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Archive for maggio, 2011

Giulia y Los Tellarini – L’Arrabbiata (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 15/05/ 2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando immaginavo le coste andaluse non le avrei mai pensate fredde, eppure l’inverno arriva anche qui e il sole spira veloce nel meriggio di Dicembre. Ma il giallo caldo artificiale del nostro piccolo appartamento ospitale taglia di netto fuori i fulmini, il vento e l’umidità ricca di sali sublimati dal mare mosso. Resistiamo accoccolati l’uno all’altra, come gatti pigri sul motore borbottante di un vecchio macinino. No, non è un motore, è il caffè che bolle nella moka e inebria l’aria di un denso aroma. Ricordi quando ci conoscemmo? Tu in Erasmus ed io fuori corso. Eccitata dai nostri costumi mi chiedevi del caffè sospeso, della banca del mutuo soccorso, dei pomodorini pachino. Io, disilluso dalla favola socievole ben raccontata all’estero ti spiegavo costumi e cortesie di un ambiente solo apparentemente ospitale. Mi guardavi come fossi il cinico professore che disillude l’alunno astigmatico che sogna la carriera di pilota, come una bimba che vuole ancora credere in babbo natale, come quando con parole non mie ti dissi che un amore a distanza è impraticabile e doloroso.
Finì il tuo periodo di permanenza, finirono i miei esami. Dovevi partire, dovevo lasciarti. Lo feci da uomo, o da stronzo come m’additasti. Settimane di contrizione ed un campanello che suona poco dopo in Antequera. Aldilà dell’uscio c’ero io, aldilà dell’uscio c’eri tu. Due metà che si guardano allo specchio. Di cosa vivremo spiantati come siamo? D’amore e illusioni, mi rispondesti sicura. Ed il cinico professore volle sentire la teoria della bambina su come Babbo Natale consegna a tutti i bambini buoni quello che chiedono. Da astigmatico  gli aerei non posso guidarli, ma un amore internazionale e le competenze da cameriere acquisite negli anni del non studio m’hanno permesso facilmente di diventare stuart. Tu non fosti da meno, mediatrice culturale per altri innamorati che giungevano sulle sponde iberiche per una metà o per il pane. Abbiamo resistito al freddo altero delle disillusioni, c’è andata bene, ora non c’è altro da fare se non attendere l’arrivo dell’estate accoccolati l’uno all’altra immersi nell’aroma del caffè.

Alfonso Errico

Kaki King – Junior

D.d.U. 13/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

“E’ la prima volta che parlo di me per quel che sono:
meravigliosamente imperfetta donna.
Ogni cosa ha una fine, anche la tristezza.”

Lasciò solo un breve scritto prima di impiccarsi.
Di lei ricordo chiaramente quell’alone di dubbio che si portava dietro.
Avrei voluto avere la possibilità di chiederle di più, di capire chi era.

Lo sguardo glaciale, la scura seta che le copriva il volto.
Un principio di incoerenza, quella voglia più chiara che le scendeva giù per un lato.
Scelsi di avvicinarla per la sua sottile ironia.
Ma lei non aveva alcuna intenzione di camminare con me.

Giulia Delli Santi

The Antlers – Burst Apart

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nemmeno il tempo di asciugarmi una lacrima che già mi lanciavo con il cappotto in mano calpestando il pavé  con il vento gelido a scolpirmi la pelle del viso nella voracità serale della città. Uscivo dal cinema, un piccolo cinema, due sale, che dalla strada non lo vedi neanche per sbaglio. Stavo sempre camminando a tutta velocità, con il cappotto in mano. Sfrecciavano i tram al mio fianco, facevo fatica ad accorgermi a dove stavo mettendo i piedi, forse qualche goccia di pioggia, le luci dei lampioni sono già accese, stordiscono, il cielo non ha colore, forse qualche goccia di pioggia ancora.
Prendi una scena di un film dove non si senta parlare nessuno, uno scorcio di un quartiere di una cittadina francese, basta che sia di sera, all’ora di cena, un inverno appena accarezzato. La città avanza lenta e placida nel suo monotono rispetto di ruoli incatenanti, in ogni parte del mondo, va bene qualsiasi nazione, basta che non si parli di streghe.
Lascia scivolare sulla poltrona di quel cinema tutti i tuoi fastidi, curati di malinconie, sogni infranti, inquadrature lente come lenta dovrebbe scorrere tutta la vita, scivola nella scena del film, negli occhi di quella ragazzina o di una madre ritrovata, cadi nell’acqua dei fiumi gelidi in terre lontanissime da qui, lasciati trasportare dalla corrente della pellicola, dal nervosismo per quella pagina che non sei riuscito a terminare, mancavano solo poche parole, dissolvi il nervosismo di quella camminata troppo frettolosa, ci vorrebbe anche una pioggia lieve fuori, benvenuto in questo magico bosco inesistente.
Un’altra sequenza lenta ti mostra Jacqueline in un giardino bianco e nero come il suo vestito a fiori ,come le sue mani, come i miei pensieri, come il fumo della sigaretta che tieni tra due dita mentre sulle nostre teste, forse, qualche goccia di pioggia ancora. Proteggici, in un’altra sequenza passata, torbida, dissolviamoci, perché andiamo sempre in due direzioni separate, in questa foresta ovattata , questo siamo noi, solo due anime bulimiche che si nutrono di vento. Allontana le antiche paure, sorridi.

