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Archive for marzo, 2011

Burial – Street Halo EP (Top Ten 2011)

D.d.U. 28/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Dubstep tra i fumi delle ciminiere.
Metropolitana di superficie in un’alba scura di vento e pioggia. Scruto i visi che incrocio dal filtro del finestrino sporco, ne noto le impurità ed ognuna tradisce una propria malinconia grigia, ognuna è assorta e ognuna è intimamente e dolcemente inquieta.
Battiti cadenzati e una voce femminile musicano illusioni di forti legami affettivi; la realtà parla di una somma di solitudini urbane, le traiettorie si intersecano solo in casi fortuiti.
Ti guardavo passare ogni giorno sotto il Brooklyn Bridge. Avrei potuto aspettarti e seguirti mentre ti calavi in quel buco nel terreno all’incrocio tra Dekalb e Flatbush Avenue, Q Line diceva l’insegna, ma a me non piace scendere sottoterra.
Questa città è grande, oscura, e può inghiottirti se mantieni il tuo sguardo fisso sul terreno e ti dimentichi, ogni tanto, di guardare verso l’alto.
Bastava che anche tu te ne accorgessi, solo una volta, per vedere la rosa che ogni giorno lanciavo oltre al ponte mentre la carrozza sfrecciava sotto di me.
Non vedevi quello che vedevo io..

Federica Giaccani & Filippo Righetto

CunninLynguists – Oneirology (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 22/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Predormitum. Passaggio, trasposizione verso l’Altro Mondo.
Un luogo multiforme e senza pareti, popolato da creature irreali, da maelström inversi che sono ingressi e non uscite.
La mente è un puzzle con la chiave di lettura persa nella sua complessità ma io vi dico, tutti passiamo di qua, ne sono certo.
Il mare con l’acqua nera, soccombere alle sue acque è il destino peggiore, bevine un sorso e non riaprirai più gli occhi.
Alcuni viaggiano su una mongolfiera composta da lucidi sorrisi, accecati, perchè le stelle sono ancora più brillanti quando la notte è più nera.

I am floating happy not knowing nautical course
Tie a wristwatch in slipknots and dock at my porch
Time is of no essence, the presence becomes presents
Peasants become pheasants and soar past acceptance
Current currencies worthless, fodder for feeding purses
With iron clad words I solder together verses
I’m trippin like I’m eatin’ the fungi
Leaving me cornered like the puss that crusts in ones eye

Sono un viaggiatore senza meta con solo l’oceano nero nei miei occhi. Setaccio ogni zigrinatura della mia barca ed ogni onda alla ricerca di segni, simboli e presagi, consapevole che la sabbia all’interno della mia clessidra potrebbe scomparire da un momento all’altro, e che sono i periodi bui quelli in cui gli eroi emergono.
Certe volte sono avvolto in un mantello di fumo senza essere bruciato dalle fiamme, e quando la nebbia si dirada il paesaggio lascia spazio ad ambienti cremisi ed alberi di diamanti. Questo è un mondo strano dove le regole non sono definite.

Il mio compito? Il mio vero scopo? Forse vi ponete la domanda ascoltando la mia voce o seguendo i miei consigli, mentre vi avvicinate alla riva del vostro sogno, al termine della vostra veglia.
Questo è solo il prologo, sta a voi decidere se morire con la spada di cartone sul fianco sinistro o su quello destro.
So just close pupils and be pupils and listen.

Filippo Righetto

Godspeed You! Black Emperor @ Live Club, Trezzo sull’Adda (27/01/2011)

Un breve ascolto, durante la lettura

Hope  Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope Hope

Hope.
Ci sono genitori che scelgono questo nome per la loro prima figlia.
Progetti di assistenza prendono vita sfruttandone il potenziale benefico.
Case discografiche ci lucrano sopra.
Hope è l’ultima parola che uscirà dalle labbra di un soldato disilluso prossimo alla morte, farneticante nei suoi ultimi momenti di vita, convinto della possibilità della riuscita.
Perché vedete, la speranza è l’ultima a morire.
Già… e allora perché il mio cuore trema, quando la vedo, proiettata alle vostre spalle?

Gathering Storm.

(altro…)

Il rumore del fiore di carta – Lesson 3 / How to Live Without Senses (Top Ten 2011)

Data di Uscita: 21/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Com’è difficile vivere con i sensi amplificati, espansi, esposti e delle volte anche reificati.
Penso al lama Teshoo e a Kim che vanno alla ricerca del fiume della purificazione, della beatitudine, tra donne, contadini, assassini, superstiziosi e santi. Penso all’Himalaya incantato dal ritmo silenzioso delle nevi, penso alle antichissime ma giovani montagne, rifugio di asceti, di misantropi fuggitivi. Noi selvaggi addomesticati abbiamo sempre il pensiero volto alle montagne dove gli uccelli volano da soli o in due, dove un branco di lupi percorre il bosco con la stessa grazia di un balletto russo e gli stambecchi saltano tra le rocce come se fossero cuscini.

