monthlymusic.it

Archive for aprile, 2011

Blue Sky Black Death – NOIR (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 26/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

C’è chi dice che siamo il risultato della distruzione di una gloriosa nave del passato, pezzi di legno alla deriva in un mondo che non ci vuole, che non ci tollera.
Siamo bambini addormentati, viviamo a piedi nudi pestando chiodi e sopportando il freddo, combattendo i draghi reali con spade di fantasia e cartone.
Ci nutriamo di fotografie future, le immaginiamo con la stessa facilità con la quale voi vivete.
Siamo dei sognatori.. i nostri cuori saranno rovina per chi li riceverà.

Mi hai lasciato nell’ora che i pescatori chiamano vento di meriggio. Non potevi essertene andata senza lasciarmi un segno qualsiasi, ed io l’ho trovato, “Wherever the sun beats” recitava la scritta che avevi inciso sul corrimano di prua.
Ho fatto rotta verso la fine della Terra, in compagnia delle mie speranze, solo.
Fino in fondo, oltre, una volta sconfitta la paura di cadere nel vuoto fu facile.
Eri lì ad aspettarmi, sorridente nel tuo vestito di lino bianco sventolavi la mano ad indicare qualcosa dietro alle tue spalle.
Un arco di roccia sospeso sopra il mare, dei sedimenti calcarei che non subiscono l’usura del tempo, una cornice perfetta per lo scheletro della nave che sporgeva dalla vegetazione sopra l’altura.
Dietro, un cuore rotondo, dal color paglierino, pulsante.

Nel momento in cui la luce saturerà tutti i contorni ci riuniremo sulla spiaggia, guidati da un comando silenzioso e dall’alchimia perforante. Il nostro simbolo, un uccello dalle piume tese come corde di violino, emergerà dal vortice delle acque salate. Quando la sua canzone raggiungerà il destino le nuvole si apriranno e la mano del cielo scenderà per condurci, finalmente, a casa.

And Stars, Ringed.

Filippo Righetto

Fovea Hex – Here Is Where We Used To Sing (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 18/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Every evening
di Gianfranco Costantiello

Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte.
K.Gibran

Il corpo piegato sulle ginocchia. Il capo reclinato, leggermente, verso il basso, al pavimento in marmo della stanza fredda. Le mani giunte, poi incrociate, una preghiera bisbigliata.
Il comodino, un lume puntato sul Cristo in croce e un chiodo spiovente a  reggerlo storto alla parete bianca, scrostata, e poi paglierina al soffitto umido. Sussurra Amen e si rialza, sistemandosi la camicetta da notte, che nel movimento improvviso, si è sollevata, sguarnendo le cosce lattiginose. Infilatasi nelle polverose e pungenti lenzuola di flanella, allunga il viso sul lume della candela: il suo profilo disegnato sulla parete, la sagoma spiata, furtivamente, con la coda dell’occhio, inghiotte la stanza al suo secco soffio tra le labbra che sgonfia i polmoni e annichilisce la fiamma. La luce si è dissolta, ma il suo ricordo è rimasto imprigionato sul fondo della retina che lentamente si scuote e vibra in un effervescente ed indomabile grigiore puntinato. Tende al bluastro quando gli occhi si muovono, cercano i contorni, la stanza.
Fenditura caleidoscopica
Sentimento del tempo
Immagine di vita in fieri.

Definirsi: guadagnare la superficie, a chiazze, e sconfinare, mancare: un rivolo di luce lunare tra la fuga del pavimento e una ruga di cera già solida al contatto con la fredda porcellana, ogni sera, prima che arrivi l’alba.

Definirsi: guadagnare la superficie, a chiazze, e sconfinare, mancare: un rivolo di luce lunare tra la fuga del pavimento e una ruga di cera già solida al contatto con la fredda porcellana, ogni sera, prima che arrivi l’alba.

