. Il pianista spense la sigaretta e coprì con un enorme telo rosso il pianoforte, mentre il signor Armstrong chiuse nell’astuccio la sua dorata bambina, non prima di averla lucidata incurante e sorridente con un panno di lana.
Sgattaiolai oltre la siepe dove sporgevano i rami curvi di un imponente albero d’argento. Avevo percorso rapidamente il breve sentiero con la donna sconosciuta, senza che me ne accorgessi prima di ritrovarci appaiati ai piedi dell’albero con il naso all’insù: le nostre mani si erano sfiorate nell’oscurità, i calori dei nostri corpi fusi nella trepidazione alla ricerca di un riparo. Guardava dritto davanti a sé con il capo leggermente reclinato all’indietro e la schiena inarcata contro il tronco, così innocente e ingenua nel suo profilo candido e felino, e mi franava dentro in pensieri amorosi. Furono intensi attimi dilatati come la progressiva espansione di una gigantesca bolla di sapone soffiata da un refolo distante e sibillino.
Presto però la pioggia cessò di cadere e la donna si mosse, mentre io rimasi pietrificato tra le grinfie dell’austero albero. Avrei voluto afferrarla per un braccio, dirle aspetta, e imprimere le mie labbra contro le sue, invece ogni suo passo fu una silente e fredda stilettata al mio cuore. Affondava i tacchi sul selciato sospinta armoniosamente dalla musica che era ricominciata a suonare. Ipnotica, una tromba s’era librata, come un battito d’ali di farfalla, nell’aria rappresa e imperlata, riaccendendo la calca giuliva.
Sentii il mio cuore decelerare e il battito ristabilirsi, scuotere una molla interiore rimasta inceppata alla vista di quella femminea bellezza che non aveva nome.
Vagai tra zaffate di vestiti roridi e pungente odore di balsamo, ma non la trovai. Era scomparsa. Dissoltasi nella notte.
Sentii la fronte raggelarsi, le tempie pulsare dalla delusione e gli occhi inumidirsi di rabbia. Avvilito ritornai al bar. Un cognac dissi con voce opaca al barman, senza sedermi, cercando di nascondere i cocci del mio cuore infranto. L’uomo mi attraversò con un patetico sorriso di complicità maschile, una posa di falsa consolazione, e io ricambiai amaro, distolsi lo sguardo e disperato ingollai il bicchiere.
La Terra lontana mi pareva avvolta da un’aurea cristallina e prodigiosa e un sentimento di nostalgia inondò il mio corpo inerte. Rimasi impalato a mirare quell’affascinante palla cianotica mentre una forza oscura cresceva nel mio animo e mi diceva di andare. Andare via. Forse era finito l’agognato sogno lunare, forse, dopo anni di dolce vita, era davvero giunto il momento di tornare a casa.

Nuvole isolate e tremule al vento si sfioccano, mentre conquisto le stelle da un’altra angolazione e, lasciandomi alle spalle i respiri e i silenzi della mia casa, ammiro il plenilunio d’alabastro infrangersi contro le persiane, una vuota felicità oltre questo mondo.

Shearwater – Rook

Data di Uscita: 03/06/2008

Salimmo, per ore, salimmo, per giorni, finchè non ebbi più sudore, nè saliva. Nell’eterno, indefinibile momento che ci avvolgeva, un ingolfato mezzogiorno di nebbia opprimente e immobile, le uniche sensazioni che potessi definire nette erano il sapore salino e metallico che saliva dalla trachea – una bronchite imminente che probabilmente sarebbe stata la mia fine – e un formicolio insistente alla gamba sinistra. (altro…)

Stateless – Matilda

D.d.U. 07/02/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo ricordo come se fosse ieri. Reggevi in mano un ombrello di seta bianco, una camelia nera tra i ricci.

Vestita di timore malriposto, guardavi il muretto alla mia sinistra, mordicchiandoti il labbro inferiore.

Ti sono corso incontro, innamorandomi di nuovo.

I still got miles to go before I sleep
Still got miles to go before all is revealed

Filippo Righetto

Soviet Soviet – Summer, Jesus

D.d.U. 07/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ucciderò i sogni, figli ciechi di una speranza famelica e stupratrice. Li ucciderò in questa stanza, chiuderò gli occhi e svaniranno, come colpiti alle viscere: anche se sono l’ultimo appiglio, l’ultima àncora di salvezza, non servono a molto oramai.
Il cuore batte, martella, imperterrito e impertinente. Lo senti anche tu?
Cuore di tenebra, dov’è il tuo coraggio nero, quello che non guarda in faccia nulla, quello che se ne fotte? L’estate non è per te. L’estate è per chi può sorridere.
Echi, voci, battiti e quel campanile che si sdoppia, si triplica col suo orologio e i minuti che scorrono via, valanghe sui fianchi di questa vita che non conta.
Sopravvivere fa troppo comodo. Come sorridere al cielo d’estate.