Qual è la lezione terza? Qual è il suo scopo? A cosa porta vivere senza i sensi?
Il Nirvana, il Nulla, il vuoto assoluto, che per gioco dei significati, è il pieno assoluto, il Tutto, la comunione estrema con tutte le creature, con la Vita, quella universale, quella a cui l’essere umano ha dato decine di diversi nomi.
Annullare i sensi per tornare a sentire, forse è questa la terza lezione, abbandonare per poi ritornare, essere sospesi per tornare a sentire il desiderio del contatto.

I sensi, più che dai loro meccanismi interni, dipendono da ciò che devono appunto sentire, dal loro fine, e forse anche noi non dipendiamo da noi stessi, ma da tutto ciò che ci sta intorno, che tace, che ha colore: il nostro fine è l’esterno, è l’altro, e per questo potremmo uscire da noi stessi e unirci totalmente col mondo, seguire la lezione terza, “how to live without senses”.

Quando ero uccello non ci pensavo.
Arrivava il freddo e sentivamo il bisogno di partire; le rotte erano già dentro di noi, le vaste regioni che dovevamo sorvolare erano già state impresse nella nostra memoria, le valli, i laghi, le colline, le maestose montagne erano già dentro i nostri occhi, seguivamo la bussola interiore, con un’arcaica coscienza, senza pensare se fosse merito del criptocromo.
Andare avanti leggeri, vivendo senza sensi, sentendo già tutto.

E così sia.

Marco di Memmo

Alexander Schubert – Plays Sinebag

Data di Uscita: 15/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Come un artigiano, di una piccola città.
di Filippo Righetto

Riunisco le idee.
Ascolto i suoni interni ed esterni.
Compongo le mie opere.
Ieri pomeriggio ho realizzato una collana con delle lettere.
Sono andato in quel nuovo centro commerciale che hanno aperto di fianco al velodromo, il Lincoln Mall, ho comprato della legna da ardere, della vernice colorata, un coltello seghettato e una limetta.
Ora ho una collana colorata con su scritto EFNERI.
E’ qualcosa che per gli altri non ha senso, perché è una parola che non esiste.
Susanna, l’unica persona che ha il permesso di vedere, si stupisce, ogni volta.
“Quello che per me, per te, è privo di senso logico, potrebbe essere compreso da altri, più intelligenti o più stupidi. Potrebbe essere fonte d’ispirazione per realizzare qualcosa di grandioso, perché le idee geniali sono sempre stimolate dalla fantasia, anche se ti fa incontrare oggetti che non esistono. Lo sapevi che al Santa Fe Institute una persona ha appena sviluppato un modello che riassume le dinamiche alimentari dei vampiri? I vampiri esistono? Ovviamente no! Pensa ad uno scenario diverso, in cui tra un migliaio di anni venga sviluppato un virus in grado di mutare le nostre abitudini nutrizionali, così da renderci molto simili a quegli esseri fantastici. Il mondo allora sarebbe salvo, grazie ad uno studio non richiesto effettuato in un periodo lontano.”
Non lo faccio per realizzazione personale, ma per aiutare gli altri.
Come un artigiano, di una piccola città.

Come un artigiano, di una piccola città.