Grouper – A I A

Data di Uscita: 15/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

She loves me that way
di Filippo Righetto

Era venuto sulla Terra in cerca di affetto.
Tramite il suo casco in policarbonato rigido, i suoni lo raggiungevano ovattati e spenti.
Si muoveva lentamente, la sua tenuta era massiccia, ingombrante.
Tutto era così.. dolce.
Il viso colmo di stupor gioioso, era circondato da luci, e da persone, e queste persone erano tutte così vive, scollegate globalmente ed allo stesso tempo collegate in un armonioso coacervo, e tutto mutava così in fretta, senza che nessuno se ne accorgesse, o senza risentirne apparentamente.
Erano bellissime, lo facevano piangere.
Però.. però..
Forse si muovevano troppo velocemente, ed alla fine del giorno, lui era ancora solo.
Nessuno gli aveva sorriso.
Si sedette su una centralina elettrica.
Il cuore, colmo, sopraffatto. Felice. Nonostante tutto, felice. Perché la vita, esiste. E brilla. Sempre.

L’entrata in scena di una singola persona malandata, con tutti i suoi beni dentro un carrello, con la soddisfazione di essere vivo.

“The Moon… the Moon… the Moon is sharp, my friend”

Infine, la scoperta, di quella perla perfetta nella sua imperfezione.
L’incontro, dopo un viaggio che sembrava interminabile.
La catarsi.
Tra l’alieno e la pietra lunare.

Bibio – Mind Bokeh

Data di Uscita: 04/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Feminine eye
di Marco Caprani

“There are only a few images that are not forced to provide meaning,
or have to go through the filter of a specific idea”

Jean Baudrillard

- an external interruption -
“E se ti chiedessi di descrivere cosa vedi?”

Io non vedo un cazzo.
No. Io non vedo un cazzo… mi dispiace.
Ma cosa devo vedere? Le guerre? Le stelle? Gli uomini?…
È una fottutissima palla di specchi quella che sto guardando?… Non riesco a capire.

- an external interruption -
“Rifletti.”

Mi dispiace, c’è confusione nella mia mente. Non riesco…

There is a moment of darkness…

Non sono avida d’immaginazione, forse è questo il mio problema… da piccola guardavo sempre la tv.
Sono sempre stata molto passiva agli stimoli, eppure vissi tra i ’70 e gli ’80 in piena perturbazione artistica… Qualche sensazione di quegli anni è rimasta, eppure non vedo un cazzo. Ma cosa sto guardando?

- an external interruption -
“E se ti chiedessi di descrivere com’è questa musica?”
Quale musica?
“Ascolta meglio…”

- a fragment of time which is not recorded -
Tutto sfuma, il confine non è chiaro: è il colore che diventa musica…
Non saprei come spiegartela… ma posso dirti che oggi ho visto il mare di Saint Christopher, è un luogo bellissimo: c’è questa baia dove la sabbia è polvere di madreperla e di zanne di tigre… sembra di essere distesi sopra il fumo di un narghilè e l’acqua del mare segue i movimenti dei tuoi pensieri… dicono di non farla arrabbiare… io son sempre calma ma quando guardo quel mare la sensazione che provo è una strana eccitazione interiore, una specie di euforia dei sensi… è quasi dentro di me…

- an external interruption -
“Dove finisce quel mare?
…Riesci a vedere dietro i tuoi occhi? Che cosa c’è dietro gli occhi?”

A bokeh effect in my mind.
I’m moving my body in trance now, I’m still electrified by the vision:
Colors changing movement, movement changing colors.
A fragment of time which is not recorded.
A momentary lapse of reason.
A girl is seeing the future in a disco ball.
The sea is calling.
I’m flowing down along the stream of consciousness:

Now I end where you begin.

Now I end where you begin.

Now I end where you begin.