Filippo Redaelli

Wild Beasts – Smother (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 09/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Come mi sono procurato questo taglio sulla mano? Bordeaux come il vino rovesciato sul tappeto ieri notte, ancora aperto come le cicatrici avvinghiate attorno al cuore. Con la mano fasciata mi accarezzo il viso non rasato, cerco di riconoscere i miei occhi. Il lenzuolo è completamente rovesciato per terra sul parquet. In che dimensione mi trovavo? Era davvero quella, la mia casa di sempre? Le tue unghie nella mia schiena come i tagli sulle tele degli artisti. Raccolgo il posacenere dal divano, cambio la camicia, preparo una tazza di caffè. Cerco ancora di districarmi in mezzo a tutta questa nebbia e come il sole che all’improvviso penetra attraverso il tessuto delle tende s’illuminò la mia mente nell’attimo in cui trovai e mi misi a leggere una scritta lasciata su un foglio di giornale dalla tua calligrafia irregolare.
Una delle tue solite frasi barocche, parlavi di ali e nuove possibilità. Prolungai la lettura aggiungendo le parole  ‘Sorvoliamo insieme i tetti delle case di questo mondo stupido, ora che siamo forti abbastanza per poterlo fare’. Quale fosse la loro origine non lo sapevo proprio. Mi stupii di me stesso. Passai la mano sulle labbra e sul mento, erano parole tue, quelle che avresti potuto aggiungere. Ti conoscevo sul serio così bene? Forse mi avevi soltanto stregato l’anima durante questi mesi, come una vecchia maga incantatrice e anche un po’malvagia.

Passeggio, tra i primi alberi in fiore, per i viali della Ville Lumière. Cerco di ripercorrere gli stessi isolati di quando, in quella brasserie in rue de Saint – Louis, ti vidi per la prima volta. Non mi guardasti mai negli occhi, mai una volta.
Quale forza ci aveva trasformato? Saresti ancora capace di rinchiuderti nella tua stanza come fosse una fortezza invalicabile e sognare e sognare come se al mondo non importasse altro? Mi servirà quella foto di te rannicchiata intorno alle tue ginocchia, sul tuo letto, con la finestra aperta su un cielo sereno e centinaia di piume disegnate che volteggiano nell’ aria. Decido che per il resto della giornata proverò a non pensarci. Ritorno a casa con passo svelto, senza risposte, mi addormento in poltrona, se mi misi a sognare ora non me lo ricordo più. Al mio risveglio andai subito ad aprire le persiane del piccolo balcone affacciato sulla città. Il sole dell’alba invase il mio corpo e la casa. Una sensazione di leggerezza inattesa, ripensare alle tue parole insieme all’immagine del tuo primo viso innocente. Verrò subito a cercarti, pensai. Chiusi gli occhi. Avrei voluto rimanere così fermo per sempre.

Filippo Redaelli

Port Royal @ Circolo Magnolia, Milano (24/03/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

Sulla montagna sotto la stella Zobione doveva salire Clodette, indossando i vestiti della notte e del giorno, perché il peccato da lei commesso offendeva il popolo della Luna e del Sole.
Il mantello del monte era formato da colate di lava basaltica, la sua ossatura di trachite.

Vicino alla cima, sporgeva timido un torrione magmatico quasi impossibile da vedere, dato che sulla sua superficie erano cresciuti numerosi alberelli, come a coprire la deformità del gigante roccioso. Era infatti un’agglomerato minuscolo se paragonato all’intero rilievo, ciononostante il pinnacolo dell’altura era in qualche modo di forma convessa, secondo la leggenda erano gli occhi della montagna che puntavano verso il basso per la vergogna di quella insignificante malformazione.

Port Royal

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Matana Roberts – Coin Coin Chapter One: Gens de couleur libres