di Filippo Righetto

Federico Durand – El éxtasis de las flores pequeñas

Data di Uscita: 28/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

L’estasi dei piccoli fiori
di Gianfranco Costantiello

Federico ricorda l’estate di dieci anni fa, mentre il suo sguardo vaga oltre l’oblò dell’aereo che da Roma lo sta portando a Buenos Aires: un desolato sciame di gocce d’acqua s’aggrappa al finestrino, si decompone e ricompone; ogni stilla acquosa sembra custodire un’immagine – le rinsecchite e affusolate dita del nonno posate sulla tazza di tè, la nonna sul divano che accarezza la testolina del gatto e tossisce, il temporale e la pioggia contro il tetto e giù per la grondaia – il primo giorno di quell’indimenticabile estate argentina si dispiega tra le nuvole fumose e le turbolenze improvvise.
Va’ in giardino, va’ a giocare, aveva ripetuto la raspante voce della nonna, quando, cessato di piovere, aveva aperto le finestre e la casa era stata investita dagli odori pungenti dell’erba e del terreno bagnato. Le voci degli irrequieti ragazzini, scacciati di casa, correvano dietro ad un pallone sgonfio nel giardino, sotto la finestra della camera di Federico. Anche Elin, vestita di bianco e di rosso, correva contro il vento e vinceva un tackle in scivolata con Fernando, il grassoccio della compagnia. Elin, corti capelli corvini e pallido viso ovale, era la cugina di cui non aveva mai saputo prima; il suo volto si era levato al cielo per colpire con la testa il pallone, schizzato in aria in un rimpallo fangoso, e in quell’istante aveva incrociato gli occhi vividi di Federico, per la prima volta. Si era liberata dall’ammucchiata di gambe sbucciate e aveva tirato un destro rasoterra che aveva infilato Leolo, l’esile portiere pigolante, di soli otto anni, che si univa alla compagnia di scalmanati solo perché era il fratellino di Fernando. Dopo il gol e l’esultanza con tanto di spogliarello improvvisato e il ripetere e ripetere a squarciagola il nome strambo del centravanti del River Plate, Elin aveva guardato ancora verso l’alto e con un cenno della mano aveva invitato Federico a scendere di sotto.
Un campanello elettrico suona e la spia della cintura s’accende. Una voce femminile, rassicurante, avvisa la manovra d’atterraggio. Federico risolleva leggermente lo schienale e posa gli occhiali nell’astuccio. Agguanta la cinta alla cieca e se l’allaccia intorno alla vita. Ha sempre detestato l’atterraggio e allenta il nodo della cravatta che gli si stringe intorno al collo.
La giornata era afosissima, senza un filo d’aria, si faticava persino a respirare. Federico se ne stava seduto su un materasso di fieno, nella stalla, a leggere La valle del Giglio di Balzac, quando aveva sentito una mano sfilare lungo la sua gamba nuda. Aveva scostato il libro dai suoi occhi e il cuore aveva cominciato a battere violentemente. Si era sentito soffocare, morire. Elin, posata sulle ginocchia, gli stava davanti completamente nuda, con un sorriso sul volto bramoso. Federico aveva dischiuso la bocca e la vista si era offuscata in un brivido. Federico rimbalza sul suo sedile e urta contro il finestrino e fa a spallate con il passeggero che gli siede accanto, si scusa, un po’ imbarazzato, sorridendo.
L’aereo ha toccato terra, sta perdendo velocità scricchiolando e palpitando sulla pista che lentamente si srotola, all’ombra della torre di controllo, fino all’orizzonte campetto di erbetta e rete di recinzione. Finalmente a destinazione, sospira Federico, slacciando la cintura e ravviando la cravatta.
Un secchio d’acqua fredda l’aveva riportato al mondo. Aveva riaperto gli occhi e aveva riammirato quel corpo sinuoso e immacolato dai piccoli seni perlacei e turgidi e il pube coi ritti peli scuri, sporto leggermente in avanti, che gli veniva donato segretamente. Le labbra carnose di Elin si erano unite alle sue in un bacio caldo, mentre i seni pendenti avevano sfiorato il petto glabro di Federico.
Scrosciano gli applausi nella carlinga, il pilota ringrazia al microfono invitando tutti i passeggeri a trascorrere un buon soggiorno nella città di Buenos Aires. Recuperata la valigia di cartone, Federico si fa strada superando la miriade di trolley stridenti e finalmente scorge il suo vecchio nonno con la fedele pipa in palissandro ficcata in bocca, braccato da una guardia che lo invita a non fumare nell’androne. Ma il nonno si divincola e va incontro a Federico, si stringono forte. Mio caro Federico come sei cresciuto devo dirti un sacco di cose e tu devi dirmi come è andato il viaggio forza vien di qui, gracchia con la voce da fumatore incallito, arrochita dall’emozione, e lo trascina oltre le porte scorrevoli. Il vecchio autocarro verde è parcheggiato nella piazzola di sosta, Federico alla sua vista trattiene il respiro e stringe ancora il suo vecchio che sputa fuori una boccata di fumo.
L’autocarro rimbalzava sugli ammortizzatori cigolanti tracimante di fieno, che ondeggiava ubriaco, disseminandosi un po’ lungo la stradina scoscesa e le sfavillanti braccia dei ragazzini festosi. Il nonno suonava il clacson asciugandosi con un fazzoletto il sudore che colava sulla fronte sozza, mentre il canto dei grilli e il crepuscolo calavano il sipario sulla lunga e ardente giornata di sole.
–    Sei venuto fin qui in autocarro, nonno ? – chiede incredulo Federico, sbarrando gli occhi
–    Certo, che pensavi che avrei preso l’autobus o il treno o … non son mica rincoglionito, sai– ribatte grintoso il nonno
Sistemano la valigia sul pianale e partono – lo scrigno segreto di suoni, voci e volti intatti, di storie vissute e nascoste in quel piccolo luogo nel sud del sud: la sperduta contrada argentina, la casa dei nonni, e Elin, l’amore, l’estasi dei piccoli fiori.