Cold Cave – Cherish the Light Years

Data di Uscita: 05/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Ti ricordavo bene quando andavi tutti i giorni a Manhattan alla famosa “High School of Fashion Industries”, i tuoi ricchi genitori ti avevano spedito lì per avere una buona formazione, specialmente mamma che adorava quel tipo di campo avendoci lavorato e lavorando ancora facendo la spola tra San Francisco e New York. Non fu amore a prima vista tra te e quel mondo, la pienissima adolescenza era esplosa e caduta nel vortice della metropoli ti eri persa nei meandri più cupi, scheletrici suoni ti passavano per le orecchie e tu li riconducevi alle costruzioni che avevi in testa. La tua passione per queste forme di design ripetitive erano spesso prese in giro dai tuoi innumerevoli e intercambiabili ragazzi, presi allora la decisione di rimanere sola per sempre. La bellezza era evidente anche se cercavi di nasconderla sotto vari strati neri, le serate passavano in club pieni di drappi dai colori freddi, i soldi non erano un problemi e al Venerdì sera andavi al Limelight e ti dimenavi a colpi di synth di ghiaccio. Con il passare degli anni, l’insostenibilità di questi ritmi e la nuova capacità di trasporre la tua passione per le forme costruttive in passione per gli insegnamenti della tua scuola, ti portarono a un cambio di rotta, forse un ulteriore cambio di marcia e una nuova consapevolezza. La decisione di continuare i tuoi studi al Berkeley College era naturale e con un nuovo slancio le tue creazioni iniziarono ad appassionare alcuni gestori di negozi di moda della zona, non mancavano i ritorni al Limelight, le serate cupe. Qualcosa però cambiò decisamente, la bellezza si trasformò dall’evidente allo strabordante, amavi i tuoi abiti dallo stile eighties come amavi i nuovi palazzi costruiti in fondo alla strada da quell’architetto che tanto di piace, amavi indossarli e amavi far impazzire le persone intorno a te. Gestire tutto questo restava difficilissimo, i ritmi non si erano abbassati erano solo evoluti in qualcosa di diverso, ora giri senza panico o paura nella Ney York più rumorosa e divertita, forse più consapevole o forse no, forse anacronistico o forse no, i gusti sono strettamente personali e io non sono nessuno per dirlo. Posso solo dirti che sei cambiata tanto ma la bellezza, anzi la Bellezza con la b maiuscola è rimasta. Questo disco è per te, è sublime e terribilmente pieno, completo. Le tastiere sono lanciatissime e ti portano nella galassia ( “Confetti” ), i ritmi delle chitarre e del basso ti lasciano senza fiato( “The Great Pan is Dead”) e i synth diventano inarrestabili e travolgenti( “Underworld USA”), il passato non muore mai e con “Burning Sage” sarai sazia tu e i fantasmi del passato.  Se hai tempo ascoltalo e potrai farti travolgere, sei abituata a farti travolgere.