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mio nome significa figlia della Luna.
Non è il nome che mi diede mia madre al momento della mia nascita.. quello che conta veramente nel mio paese è come ti chiameranno una volta emersa dalla foresta.
Non mi sono mai piaciuti gli alberi, sono creature che prendono in giro gli uomini e il destino. Ai miei fratelli piaceva giocare a chi si arrampicava più veloce, ma una volta raggiunta la cima non c’era nessun premio ad attenderli.. mi sembrava stupido.
A volte qualcuno cadeva e si faceva male, mio padre li picchiava con il bastone: “una bocca senza braccia da sfamare!” diceva.
Qualcuno si salvava tra i loro rami dalla leonessa o dal giaguaro, per morire qualche giorno dopo per il morso del serpente o per l’acqua cattiva.
Gli alberi sono una mano sugli occhi di Dio” diceva mia madre, “Lui non può proteggere quello che non vede”.
Quando il mio corpo è fiorito avevo nove anni, ma riuscii a nasconderlo per altri due. Non volevo entrare nella foresta.
Entri bambino, esci uomo”.
Quella mattina indossai il vestito bianco che mia madre aveva iniziato a tessere sin dalla mia nascita, mi addentrai nella foresta accompagnata da mio padre, così come gli altri bambini.
Tre giorni abbandonati tra le braccia della Natura, a cibarci di essa, a vivere di essa.
Una volta usciti, avremmo visto attraverso gli occhi di un adulto.
Mio padre mi accompagnò, fino ai margini.. ma non mi salutò come fecero gli altri genitori. Invece, tenendomi per mano, continuò a camminare, a camminare, a camminare, fin dove la vegetazione era così fitta che ogni passo costava tagli e sangue. All’inizio lo seguii con fiducia.. dopo mezz’ora cominciai a capire, e mi dovette trascinare mentre io urlavo e piangevo.
Arrivammo alla capanna, un povero tetto di una dozzina di tronchi.
Mi violentò per ore, fino a quando non dovette nemmeno più picchiarmi per farmi stare zitta.
Quello che Dio non vede”, ripeteva, “Dio non sa..”.
Io pensavo che Dio misero potesse essere, se bastavano pochi centimetri di legno a renderlo cieco..
Giacei lì distesa ben oltre i tre giorni di rito.. e quando tornai, sporca, nuda, mezza morta, guardavo la realtà con gli occhi di una creatura senza nome.
Passata qualche settimana il mio addome cominciò a gonfiarsi.
Sapevo che non avrei potuto parlare, con nessuno, mi aspettava una punizione e non una cura.. sapevo anche che avrei dovuto farmi male, tanto male, per guarire.
Entrai nella foresta.. ricordandomi gli avvertimenti di mia madre su quali radici raccogliere e quali animali toccare.
Feci tutto l’opposto.
Mi nutrii del legno velenoso che cresce sotto la terra, delle rane colorate con la morte disegnata sulla schiena. I contorni di quello che mi circondava si fecero sfumati, l’aria cominciò ad avere un sapore amaro a contatto con la mia lingua, ero circondata da una cacofonia di suoni e lamenti mentre la Natura urlava il suo sdegno. Ma non era sufficiente, sentivo ancora la vita dentro di me, allora mi scagliai contro gli alberi, mi ferii.
Non bastava.. cercai un bastone sottile e un sasso piatto e rotondo.
Quando mi distesi, anche Dio aggiunse la sua voce adirata al tumulto incomprensibile, graffiante, che sovrastava ogni cosa che mi circondava. Mostrai i denti, sputai la mia umanità avvelenata, e spinsi, spinsi, finchè il rumore diventò insostenibile e i miei timpani si lacerarono.
Mi svegliai qualche ora dopo.. c’era silenzio, ma solo perchè tutto quello intorno a me, sopra di me, e dentro di me, era morto.
Quando ritornai ai villaggio, gli uomini nei campi lasciarono cadere i loro attrezzi, le donne terrorizzate raccolsero a sé i loro vestiti, i vecchi intrecciavano le dita a formare arcaici segni di protezione.
Eulalie! Eulalie! Kersalia! Eulalie!”, urlavano.
Li guardavo, senza provare nulla.
Li guardavo, attraverso gli occhi della Luna.

Filippo Righetto

Anders – In the Dark Hour

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

La venere al vento che ho scolpito nell’ulivo mi ha solo spaccato le mani o mi darà un po’ del tuo amore?
La mia mente è una notte oscura, dipende dalle lune, tu mi dici che sono insoddisfatto ma io ho fame.
Un coccodrillo si è arrampicato sulla mia porta ed io non ho più percezioni, sono ubriaco da anni, ero ubriaco prima di nascere, ero nelle menti  oscure nelle ore oscure: l’infinito precede tutto e viene dopo tutto, siamo intervalli nell’infinito.
C’era un film di Bud Spencer e Terence Hill e io ti amavo come una montagna, chi sarà il primo a salutare? Andremo al Zabriskie Point a rotolarci lontani, ma non esiste il domani, ascolto il delirio del deserto e le chitarre elettriche mi confondono il cervello, non voglio pensare al domani, non voglio pensare al domani.
Non sono pazzo, non sono affatto pazzo, sono solo ubriaco, di certo meno ubriaco di molti.
Il convivio senza fine mi ha catapultato in un cielo dedaleo e tutto si ripete e niente è mai lo stesso.
Ho sognato in poche settimane di essere il papa e di vedere Cristo, dici che sto impazzendo? Il pirata ritiene che sia fisiologico, io mi sento un piccolo e felice essere di questa terra, non mi importa della mia fama, del mio prestigio, della mia importanza, siamo tutti vani e meravigliosi, siamo tutti infiniti e indistruttibili, siamo terribili, siamo, siamo, viviamo, viviamo!
Potrei dissolvermi, potrei evaporare, ma sono qui, in cerca del centro di gravità, della mia orbita.
Rido, è un capo di carciofi, Thomas fa le foto agli infestanti ed io danzo sulle cime, pensi che sia un delirio? Può darsi. Cos’è davvero comprensibile? Il comprensibile è comprensibile? Non credo.
Ho scolpito una venere al vento per la mia venere di ghiaccio, ma sono nel regno di Dioniso ora e non riesco a finirla. La mia mano ha dei buchi, le mie mani sono indolenzite.
Le ossessioni sono nuvole nere. Le passioni sono nuvole enormi e bianche. La pace è il cielo azzurro.
Voglio il cielo azzurro.
Guardo gli esseri umani, mi sento lontano ma
Tat twam asi.
E non posso dire niente, voglio essere libero, voglio essere oltre, voglio non volere.
Ti ho trovata dietro un albero e ti inseguo, ti fai inseguire sorridendo, ti fai raggiungere e poi scappi.
Cambio mille forme, cambio mille posti, cambio mille menti, l’universo è tutto macchie e balzi, siamo tutti delle macchie e balzi.
Vaghiamo tra macchie e balzi: se tu guarirai ed io impazzirò ci sposeremo e la luna sarà nostra sorella.