The Death Set – Michel Poiccard

Data di Uscita: 15/03/2011

Ci pensi a quanti soldi potremmo farci? Ascolta, ascolta bene il piano è questo, ogni pub di sto posto di merda mette a lavorare ragazzetti figli di borghesi che si spaccano la schiena per dieci ore al giorno nei weekend per  trenta euro al giorno? Ok? Trenta euro per due giorni fanno sessanta euro, sessanta euro che servono loro per qualche stronzata da fare quei due tre giorni che non lavorano nei week end e vanno a svagarsi, sono figli di buone famiglie che lo fanno per due spicci e non perché hanno un reale bisogno, e sai cosa li stressa davvero del loro lavoro massacrante? Sai cosa gli da’ più fastidio di puzzare di fritto, di servire degli stronzi, di stare agli ordini di un coglione per qualche spiccio, sai cosa? Le pulizie prima di aprire, lo so perché l’ho fatto anche io, la cosa che scazza è lavare a terra, spazzare negli angoli e pulire i cessi, ecco cosa li scazza. Sai, sarebbero disposti, ne sono certo, a cedere anche dieci dei loro trenta euro giornalieri per un fesso che pulisce ad apertura locale al posto loro, ed il titolare permetterebbe questo perché lui non ci rimette nulla, ecco, fai due conti adesso: dieci euro per quanto? 15 minuti di lavoro? Mentre loro si spaccano per  dieci ore per trenta, pensa, avresti anche il tempo di farlo per tre locali vicini fra loro, lavoreresti meno di un’ora per la loro stessa cifra, poi, fatto il nome potresti subaffittare il lavoro a qualche disperato, chessò un immigrato senza permesso, un disperato qualsiasi e farti un giro di tutti i locali della piazzetta, faresti soldi col racket delle pulizie, tutto in nero, senza alcun controllo e nessuno lo penserebbe opera di un’unica mente, un impresa di pulizie silenziosa e non apparente e tu che ti gonfi le tasche sulle spalle di quegli stronzetti viziati che per trenta euro nei weekend abbassano il cartello del lavoro svilendo la nobile arte dell’esser cameriere.
Sì, cazzo sì, funzionerebbe, ma sai cosa, a me piace così. Un sorriso beffardo si disegnò sulle labbra di entrambi, si coprirono poi il viso con le rispettive sciarpe, il primo raccolse un sasso, il secondo si guardò attorno, il primo lo lanciò, il secondo corse dentro il negozio di musica dalla vetrina da poco deflagrata e passo un paio di chitarre, il primo le prese mentre il secondo afferrava un basso e una drum machine. Corsero a tutto spiano verso la salvezza di viottoli scuri e stretti nella notte di un inutile martedì.

LAPINGRA – Salamastra

Data di Uscita:  18/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Eat the Sun.
di Giulia Delli Santi


“Dormi fra le carni tu dormi. Felice di sonno che io non son qui.
Ma qui, come fra erba e pagliericcio, i colori sono come buio che ti prende.”

Che ore sono?
E’ mezzanotte. Secondo voci ispirate sin dall’alba dell’umano, quando tutti sono a dormire i giocattoli prendono vita.
Il gattone di pezza cominciò a stiracchiarsi sornione vicino al camino spento ancora tiepido e il pagliaccio a molla fu caricato dalla scimmia con i piatti, così che tutti poterono cominciare la lisergica danza ritmata dalle evoluzioni dell’aeroplanino elettrico.
“Spingete!” suonava una voce severa e il pesante coperchio di cartone fu sollevato. Il primo a saltar fuori era il generale della fanteria. Aveva l’uniforme blu con le sobrie epaulettes oro adornate da trecce che scendevano lungo le maniche. A seguirlo uno ad uno tutto il plotone. L’ultimo, come al solito, era il soldatino di stagno più discreto il cui compito, assegnatogli per valore dimostrato in battaglia, era quello di richiudere lo scatolo e riporlo con ordine.
“Riposo soldati! Rompete le righe!” così ognuno di loro si unì alla festa, tutti meno che l’ultimo soldatino, a lui non piaceva ballare, si sentiva troppo impacciato. Il suo passatempo preferito era quello di osservare tutta la notte la bella ballerina di cui era innamorato. Infatti, poco più in alto, issata al muro v’era una mensola su cui giaceva il corpo malinconicamente cereo di una ballerina dal luminoso passato. Sembrava pura alla stregua della neve col suo abitino di carta bianca e candida come la brina in un mattino primaverile. Ma lei, proprio la sua ballerina, non poteva fare a meno di volgere il suo sguardo al cane di famiglia, un pastore dei Pirenei estremamente affascinante. Si sarebbe detto un amore corrisposto il loro, perché anche il cane non poteva fare a meno di rispondere alla ballerina con la sua espressione vacua.
Il piccolo soldato addolorato, decise di rivolgersi al saggio gattone di pezza Anacleto perché gli spiegasse come riuscire a conquistare ciò che desiderava più d’ogni cosa al mondo.
E il gatto rispose che ad una domanda banale si da una risposta banale. Alle donne piacciono le cose che luccicano: ruba una delle squame della Salamastra, gli disse, e il tuo desiderio sarà certamente soddisfatto.

Appurato come trovare il temibile animale, il piccolo soldato si mise in viaggio. Col suo piccolo rampino si calò giù per le tubature che l’avrebbero condotto al rifugio della Salamastra, scortato soltanto da coraggio e volontà. Non possiamo dire con esattezza quanto tempo trascorse dalla partenza del soldatino, sicuramente molti passi attraverso un luogo senza colori, finché in lontananza riuscì a notare un piccolo scintillio. Circospetto si avvicinò ancora così da riuscire a scorgere una figura immensa. L’adrenalina aumentava. Nonostante l’animale era a dargli le spalle, si sentì come stregato da quell’essere così seducente. Era completamente rivestito di minuscole scaglie che, illuminate da una fioca luce, brillavano delle sfumature del sole. Un rettile, pensò inizialmente, ma non riusciva a dirlo con esattezza. Era certo, però, della lunga coda la cui appendice terminale di forma lanceolata si rivolgeva a lui. Decise di cogliere una delle minute squame, proprio da quella coda, nella speranza che la figura non ne risentisse, ma non fu come sperato. Appena riposto il gioiello nella piccola sacca, la Salamastra si voltò velocemente.
“Corri!” gridava una voce nella sua testa. Pochi attimi e il soldatino si ritrovò senza fiato e zoppicante nel corridoio buio che aveva seguito la prima volta. Così rapida fu l’aggressione che non si rese conto di aver pagato il suo debito alla Salamastra con una delle sue piccole gambe.