Alessandro Ferri

Low – C’mon

Data di Uscita: 12/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Arte e confusione, nient’altro che cuore. L’autoritratto dei Low, versione duemilaundici, suona anche come una delle più belle descrizioni della loro musica di oggi e di ieri. Il celeberrimo Piero Scaruffi ha provato a raccontarla in maniera meno folgorante ma ugualmente valida, riconoscendo nel loro stile l’equivalente rock dell’haiku giapponese, del mantra tibetano, dell’aforisma greco. Abiti sonori intessuti con la stessa estatica compostezza delle poesie nipponiche – così potenti nel loro olimpico equilibrio – per quanto non estranei alle lacerazioni dell’angoscia ed al dolore. Seguendo il filo dell’accostamento, viene quasi naturale considerare Alan Sparhawk e Mimi Parker sarti più talentuosi di tanti apprezzati guru della metrica come Michael Stipe, che dei componimenti haiku hanno fatto una specie di personale ossessione. Eppure, a cercarla bene, anche nella sterminata discografia dei R.E.M. è possibile intercettare almeno una grande canzone per cui valga l’asserto del discusso critico musicale. Una di quelle in ombra, penalizzate magari dalla convivenza gomito a gomito con il più populista di tutti i loro pezzi killer. Ecco, sinceramente si può dubitare che dietro l’ironia di questa identità vi sia qualcosa più del semplice caso, ma appare comunque preziosa la coincidenza affidata al titolo del brano in questione, Low per l’appunto. Anche il testo è curiosamente opportuno, in linea figurata. Certi passaggi sembrano rivelare con qualche anno d’anticipo alcuni segreti del credo slowcore, dell’arte della band di Duluth ed in particolare di questo suo nono LP: “Moving in a still frame”, movimento nella cornice di un fotogramma fisso, l’essere evocativi anche dietro le dinamiche rallentate del sostanziale; “I skipped the part about love”, il medesimo pudore nel trattare le fiammate affettive che ora torna in un episodio come ‘$20’, vero inno all’amore incondizionato e disinteressato, quello che non ha bisogno di legende o sottotitoli per essere raccontato. Alcune canzoni sembrano burro, altre ostentano la fragranza dei dolci fatti in casa ed il solo fine è il bene di chi ascolta. ‘C’mon’ non impiega molto per palesare un potenziale archetipico ed una concretezza semplicemente clamorosi. Ogni dettaglio è cruciale nella sua franchezza, nulla è superfluo o, a giochi fatti, accessorio. Nulla va sprecato. Non una nota, non un watt, mentre la bussola indica sempre e comunque la direzione del cuore. Banale la poetica dei coniugi Sparhawk non è mai stata – è pacifico – ma qui la sintesi di emotività e linearità comunicativa raggiunge esiti davvero notevoli. A livello musicale l’approdo è una identica essenziale significanza. I Low risultano eclatanti e trascinanti senza mai forzare: nella lentezza, negli scarti melodici infinitesimi, nell’accennare contrasti di luce destinati a farsi via via sempre più perentori. Nel giusto contesto il fascino ipnotico di queste nuove creature può seriamente causare assuefazione: lo lasciano intendere l’energia trattenuta a stento di ‘Majesty/Magic’ e soprattutto il placido incedere di ‘Witches’, elegia spain-iana in cui il cantato di Alan gioca di mimesi con quello di Josh Haden, uno spirito affine. Dopo certi automatismi pop di ‘Great Destroyer’, forse non troppo bene assortiti con la radicata indole introspettiva del gruppo, dopo l’autismo minimalista e la disperata claustrofobia sentimentale di ‘Drums and Guns’, ‘C’mon’ potrebbe dare l’erronea impressione del passo del gambero, ma la verità è un’altra. “We need to figure out how to get through the next moment, together, as human beings”: una supplica laica, non certo da mormoni infervorati, l’appello capace di conferire un tono definitivo ai propositi umanitaristi dei Low. Il disco è una proiezione di questo spirito, assemblata nella stessa chiesa sconsacrata in cui Tom Herbers e Tchad Blake aiutarono a rendere l’urgenza di ‘Trust’. Stavolta la rifinitura è avvenuta a Los Angeles per mano di Matt Beckley, uno sin qui abituato al futile pop milionario delle Katy Perry, delle Avril Lavigne e, sì, delle Paris Hilton. Idea vincente. Quello di ‘C’mon’ è davvero un prodigio esteso al popolare, Easy Listening che si fa adulto svelando una sua terrena solennità. Non sono i paradossi che sembrano. Per una band a proposito della quale si è spesso tirato in ballo l’appellativo “aulico”, ha senso parlare di una nuova e più tangibile epica (ed etica, anche), una moderna classicità forse meno bruciante rispetto ai capolavori riconosciuti, meno sanguinante, ma più matura. Sentimento del tempo e Sehnsucht sono sempre incendiari. In più si impone un’atmosfera di pacificazione diffusa, dopo le asprezze del passato remoto e la presa di posizione politica ed antimilitarista del lavoro precedente: il clima si fa estatico, fiero, anche in momenti più drammatici come ‘Done’, anche quando la malinconia parrebbe destinata a tracimare. Soprattutto non c’è più spazio per la rassegnazione, specie in un finale (‘Something’s Turning Over’) che suona come ultima chiamata al Carpe Diem e svela corrispondenze impressionanti con la freschezza autunnale degli Yo La Tengo più appagati, come se dopo un lungo percorso anche questa coppia di rocker avesse trovato il proprio little corner of the world. “Andiamo!”, dicono loro, cadenzando la riscossa con il lungo memorabile refrain in crescendo di ‘Nothing But Heart’. Meno irrisolti, meno problematici, meno cupi di un tempo, ma con uno sguardo forse mai tanto lucido ed esatto. Netto come il primato della sintesi nella scelta delle parole, soppesate una ad una per mettere ordine nel proprio irriducibile garbuglio interiore. Arte e confusione possono convivere in fin dei conti, ma solo grazie al cuore.

