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Acid House Kings – Music Sounds Better With You

Data di Uscita: 22/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel giugno del 1990, in un girone che si disputava ad un tiro di sputo da casa mia, venne giocata una delle più irrilevanti partite nella lunga e gloriosa storia dei mondiali di calcio. Uno Svezia – Scozia che per gli addetti ai lavori avrebbe dovuto valere come sorta di spareggio qualificazione dietro l’immancabile corazzata carioca, poi liquidata dall’Argentina di Maradona qualche giorno più tardi. Come sempre in questi casi, tra le due contendenti l’avrebbe spuntata il classico terzo incomodo, il piccolo Costa Rica, ma questa è tutta un’altra storia. Seguendo in televisione il match vinto di misura dagli scozzesi, mai avrei potuto immaginare che di lì a qualche anno questa sarebbe diventata sfida di cartello in ben altro contesto: per il primato in ambito indie-pop, dopo i fasti inglesi di fine anni ’80 e quelli americani all’inizio del decennio successivo. Se nel lustro che ha chiuso i novanta lo scettro se lo sono agevolmente assicurato i campioni del pop da cameretta di Glasgow ed Edimburgo, merito quasi esclusivo della squadra Belle & Sebastian allora in stato di grazia, gli ultimi dieci anni hanno di fatto sancito una sempre più netta supremazia scandinava, frutto di programmazione, fausta convergenza di talenti ed artigianato d’eccellenza. “Scuola” non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente. Gli Acid House Kings possono fregiarsi del titolo di pionieri avendo provveduto a spargere i primi germi in quella che presto si sarebbe delineata come una vera scena, con un proprio sound caratteristico ed una piccola label di riferimento chiamata Labrador in omaggio all’omonima razza canina (o alla penisola del Canada, non è dato saperlo). Certo il termine “sovrani” può apparire leggermente fuori luogo in una realtà musicale democratica e corale come poche altre, ma è pur vero che, ad eccezione del solo Jens Lekman, la band dei fratelli Angergård è forse l’unica a poter meritare cotanta nomea all’interno della propria ragione sociale: i venti anni di onorato servizio e l’elevato standard qualitativo delle sue sporadiche pubblicazioni legittimano di fatto l’appellativo, e così sia. In anni di sostanziale riflusso di idee, con sempre più blanda omologazione sonora verso gli sciatti cliché di un dream pop immancabilmente sporcato dal rumore, la limpidezza sontuosa e le abbaglianti trame melodiche dei redivivi Acid House Kings di ‘Music Sounds Better With You’ hanno il sapore di una autentica quanto rigenerante riforma easy listening. Difficile dire cosa colpisca più positivamente in un disco che arriva a ben sei anni dal precedente rendendo in fondo insignificante una simile attesa, sin dal primo esaltante assaggio. Forse la consapevolezza delle proprie migliori doti, coltivate e valorizzate con la naturale sobrietà che contraddistingue i veri artisti. Forse la coerenza di fondo che tiene legate queste dieci nuove canzoni, senza negare all’ascolto il piacere di suggestioni ed aromi apparentemente anche lontani tra loro. Oppure il genio con cui viene miscelato un autentico tripudio di ingredienti (chitarre a profusione, tastierine, archi, fiati, svolazzi vocali) in un insieme sontuoso e per nulla barocco, catchy ma non stucchevole, sofisticato senza ombre manieriste, decisamente user friendly. Che all’unanime benevolenza della critica contribuisca anche la strizzatina d’occhio inclusa nel titolo? Può essere. Una lusinga non ruffiana che è solo l’ultima dimostrazione in ordine di tempo del riguardo a dir poco minuzioso riservato dal terzetto svedese alla sfera conativa dei propri lavori, come a voler compensare la patologica ritrosia a imbarcarsi in tour promozionali: da una band che ha pubblicato un album dal titolo ‘Canta assieme agli Acid House Kings’, allegando alle prime duemila copie un DVD con i videoclip di tutti i brani in versione karaoke, era proprio il minimo che ci si potesse aspettare. Più ritmo rispetto ai Club 8 – l’altro grande progetto dell’Angergård giovane – a fronte delle medesime chitarre sbarazzine, di uno stuolo di ritornelli ugualmente assassini e di una meccanica nel songwriting non meno perfetta. Il risultato è un bignami sfizioso, un breve ma intensissimo compendio sulle meraviglie della musica leggera, sull’aria frizzantina della primavera inoltrata e sul sole svedese. Con dentro il chamber pop più fluido dai tempi di ‘Let’s Get Out of This Country’ dei Camera Obscura (‘Would You Say Stop?’), una Isobel Campell finalmente guarita dal diabete (‘I’m in a Chorus Line’) ed una roboante lezione di delicatezza elettrica impartita a domicilio agli outsider più accreditati del momento, i Pains of Being Pure at Heart (‘Under Water’, estatica). Non fosse sufficiente, ecco in ‘Where Have We Been?’ l’illusione di una più accentuata mediterraneità (mandolino, chitarra spagnoleggiante, tromba, una grandinata di nacchere), specchio di un calore comunque più che sincero, come ad accompagnare idealmente il cristallizzato passo di flamenco di Julia Lannerheim nella bellissima copertina. Poi certo, a voler esser pignoli ci sarebbero anche le voci negative del caso, quel paio di canzoni appena appena più ordinarie, cosa pur plausibile non trovandoci al cospetto di un capolavoro definitivo. Peccati veniali, dettagli di poco conto che per indie poppers meno scafati degli Acid House Kings varrebbero addirittura oro colato e che al sottoscritto nemmeno va di citarvi. In fin dei conti chi sarebbe così pazzo da fare le pulci al volenteroso fantasista in astinenza da goal, in una squadra che ha appena portato a casa una vittoria così bella e rotonda?

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