monthlymusic.it

Moby – Destroyed

Data di Uscita: 16/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ed è stato come uno di quei film che durano soltanto l’arco di una notte e invece sembrano ricoprire una vita intera. Vestire i panni di una triste camminata, di un sorriso leggero, di un amore profondo.
E ci siamo incrociati poco dopo le 2, il tuo incedere così affascinante m’ha spinta a seguirti, schivando solitudini urbane intente nel loro daffare, la tua scia emetteva bagliori intermittenti. Come la tua musica.
È così che mi innamorai di te Moby, ancora una volta. Forse ero destroyed anch’io, anzi, lo ero sicuramente.
Potevamo trovarci nel cuore di New York come nelle campagne più anonime della mia terra, il centro Italia, non faceva alcuna differenza. Ti sei fermato di scatto, ho inciampato sui tuoi passi, “è uno stato d’animo, i riferimenti spazio-temporali si annullano e perdono di senso” – mi hai detto. Mi sono tornati alla mente quei discorsi sul binomio passato/futuro con cui tanti si riempiono la bocca in mancanza di sostanza effettiva, quell’altro binomio Terra/Spazio che rende tanto tangibile la prima quanto evanescente il secondo, quelle frasi fatte sul guardare avanti. Mi è sembrato un no-sense generale questo voler distinguere ed ergere barriere invalicabili, certe circostanze trascendono dalle definizioni, al pari della tua musica.
The broken places cosparse di caligine i lampioni e irradiò melodie ambient in bilico tra Autechre e il primo Aphex Twin, ci trovavamo su una strada quasi buia e deserta, ma forse la nostra dimensione era proiettata in un viaggio interstellare, la batteria – le chitarre – le tastiere attaccarono all’unisono – Be the one, una voce elettrica ricordava in modo ossessivo “I was the one when you needed love”.
Siamo partiti, direzione Sevastopol, o qualsiasi altro posto distante da qui, una cavalcata elettronica che saliva e correva via al galoppo, per poi confluire in un amalgama di atmosfere placide e sostenute. Tu sei fuggito avanti più veloce di me, non riuscivo ad afferrarti, ma mi è bastato chiudere gli occhi e ti ho sentito stringermi in un abbraccio. Dietro di te c’era una donna, cantava con la voce dell’anima, disperata e teatrale.
“Now that you’re gone, the sun will be no more.”
(Ti riconosco, ti conosco da sempre. Destroyed riporta al presente Play e 18, e non solo.)
Stringerti era come stringere la notte e lasciarsi trasportare in un ballo sinuoso senza tempo, sul pianoforte di Victoria Lucas, (morbida come lo erano Extreme ways o Why does my heart feel so bad?), una dolcezza che rimase intatta nonostante l’incedere incalzante della sessione ritmica. Era come se mi stessi sussurrando all’orecchio qualcosa di infinito. E finimmo sullo spazio – After. Blue moon. Ritmi ballabili, voci campionate, sentimenti dichiarati.
“I promise you will never be alone”
È terminato in toni epici il nostro vagabondare congiunto, fermi sul tetto di un edificio in malora a vedere sorgere l’alba. Stella maris mi ha messo i brividi, ti guardavo, una voce in lontananza si insinuava in una dolce melodia d’archi, eterea, i tuoi occhi scrutavano oltre – chissà cosa vedevano, se vedevano. Finché il pianoforte entrò di soppiatto, si sovrappose agli archi, e prese corpo una marcia in climax con la batteria che scandiva passo dopo passo. The violent bear it away. Siamo tornati nelle nostre rispettive solitudini distrutte, te ne sei andato senza nemmeno dire una parola lasciandomi a guardare la città dal basso.
Sotto di me i tuoi passi, e la vita che si risvegliava.
Lacrimae.

Federica Giaccani

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.