Explosions in the Sky – Take Care, Take Care, Take Care

Data di Uscita: 26/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Un inizio gitano, un inizio a passi di flamenco, che ha straziato il cuore con artigli di tristezza, come diceva il poeta, ma poi lo ha allietato come un albero che si riveste delle proprie foglie. E un bacio fugace è capace di farmi impazzire per una settimana, soprattutto se me lo dà una pazza.
Ho scritto il tuo volto in un angolo di Luna, perdonerai il mio cuore distratto, regina di tutti gli alberi e degli animali? Io sono la bestia ferita che da te trova riparo, sotto il tuo sorriso, sotto la tua primavera tenuta a freno, sotto le tue certezze di carta, si rifugia l’aquila dalle ali stanche.
“Dio è come una stazione” ha detto il santone ubriaco, segui questa lezione, abbandona l’inverno e vieni definitivamente da me.
Il proseguimento poi? Non è un flamenco, ma il pianto e il riso della chitarra, il suono sottile delle montagne, le note della mia testa metamorfosata.
Vorrei rimanere così. Attirando il tuo amore veterinario sul mio corpo di bestia semi-domata, che alle prime lotte si è tenuta un po’ in disparte e si è ferita lo stesso, che è alla ricerca continua, che ha la mente sospesa tra il desiderio e il vuoto, tra la vita e la luce.
Tutto suona, tutto è in continua vibrazione, sta a noi creare le armonie, far danzare le note fino a farle diventare musica. E ogni parola è ripetuta due volte, e ogni cosa perduta si recupera, e ogni cosa cambia forma: tu sei la farfalla, che divenuta polvere, si è posata sul terreno ridiventando fiore e io sono l’ape, che volerà di creatura in creatura e muterà anch’essa.
Correrò per liberarmi, starò seduto per muovermi meglio, chiuderò gli occhi per vedere il mondo, starò tra i campi per sentirmi a casa e la mia casa sarò io libero da me.

Sorridete.

Marco Di Memmo

Un inizio gitano, un inizio a passi di flamenco, che ha straziato il cuore con artigli di tristezza, come diceva il poeta, ma poi lo ha allietato come un albero che si riveste delle proprie foglie. E un bacio fugace è capace di farmi impazzire per una settimana, soprattutto se me lo dà una pazza.

Ho scritto il tuo volto in un angolo di Luna, perdonerai il mio cuore distratto, regina di tutti gli alberi e degli animali? Io sono la bestia ferita che da te trova riparo, sotto il tuo sorriso, sotto la tua primavera tenuta a freno, sotto le tue certezze di carta, si rifugia l’aquila dalle ali stanche.

“Dio è come una stazione” ha detto il santone ubriaco, segui questa lezione, abbandona l’inverno e vieni definitivamente da me.

Il proseguimento poi? Non è un flamenco, ma il pianto e il riso della chitarra, il suono sottile delle montagne, le note della mia testa metamorfosata.

Vorrei rimanere così. Attirando il tuo amore veterinario sul mio corpo di bestia semi-domata, che alle prime lotte si è tenuta un po’ in disparte e si è ferita lo stesso, che è alla ricerca continua, che ha la mente sospesa tra il desiderio e il vuoto, tra la vita e la luce.

Tutto suona, tutto è in continua vibrazione, sta a noi creare le armonie, far danzare le note fino a farle diventare musica. E ogni parola è ripetuta due volte, e ogni cosa perduta si recupera, e ogni cosa cambia forma: tu sei la farfalla, che divenuta polvere, si è posata sul terreno ridiventando fiore e io sono l’ape, che volerà di creatura in creatura e muterà anch’essa.

Correrò per liberarmi, starò seduto per muovermi meglio, chiuderò gli occhi per vedere il mondo, starò tra i campi per sentirmi a casa e la mia casa sarò io libero da me.

Sorridete.

Shannon and the Clams – Sleep Talk (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 05/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Freaks
di Stefano Ferreri