Annachiara Casimo

TTowerS – How they came and took my innocence away

Data di Uscita: 14/06/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Dieci
di Annachiara Casimo

Vennero a prendersi la sua innocenza che ancora non aveva dischiuso gli occhi alla luce del sole. Ebbe appena il tempo di strabuzzarli intorpiditi e di imprimere nella memoria quella fila di candele, le fiammelle tremule, i volti emaciati e poi quel soffitto. Nient’altro che quel soffitto per i lunghi giorni a venire. C’erano solo loro due, un orfano prematuro e quella distesa bianca a qualche metro dal suo naso, come un coperchio troppo pesante da sollevare, come un telo troppo poco trasparente per permettergli di guardare le stelle.
O magari si sbagliava, anzi: sicuramente si sbagliava. Quella stanza, così apparentemente vuota, era puntellata di spettri e paure ataviche risvegliatesi per l’occasione per tener compagnia ad una così immobile solitudine.
Non abbandonava mai il letto, landa incontaminata fatta di lenzuola ed incubi.
Solo l’alba era riuscita a smuoverlo con una danza d’ombre, un incanto segreto e irrivelabile: i raggi di quel sole quotidianamente neonato, per una congiunzione astrale, impalpabili filtravano proprio in quell’angolino di finestra coperto dai ricami d’una ragnatela e proiettavano sul muro di fronte il più bel quadro che avesse visto. Era l’unico momento della giornata in cui, incerto sulle gambe ormai deboli, si tirava su e s’affacciava a rimirare il più bel paesaggio che un essere umano potesse immaginare: riempirsi lo sguardo di quell’oro che luccicava riflesso sui campi di frumento inconsapevolmente gli colmava il cuore della Bellezza che non riusciva a trovare altrove.

Poi, d’improvviso, una mattina la ragnatela, quell’opera mirabile di cucito, non c’era più e, con lei, erano svanite le pennellate di luce fatata sulla parete, spazzate via dal temporale notturno. Gli parve l’ennesima assenza traumatica, quasi non riuscisse più a tollerare la benché minima perdita.
Si premette i palmi delle mani sulla faccia: non poteva ammirare la parete dipinta dalla luce? bene, allora non avrebbe guardato più nulla – si disse.
Ma gli occhi incauti captarono egualmente dei movimenti luminosi al di là delle dita, le dischiuse e, attraverso la fessura che si creò fra gli anulari e i medi, guardò nuovamente la parete che fino a qualche secondo prima era lì, più immobile che mai: ora una nuova ombra mai vista prima, dondolante e ritmica, se n’era totalmente impossessata. Rimase un po’ così ad ammirare ipnotizzato quella proiezione lenta come di fotogrammi muti e poco a fuoco.
Si scostò, si mosse verso la finestra: una schiena vestita di verde e due trecce su un’altalena canticchiavano a mezza voce un motivetto di benvenuto al nuovo giorno.

Sorrise. E per la prima volta gli sembrò d’aver sfiorato le rive d’un’isola felice.
Sorrise. E per la prima volta sentì che il ticchettio su quell’orologio, eredità paterna gelosamente custodita, scandiva: vi – ve – re.

Zeus! – Zeus!

D.d.U. 18/07/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

La stanza era perfetta stasi, non un fruscio, non un movimento. Buio.
La mosca era l’incarnazione perfetta dell’immobilità: immota sulla torta, aveva persino smesso di strofinarsi le zampette filiformi, mimetizzandosi col brunito della cioccolata.
Buio.
Stasi.
Silenzio.

Finché…
…scrash! Il crepitio d’un fulmine. E luce fu.
Battito d’ali confuso e convulso, bzzzbzzzbzzz, corrrrerecorrerecorrere verso la via di fuga più vicina, fagocitare centimetri su centimetri in nanosecondi, via via via, sempre più veloce, sempre più affannata e affannosa, sempre più spasmodica, frenetica, isterica, violenta, agitata, turbinosa, nevrotica, ossess…tak!

L’urto col vetro freddo della finestra fu fatale, ad accoglierla un pavimento altrettanto gelido.

Annachiara Casimo