Ama et fac quod vis.

Marco di Memmo

I Read Wilde – I Read Wilde

Data di Uscita: 27/05/2011

Le donne rappresentano il trionfo della materia sull’intelletto, gli uomini rappresentano il trionfo dell’intelletto sulla morale.

(cit. Oscar Wilde, Una donna senza importanza)

Mi gusto un tramonto che sa di aver ragione sulla mia pelle bianca colorandola al punto da farmi sembrare giallo come il sole che lo interpreta e con la caligine che m’intorpidisce i sensi focalizzo su di te dall’altra parte della strada, a quattro piani di distanza, passeggi fra la folla allontanandoti da casa. Inaspettatamente intercetti il mio sguardo e mi fulmini con un sorriso, saluto con l’espressione di chi è soddisfatto di quello che è stato e in testa grido che dovresti tornare qui. Non devo tradire le apparenze. C’è sempre un’ etichetta da rispettare in questi casi. È solo la prima volta che resti a dormire da me, dopo i canonici tre appuntamenti casti da ragazza garbata. Vogliamo fare le cose per bene insomma, senza fretta, senza libertinaggi sorprendenti. Non mi consegnerai la tua biancheria in pegno, non ti ripasserai il rossetto dopo servizietti fugaci nel ristorante cinese dietro casa, non fumeremo erba a letto e m’assicurerai fedeltà e correttezza, che culo. Non dovrei dirtelo, e infatti non lo faccio pensandolo tra me e me, ma a me di queste menate non frega molto. Mi piaci, mi piaci molto e tanto basta, il metodo di approccio è una velleità che non mi intriga, voglio te al di là di queste reticenze da gentiluomini. Quindi, dannazione, torna!
Non lo farai ed io dovrei smetterla di fissare l’angolo nella speranza di una svolta improvvisa, sudaticcio e sconsolato m’avvio verso la doccia, lascio cadere i residui di vestiti e speranze e scivolo nella doccia. Acqua fredda, ci vuole. Mentre focalizzo che probabilmente in questo tuo modus operandi si nasconde un lato di te che mi annoierà nei domani prossimi a venire suona il citofono, rispondo e mi pare strano, a quanto pare godi del dono dell’ubiquità, riesci ad essere sotto il portone di casa e nella mia testa contemporaneamente. Sorrido mentre penso che l’idea dell’erba a letto non è poi così accantonabile.

Ra Cailum – Infinite Value

Data di Uscita: 02/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Sant Louis – Missouri – un tempo ospitò gli attuali Atlanta Hawks, NBA, palazzetti ricolmi di urla e sudore.

Forest Park.

Avvistamenti ripetuti di immensi Crop Circles.