Per ogni passo percorso, sostenuto dalla parete adiacente, la paura lasciava spazio all’euforia e poi all’aspettativa. Si chiedeva se la sua ballerina avrebbe apprezzato il suo regalo e se questo sarebbe stato sufficiente a far si che lei ricambiasse con lo stesso sentimento.
Proseguì finché la luce diventò più intensa e dopo un po’ ritrovò il suo rampino, così che ci si issò su e con un po’ di fatica raggiunse il punto di partenza.
Dalla finestra vide il sole sorgere, non immaginava fosse passata una notte intera, pensò di dover fare in fretta se voleva offrire il suo dono prima che si svegliassero tutti. Si diresse alla stanza dei giochi, trovò i suoi amici ormai stanchi: il pagliaccio a molla dondolava lentamente come a cullarsi, la scimmietta non suonava più i suoi piatti e l’aeroplanino era pronto all’atterraggio. I soldatini cominciavano già a riporsi nella scatola. L’unico ancora disposto a giocare era l’affascinante pastore dei Pirenei che, comodamente accovacciato sull’accogliente tappeto lanciò con impertinenza regale la sua palla preferita contro il muro provocando un leggero tremore che si diramò fino al piano dell’immobile ballerina che, scossa, volò giù fino a raggiungere il pavimento. Il soldatino, preoccupato alla vista di quella scena, cominciò a saltellare sul piede rimastogli per raggiungerla ed assicurarsi che fosse indenne, ma il cane rialzatosi rapidamente, l’anticipò, si spinse fino alla piccola sagoma e aiutandosi con la lingua, soffocò l’ignara ballerina di carta in un umido abbraccio.

E ora di andare a letto. Basta con questa fantasia.

Non abbiamo la pretesa di raccontare l’autentica versione dei fatti, solo la più probabile.

“Così dev’essere a null’altro serve se non a tracciare storie dalla mia alla tua cosa, a unire tutte le cose che danno frutta.”

cit. Guido Celli

Moon Duo – Mazes

Data di Uscita: 29/03/2011

Da San Francisco a New York per essere ricevuti in un vicolo a Brooklyn, per portare qualche demo alla Casa degli Ossi Sacri. Dopo aver rubato la benzina sono partiti, entrambi con camice di flanella a quadri e jeans strettissimi, lui voleva mettere in mostra il pacco. Occhiali da sole giganti e troppa barba lui, capelli al vento e zero trucco lei. Nel vano posteriore della macchina alcuni strumenti musicali, tastiere varie e chitarre.
Che occasione andare alla Casa degli Ossi Sacri, chissà perché ci hanno scelti. La benzina per coprire le migliaia di chilometri era poca, e quando finiva uscivano dalla macchina iniziando a suonare per la strada solo pezzi acustici ovviamente. Riuscendo a guadagnare qualche spicciolo arrivarono sempre più ad est in una traversata folle, epica. Più di metà del tragitto fatta e soldi nuovamente finiti, niente più benzina.  In un piccolo paese alla porte di Chicago riuscirono ad infiltrarsi ad un concorso per nuove boy band, lei fu costretta a mettere vestiti larghissimi e una barba finta per fregare la giuria, flop mostruoso e fuga a gambe levate. L’avvenimento finì sul giornale e riuscirono per questo a trovare qualche data in piccoli pub dove il successo aumentava a dismisura, stratificazioni del suono infinite senza perdere una compattezza mostruosa, presumibile futuro da rock-star a livello globale, ma a loro interessava la benzina per continuare il pellegrinaggio al loro luogo sacro e rispondere alla chiamata. Avevano bisogno di un altro concerto al pub per trovare i soldi necessari alla benzina, non si poteva più rubarla, no basta. L’ultimo show fu incendiario, psichedelico e mortalmente potente, non erano abituati in questa zona e il locale non resse all’urto. Con “Run Around” e “Fallout” proposero un finale vorticoso con riff assassini e loop distorti infiniti per far volare i presenti in lidi lontani, molti presenti ci volarono davvero aiutati da sostanze non meglio identificate. La voce sfumata dagli effetti in “In the sun” fece il resto unendosi al potenziale grande singolo “Mazes”, mostrando la capacità di accalappiarsi anche il battito di mano delle bionde teenager in prima fila mentre i loro ragazzi prendevano le birre al bancone. “Goners” con l’incidere deciso chiuse lo show e tutto si perse in un lamento doloroso sommerso dal riverbero nebbioso.
Fuggirono a tutta birra, arrivarono finalmente alla Casa degli Ossi  Sacri, solo dopo aver rischiato di andare a fuoco per via di una tanica di benzina che perdeva liquido sotto i piedi nudi della ragazza. Arrivarono e il sacerdote della Casa si infuriò per tutto il tempo che ci avevano messo, ascoltò i demo e gli disse che la loro era musica da viaggio, per viaggiare grazie alla chitarra e alla tastiera. Ci fu comunque una punizione per il loro grave ritardo. “Andrete a registrare i vostri pezzi a Berlino, e ci andrete in macchina dopo essere sbarcati in Europa”. I due stanchi e felici non videro l’imposizione del signore come una beffa e partirono per un nuovo pellegrinaggio.