I mostri che abbiamo dentro, cantava Gaber qualche tempo fa. Soggetto in fondo assai corteggiato dalle penne dei cantautori impegnati, ma non disdegnato anche da quegli interpreti che con leggerezza hanno provato ad esorcizzare in musica timori e brutture e segreti per lo più inconfessabili, accatastandoli in cumuli rozzamente abbozzati per poi affidarli all’abbraccio di una vampa gretta e spietata. Nessuna condiscendenza, nessuna pietà per loro. I mostri che siamo dentro non trovano posto nelle canzoni che amiamo, se non nell’apoteosi farisea di un ritornello espiatorio, nell’appendicite melodica che raschia via il marcio della diversità per restituirci il lindore smagliante di un conformismo sereno e inconsapevole. L’estasi canzonettara e l’ottimismo pop hanno svolto per decenni il loro compito di testimonial impeccabili nel paradiso delle coscienze sempre a posto. Per dirla tutta continuano a farlo con impressionante devozione alla causa, accompagnati alla pensione ben oltre la lecita data di scadenza e riassunti il giorno stesso in guisa di consulenti esterni, pubblicitari d’esperienza al soldo dell’estetica imperante. Certo un inconveniente ai trasmettitori di quest’idillio intramontabile può starci, pur se di rado, ma non è mai un vero problema per i valenti tecnici del sistema. Di tanto in tanto non manca di farsi viva una voce che metta in dubbio l’autenticità del grande romanzo, tetro e sublime nella sua impassibile vocazione al congelamento. Acquartierata come un corpo estraneo nella più insignificante delle note a piè di pagina, nascosta dietro all’ultimo degli asterischi o coperta dalla soffice bambagia di una minuscola parentesi.

Quest’anno si è trattato senza dubbio del mirabile contralto della burrosa Shannon Shaw, primo premio ai campionati nazionali per la cantante emergente più improbabile della scena alternativa tutta. Affiancata per l’intera durata del torneo da un paio di spalle comiche come non le ricordavamo dai pirotecnici anni di Yattaman, la biondona di Oakland ha sbaragliato una concorrenza non proprio irresistibile regalando a noi ridotta platea di reietti il più credibile elogio del diverso da un po’ di tempo a questa parte. Per riuscire nell’impresa ha dovuto indossare i panni grotteschi dell’inguaribile passatista, rimestando senza pace nel gorgogliante calderone della tradizione pop americana per smascherarne trucchi, ipocrisie e morale fasulla. In cerca del refrain perfetto con cui infiorettare il trionfo dei perdenti di lungo corso, ha dato prova di un romanticismo schietto, mimetico nella forma e graffiante nella sostanza, amplificatore ideale del desiderio di rivalsa di una schiera di artisti da sempre relegati all’ombra del successo. Oltremodo sincera e potente la scelta di campo, guidata dal primitivismo ingenuo e dall’insopprimibile e corrosiva attitudine freak del trio, scandita dal pulsare selvaggio ed ipnotico di un mantra (One of us! One of us!) rubato ad uno dei capolavori maledetti della storia del cinema, ora e più che mai rivendicazione di un’appartenenza e di un’identità plasmata per forza di cose nel contrasto. Il terzo album di Shannon e delle Vongole è però molto più di un semplice omaggio a Tod Browning e al suo indimenticabile plotone di scherzi della natura. E’ un sontuoso accumulo di citazioni più o meno colte, cortocircuiti kitsch e rimandi sgargianti al polveroso retrobottega culturale americano degli Oldies but Goodies, ben assortiti tra loro in nome dell’irriverente sottotesto di fondo. Non importa apparire brutti, sporchi o cattivi quando questo è il solo volto che si ha da mostrare, almeno a chi non ne merita di migliori. Il politically correct è un riguardo umiliante oltreché inutile in un persistente clima di buonismo iscariota, e tutti i compromessi possono prepararsi al confino eccetto quello che lega dolcezza e ruvidezza in una liaison irresistibile: non deve essere affatto facile suonare grezzi e raffinati al contempo, annullando gli scompensi dell’operazione recupero con la grinta commovente di chi si ostina a vivere tra le pagine di uno sbiadito album dei ricordi.