L’estate era una delle più bollenti mai riscontrate dai meteorologici, bandiere a stelle e strisce che non riescono a sventolare per mancanza di vento. Tutto tranquillo, la città respira a fatica e sembra addormentata in questo tepore quando una delle grandi attrazioni nazionali e mondiali, ma soprattutto nazionali, scuote l’ambiente. Immensi disegni geometrici di grandezza spropositata si manifestano creando scalpore, reazioni scomposte di ogni genere. Crisi mistiche, paure incontrollate, riflussi di vecchi presagi apocalittici e grandi risate di scherno. Prime riunioni intorno ai luoghi “prescelti”, semplice curiosità, telecamere, more morbosità more feticismo and more again. La massa di persone in avvicinamento trova i suoi spazi accanto al parco, gli autoctoni più scaltri fiutano l’affarone e si addentrano tra le roulette dei curiosi per vendere cibi a basso prezzo e ad alto contenuto energetico e di grassi altamente nocivi, beati hamburger con bacon e salse varie, sempre siano lodati. Tra questi nuovi “mercanti” il più curioso è un ragazzo che all’apparenza pare come tanti suoi coetanei; lo distingue però il suo tavolo richiudibile di legno e la quantità smodata di tastiere elettroniche e synth e altri aggeggi di ogni tipo compreso un portatile dal quale con tecnologie ai più sconosciuti proietta i titoli (?) delle sue composizioni. Si piazza nei primi cerchi sul terreno, apre il tavolo e ci posa sopra il materiale, collega i fili che spesso risultano contorti come i disegni ipnotici e inizia a far partire i suoi suoni. Propone il suo materiale in loop per ore e ore senza mai stancarsi passando da nenie rilassanti, quasi ambient, come “Asbel” e “Rooftops”, a ritmi convulsi e spasmodici quasi inascoltabili e senza filo conduttore come “ Exalted/ Golden Colours”. Un rumore bianco si insinua nel parco con “Industrious” e il tutto si chiude con una progressione tintinnante caduta nel silenzio più totale, profeticamente annotata come “ Sacred”. La performance del ragazzo non convince tutti, intorno a lui alcuni si stancano e se ne vanno addentrandosi maggiormente nei disegni per raggiungerne il centro, altri ascoltano imperterriti e si stendono al suolo quasi per entrare in simbiosi con qualcosa di indefinito. Forse andrebbe ripetuta l’esperienza, l’ascolto protratto per un tempo maggiore. Questo però non fu possibile. Gli abitanti adiacenti al parco, sfiancati dal chiasso sempre maggiore delle persone, firmarono una petizione per far sgombrare questi accampamenti. Nessuno protestò, i Crop Circles non interessavano più, nessun nuovo cerchio, si restava lì per l’adrenalina dell’esperienza di massa condivisa aspettando qualcosa da raccontare in un futuro lontano ai parenti più giovani, un qualcosa che non arrivava. Si stancarono tutti e il ragazzo smontò il suo materiale, tornò a casa e iniziò a lavorare per perfezionarsi ripartendo dai suoi ottimi spunti.
Sentiremo ancora parlare di lui, se ancora come tessitori di ritmi alieni o se in schemi più classici solo il tempo ce lo dirà.

Alessandro Ferri

Moby – Destroyed

Data di Uscita: 16/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ed è stato come uno di quei film che durano soltanto l’arco di una notte e invece sembrano ricoprire una vita intera. Vestire i panni di una triste camminata, di un sorriso leggero, di un amore profondo.
E ci siamo incrociati poco dopo le 2, il tuo incedere così affascinante m’ha spinta a seguirti, schivando solitudini urbane intente nel loro daffare, la tua scia emetteva bagliori intermittenti. Come la tua musica.
È così che mi innamorai di te Moby, ancora una volta. Forse ero destroyed anch’io, anzi, lo ero sicuramente.
Potevamo trovarci nel cuore di New York come nelle campagne più anonime della mia terra, il centro Italia, non faceva alcuna differenza. Ti sei fermato di scatto, ho inciampato sui tuoi passi, “è uno stato d’animo, i riferimenti spazio-temporali si annullano e perdono di senso” – mi hai detto. Mi sono tornati alla mente quei discorsi sul binomio passato/futuro con cui tanti si riempiono la bocca in mancanza di sostanza effettiva, quell’altro binomio Terra/Spazio che rende tanto tangibile la prima quanto evanescente il secondo, quelle frasi fatte sul guardare avanti. Mi è sembrato un no-sense generale questo voler distinguere ed ergere barriere invalicabili, certe circostanze trascendono dalle definizioni, al pari della tua musica.
The broken places cosparse di caligine i lampioni e irradiò melodie ambient in bilico tra Autechre e il primo Aphex Twin, ci trovavamo su una strada quasi buia e deserta, ma forse la nostra dimensione era proiettata in un viaggio interstellare, la batteria – le chitarre – le tastiere attaccarono all’unisono – Be the one, una voce elettrica ricordava in modo ossessivo “I was the one when you needed love”.
Siamo partiti, direzione Sevastopol, o qualsiasi altro posto distante da qui, una cavalcata elettronica che saliva e correva via al galoppo, per poi confluire in un amalgama di atmosfere placide e sostenute. Tu sei fuggito avanti più veloce di me, non riuscivo ad afferrarti, ma mi è bastato chiudere gli occhi e ti ho sentito stringermi in un abbraccio. Dietro di te c’era una donna, cantava con la voce dell’anima, disperata e teatrale.
“Now that you’re gone, the sun will be no more.”
(Ti riconosco, ti conosco da sempre. Destroyed riporta al presente Play e 18, e non solo.)
Stringerti era come stringere la notte e lasciarsi trasportare in un ballo sinuoso senza tempo, sul pianoforte di Victoria Lucas, (morbida come lo erano Extreme ways o Why does my heart feel so bad?), una dolcezza che rimase intatta nonostante l’incedere incalzante della sessione ritmica. Era come se mi stessi sussurrando all’orecchio qualcosa di infinito. E finimmo sullo spazio – After. Blue moon. Ritmi ballabili, voci campionate, sentimenti dichiarati.
“I promise you will never be alone”
È terminato in toni epici il nostro vagabondare congiunto, fermi sul tetto di un edificio in malora a vedere sorgere l’alba. Stella maris mi ha messo i brividi, ti guardavo, una voce in lontananza si insinuava in una dolce melodia d’archi, eterea, i tuoi occhi scrutavano oltre – chissà cosa vedevano, se vedevano. Finché il pianoforte entrò di soppiatto, si sovrappose agli archi, e prese corpo una marcia in climax con la batteria che scandiva passo dopo passo. The violent bear it away. Siamo tornati nelle nostre rispettive solitudini distrutte, te ne sei andato senza nemmeno dire una parola lasciandomi a guardare la città dal basso.
Sotto di me i tuoi passi, e la vita che si risvegliava.
Lacrimae.