Alessandro Ferri

Acid House Kings – Music Sounds Better With You

Data di Uscita: 22/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel giugno del 1990, in un girone che si disputava ad un tiro di sputo da casa mia, venne giocata una delle più irrilevanti partite nella lunga e gloriosa storia dei mondiali di calcio. Uno Svezia – Scozia che per gli addetti ai lavori avrebbe dovuto valere come sorta di spareggio qualificazione dietro l’immancabile corazzata carioca, poi liquidata dall’Argentina di Maradona qualche giorno più tardi. Come sempre in questi casi, tra le due contendenti l’avrebbe spuntata il classico terzo incomodo, il piccolo Costa Rica, ma questa è tutta un’altra storia. Seguendo in televisione il match vinto di misura dagli scozzesi, mai avrei potuto immaginare che di lì a qualche anno questa sarebbe diventata sfida di cartello in ben altro contesto: per il primato in ambito indie-pop, dopo i fasti inglesi di fine anni ’80 e quelli americani all’inizio del decennio successivo. Se nel lustro che ha chiuso i novanta lo scettro se lo sono agevolmente assicurato i campioni del pop da cameretta di Glasgow ed Edimburgo, merito quasi esclusivo della squadra Belle & Sebastian allora in stato di grazia, gli ultimi dieci anni hanno di fatto sancito una sempre più netta supremazia scandinava, frutto di programmazione, fausta convergenza di talenti ed artigianato d’eccellenza. “Scuola” non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente. Gli Acid House Kings possono fregiarsi del titolo di pionieri avendo provveduto a spargere i primi germi in quella che presto si sarebbe delineata come una vera scena, con un proprio sound caratteristico ed una piccola label di riferimento chiamata Labrador in omaggio all’omonima razza canina (o alla penisola del Canada, non è dato saperlo). Certo il termine “sovrani” può apparire leggermente fuori luogo in una realtà musicale democratica e corale come poche altre, ma è pur vero che, ad eccezione del solo Jens Lekman, la band dei fratelli Angergård è forse l’unica a poter meritare cotanta nomea all’interno della propria ragione sociale: i venti anni di onorato servizio e l’elevato standard qualitativo delle sue sporadiche pubblicazioni legittimano di fatto l’appellativo, e così sia. In anni di sostanziale riflusso di idee, con sempre più blanda omologazione sonora verso gli sciatti cliché di un dream pop immancabilmente sporcato dal rumore, la limpidezza sontuosa e le abbaglianti trame melodiche dei redivivi Acid House Kings di ‘Music Sounds Better With You’ hanno il sapore di una autentica quanto rigenerante riforma easy listening. Difficile dire cosa colpisca più positivamente in un disco che arriva a ben sei anni dal precedente rendendo in fondo insignificante una simile attesa, sin dal primo esaltante assaggio. Forse la consapevolezza delle proprie migliori doti, coltivate e valorizzate con la naturale sobrietà che contraddistingue i veri artisti. Forse la coerenza di fondo che tiene legate queste dieci nuove canzoni, senza negare all’ascolto il piacere di suggestioni ed aromi apparentemente anche lontani tra loro. Oppure il genio con cui viene miscelato un autentico tripudio di ingredienti (chitarre a profusione, tastierine, archi, fiati, svolazzi vocali) in un insieme sontuoso e per nulla barocco, catchy ma non stucchevole, sofisticato senza ombre manieriste, decisamente user friendly. Che all’unanime benevolenza della critica contribuisca anche la strizzatina d’occhio inclusa nel titolo? Può essere. Una lusinga non ruffiana che è solo l’ultima dimostrazione in ordine di tempo del riguardo a dir poco minuzioso riservato dal terzetto svedese alla sfera conativa dei propri lavori, come a voler compensare la patologica ritrosia a imbarcarsi in tour promozionali: da una band che ha pubblicato un album dal titolo ‘Canta assieme agli Acid House Kings’, allegando alle prime duemila copie un DVD con i videoclip di tutti i brani in versione karaoke, era proprio il minimo che ci si potesse aspettare. Più ritmo rispetto ai Club 8 – l’altro grande progetto dell’Angergård giovane – a fronte delle medesime chitarre sbarazzine, di uno stuolo di ritornelli ugualmente assassini e di una meccanica nel songwriting non meno perfetta. Il risultato è un bignami sfizioso, un breve ma intensissimo compendio sulle meraviglie della musica leggera, sull’aria frizzantina della primavera inoltrata e sul sole svedese. Con dentro il chamber pop più fluido dai tempi di ‘Let’s Get Out of This Country’ dei Camera Obscura (‘Would You Say Stop?’), una Isobel Campell finalmente guarita dal diabete (‘I’m in a Chorus Line’) ed una roboante lezione di delicatezza elettrica impartita a domicilio agli outsider più accreditati del momento, i Pains of Being Pure at Heart (‘Under Water’, estatica). Non fosse sufficiente, ecco in ‘Where Have We Been?’ l’illusione di una più accentuata mediterraneità (mandolino, chitarra spagnoleggiante, tromba, una grandinata di nacchere), specchio di un calore comunque più che sincero, come ad accompagnare idealmente il cristallizzato passo di flamenco di Julia Lannerheim nella bellissima copertina. Poi certo, a voler esser pignoli ci sarebbero anche le voci negative del caso, quel paio di canzoni appena appena più ordinarie, cosa pur plausibile non trovandoci al cospetto di un capolavoro definitivo. Peccati veniali, dettagli di poco conto che per indie poppers meno scafati degli Acid House Kings varrebbero addirittura oro colato e che al sottoscritto nemmeno va di citarvi. In fin dei conti chi sarebbe così pazzo da fare le pulci al volenteroso fantasista in astinenza da goal, in una squadra che ha appena portato a casa una vittoria così bella e rotonda?

