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Urge Overkill – Rock&Roll Submarine

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

27 Ottobre 1995

Ora i maligni saranno smentiti. Chi pensava che gli Urge Overkill si stessero indebitamente godendo un sogno non loro spenga la voce e accenda lo stereo. ‘Exit The Dragon’, titolo che va a parodiare l’ultimo film del mito Bruce Lee, è un’accattivante parabola sulle asprezze della vita on the road, fra successi al lumicino ed un corredo dorato di impagabili spacconate. Con compagni di strada del calibro dei Nirvana non erano in fondo inevitabili gli eccessi e la loro cronaca? Freni la lingua chi già si pregusta una collezione di cliché risaputi destinati alla caricatura più o meno involontaria: è un disco che sanguina, che affascina e lenisce, questo. Tante idee vincenti tutte assieme National ‘Nash’ Kato e Eddie ‘King’ Roeser non le avevano affastellate nemmeno nella spumeggiante prima parte di ‘Saturation’, che già era una forza. Adesso però, come gli pneumatici Pirelli ed il figlio del vento Carl Lewis, i ragazzacci di Chicago ostentano il controllo oltre alla potenza, ed è quasi automatico che questo loro quinto LP si presenti come una delle migliori uscite del mese. A colpire nel segno sono la fluidità d’insieme, prossima al miracoloso, ma soprattutto una produzione finalmente all’altezza, vulnus sempre aperto in passato nonostante l’avvicendarsi alla console di autentici santoni quali Steve Albini o Butch Vig. Con gli ingranaggi bene oliati, le barre del volume al loro posto ed il carisma mai troppo disinvolto, tutto gira a meraviglia. Perfino il drumming pirotecnico di Blackie Onassis tradisce un’impensabile ponderazione. Hook strepitosi, melodie un tanto al chilo, strappi e rasette, sound vizioso e robusto, chitarre fuzzate, smussate al velluto, staffilate acide e adrenalinico garage revival circa 1974. Tutto insieme in offerta speciale, un bel porcello blues, saporito e grondante in salsa power-pop, di cui ti papperesti anche le ossa. Fantastico. Anni e anni di arrembante sudicio romanticismo iniziano a dare i loro frutti, se anche le patologiche ingenuità del marchio Urge Overkill su ‘Exit The Dragon’ offrono risvolti tanto piacevoli, se anche una canzone che si intitola ‘The Mistake’ suona come quanto di meno sbagliato tu riesca a immaginare. Spazio agli specchietti della sfera frangiluce per noi allodole in cerca di carezze soul: pelle d’oca sul duetto del ‘Digital Black Epilogue’, notturno ed infettivo, da lasciare andare e andare ancora, ad libitum. I maligni se ne facciano una ragione: emancipatisi giusto in tempo dal giogo degli ultimi spettri grunge, gli Urge Overkill hanno il domani già prostrato ai loro piedi. Il boom di quella cover di Neil Diamond, la bomba di Pulp Fiction scoppiata solo pochi mesi fa, trovano ora tutte le necessarie conferme. Ci aveva visto giusto Tarantino, ma loro non saranno ricordati solo per quella dannata canzone. No davvero.

27 Maggio 2011

OK, basta scherzi. Pulp Fiction non è uscito “pochi mesi fa”, che diamine! Ha quasi vent’anni, lo sa anche il più tonto dei quattordicenni che lo hanno appena pescato in qualità scadente da un arido torrent. Molto semplicemente, sono le parole che avrei speso per un album dimenticato di una band dimenticata da tanto tempo e che oggi assumono i contorni, a voler esser buoni, di un beffardo oracolo patacca. Oggi che la band in questione è riapparsa dal buco nero in cui pareva essersi schiantata, ben sedici anni di abisso durante i quali la cometa Hale-Bopp ha avuto modo di passare a trovarci e ha già fissato la data per il prossimo rendez-vous. Noi non ci saremo. Gli Urge Overkill nemmeno, e forse non è neanche un male. Tanto è prevedibile che anche tra duemilatrecento e rotti anni, Kato e Roeser non si saranno discostati dal rock anabolizzato e sotto Viagra di questo ‘Rock’n’roll Submarine’, opera in fondo onesta e perfino commovente nella propria inclinazione autoconservativa. Il margine di errore stavolta è infinitesimo, stiano tranquilli i detrattori (se nel frattempo non si fossero estinti del tutto, sai mai). Annullate dal lungo iato, le promesse evolutive del gruppo che cantava ‘Sister Havana’ e ‘Positive Bleeding’ si sono arrestate alla soglia di quella poco apprezzata pagina del loro passato. Per questo travagliato ritorno in pista, ormai del tutto incapaci di guardare avanti con un minimo profitto, gli eterni capelloni hanno scelto di mascherare sotto strati e strati di cerone la loro bolsa ma appassionata idea di rock. Ne è uscito un album positivamente reazionario e a suo modo dignitoso, il solo che potessero scrivere senza rischiare di coprirsi di ridicolo. Un’opzione che riporta senza appelli a dischi come ‘Americruiser’ o ‘Jesus Urge Superstar’, gli stessi che in contemporanea ai primi fuochi di Seattle ancora puzzavano terribilmente di anni ’80, e che ora viene preferita alla ben più comoda raccolta differenziata del quasi mainstream di ‘Saturation’. Coraggiosi nel rinunciare alle lusinghe dell’altissima fedeltà, accantonata per far posto a registrazioni sgalfie, spartane, alle chitarre che sovrastano ogni cosa. Stoici nel rituffarsi in una proposta sonora scavalcata da tutto e tutti già sulla linea di partenza, in anticipo sui tempi solo per eventuali ed improbabili riscoperte postume. I radar del sottomarino di ‘Mason/Dixon’ evocano un mondo sommerso, un’era musicale caduta (più o meno giustamente) nel dimenticatoio che gli Urge Overkill mirano a riesumare, con la sola compagnia dell’affetto di qualche fan irriducibile. Con smalto ritrovato e buona polpa nei passaggi (‘Thought Balloon’, ’She’s My Ride’, ‘Effigy’, ‘End of Story’) in cui le polverose suggestioni prevalgono; col fiato corto e l’aria viziata di un revival legnoso quando a spuntarla è invece la stanchezza. Sempre abili a prolungare l’illusione che il tempo si sia fermato nel 1995 e nondimeno incapaci di disfarsi dell’ombra gravosa di un simile anacronismo. Una grande impresa, ad ogni modo, anche se vinta una battaglia la guerra non potranno che perderla. Per quanto bravi siano a scappare, il fantasma di Uma Thurman che balla in camera da letto sarà sempre con loro.

Stefano Ferreri

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