Federica Giaccani

Urge Overkill – Rock&Roll Submarine

Data di Uscita: 10/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

27 Ottobre 1995

Ora i maligni saranno smentiti. Chi pensava che gli Urge Overkill si stessero indebitamente godendo un sogno non loro spenga la voce e accenda lo stereo. ‘Exit The Dragon’, titolo che va a parodiare l’ultimo film del mito Bruce Lee, è un’accattivante parabola sulle asprezze della vita on the road, fra successi al lumicino ed un corredo dorato di impagabili spacconate. Con compagni di strada del calibro dei Nirvana non erano in fondo inevitabili gli eccessi e la loro cronaca? Freni la lingua chi già si pregusta una collezione di cliché risaputi destinati alla caricatura più o meno involontaria: è un disco che sanguina, che affascina e lenisce, questo. Tante idee vincenti tutte assieme National ‘Nash’ Kato e Eddie ‘King’ Roeser non le avevano affastellate nemmeno nella spumeggiante prima parte di ‘Saturation’, che già era una forza. Adesso però, come gli pneumatici Pirelli ed il figlio del vento Carl Lewis, i ragazzacci di Chicago ostentano il controllo oltre alla potenza, ed è quasi automatico che questo loro quinto LP si presenti come una delle migliori uscite del mese. A colpire nel segno sono la fluidità d’insieme, prossima al miracoloso, ma soprattutto una produzione finalmente all’altezza, vulnus sempre aperto in passato nonostante l’avvicendarsi alla console di autentici santoni quali Steve Albini o Butch Vig. Con gli ingranaggi bene oliati, le barre del volume al loro posto ed il carisma mai troppo disinvolto, tutto gira a meraviglia. Perfino il drumming pirotecnico di Blackie Onassis tradisce un’impensabile ponderazione. Hook strepitosi, melodie un tanto al chilo, strappi e rasette, sound vizioso e robusto, chitarre fuzzate, smussate al velluto, staffilate acide e adrenalinico garage revival circa 1974. Tutto insieme in offerta speciale, un bel porcello blues, saporito e grondante in salsa power-pop, di cui ti papperesti anche le ossa. Fantastico. Anni e anni di arrembante sudicio romanticismo iniziano a dare i loro frutti, se anche le patologiche ingenuità del marchio Urge Overkill su ‘Exit The Dragon’ offrono risvolti tanto piacevoli, se anche una canzone che si intitola ‘The Mistake’ suona come quanto di meno sbagliato tu riesca a immaginare. Spazio agli specchietti della sfera frangiluce per noi allodole in cerca di carezze soul: pelle d’oca sul duetto del ‘Digital Black Epilogue’, notturno ed infettivo, da lasciare andare e andare ancora, ad libitum. I maligni se ne facciano una ragione: emancipatisi giusto in tempo dal giogo degli ultimi spettri grunge, gli Urge Overkill hanno il domani già prostrato ai loro piedi. Il boom di quella cover di Neil Diamond, la bomba di Pulp Fiction scoppiata solo pochi mesi fa, trovano ora tutte le necessarie conferme. Ci aveva visto giusto Tarantino, ma loro non saranno ricordati solo per quella dannata canzone. No davvero.

