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Damon & Naomi – False Beats and True Hearts

Data di Uscita: 09/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Walking backwards
di Gianfranco Costantiello

Quest’alone è il mio respiro, ferita segreta custodita nel mio petto adesso sanguina incolore sul finestrino del treno regionale. Ci strofino su la manica del cappotto sporgendomi astronauta dall’oblò che piange e guardo il mondo sciogliersi. Puzzo di benzina e di sterco d’animale dal sedile in pelle che sussulta sui binari ghermiti da artigli rotanti, sbuffi e fischi isterici del millepiedi intirizzito di nebbia tra le dune del freddo deserto. Ammazzo l’ennesimo inverno con l’alito caldo al sapore di vino e dentifricio marcio che sputo appena le porte si spalancano e l’aria vischiosa m’inghiotte e l’odore di ferro e l’odore di casa anche. Il neon dell’insegna del vecchio bar frigge, si spegne e s’accende sulla mano di Carla tesa verso il nugolo di gambe veloci, torma di manichini ondeggianti che trascinano trolley stridenti al clangore degli altoparlanti e lo sbracciarsi alieno del capostazione.
Il volto livido dal freddo e plasmato dalla strada nasconde la bellezza di quand’era al liceo e tutti le facevano la corte, la bella Carla, l’impossibile Carla per noi, segaioli figli della tivù. Panni laceri aspetto sciatto, ma gli occhi marroni ancora vispi anche se velati da un’impalpabile malinconia – Carla sbilanciata sul vuoto, precipizio. Carla detta Naomi per il suo magnetico lato b che ricordava quello della sculettante e polposa top model inglese, la venere nera Campbell. “Tornito dal Canova” bisbigliavamo eccitati e segregati nelle nostre fantasie scolastiche sulle tazze dei bagni impregnate di odor di sperma.
Vestiti succinti, tacchi a spillo e smalto fosforescente svestirono la sua adolescenza; bazzicava su e giù per la banchina e abbordava forestieri e strani ceffi addobbati di collane e braccialetti d’oro, peluria indomita, sigarette appese alle bocche e fiaschette argentee nelle notti insonni e movimentate alla stazione. Sghignazzante trascinava le sue vittime nei vagoni scassati parcheggiati sul retro dell’officina. A cavalcioni compiva il suo martirio, mentre leggende e dicerie come un fiume in piena investivano la città, spezzava la noia scrollandoci il torpore dei primi spinelli e sbronze sognanti al parco.
Mi agguanta la mano e mi tira a sé con forza, sorride e allunga il muso sulla mia guancia sussurrando “ben tornato a casa”, anche se non sono sicuro che mi abbia riconosciuto. Mi siedo accanto. Accendo una sigaretta e gliela faccio scivolare fra le labbra dischiuse, ne accendo una anche per me. Le lunghe dita della sua mano s’allungano e fanno scivolare tra le mie gambe la fiaschetta di whiskey e mi punta addosso il suo alito fetido e gli occhi dall’iride paglierino che ci vedo la sua anima spenta, fanghiglia sul fondo di un ruscello. Ma si ravviva un po’palpando sulla patta dei miei pantaloni, gonfiandola in una lenta apparizione divina attesa per tutto il solitario mattino. Inspira ed espira con veemenza una boccata di fumo poggiando la testa contro il muro e riversa la sua attenzione al lucore intermittente dell’insegna del bar, sembra felice.
La sottile linea rosea di carne delle sue labbra è immutata, impure labbra che hanno varcato le mie, innocenti e illibate. Vorrei sollevarle la lunga gonna per nutrirmi delle sue gambe, il suo culo: voglio rivedere la Naomi che amai quella notte di fine aprile, miraggio che m’assale. Bagnarmi di lei ancora una volta, ma so bene che il tempo l’ha trasformata e la vita stronza castigata. Come sono lontani quei tempi in cui morivamo per lei.
I viaggiatori si dileguano lasciandoci al silenzio e al crepitio delle nostre sigarette che bruciano. “Addio, andrò ad Helsinki ! ” proferisco velocemente a testa bassa destandomi dall’eccitante abbiocco in cui sono precipitato; in piedi, la mano al cielo in segno di saluto, indietreggio in una marcia felpata. Lei resta immobile con la solita espressione di impotenza contro ogni parola e movimento che la vita le riserva, una sagoma accasciata contro il muro del bar inghiottita dalle colonne di cemento e nebbia. Scendo le scale del sottopassaggio – pavimento luccicante, telesorveglianza e aggiornamento orari prossimi treni conducono alla strada.
Un raggio di sole affetta la coltre di nebbia che ha svegliato la città e si posa sul mio volto e sembra dire ben tornato a casa e come stai e ti stavamo aspettando e io non so che dire rimango fermo abbagliato e fiacco penso mi siete mancati. I miei passi ovattati risuonano nel mattino fioco e rimbalzano tra le strade vuote, ed ecco in fondo ad una di queste apparire la mia casa – coperta d’edera e di piccole gocce d’acqua sospese a mezz’aria, mentre uno omino vestito di verde, da capo a piede, sguscia accarezzando con la sua scopa il ciglio della strada e canticchia versi di una canzone malinconica della giovinezza andata.

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