FaltyDL – You Stand Uncertain

Data di Uscita: 14/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Riflessioni sull’incertezza
di Maurizio Narciso

Boards of Canada: la musica degli scozzesi nel tempo è diventata più “chitarrosa”, per quanto sempre densa di scricchiolii elettronici e di momenti ambientali assai evocativi. Nessuna traccia di dubstep nella loro musica (segno dei tempi forse, l’ultimo dischetto risale al 2006), ma sono pronto a scommettere che nelle uscite future rimarranno fedeli a loro stessi, ignorando il paradigma del momento che sembra catturare l’intera intellighenzia musical-elettronica e non.

Altri lidi quelli del buon FaltyDL, che sfalda la sua classica attitudine garage/dubstep percorrendo una strada impervia, quella del ritorno alle radici, attraversando nel contempo ere musicali dell’elettronica: da certa drum’n’bass in odor di trip-hop all’ambient dei Boards, passando per melodie vicine alla house.

Ha l’occhio lungo, oppure semplicemente si è stufato di scandagliare le profondità più estreme col basso in pugno, moderno Don Chisciotte accompagnato nell’occasione da eteree voci femminili, riuscirà ad imporre la propria visione non come semplice fuga ma come contestualizzazione di un intero genere?

Forse è questo il futuro del dubstep (salvo i lanci in orbita operati da Clubroot e da EL-B in tempi recenti…..)

Arms and Sleepers – Nostalgia for the Absolute

Data di Uscita: 04/03/2011

Un breve ascolto, durante la lettura

Schatze,
ce l’ho fatta a partire. Non so nemmeno io come, ma alla fine i miei piedi si sono scollati dal cemento del molo e sono salito su questo barcone, a dispetto delle mie fobie. Forse mi sono ricordato delle parole con cui usavi confortarmi quando ancora mi amavi. “Perché un grande fiume non è comunque un mare, e la corrente ti spinge alla foce e non ti abbandona. Non puoi sentirti solo, né disorientato.”
Beh adesso sono seduto su una scura poltrona in pelle posta a lato di questa hall galleggiante, ho gli occhi fissi sul Danubio. È così silenzioso, mi sembra di scivolare sul nulla ma mi annienta con la sua maestosità.
Siamo io e una coppia di anziani, una sala troppo grande soltanto per tre persone dalle poche pretese, ma dicono che si esibirà un gruppo musicale al tramonto, e in effetti un grande pianoforte già attende fiero nell’angolo opposto al bancone del bar. A giudicare dalle parole del personale di accoglienza, non c’è musica più congeniale per una traversata fluviale come la mia, ed ora mi sento in attesa, da un lato che cominci lo spettacolo, dall’altro – e qui sta il senso del mio pellegrinare solitario – di trovare risposte ai tuoi perché rimasti a giacere per troppo tempo.
Penso proprio che me ne andrò a prendere un po’ d’aria sul pontile.
[…]
Eccomi ancora, sono rientrato, giusto in tempo per accaparrarmi uno degli ultimi posti a sedere (ma dov’erano nascoste tutte queste persone poco fa?). Hanno anche appeso una locandina della performance, “Nostalgia for the absolute” campeggia in grande su uno sfondo stile carta da parati, semplice elegante e chiaramente malinconico; entrano due ragazzi e si abbassano le luci.
Le dita scandiscono timidamente note al pianoforte, un brivido mi percorre la schiena. La donna che siede di fianco a me sembra conoscerli bene e insieme intuire la curiosità dal mio sguardo, al punto che gentilmente mi regala particolari gratuiti che impreziosiscono il mio ascolto. “Questo pezzo si intitola Lovers Arctic, richiama paurosamente i suoni di Matador, il loro album precedente”. Io annuisco senza capire, ma di lì in avanti si innesca una conversazione leggera seguendo la scia della melodia che ha ormai impregnato di spleen tutta la sala. Credo sia una persona sola anch’essa, ma rispetto a me i suoi occhi trasmettono calma, in qualche modo addirittura mi riappacificano. Scorrono e mi scavano dentro queste musiche in bilico tra ambient, trip/hop ed elettronica, mi calzano alla perfezione. Si passa dal ritmo dolce e serrato delle corde di Clayton alla triste disperazione di The dying animal, narrata da un pianoforte devastante. Le due fisarmoniche che si alternano nell’accostamento tra toni alti e bassi in Nova mi immergono nella corrente del fiume. E ancora pianoforte su tutti, scarno ed essenziale, anche se pezzi come The hidden sea dimostrano come l’analogico possa sposarsi armoniosamente con beats digitali. Il concerto si chiude con Night, e neanche a farci apposta il sole ci sta lentamente salutando sulla linea di orizzonte; mi sento cullato dal pianoforte, ma è come se suonasse su una base di carillon e cristalli mossi dal vento. Mi congedo dalla donna sconosciuta, non ho più voglia di compagnia, preferisco la quiete del mio letto.
È da poco calata la notte, dall’oblò della mia cabina vedo chiarori vibrare sull’acqua – il riflesso della luna. Ho deciso di coricarmi senza nemmeno mangiare, vorrei provare ad addormentarmi, tuttavia so che la musica ascoltata al calar del sole ha aperto la porta ai miei pensieri alimentando anche le questioni più scomode.
Ti lascio, ho deciso che ti scriverò di nuovo quando sarò arrivato ed avrò compreso le mie inquietudini.
Non imparerò mai a non essere nostalgico.