27 Maggio 2011

OK, basta scherzi. Pulp Fiction non è uscito “pochi mesi fa”, che diamine! Ha quasi vent’anni, lo sa anche il più tonto dei quattordicenni che lo hanno appena pescato in qualità scadente da un arido torrent. Molto semplicemente, sono le parole che avrei speso per un album dimenticato di una band dimenticata da tanto tempo e che oggi assumono i contorni, a voler esser buoni, di un beffardo oracolo patacca. Oggi che la band in questione è riapparsa dal buco nero in cui pareva essersi schiantata, ben sedici anni di abisso durante i quali la cometa Hale-Bopp ha avuto modo di passare a trovarci e ha già fissato la data per il prossimo rendez-vous. Noi non ci saremo. Gli Urge Overkill nemmeno, e forse non è neanche un male. Tanto è prevedibile che anche tra duemilatrecento e rotti anni, Kato e Roeser non si saranno discostati dal rock anabolizzato e sotto Viagra di questo ‘Rock’n’roll Submarine’, opera in fondo onesta e perfino commovente nella propria inclinazione autoconservativa. Il margine di errore stavolta è infinitesimo, stiano tranquilli i detrattori (se nel frattempo non si fossero estinti del tutto, sai mai). Annullate dal lungo iato, le promesse evolutive del gruppo che cantava ‘Sister Havana’ e ‘Positive Bleeding’ si sono arrestate alla soglia di quella poco apprezzata pagina del loro passato. Per questo travagliato ritorno in pista, ormai del tutto incapaci di guardare avanti con un minimo profitto, gli eterni capelloni hanno scelto di mascherare sotto strati e strati di cerone la loro bolsa ma appassionata idea di rock. Ne è uscito un album positivamente reazionario e a suo modo dignitoso, il solo che potessero scrivere senza rischiare di coprirsi di ridicolo. Un’opzione che riporta senza appelli a dischi come ‘Americruiser’ o ‘Jesus Urge Superstar’, gli stessi che in contemporanea ai primi fuochi di Seattle ancora puzzavano terribilmente di anni ’80, e che ora viene preferita alla ben più comoda raccolta differenziata del quasi mainstream di ‘Saturation’. Coraggiosi nel rinunciare alle lusinghe dell’altissima fedeltà, accantonata per far posto a registrazioni sgalfie, spartane, alle chitarre che sovrastano ogni cosa. Stoici nel rituffarsi in una proposta sonora scavalcata da tutto e tutti già sulla linea di partenza, in anticipo sui tempi solo per eventuali ed improbabili riscoperte postume. I radar del sottomarino di ‘Mason/Dixon’ evocano un mondo sommerso, un’era musicale caduta (più o meno giustamente) nel dimenticatoio che gli Urge Overkill mirano a riesumare, con la sola compagnia dell’affetto di qualche fan irriducibile. Con smalto ritrovato e buona polpa nei passaggi (‘Thought Balloon’, ’She’s My Ride’, ‘Effigy’, ‘End of Story’) in cui le polverose suggestioni prevalgono; col fiato corto e l’aria viziata di un revival legnoso quando a spuntarla è invece la stanchezza. Sempre abili a prolungare l’illusione che il tempo si sia fermato nel 1995 e nondimeno incapaci di disfarsi dell’ombra gravosa di un simile anacronismo. Una grande impresa, ad ogni modo, anche se vinta una battaglia la guerra non potranno che perderla. Per quanto bravi siano a scappare, il fantasma di Uma Thurman che balla in camera da letto sarà sempre con loro.

Stefano Ferreri

Gang Gang Dance – Eye Contact

Data di Uscita: 09/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Glass jar
di Filippo Righetto

Si racconta di un villaggio dimenticato dalla storia e dalla natura, costruito sulla via che congiunge le città sacre di Kedarnath e Badrinath.

Il passaggio tra i monti era stato creato dal dito infuocato di Rudra, il Deva della natura e del vento, che secondo il Ṛgveda era intervenuto per salvare la vita del profeta Śarva.

Quest’ultimo era all’epoca un ragazzino, maestro nella disciplina dell’arco, che per salvare il suo villaggio dall’annientamento per la mano di una tribù ostile, i Kushana, si caricò sulle spalle un vaso di vetro con all’interno un lume, ed attirò gli invasori lontano dalla sua gente.

Śarva camminò per ore attraverso sentieri proibiti nelle montagne del Garhwal. I sandali si sfaldarono ben presto, allora camminò a piedi nudi. Quando i suoi arti inferiori, dilaniati dalle pietre ruvide, si ridussero a due moncherini, continuò ad avanzare strisciando sulle mani, e quando anche le sue braccia lo abbandonarono, usò i suoi denti, millimetro dopo millimetro.

Venne presto il momento in cui Śarva si rese conto di essere vicino alla sua fine, e come ultimo gesto prese una freccia, la bagnò con il fuoco all’interno del vaso, e la scoccò con il suo arco verso il cielo, per ringraziare Rudra dell’onore di cui era stato investito, della possibilità di salvare il suo popolo.

Il Deva, commosso dall’umanità del giovane, intinse il suo dito nella giara di  Śarva, ed evocò il potere dei venti. La morte rossa sciolse carne, ossa, tendini, pietra, uccidendo gli inseguitori e creando una valle lunga per chilometri all’interno delle montagne.

Una volta che le fiamme si furono posate, la tribù andò alla ricerca del loro salvatore, e trovò Śarva beatamente addormentato avvolto nella tunica di Rudra, sulla giara di vetro era incisa con lettere di fuoco la volontà del Deva.

Il villaggio di Śarva rinacque come città santa, e all’ombra del Nilkantha venne eretto un tempio privo di difese costituito da cinque torri. In quella più imponente giace colui che viene ricordato come il Profeta Addormentato, mentre nei sotterranei inviolabili è stato riposta la giara di vetro, trasportata da  Śarva e marchiata da Rudra, scrigno custode della potenza del divino, e dell’inaffidabilità umana.