Con ‘Baby Don’t Do It’ e ‘You Will Always Bring Me Flowers’ si parte all’insegna di un’integerrima riscoperta del Doo-wop e dei Girl Group, ma è solo la prima di una lunga serie di scaltre illusioni espressive. Il ricamo dei golfini delle pin up è presto corrotto dalle bizzose orlature rockabilly dell’elettrica di Cody Blanchard, mentre la tavola viene imbandita con ogni sorta di stravizio soul, R&B o proto-twee, con bizzarrie degne della svendita di un rigattiere (la chitarrina calypso e le congas di ‘Oh Louie’) mentre il beat impartisce dall’alto la sua benedizione come un Dio buono e misericordioso. Quello di ‘Sleep Talk’ è un perfido Garage Revival per cultori: prepotente, infettivo, commovente nella sua purezza e nella giustezza del suo modernariato, irrimediabilmente fuori moda come solo King Khan e Mark Sultan sembrano oggi in grado di essere. Anche la malinconia è accessorio vintage di gran classe nella vetrina di questi abili falsari statunitensi: non si spiegano altrimenti le creste surf-pop rivisitate alla radice con la determinazione degli amatori intransigenti e senza blande smanie di contaminazione con il presente. L’unico elemento realmente originale è quell’indole scarmigliata, incontaminata, ludica e sempre un tantino inquietante che fa apparire Shannon & The Clams la versione psicotica e indignata delle Shangri-Las, soddisfacente nuova linfa per una collezione di stili altrimenti indirizzati all’oblio della pura accademia. Anche nella loro variante più ispida e ribelle, la procace frontwoman ed i suoi accoliti riescono a non tradire l’artificio dietro al minimo dettaglio, si rivelano bravi economi in fatto di fronzoli arrivando a svelare nell’emblematica ‘Toxic Revenge’ la propria ideale certificazione genealogica tra Ramones e Ronettes (il nome Ramonettes avrebbe forse semplificato troppo le cose), prima dei fumi alcolici di un delirio no-wave degno delle Bride of No-No. Come per numerosi altri apostoli del genere, la cura del particolare non lascia al caso nemmeno un riff, né un watt. In ‘Sleep Talk’ questa precisione ha un esito davvero stupefacente nella resa sonora analogica, Pasqua solenne del riverbero, una chicca che i critici dalla memoria sempre troppo corta potrebbero archiviare per somma dabbenaggine come bassa fedeltà e arrivederci, facendo al disco il torto insopportabile di un apparentamento forzato alla scena neo-surf pidocchiosa del circuito californiano. Mezza chitarra in più la merita da sola l’interpretazione grandiosa della Shannon cantante, da brividi per come sa portare un alito di vita vera tra gli impeccabili fondali di cartapesta del filologicamente corretto.

Una galleria di virtuosismi non leziosi destinati tuttavia al solo catalogo delle buone intenzioni senza quel taglio straniante, quella weirdness canaglia, le sinistre atmosfere di cui sono impregnati come spugne i dodici episodi dell’album. Lo stesso magico sgomento del ballo di fine anno sulle note di Love Among The Stars, con la trappola a sorpresa predisposta questa volta proprio dalla novella reginetta Carrie nella sua versione extralarge, impaziente di lordarsi di sangue nell’attimo stesso della sua incoronazione. Favole che trascolorano in incubi, armonie svolazzanti che si fanno spettrali, cuori velenosi racchiusi nel guscio di una manciata di vecchie caramelle, così innocenti nel loro incarto di foglie d’oro e d’argento. In canzoni come ‘The Woodsman’ risplende tutta la delizia dell’uomo nero. Rivivono gli anni cinquanta del sogno incontaminato, riletti nel candore guasto delle teen tragedy ballads dei sessanta e del death rock dei settanta, quattro minuti semplicemente strepitosi. E più di tutto i colori acidi di quello stesso sogno, ormai falsati dal tempo, nella pellicola condannata ad un’eternità sempre più rancida nella pancia di un’anziana Kodak. La voce di Shannon racconta come nessun’altra l’umore languido, malato, torbido e feroce di chi si è rassegnato alle seduzioni della propria mostruosità: sopra le righe ma in maniera autentica, dignitosa, tragica e non macchiettistica, straziata come Liz Taylor dallo sconfinato dolore della bellezza che si logora.