Federica Giaccani

Slowdive – Pygmalion

Data di Uscita: 06/02/1995

Un breve ascolto, durante la lettura

MIRANDA E MIRANDA (una di L.A., l’altra di un piccolo paese del sud della Spagna)

di Gianfranco Costantiello

Mi – ran – da. Delle labbra sussurrano. ( accento americano )

L’altra Miranda è seduta su un trampolino. Le gambe penzolano nell’aria. Sotto di lei una piscina. Sopra di lei il sole. È rovente. Miranda fissa il vuoto davanti a sé. (altro…)

TORO Y MOY – CAUSERS OF THIS

D.d.U. 02/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Sulla spiaggia ti sei bruciata gli occhi guardando il sole,

niente più immagini nelle retini,

solo valanghe scomposte di colori.

Alessandro Ferri

SUN ARAW – ON PATROL

D.d.U. 13/04/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Vedevi una giungla piena di animali,i più piccoli mangiano inspiegabilmente i più grandi,

le liane e le foglie si alzano e inghiottono gli insetti. Ritmi tribali spezzati,hai paura.

Poi dopo due ore di sudore freddo ti accorgi di essere a casa sul divano, il fumo era di pessima qualità.

Alessandro Ferri

EMERALDS- DOES IT LOOK LIKE I’M HERE?

D.d.U. 24/05/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Avevi detto di voler andare a caccia di uragani per fotografarli da vicino,

ma quando hai visto il primo,ti ci sei fiondato con la macchina addosso.

Il protagonista della foto sei diventato tu su ogni giornale.

Alessandro Ferri

Nihil Est – Nuvole notturne

D.d.U. 20/10/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Non fare foto, faranno di questo un ricordo e non deve esserlo. Deve diventare una reminescenza. Non fatti accaduti e catalogati, non avvenimenti passati. Un’esperienza a sé stante che funga da connettore evocativo. Case piccole e bianche accatastate come granelli di sale fino, nessuna logica, caduta libera di un’urbanistica coatta priva di regole e remore. Così è, così siamo qui. Nessun trauma venga risolto, nessun complesso generato. Cellula asettica, piacevole, impercettibile. Solo nostra e di nessun altro. Paese immutato da secoli, culla di pietra per corpi più deboli. Che sia il freddo la scusa per stringerci forte, le mancate distrazioni a tenerci in casa, l’ora più adatta a portarci fuori. Castello riso dal tempo, ghigna il tempo che l’ha scalfito, quando l’avrà distrutto completamente come potrà dimostrare ciò di cui è capace? E il tempo, alla luce di questo ragionamento ha deciso di fermarsi qui. Così resiste la fortezza alle angherie tachioniche come ai mori e crociati ben molto prima. Collina aspra, rifugio di vedove e streghe. Mal sopportano mariti e figli, eppure quelli che crescono son così forti che non s’arrendono al grigio nebbia dei paesi, né temono quello di smog di certe città. Collina aspra, rifugio di pellegrini e amanti, e restano attoniti di fronte a questo bel vedere. La vista rotola inesorabile sulla pianura e si tuffa nel mare prossimo mentre i primi sono convinti che lo spettacolo sia offerto da Dio i secondi ne gustano lo scenario tentati dal Diavolo, che sarà anche il grande divisore, ma quante unioni concede sotto lune beffarde.
Abbasso gli occhi, sorprendo un gattogiocare con le mie gambe. Mi studia, mi interroga. Sono solo un nodo nel suo gomitolo di strade e di incontri. Sembra dirmi: Non preoccuparti, non lascerò segni.

Alfonso Errico

Millimetrik & Port Royal – Afterglow

D.d.U. 19/02/2010

Un breve ascolto, durante la lettura

Le prime luci che si sviluppano, da un’alba che non invecchia mai.

Che esulta, si fonde, che attira.

Alba magnete di sorrisi spenti, trasformati in speranza rinnovata.

Filippo Righetto