… difendetela con la forza, proteggetela con l’anima, perchè attirerà le voglie degli ingordi …

… se dovesse essere rotta, il mondo sarà mangiato dalle cavallette d’acqua argentata, e i ricordi sommersi dall’onda purpurea di vetroresina …


Damon & Naomi – False Beats and True Hearts

Data di Uscita: 09/05/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Walking backwards
di Gianfranco Costantiello

Quest’alone è il mio respiro, ferita segreta custodita nel mio petto adesso sanguina incolore sul finestrino del treno regionale. Ci strofino su la manica del cappotto sporgendomi astronauta dall’oblò che piange e guardo il mondo sciogliersi. Puzzo di benzina e di sterco d’animale dal sedile in pelle che sussulta sui binari ghermiti da artigli rotanti, sbuffi e fischi isterici del millepiedi intirizzito di nebbia tra le dune del freddo deserto. Ammazzo l’ennesimo inverno con l’alito caldo al sapore di vino e dentifricio marcio che sputo appena le porte si spalancano e l’aria vischiosa m’inghiotte e l’odore di ferro e l’odore di casa anche. Il neon dell’insegna del vecchio bar frigge, si spegne e s’accende sulla mano di Carla tesa verso il nugolo di gambe veloci, torma di manichini ondeggianti che trascinano trolley stridenti al clangore degli altoparlanti e lo sbracciarsi alieno del capostazione.
Il volto livido dal freddo e plasmato dalla strada nasconde la bellezza di quand’era al liceo e tutti le facevano la corte, la bella Carla, l’impossibile Carla per noi, segaioli figli della tivù. Panni laceri aspetto sciatto, ma gli occhi marroni ancora vispi anche se velati da un’impalpabile malinconia – Carla sbilanciata sul vuoto, precipizio. Carla detta Naomi per il suo magnetico lato b che ricordava quello della sculettante e polposa top model inglese, la venere nera Campbell. “Tornito dal Canova” bisbigliavamo eccitati e segregati nelle nostre fantasie scolastiche sulle tazze dei bagni impregnate di odor di sperma.
Vestiti succinti, tacchi a spillo e smalto fosforescente svestirono la sua adolescenza; bazzicava su e giù per la banchina e abbordava forestieri e strani ceffi addobbati di collane e braccialetti d’oro, peluria indomita, sigarette appese alle bocche e fiaschette argentee nelle notti insonni e movimentate alla stazione. Sghignazzante trascinava le sue vittime nei vagoni scassati parcheggiati sul retro dell’officina. A cavalcioni compiva il suo martirio, mentre leggende e dicerie come un fiume in piena investivano la città, spezzava la noia scrollandoci il torpore dei primi spinelli e sbronze sognanti al parco.
Mi agguanta la mano e mi tira a sé con forza, sorride e allunga il muso sulla mia guancia sussurrando “ben tornato a casa”, anche se non sono sicuro che mi abbia riconosciuto. Mi siedo accanto. Accendo una sigaretta e gliela faccio scivolare fra le labbra dischiuse, ne accendo una anche per me. Le lunghe dita della sua mano s’allungano e fanno scivolare tra le mie gambe la fiaschetta di whiskey e mi punta addosso il suo alito fetido e gli occhi dall’iride paglierino che ci vedo la sua anima spenta, fanghiglia sul fondo di un ruscello. Ma si ravviva un po’palpando sulla patta dei miei pantaloni, gonfiandola in una lenta apparizione divina attesa per tutto il solitario mattino. Inspira ed espira con veemenza una boccata di fumo poggiando la testa contro il muro e riversa la sua attenzione al lucore intermittente dell’insegna del bar, sembra felice.
La sottile linea rosea di carne delle sue labbra è immutata, impure labbra che hanno varcato le mie, innocenti e illibate. Vorrei sollevarle la lunga gonna per nutrirmi delle sue gambe, il suo culo: voglio rivedere la Naomi che amai quella notte di fine aprile, miraggio che m’assale. Bagnarmi di lei ancora una volta, ma so bene che il tempo l’ha trasformata e la vita stronza castigata. Come sono lontani quei tempi in cui morivamo per lei.
I viaggiatori si dileguano lasciandoci al silenzio e al crepitio delle nostre sigarette che bruciano. “Addio, andrò ad Helsinki ! ” proferisco velocemente a testa bassa destandomi dall’eccitante abbiocco in cui sono precipitato; in piedi, la mano al cielo in segno di saluto, indietreggio in una marcia felpata. Lei resta immobile con la solita espressione di impotenza contro ogni parola e movimento che la vita le riserva, una sagoma accasciata contro il muro del bar inghiottita dalle colonne di cemento e nebbia. Scendo le scale del sottopassaggio – pavimento luccicante, telesorveglianza e aggiornamento orari prossimi treni conducono alla strada.
Un raggio di sole affetta la coltre di nebbia che ha svegliato la città e si posa sul mio volto e sembra dire ben tornato a casa e come stai e ti stavamo aspettando e io non so che dire rimango fermo abbagliato e fiacco penso mi siete mancati. I miei passi ovattati risuonano nel mattino fioco e rimbalzano tra le strade vuote, ed ecco in fondo ad una di queste apparire la mia casa – coperta d’edera e di piccole gocce d’acqua sospese a mezz’aria, mentre uno omino vestito di verde, da capo a piede, sguscia accarezzando con la sua scopa il ciglio della strada e canticchia versi di una canzone malinconica della giovinezza andata.