Birds of Passage – Without the World

Data di Uscita: 18/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Una confessione venuta dal vento
di Gianfranco Costantiello

Avvolta nel lungo vestito bianco restava sospesa nell’etere e oscillava. Sull’altalena, angelo androgino, pendeva dall’albero maestoso che affondava le sue radici nelle candide nuvole giacenti. Con gli occhi vitrei e le orecchie appuntite captava confessioni venute dal vento, lettere di amanti abbandonati:

“ Il silenzio cade, la notte è liquida e scivoliamo; lucore di candela sulla pelle caramello, tributo alle curve e alle crepe trovate. La tua lingua fluisce sul mio corpo e mi conquista a poco a poco e sa di gioia intrisa di morte.
Risucchiati nel vuoto, il nulla -– effluvio di pelle velata di sudore, scheletri rianimati e liquidi vischiosi tra le lenzuola grinzose, perimetro amoroso. La disperazione di esser sopravvissuto al contatto e il piacere si è dissolto così come s’è mostrato nella sua violenza e goffaggine. Maschio raggomitolato e tremante inondo il torpore nudo figlio di incastri meccanici, sussurri d’eternità e grida bramose.
What I have done? Innocence’s gone
Ladro randagio tra le cosce pallide succhiando il distillato di fremiti segreti, è la tua ferita rovente che supplica lontano dagli sguardi del mondo. Guardo la tua espressione cambiare, la bocca spalancarsi e il corpo morire un po’, morire un po’ tra le mie braccia. Le tue gambe sussultano e si serrano, epilettica e disorientata t’allontani perdendo tepore e morbidezza.
… in a empty space on the ground, don’t try to bring me down, fantastic frown.
affondiamo nel materasso e chiusi nel nostro guscio spalanchiamo gli occhi al soffitto bianco. Bianchissimo.
Poi sul tuo viso l’inverno. Sussurrami una parola, una sola t’ho detto. A tentoni t’ho cercato. E non c’eri più, irrimediabilmente.
Guardo ancora il soffitto, in esilio dal mondo, travolto dalla vertigine, spigoli di tristezza e nostalgia liquida – tutto resta perfettamente in ordine come in una bolla immobile e levigata nella mia mente.
… alone again, my room is frozen, the world falling and they don’t miss me, I am bound.
Non dimenticarmi.”

Lacrime dorate velarono i suoi occhi e un sospiro amaro trafisse il suo cuore. Inarcò la schiena e protese le gambe in avanti affettando l’aria rappresa e ricominciò a dondolare seminando fluorescenti barbagli di luce sul mondo.

Metronomy – The English Riviera (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 11/04/2011

Un breve ascolto, durante la lettura


Catwalking on a bass line
di Marco Caprani

“I call the shots
Till you wake up
Count every second on every clock
It’s getting late, *yeah* that i know
The hours come, the hours go”…

Alzata da una notte nervosa, alternata tra tic e sogni profondi:
vivere con l’eterno fastidio di essere troppo sexy, troppo attraente, la rende troppo annoiata, a tratti depressa.
Quel mondo chiccóso, pettinato e patinato, fatto di gay, mode e modelli le è stretto; ha bisogno di più:
forse vorrebbe qualcuno al suo fianco e vedere nuova luce nei minuti che passano…

“And Girl if you’re dreaming deep tonight
I’ll lie with you by reading light
A glass of water by your side
And gone are hopes are getting tired”…

C’è chi se ne va e chi resta.
Lui se n’è andato: non prova rancore, soltanto distanza… dovrebbe essere meno snob per poterlo fare.

“Oh Corinne,
I take this pain in my heart”…

Libera, ora può emozionarsi e divertirsi con la nuova ricchezza e scorrere con una cabrio lungo la riviera inglese, con l’aria fresca e spensierata tra i capelli, un bicchiere di Cosmo’s tra le dita.
Il tempo le scivola addosso a ritmo di un freckles bass seducente come una puttana in calore, ma sempre con estrema classe ed eleganza, con un savoir faire internazionale.

“Because this isn’t Paris
And this isn’t London
And it’s not Berlin
And it’s not Hong Kong
Not Tokyo
If you want to go
I’ll take you back one day”…

A volte gioca col fuoco e lo sa: “…gli uomini sono tutti uguali…”
Finalmente si sente a casa: in riva al mare, sdraiata, rotea le chiavi dell’auto in aria col dito e quando può, spende tantissimo.

“This town is the oldest friend of mine”

Nessuno potrà più prendersi la sua plastica libertà, nessuno oserà più fotografare così tanta bellezza:
pochi artisti ne sarebbero all’altezza, dovrebbero esser così… sensibili…

“It feels so good in the bay,
It feels so good in the bay.”

Perché Lei è esclusiva. Fottutamente esclusiva.” – le disse il suo capo.