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Matana Roberts – Coin Coin Chapter One: Gens de couleur libres

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio nome significa figlia della Luna.
Non è il nome che mi diede mia madre al momento della mia nascita.. quello che conta veramente nel mio paese è come ti chiameranno una volta emersa dalla foresta.
Non mi sono mai piaciuti gli alberi, sono creature che prendono in giro gli uomini e il destino. Ai miei fratelli piaceva giocare a chi si arrampicava più veloce, ma una volta raggiunta la cima non c’era nessun premio ad attenderli.. mi sembrava stupido.
A volte qualcuno cadeva e si faceva male, mio padre li picchiava con il bastone: “una bocca senza braccia da sfamare!” diceva.
Qualcuno si salvava tra i loro rami dalla leonessa o dal giaguaro, per morire qualche giorno dopo per il morso del serpente o per l’acqua cattiva.
Gli alberi sono una mano sugli occhi di Dio” diceva mia madre, “Lui non può proteggere quello che non vede”.
Quando il mio corpo è fiorito avevo nove anni, ma riuscii a nasconderlo per altri due. Non volevo entrare nella foresta.
Entri bambino, esci uomo”.
Quella mattina indossai il vestito bianco che mia madre aveva iniziato a tessere sin dalla mia nascita, mi addentrai nella foresta accompagnata da mio padre, così come gli altri bambini.
Tre giorni abbandonati tra le braccia della Natura, a cibarci di essa, a vivere di essa.
Una volta usciti, avremmo visto attraverso gli occhi di un adulto.
Mio padre mi accompagnò, fino ai margini.. ma non mi salutò come fecero gli altri genitori. Invece, tenendomi per mano, continuò a camminare, a camminare, a camminare, fin dove la vegetazione era così fitta che ogni passo costava tagli e sangue. All’inizio lo seguii con fiducia.. dopo mezz’ora cominciai a capire, e mi dovette trascinare mentre io urlavo e piangevo.
Arrivammo alla capanna, un povero tetto di una dozzina di tronchi.
Mi violentò per ore, fino a quando non dovette nemmeno più picchiarmi per farmi stare zitta.
Quello che Dio non vede”, ripeteva, “Dio non sa..”.
Io pensavo che Dio misero potesse essere, se bastavano pochi centimetri di legno a renderlo cieco..
Giacei lì distesa ben oltre i tre giorni di rito.. e quando tornai, sporca, nuda, mezza morta, guardavo la realtà con gli occhi di una creatura senza nome.
Passata qualche settimana il mio addome cominciò a gonfiarsi.
Sapevo che non avrei potuto parlare, con nessuno, mi aspettava una punizione e non una cura.. sapevo anche che avrei dovuto farmi male, tanto male, per guarire.
Entrai nella foresta.. ricordandomi gli avvertimenti di mia madre su quali radici raccogliere e quali animali toccare.
Feci tutto l’opposto.
Mi nutrii del legno velenoso che cresce sotto la terra, delle rane colorate con la morte disegnata sulla schiena. I contorni di quello che mi circondava si fecero sfumati, l’aria cominciò ad avere un sapore amaro a contatto con la mia lingua, ero circondata da una cacofonia di suoni e lamenti mentre la Natura urlava il suo sdegno. Ma non era sufficiente, sentivo ancora la vita dentro di me, allora mi scagliai contro gli alberi, mi ferii.
Non bastava.. cercai un bastone sottile e un sasso piatto e rotondo.
Quando mi distesi, anche Dio aggiunse la sua voce adirata al tumulto incomprensibile, graffiante, che sovrastava ogni cosa che mi circondava. Mostrai i denti, sputai la mia umanità avvelenata, e spinsi, spinsi, finchè il rumore diventò insostenibile e i miei timpani si lacerarono.
Mi svegliai qualche ora dopo.. c’era silenzio, ma solo perchè tutto quello intorno a me, sopra di me, e dentro di me, era morto.
Quando ritornai ai villaggio, gli uomini nei campi lasciarono cadere i loro attrezzi, le donne terrorizzate raccolsero a sé i loro vestiti, i vecchi intrecciavano le dita a formare arcaici segni di protezione.
Eulalie! Eulalie! Kersalia! Eulalie!”, urlavano.
Li guardavo, senza provare nulla.
Li guardavo, attraverso gli occhi della Luna.

Filippo Righetto

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