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Federico Durand – El éxtasis de las flores pequeñas

Data di Uscita: 28/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’estasi dei piccoli fiori
di Gianfranco Costantiello

Federico ricorda l’estate di dieci anni fa, mentre il suo sguardo vaga oltre l’oblò dell’aereo che da Roma lo sta portando a Buenos Aires: un desolato sciame di gocce d’acqua s’aggrappa al finestrino, si decompone e ricompone; ogni stilla acquosa sembra custodire un’immagine – le rinsecchite e affusolate dita del nonno posate sulla tazza di tè, la nonna sul divano che accarezza la testolina del gatto e tossisce, il temporale e la pioggia contro il tetto e giù per la grondaia – il primo giorno di quell’indimenticabile estate argentina si dispiega tra le nuvole fumose e le turbolenze improvvise.
Va’ in giardino, va’ a giocare, aveva ripetuto la raspante voce della nonna, quando, cessato di piovere, aveva aperto le finestre e la casa era stata investita dagli odori pungenti dell’erba e del terreno bagnato. Le voci degli irrequieti ragazzini, scacciati di casa, correvano dietro ad un pallone sgonfio nel giardino, sotto la finestra della camera di Federico. Anche Elin, vestita di bianco e di rosso, correva contro il vento e vinceva un tackle in scivolata con Fernando, il grassoccio della compagnia. Elin, corti capelli corvini e pallido viso ovale, era la cugina di cui non aveva mai saputo prima; il suo volto si era levato al cielo per colpire con la testa il pallone, schizzato in aria in un rimpallo fangoso, e in quell’istante aveva incrociato gli occhi vividi di Federico, per la prima volta. Si era liberata dall’ammucchiata di gambe sbucciate e aveva tirato un destro rasoterra che aveva infilato Leolo, l’esile portiere pigolante, di soli otto anni, che si univa alla compagnia di scalmanati solo perché era il fratellino di Fernando. Dopo il gol e l’esultanza con tanto di spogliarello improvvisato e il ripetere e ripetere a squarciagola il nome strambo del centravanti del River Plate, Elin aveva guardato ancora verso l’alto e con un cenno della mano aveva invitato Federico a scendere di sotto.
Un campanello elettrico suona e la spia della cintura s’accende. Una voce femminile, rassicurante, avvisa la manovra d’atterraggio. Federico risolleva leggermente lo schienale e posa gli occhiali nell’astuccio. Agguanta la cinta alla cieca e se l’allaccia intorno alla vita. Ha sempre detestato l’atterraggio e allenta il nodo della cravatta che gli si stringe intorno al collo.
La giornata era afosissima, senza un filo d’aria, si faticava persino a respirare. Federico se ne stava seduto su un materasso di fieno, nella stalla, a leggere La valle del Giglio di Balzac, quando aveva sentito una mano sfilare lungo la sua gamba nuda. Aveva scostato il libro dai suoi occhi e il cuore aveva cominciato a battere violentemente. Si era sentito soffocare, morire. Elin, posata sulle ginocchia, gli stava davanti completamente nuda, con un sorriso sul volto bramoso. Federico aveva dischiuso la bocca e la vista si era offuscata in un brivido. Federico rimbalza sul suo sedile e urta contro il finestrino e fa a spallate con il passeggero che gli siede accanto, si scusa, un po’ imbarazzato, sorridendo.
L’aereo ha toccato terra, sta perdendo velocità scricchiolando e palpitando sulla pista che lentamente si srotola, all’ombra della torre di controllo, fino all’orizzonte campetto di erbetta e rete di recinzione. Finalmente a destinazione, sospira Federico, slacciando la cintura e ravviando la cravatta.
Un secchio d’acqua fredda l’aveva riportato al mondo. Aveva riaperto gli occhi e aveva riammirato quel corpo sinuoso e immacolato dai piccoli seni perlacei e turgidi e il pube coi ritti peli scuri, sporto leggermente in avanti, che gli veniva donato segretamente. Le labbra carnose di Elin si erano unite alle sue in un bacio caldo, mentre i seni pendenti avevano sfiorato il petto glabro di Federico.
Scrosciano gli applausi nella carlinga, il pilota ringrazia al microfono invitando tutti i passeggeri a trascorrere un buon soggiorno nella città di Buenos Aires. Recuperata la valigia di cartone, Federico si fa strada superando la miriade di trolley stridenti e finalmente scorge il suo vecchio nonno con la fedele pipa in palissandro ficcata in bocca, braccato da una guardia che lo invita a non fumare nell’androne. Ma il nonno si divincola e va incontro a Federico, si stringono forte. Mio caro Federico come sei cresciuto devo dirti un sacco di cose e tu devi dirmi come è andato il viaggio forza vien di qui, gracchia con la voce da fumatore incallito, arrochita dall’emozione, e lo trascina oltre le porte scorrevoli. Il vecchio autocarro verde è parcheggiato nella piazzola di sosta, Federico alla sua vista trattiene il respiro e stringe ancora il suo vecchio che sputa fuori una boccata di fumo.
L’autocarro rimbalzava sugli ammortizzatori cigolanti tracimante di fieno, che ondeggiava ubriaco, disseminandosi un po’ lungo la stradina scoscesa e le sfavillanti braccia dei ragazzini festosi. Il nonno suonava il clacson asciugandosi con un fazzoletto il sudore che colava sulla fronte sozza, mentre il canto dei grilli e il crepuscolo calavano il sipario sulla lunga e ardente giornata di sole.
–    Sei venuto fin qui in autocarro, nonno ? – chiede incredulo Federico, sbarrando gli occhi
–    Certo, che pensavi che avrei preso l’autobus o il treno o … non son mica rincoglionito, sai– ribatte grintoso il nonno
Sistemano la valigia sul pianale e partono – lo scrigno segreto di suoni, voci e volti intatti, di storie vissute e nascoste in quel piccolo luogo nel sud del sud: la sperduta contrada argentina, la casa dei nonni, e Elin, l’amore, l’estasi dei piccoli fiori.

2 Responses to “Federico Durand – El éxtasis de las flores pequeñas”

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